GAIO POPILIO LENATE - G. POPILIUS LAENAS


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IL GIORNO DI ELEUSI

Nome: Gaius Popillius Laenas
Nascita: -
Morte: -
Gens: Popilia
Consolato:
172 a.c., 158 a.c.
Professione: Politico


Gaio Popillio Lenate, (in latino: Gaius Popillius Laenas) venne eletto due volte console nel 172 e nel 158 a.c., la cosa notevole fu che nel primo consolato era la prima volta in cui ambedue i consoli fossero plebei. Apparteneva alla gens Popilia, che, come indicherebbe il nome, era di origine etrusca, il che spiegherebbe la sua eleganza e la sua sicurezza (i romani più che eleganti e imperturbabili erano forti e coraggiosi).

Venne inviato nel 158 a.c. in Egitto come ambasciatore incaricato di fermare l'invasione in questa terra, di Antioco IV Epifane ( 215 a.c. - 164 a.c.), re di Siria, che non era nè pusillanime nè sciocco.
«Re Antioco era un uomo abile sul campo di battaglia e ardito nei suoi progetti, e dimostrò di essere degno del titolo di re
(Polibio, Storie)



L'ANTEFATTO

Antioco aveva preso Tolomeo VI, suo nipote, sotto la sua custodia, dandogli l'effettivo controllo dell'Egitto. Ciò fu inaccettabile per i cittadini di Alessandria, che risposero proclamando Tolomeo VIII come unico re. Antioco assediò Alessandria ma non fu in grado di tagliare la comunicazioni della città e quindi, alla fine del 169, si ritirò. 

Durante la sua assenza Tolomeo VI e il fratello si riconciliarono. Antioco, arrabbiato per la sua perdita di controllo sul re, invase nuovamente l'Egitto. Gli egizi inviarono a Roma richieste di aiuto e il Senato mandò Gaio Popilio Lenate ad Alessandria.



L'AMBASCIATORE

Dunque il Senato e il Popolo di Roma avevano mandato come ambasciatore Gaio Popilio Lenate con soltanto dodici littori che indossavano le tuniche rosse con inserite le scuri nei fasci di verghe, e due scrivani. Caio Popilio Lenate gettò l’ancora nel porto di Alessandria proprio mentre re Antioco IV risaliva il ramo canopico del Nilo, in direzione della grande città dove si erano rifugiati gli Egiziani.

La delegazione romana era, per volontà del senato, capeggiata da Gaio Popilio Lenate, in quanto vecchio amico di Antioco da quando era stato ostaggio a Roma. Il console Lenate uscì da Alessandria per la Porta del Sole poggiandosi a un bastone, fino a raggiungere l'ippodromo dove l'attendeva re Antioco IV di Siria col suo esercito. Antioco lo stava per salutare cordialmente, ma Popilio troncò nettamente i saluti intimandogli di ritirare le forze dall'Egitto. 

ANTIOCO IV
Antioco rispose che ci avrebbe dovuto riflettere coi suoi consiglieri. Popilio, uomo molto ma molto determinato e pienamente consapevole del suo potente ruolo come ambasciatore di Roma, gli disegnò attorno sulla sabbia un cerchio, dicendogli «pensaci qua dentro» , secondo altri gli disse: « Quando uscirai da questo cerchio volgiti verso oriente e tornatene in Siria.» 

Ciò significava che se Antioco fosse uscito dal cerchio senza aver dato ordine di ritirare le truppe, sarebbe entrato in guerra con Roma. Antioco non aveva nessuna intenzione di lasciare perdere l'Egitto, ma venuto a conoscenza del fatto che il potente e ultimo re Perseo di Macedonia era stato battuto dai Romani, ebbe un brivido all'idea di affrontare coloro che avevano sconfitto il grande re macedone, per cui dopo un attimo di esitazione accettò di ritirarsi. 

Solo allora Popilio gli strinse il braccio, l'equivalente della stretta di mano odierna, perchè i romani intelligentemente non davano la mano, ritenuto poco igienico, ma tra militari stringevano con la mano il braccio dell'altro che faceva altrettanto se voleva restituire il saluto, Cosa che di solito avveniva in contemporanea.

Questo evento venne narrato ovunque, nel senato e nei salotti romani, e divenne noto con il nome di "Giorno di Eleusi". Questo evento mostrò meglio di ogni altro che ormai l'età di grandezza dei regni ellenistici era finita: ora, erano i Romani a decidere il bello e il cattivo tempo sulla politica del Mediterraneo, e che neppure un uomo dotato come Antioco sarebbe stato in grado di cambiare le cose.

Il re tornò in Siria col suo esercito. Quindi Popilio fece vela per Cipro, occupata dai siriani e anche lì li fece tornare a casa. Tornato a Roma riferì al senato che, grazie al nome di Roma, aveva rimandato a casa i siriani dall'Egitto e da Cipro.

Gaio Popilio venne eletto Censore l'anno dopo, nel 159 a.c., insieme al collega Scipione Nasica, e in quell'anno fece costruire il primo orologio ad acqua in Roma. Marco Vitruvio Pollione (80 a.c.- dopo il 15 a.c) considerato il più famoso teorico dell'architettura di tutti i tempi prese il modello del suo orologio ad acqua proprio da Popilio Lenate. Fu eletto console una seconda volta nel 158 a.c. con Marco Emilio Lepido.



IL GIORNO DI ELEUSI

Riportiamo un gradevolissimo brano della scrittrice Colleen McCullough che verte giusto sul "Giorno di Eleusi"

[Da una lettera di Publio Rutilio Rufo all’amico Gaio Mario]

« Siccome sei un povero zotico italico che non sa di greco, ti racconterò una storiella. C’era una volta un re di Siria, molto cattivo e antipatico, a nome Antioco. Ora, poiché non era il primo re di Siria che si chiamasse Antioco, e neppure il più grande (suo padre si era attribuito l’appellativo di Antioco il Grande), si distingueva dagli altri con un numero. Era Antioco IV, il quarto re Antioco di Siria.

Sebbene la Siria fosse un regno ricco, re Antioco IV concupiva il vicino regno d’Egitto, dove i suoi cugini Tolomeo Filometore, Tolomeo Evergete, ossia il Pancione, e Cleopatra (che, essendo la seconda Cleopatra, si fregiava a sua volta di un numero, ed era nota come Cleopatra II) regnavano assieme. Vorrei poter dire che regnavano in perfetta armonia, ma così non era.

Fratelli e sorella, e anche mariti e moglie (sì, nei regni orientali l’incesto è permesso), erano in conflitto tra loro da anni, ed erano quasi riusciti a mandare in rovina la bella, fertile terra del gran fiume Nilo. Così, quando re Antioco IV di Siria ha deciso di conquistare l’Egitto, ha creduto che avrebbe avuto vita facile grazie ai bisticci fra i suoi cugini, i due Tolomei e Cleopatra II.

Ma, ahimè, non appena ha girato le spalle alla Siria, alcuni sgradevoli episodi di sedizione l’hanno costretto a fare dietro-front e a rientrare in patria per tagliare un po’ di teste, squartare un po’ di corpi, strappare un po’ di denti e, probabilmente, estirpare qualche utero. E ci sono voluti quattro anni prima che un numero sufficiente di teste, braccia, gambe, denti e uteri fosse asportato ai legittimi proprietari, e che re Antioco IV riuscisse ad accingersi per la seconda volta a conquistare l’Egitto.

Questa volta, in sua assenza la Siria è rimasta tranquilla e docile, così re Antioco IV ha invaso l’Egitto, conquistato Pelusium, disceso il delta fino a Menfi, conquistato anche questa città e iniziato la risalita dell’altro lato del delta, in direzione di Alessandria. Avendo mandato in rovina il paese e l’esercito, i fratelli Tolomei e la loro moglie-sorella, Cleopatra II, non hanno avuto altra scelta che chiedere aiuto a Roma contro re Antioco IV, poiché Roma è la più forte e la più grande di tutte le nazioni, nonché l’eroe di tutti.

In soccorso dell’Egitto, il Senato e il Popolo di Roma, che a quei tempi andavano più d’accordo di quanto oggi crederemmo possibile, o almeno così riferiscono le cronache, hanno inviato il loro nobile, prode consolare Caio Popilio Lenate. Ora, qualsiasi altro paese avrebbe accordato al suo eroe un intero esercito, e invece il Senato e il Popolo di Roma hanno concesso a Caio Popilio Lenate soltanto dodici littori e due scrivani.

Poiché, tuttavia, si trattava di una missione all’estero, ai littori era stato concesso di indossare le tuniche rosse e di inserire le scuri nei fasci di verghe, per cui Caio Popilio Lenate non era del tutto indifeso. Si sono imbarcati su una piccola nave e hanno gettato l’ancora nel porto di Alessandria proprio mentre re Antioco IV risaliva il ramo canopico del Nilo, in direzione della grande città dove si erano rifugiati gli Egiziani.

Avvolto nella toga bordata di porpora e preceduto dai dodici littori in tunica cremisi, recanti le scuri nei fasci di verghe, Caio Popilio Lenate è uscito da Alessandria per la Porta del Sole e ha continuato a marciare verso oriente. Ora, non era più un giovanotto, così procedeva appoggiandosi a un lungo bastone, il passo placido al pari del volto. Dal momento che solo i prodi ed eroici e nobili Romani costruiscono strade degne di tal nome, ben presto Caio Popilio Lenate si è ritrovato a camminare nella polvere.

IL GIORNO DI ELEUSI - LENATE E ANTIOCO IV
Ma Caio Popilio Lenate si è forse lasciato scoraggiare? No! Ha continuato ad avanzare, fin quasi all’immenso ippodromo dove gli Alessandrini amavano assistere alle corse dei cavalli, si è imbattuto in una muraglia di soldati siriaci e ha dovuto fermarsi. Il re Antioco IV di Siria si è fatto avanti, incontro a Caio Popilio Lenate. «Roma non ha alcun diritto di mettere il naso in Egitto!» ha detto il re, con terribile, funesto cipiglio.
«Neppure la Siria ha diritto di mettere il naso in Egitto» ha ribattuto Caio Popilio Lenate, con un sorriso dolce e sereno.

«Tornatene a Roma» ha detto il re.
«Tornatene in Siria» ha detto Caio Popilio Lenate. Ma nessuno dei due si è mosso di un centimetro. «Stai recando offesa al Senato e al Popolo di Roma» ha aggiunto Caio Popilio Lenate, dopo aver fissato per un po’ il volto fiero del re. «Mi è stato ordinato di costringerti a far ritorno in Siria
Il re ha riso a crepapelle, e sembrava che non riuscisse più a smettere. «E come farai a costringermi a tornare in patria?» ha domandato. «Dov’è il tuo esercito?»

«Non mi serve un esercito, re Antioco IV» ha risposto Caio Popilio Lenate. «Tutto ciò che Roma è, è stata e sarà, ti sta di fronte in questo momento. Io sono Roma non meno del più grosso esercito di Roma. E nel nome di Roma, ti ripeto di bel nuovo: tornatene a casa!»
«No» ha detto re Antioco IV.
 Così, Caio Popilio Lenate ha fatto un passo avanti e, con gesti pacati, si è servito della punta del bastone per tracciare un cerchio nella polvere, tutt’attorno alla persona di re Antioco IV, che si è trovato all’interno del cerchio disegnato da Caio Popilio Lenate.

«Prima di uscire da questo cerchio, re Antioco IV, ti consiglio di ripensarci» ha detto Caio Popilio Lenate. «E quando ne uscirai… be’, volgiti verso oriente e tornatene in Siria.»
Il re non ha aperto bocca. Il re non si è mosso. Caio Popilio Lenate non ha aperto bocca. Caio Popilio Lenate non si è mosso.
Dato che Caio Popilio Lenate era un romano e non aveva bisogno di nascondere il viso, la sua espressione dolce e serena era in piena vista. Invece re Antioco IV aveva il viso nascosto dietro una barba finta, riccioluta e dura, e persino così non riusciva a celare il suo furore.

Il tempo passava. E poi, ancora all’interno del cerchio, il potente re di Siria si è girato sui talloni, verso oriente, ed è uscito dal circolo procedendo in direzione orientale ed è tornato in Siria assieme a tutti i suoi soldati. Ora, mentre puntava sull’Egitto, re Antioco IV aveva invaso e conquistato l’isola di Cipro, che apparteneva all’Egitto. L’Egitto aveva bisogno di Cipro, perché Cipro gli forniva il legname per le navi e le case, e grano e rame.

Così, dopo essersi congedato dagli Egiziani plaudenti ad Alessandria, Caio Popilio Lenate ha fatto vela per Cipro, dove ha trovato un esercito di occupazione siriaco.
«Tornatevene a casa» ha detto loro. E quelli se ne sono tornati a casa.
 Anche Caio Popilio Lenate se n’è tornato a casa, a Roma, dove ha riferito, con grande dolcezza e serenità e semplicità, che aveva rimandato a casa re Antioco IV di Siria e risparmiato all’Egitto e a Cipro un destino crudele.

Vorrei poter concludere il mio raccontino assicurandoti che i Tolomei e la loro sorella, Cleopatra II, d’allora in poi sono vissuti e hanno regnato felici e contenti, ma così non è stato. Hanno semplicemente continuato a bisticciare tra loro e ad assassinare alcuni parenti stretti e a mandare in rovina il paese.»



POLIBIO

Polibio scrive che Lenate, dopo aver tracciato la circonferenza, intimò al re di dargli il responso da riferire al Senato e che questi si arrese a fare “qualunque cosa i Romani avessero chiesto”. Solo dopo questo il nostro romano accettò di stringergli il braccio.



LIVIO

Per Livio Roma non mandò Lenate proprio solo soletto, bensì in compagnia di due senatori: fu una commissione d’inchiesta, che partì dall’Italia pressappoco quando vi tornò quella spedita in vista della battaglia di Pidna.

Che Caio Popilio sia andato come ambasciatore e quindi senza esercito in Egitto è attestato, che fosse convinto di far paura quanto un esercito non era nuovo all'epoca, visto la fama di Roma.
Anche la storia del cerchio nella sabbia è attestata. Diciamo che Lenate era un impavido, autorevole e convincente ambasciatore, ma Roma sapeva ben scegliere i suoi rappresentanti. .


BIBLIO

- Polybius - Histories - book XXVIII - Antiochus IV. Epiphanes -
- A. Bouché-Leclercq - Histoire des Séleucides - (2 voll.) - Ernest Leroux - Paris - 1913-1914 -
- Cicerone - Filippiche - VIII -
- Jona Lendering - Seleucid Kings -
- Jona Lendering - Stad in marmer. Gids voor het antieke Rome aan de hand van tijdgenoten (The Marble City. Literary - Guide of Ancient Rome) - La città di marmo. -
- Livio -  Ab Urbe condita libri - XLV 12 -






ARCUS NOVUS - ARCO DI DIOCLEZIANO


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RICOSTRUZIONE IPOTETICA

Arcus Novus (Diocletiani):

L'arco, dedicato a Diocleziano (244-313) per i decennalia (dieci anni di regno) e i ventennalia  (venti anni di regno) del 293, o per il trionfo celebrato a Roma insieme a Massimiano nel 303, è menzionato nel Catalogo Regionale della Regione VII e attribuito a Diocleziano nel Cronografo di 354 A.D. (p148).

L'Arcus Novus era un antico arco di Roma, situato sulla via Lata (attuale via del Corso), probabilmente eretto in onore degli imperatori Diocleziano (244 - 313) e Massimiano (250 - 313). Fu eretto nel 293 e demolito nel 1491 durante i lavori di ingrandimento dell'adiacente basilica di Santa Maria in Via Lata.
ad opera di Innocenzo VIII Cybo (1488-1492, il grande persecutore di streghe ed eretici), che fece rimuovere i resti dell'Arcus Novus eretto da Diocleziano e venne demolita la chiesa di San Ciriaco de Camilliano.

Trattavasi dell'arco di marmo, ornato di trofei, che cavalcava la via Lata, vicino all'angolo nord-orientale della chiesa attuale di S. Maria in Lata, e il nome «Arco Nuovo» deriva probabilmente dal voluto collegamento con il precedente arco di Claudio, che sorgeva poco distante sulla stessa via.

POSIZIONE DELL'ARCO SULL'ANTICA VIA LATA, OGGI VIA DEL CORSO

L'arco fu eretto nel 293 e dedicato a Diocleziano e Massimiano per i loro "decennalia", 
I decennalia erano una celebrazione di dieci anni di regno di un imperatore romano, festa nata durante il regno di Augusto. I vicennalia si celebravano invece dopo 20 anni di regno, come però capitò solo a pochi imperatori (tra cui Augusto, Tiberio, Traiano, Adriano, Antonino Pio, Marco Aurelio, Diocleziano, Costantino I, Costanzo II).

Non abbiamo disegni che forniscano indicazioni sulle caratteristiche dell'arco, sappiamo però che solitamente ma sicuramente gli archi avevano una sola fornice, con due pilastri e duna volta, il tutto più o meno lavorato, mentre il blocco superiore costituiva l’attico che che generalmente era sormontato da una statua equestre e non.

Poiché attraversava la Via Lata era sicuramente un arco bifronte ma, data l'edificazione serrata del luogo, doveva essere appoggiato alle costruzioni che costeggiavano la strada. In effetti in loco sono stati scoperti i resti di un edificio lungo oltre 100 metri, sicuramente un'horrea, sulla Via Lata (resti visitabili dalla Chiesa di Santa Maria in Via Lata), proprio dove si trovava l’arco.

ARA PIETATIS AUGUSTAE
Il nome dell'epoca, "Arco Nuovo", deriva probabilmente dal voluto collegamento con il precedente arco di Claudio, che sorgeva poco distante.

L'arco era decorato di rilievi reimpiegati da un grande altare di epoca claudia (10 a.c. - 54 d.c.).
Sembra chiaro agli studiosi che l'arco fu realizzato con materiali di spoglio provenienti da altri monumenti.

Da quando Roma non era più l’antica capitale, soppiantata ormai da Costantinopoli, non si trovavano più nell'Urbe competenze artistiche e artigianali capaci di realizzare opere come quelle del passato.
Gli artigiani e le maestranze migliori ormai si erano trasferiti a Costantinopoli nuova Capitale dell’Impero e Roma non era più ricca come una volta per cui si ricorreva alla spoliazione dei vecchi monumenti.


RESTI DEL TEMPIO DEL SOLE DI AURELIANO
Nell’Arcus Novus vennero reimpiegati pertanto materiali provenienti da due monumenti celebrativi della gens Giulio-Claudia e simili all’Ara Pacis Augustae: l'Ara Pietatis e l'Ara Gentis Juliae.

L'Ara Pietatis Augustae era un monumento simile all'Ara Pacis, a noi noto attraverso le monete. Sappiamo che fu votato dal Senato per suggerimento di Tiberio nel 22 d. c. per la salute di Livia e consacrato da Claudio nel 43 d.c.
L'Ara Gentis Juliae era un altare che si trovava sul Campidoglio a Roma, dove si davano i diplomi di benservito ai soldati, che avevano dato prove di un buon comportamento negli anni di servizio dovuti.

Probabilmente si era attinto in parte dalle due Are ma non solo, perchè due piedistalli di colonne decorati con Vittorie, barbari prigionieri e Dioscuri sarebbero provenienti dalla facciata del vicino tempio del Sole di Aureliano.


SACRIFICIO DEL TORO E TEMPIO DI MARTE ULTORE

I frammenti di un elevato vennero trovati a questo punto della via Lata nel XVI secolo, e nel 1523 passarono alla collezione Della Valle e quindi alla collezione Medici. L'arco era decorato di rilievi reimpiegati da un grande altare di epoca giulio-claudia (probabilmente l'ara Pietatis), mentre due piedistalli di colonne decorati con Vittorie, barbari prigionieri e i Dioscuri provenivano forse dalla facciata del vicino tempio del Sole di Aureliano.

I piedistalli dell'Arco furono utilizzati nel giardino di Boboli a Firenze, mentre gli altri frammenti furono  (di epoca antoniniana) furono riadoperati da Diocleziano e inseriti appunto nella facciata posteriore di Villa Medici a Roma. Altri frammenti dei rilievi dell'altare furono rinvenuti in scavi del 1923-1933 e sono attualmente conservati nella sede della Centrale Montemartini dei Musei Capitolini. 

L’arco viene ricordato nel Notitia Urbis Romae del IV secolo come Arco Nuovo e sembra che i monaci di S. Ciriaco vi appoggiarono una diaconia; nel 1037 veniva chiamato Arcus Maior ed era anche sostegno per l’abside e la sacrestia della Chiesa di Santa Maria In via Lata, edificata già nel X secolo sopra l’antico convento, che al tempo era orientata verso Sud.

L’arco nel 1280 era crollato in parte finchè nel 1491 il papa Innocenzo diede l’ordine di demolirlo per consentire la ricostruzione di Santa Maria in Via Lata che da semplice Diaconia veniva trasformata in luogo di culto.

THYCHE ED EROTE

Tiche era la divinità che garantiva la floridezza di una città e il suo destino. La sua equivalente romana è la Dea Fortuna.

Dal diario di Stefano Infessura:

1491, die 23 Augusti, coeptum fuit, Opus Sanctae Mariae in Via Lata, videlicet destruere eccllesiam et aliam novam aedificare cum demolitione arcus triumphalis, supra quem in aliqua parte erat aedificata.

- L’Infessura registra anche che, per il lavoro il vicecancelliere ottenne 400 ducati, il legato della curia 300 ducati e gli architetti 200 ducati oltre quanto avrebbero guadagnato con la vendita dei marmi e travertini che sarebbero stati recuperati"

PIEDISTALLI RAPPRESENTANTI LE VITTORIE E I DIOSCURI

Era buona usanza a Roma che i Papi distruggessero in modo mirato tutte le bellezze architettoniche dell'impero romano, cosicchè ciò che si recuperava dalle demolizioni veniva venduto, in particolare marmi e travertino che venivano riutilizzati nelle nuove costruzioni, cosicchè nacque un commercio non solo di pietre ma di manifatture antiche che diedero luogo a diverse collezioni. 

Molti dei frammenti dell’arco entrarono nella collezione dei Medici per ornare Villa Medici a Roma, ma quando il Cardinal Ferdinando de’ Medici tornò in Toscana per diventarne il Granduca, portò con sé alcuni dei pezzi più belli della sua collezione tra cui i due piedistalli che provenivano dall’Arcus Novus e che furono collocati nel Giardino di Boboli a Firenze.

DETTAGLIO DI UNO DEI PIEDISTALLI RAPPRESENTANTE
LA VITTORIA ALATA CON I TROFEI

Il Cardinale aveva acquistato anche i bassorilievi dell’Arco ma non poté portarli via perché erano stati usati per la controfacciata di Villa Medici dove si trovano ancora oggi. Ancora perfettamente conservati si ammirano due bassorilievi allegorici, che rappresentano l'uno la celebrazione dei Decennalia e una Tychai o personificazione di città inginocchiata e sormontata da un Erote, e l'altro che rappresenta l’uccisione di un Toro ed il Tempio di Marte Ultore. 

Questi erano i bassorilievi provenienti dall’Arcus Novus, in cui erano già stati riutilizzati come spolia provenienti dalla dall’Ara Pietatis Augustae, dedicata dal Senato a Livia nel 22 d.c. e che vennero ancora utilizzati come spolia dell'Arcus Novus.

LA SCRITTA VOTIS X ET XX INCISA DA VENERE GENITRICE
IN OCCASIONE DEI DECENNALIA E I VENTENNALIA

L'iscrizione ritrovata, che Venere incide per i ventennalia e i decennalia di Diocleziano  - VOTIS X ET XX (CIL VI.31383) - suggerisce che sull'arco di Costantino fosse stata posta un'iscrizione dell'arco di Diocleziano, se così è, probabilmente l'arco venne edificato nel 303-304 (BC 1895, 46, Jord II.102, 417, HJ 469, PBS III.271, Matz-Duhn, Antike Bildwerke 3525).


BIBLIO

- S.B.Platner e T.Ashby - A Topographical Dictionary of Ancient Rome - London - 1929 -
- L. Quilici, S. Quilici Gigli -  "Opere di assetto territoriale ed urbano" - L'Erma di Bretschneider - 1995 -
- Filippo Coarelli - Guida archeologica di Roma - Arnoldo Mondadori Editore - Verona - 1984 -
- Jona Lendering - Stad in marmer. Gids voor het antieke Rome aan de hand van tijdgenoten (The Marble City. Literary - Guide of Ancient Rome) - La città di marmo. -





TESORO DI SOVANA (Toscana)


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IL TESORO RITROVATO

Nel cuore del borgo antico di Sovana, durante i lavori di restauro condotti dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio delle province di Siena e Grosseto per il recupero strutturale della chiesa di San Mamiliano e la trasformazione della stessa in contenitore museale, è stata effettuata un’indagine archeologica che ha riservato grosse sorprese.

A Sovana e in Maremma circolava da circa mille anni la notizia di un tesoro da scoprire. Il tesoro c’era ma è stato cercato ovunque fuorché dove si trovava: nella chiesa, ora sconsacrata intitolata a San Mamiliano, patrono di Sovana.



SOVANA ROMANA

Già nel 2004, gli scavi archeologici avevano rivelato a Sovana un impianto termale di epoca romana, ma solo diverso tempo dopo si è rinvenuto all’interno dell’antica chiesa di San Mamiliano, posta sulla piazza principale di Sovana, uno straordinario tesoretto monetale tardo-antico. 

Si sono reperite infatti 498 monete d’oro zecchino inquadrabili nel V sec. d.c., una scoperta che ha spinto le Soprintendenze di settore e l’Amministrazione comunale a modificare l’originario progetto espositivo per la realizzazione del Museo etrusco. 

Si è infatti deciso di procedere alla musealizzazione della ex chiesa, lasciando in vista una parte importante dello scavo e l’esposizione di reperti archeologici riferibili alla fase romana della città, dedicando un ampio spazio espositivo al tesoretto monetale. In effetti il museo è già inaugurato e in funzione.

Sulle monete sono per la grande maggioranza rappresentati gli imperatori Leone I, Antemio e Valentiniano III. Esistono pero' diversi esemplari piuttosto rari, di Petronio Massimo, Maggioriano, Glicerio, Giulio Nepote, Pulcheria, Eudossia, e uno di Ariadne (!) (piu' alcune 'barbariche'). La zecca maggiormente rappresentata, di gran lunga, e' quella di Costantinopoli.
LEONE

Le monete, rimaste nascoste per 1500 anni, offrono uno spaccato eccezionale della circolazione monetaria dell’epoca ed un unicum di importanza straordinaria per la conoscenza di quel periodo, cioè dal 420 al 550 d.c..

Presso il Palazzo Bourbon del Monte, sede della prestigiosa Associazione culturale “I sogni in teatro” di Francesca Ventura, sono stati presentati, il catalogo del Museo “Il tesoro ritrovato. Sovana: La sezione archeologica nella chiesa di San Mamiliano” e a seguire il progetto “Sovana mobile”, progetto TECON@BC cofinanziato dalla Regione Toscana presentato da Piero Tiano direttore dell’ICVBC, in collaborazione con la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana e il Comune di Sorano. 

L’obiettivo è lo sviluppo di prodotti e tecnologie per la conservazione e la valorizzazione dei beni culturali, con finalità di promuovere e migliorare la fruizione del patrimonio culturale toscano, per una riqualificazione del territorio anche con l’ausilio della modellazione 3D di ambienti e strutture.

Rappresenta uno dei più importanti ritrovamenti, se non il più importante, del genere.
Si tratta di monete di grande valore storico e culturale che abbracciano gli ultimi periodi di vita dell’Impero romano di Occidente e i primi dell’Impero romano d’Oriente, collegati e riproposti anche grazie a questa straordinaria scoperta.

Il piccolo vaso contenente appunto 498 monete d’oro (inquadrabili cronologicamente tra l’inizio del V sec. con il regno di Onorio e gli ultimi decenni del secolo – regno di Zenone) è stato rinvenuto alla profondità di oltre due metri rispetto all’attuale pavimento. L’occultamento dell’oggetto deve essere avvenuto nell’ultimo quarto del V secolo, in un periodo di gravi difficoltà per la regione a seguito delle invasioni.
ZENO

Il “tesoro ritrovato” è costituito da solidi aurei. Il Solido era una moneta d’oro introdotta in sostituzione dell’aureo con la riforma monetaria di Costantino I nel 324, rimanendo in uso in tutto l’Impero Bizantino fino al X secolo. Il solido aveva un valore di 1/72 di libbra romana (4,5 grammi circa); il peso e la percentuale di oro nel solido rimasero abbastanza costanti in tutto il tempo nel quale vennero coniati. Come frazioni del solido vennero emessi il semiasse, con un valore di mezzo solido, ed il tremisse, che valeva la terza parte di un solido.

Caratteristica del solido era la legenda COMOB, abbreviazione del titolo Comes Sacrarum Largitionum (conte delle sacre elargizioni), autorità che controllava le finanze dell’impero a partire da Costantino, mentre OB (obryzum) era ad indicare la purezza dell’oro. I tipi di solido si mantennero abbastanza stabili: sul dritto era rappresentato il busto dell’imperatore, senza nessuna connotazione fisionomica, mentre al rovescio era riportata l’immagine della Vittoria con la croce e il globo crucigero, la personificazione di Costantinopoli, l’imperatore o gli imperatori stanti o in trono.

Per quanto riguarda le zecche spiccano Roma e Ravenna seguite da Milano, inoltre è presente con pochi esemplari una zecca gallica, quella di Arles nella Narbonense, poco documentata nella seconda metà del secolo al tempo di G. Nepote e Romolo Augusto.

Il ripostiglio di Sovana rappresenta un scoperta straordinaria sia per la quantità dei pezzi rinvenuti sia per il numero degli imperatori rappresentati.

La scoperta del tesoretto è importante dunque non solo per il valore numismatico del complesso, che si inserisce nella serie certamente non numerosa di ripostigli di monete d’oro del V secolo in Italia, ma anche perché costituisce finora l’unica testimonianza archeologica riferibile all’età tardo-antica, che possediamo per Sovana.

ONORIO

Le 498 monete di oro zecchino ritrovate nella ex chiesa di San Mamiliano a Sovana con il loro carico di curiosità, di storie e di leggende, sono tra l’altro le straordinarie protagoniste di un libro di Alfredo Scanzani dal titolo “L’Oro di Sovana”, recentemente pubblicato per i tipi della editrice Edizione Medicea Firenze. 

Il volume, realizzato con il sostegno della Banca di Credito Cooperativo di Pitigliano, non è solo il racconto del ritrovamento della olla contenente le monete d’oro zecchino, ma anche un singolare e affascinante viaggio fra storia, curiosità, alchimie, fiabe, leggende, proverbi e aforismi sugli strettissimi legami fra Sovana, gli etruschi e i romani.


BIBLIO

- Il polo museale di Sovana -- A. Cozza, A. Pasqui, R. Mengarelli - Carta archeologica d'Italia (1881-1897). Materiali per l'Etruria e la Sabina (Forma Italiae, II, 1) -




DEI INDIGETES


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I Di Indigetes, o Dei Indigetes, ovvero gli Dei Indigeni, erano le antichissime divinità del suolo italico, appartenenti alla religione e alla mitologia italico-romana primitive, non adottati mai da altre religioni.
Abbondanza, Giano e Quirino sarebbero state le divinità più importanti degli indigetes, ma non tutti sono d'accordo su questo parere.

Ci sono molte idee piuttosto ma errate sull'animismo:

- "Molti degli Dei Indigeni sono figure minori nate il più delle volte dalla personificazione di una qualità astratta e, poiché in lingua latina i nomi delle qualità e dei concetti astratti sono molto spesso femminili, il numero delle dee prevale su quello delle divinità maschili."

Commento:
Tutte le divinità nascono da un'idea astratta, come la guerra (Marte), o Temi (la giustizia) o Gesù Cristo (la salvazione degli uomini). Non si possono usare criteri diversi a secondo delle simpatie o antipatie verso date religioni. La ragione per cui la maggior parte erano femminili deriva dalla venerazione della Dea della Natura con i suoi aspetti femminili e maschili.

"La religione dei primi romani è infatti di tipo animistico, senza sacerdoti, una religione privata dove ognuno invoca un dio o un altro secondo i suoi bisogni."

Commento:
Tutte le religioni primitive sono animistiche ma non è vero che siano necessariamente private nè che non avessero sacerdoti. La tribù o il clan avevano i loro sacerdoti e i loro riti pubblici. Chi potrebbe credere che il colossale complesso di Stonenge (1500 a.c.) fosse espressione di un credo privato e senza sacerdoti?

"La mancanza per le divinità anche di una chiara definizione fisica, come avranno invece quelle del più tardo Pantheon dell'Impero Romano, potrebbe spiegare la loro sparizione a favore degli dei maggiori meglio conosciuti"


Commento

La definizione fisica delle divinità era una forma della spiritualità che non si basava sull'antropocentrismo, vale a dire che all'epoca gli esseri umani non credevano che ci fosse una divinità solo per loro che escludeva gli animali e il resto del mondo. L'antropocentrismo è la conseguenza della mente condizionata che ha relegato in secondo piano la natura e il mondo femminile.

DEA ABUNDANTIA
Riguardiamo poi alla distinzione tra gli Dei Indigetes e gli Dei Novensides, spesso intesa come vecchi Dei e Nuovi Dei. Gli autori non sono d'accordo sui significati perchè alcuni ritengono alcuni Dei Novensides addirittura più antichi degli Indigetes. Altri pensano che al contrario degli Indigetes, gli Novensides siano divinità importate dal suolo straniero.

C'è poi la tradizione degli Dei Consentes, anche qui le notizie sono abbastanza discordanti e spesso errate:

"Gli Dei Consenti erano un gruppo di dodici delle maggiori divinità della mitologia romana, elencate dal poeta Ennio nei suoi Annales, cioè Giove; Marte, Nettuno, Apollo, Mercurio, Vulcano, Giunone, Vesta, Minerva, Cerere, Venere e Diana.Probabilmente sono un'assimilazione degli Dei Consenti Etruschi, consiglieri del dio Tinia, spietati, senza nome e misteriosi, anch'essi in numero di dodici. Queste divinità avevano un loro corrispondente nella religione greca (gli Olimpi, o Dodekatheon)"

E' vero che i romani nominarono talvolta Consenti le loro 12 principali divinità, ed è vero che il nome è di derivazione etrusca, ovvero gli etruschi avevano i loro 12 Dei Consenti ma non avevano nulla a che fare con gli Dei sopra nominati. Essi avevano Dei corrispondenti a quelli romani: Tinia = Giove, Uni = Giunone, Menrva = Minerva, Turan = Venere, Mans = Marte e così via, ma questi non erano gli Dei Consentes perchè queste divinità non avevano nome o almeno non potevano essere nominate. Erano divinità segrete e misteriose di cui si ignoravano i nomi.

Si pensa che il culto di Diana non sia anteriore al sec. VI, data della nascita del sacrario di Diana sull'Aventino, e non c'è dubbio che fu edificato per far concorrenza come centro religioso del Lazio al sacrario nemorense. Ma non si può pensare che Diana non fosse tra i culti indigeni romani. Lo stesso nome derivante da Jana, o Giana (da cui Giano, Giunone, Iuno, Ianua, le ianare ecc.). Georg Wassowa, studioso della religione romana, classificò come indigens la Dea Vesta, anche questo poco accettabile, perchè sembra che la Dea derivi dalla Greca Estia.

GIANO
Anche in Grecia ci furono Dei nativi e nuovi Dei, gli Dei nativi vennero chiamati Titani e Titanidi o Titanesse, gli Dei più antichi (próteroi theoí), nati prima degli olimpi e generati da Urano (Cielo) e Gea (Terra).

Anche qui i Titani vengono considerati come le forze primordiali del cosmo, che imperversavano sul mondo prima dell'intervento regolatore e ordinatore degli Dei olimpici.

Essi furono:
Oceano, Ceo, Crio, Iperione, Giapeto, Crono;
e le sei Titanidi:
Teia o Tia, Rea, Temi, Mnemosine, Febe, Teti. 

Secondo la Teogonia di Esiodo ci furono poi Titani di seconda generazione:
Nereo, Taumante, Forco, Ceto, Euribia, Elio, Selene, Eos; Perse, Astreo, Pallante, Latona, Asteria, Perse, Ecate, Atlante, Menezio, Prometeo, Epimeteo.

In realtà i pareri sono discordi, ad esempio Nike era una titanide ma se ne parla, ne fu mantenuto il suo culto, come del resto rimase il culto di Ecate, di Elios e di Selene. La cosa più evidente è che ogni occupazione straniera, tranquilla o violenta, trapiantò nei paesi ospiti i suoi Dei che talvolta si affiancarono ai più antichi, talvolta invece li scacciarono.

Il popolo romano ebbe eccezionali qualità di accoglienza sia riguardo alle razze, sia riguardo alle religioni. Rispettò tutte le razze e tutte le religioni a patto che venissero rispettate le loro leggi e la loro religione. E' chiaro che quando gli Dei Olimpici vincono i Titani vi è un avvicendamento di divinità, è il popolo vincitore che afferma i suoi Dei mantenendone alcuni degli antichi, e così quando Saturno spodesta Urano e Giove spodesta Saturno.

SATURNO - POMPEI - I SECOLO D.C.
Secondo una descrizione di Ovidio (43 a.c. - 18 d.c.), la Dea Abbondanza è un'antica Dea che seguì Saturno quando questi fu cacciato da Giove dai cieli. Saturno corrispondente al Dio Cronos greco, apparterrebbe agli Dei Indigestes greci, cioè ai Titani, ma essendo molto arcaico si tratterebbe di una importazione ellenica molto remota.

Il Saturno romano ha però delle strane caratteristiche, a nostro avviso solo italiche:
- ha il capo coperto dal mantello invernale mentre impugna la falce
- ha la falce perchè è lui che ha svelato agli uomini l'arte dell'agricoltura;
- ma ciò appare piuttosto strano poiché le potenze agricole sono relative solo al numen di Tellus e a quello di Cerere.

La spiegazione c'è: Saturno è il figlio della Grande madre, la vegetazione annuale che appare e scompare ogni anno, quindi che nasce, che muore e che risuscita.

Nasce all'equinozio di primavera, muore all'equinozio di autunno e rinasce la primavera successiva. 

Il culto poi da agrario divenne astronomico, non si trattava più del figlio vegetazione e della Madre Natura ma del sole vittorioso, Sol Invictus, un culto orientale importato, che moriva all'equinozio di autunno  e rinasceva al solstizio d'inverno, quando il sole si leva di nuovo alto sempre più sull'orizzonte.

C'è però un'altra spiegazione sulle caratteristiche di questo Saturno: sul capo ha un velo a significare le sue origini nascoste, la sua falce indica la morte che falcia la vita delle piante, degli animali e degli uomini. Lui svela il mistero della morte, tanto è vero che secondo una leggenda prettamente romana Saturno è sepolto nel Lazio, ma la sua tomba nessuno sa ove sia, chi però riuscirà a trovarla scoprirà nella tomba un seme d'oro, e l'oro, si sa, è il simbolo della conoscenza imperitura, quella che non muore mai.

Ed ecco i nomi degli Dei Indigetes, che secondo alcuni sono 12, secondo altri sono 24, secondo altri molti di più. Secondo noi erano gli Dei dei pagus, quindi più o meno tanti quanti erano i pagus (pagi), cioè i villaggi italici:

A: 
Abeona - Abbondanza - Adeona - Aequitas - Aera Cura - Aeternitas - Africo - Agenoria - Aio Locuzio - Alemonia - Angerona - Angita - Angitia - Anna Perenna - Annona - Antevorta - Averna.

B: 
Bona Dea - Bonus Eventus - Bubona.

C: 
Camene - Candelifera - Cardea - Carmenta - Carna - Catillus - Cinxia - Clementia - Cloacina - Concordia - Conditor (aiutante di Cerere) - Consus - Convector (aiutante di Cerere) -  Copia - Corus - Cuba - Cunina - Cura.

D: 
Dea Dia - Devera - Deverra - Disciplina - Dius Fidus - Domiduca - Domiducus - Domitius - Duellona.

E: 
Edusa - Egeria - Egestes - Empanda - Endovelicus - Evandro.

F: 
Fabulinus - Facunditas - Fama - Faustitas - Febris - Felicitas - Ferentina - Feronia - Fides - Fons - Fornax - Fraus - Fulgora - Furrina.

G: 
Giana - Giano - Giove - Giunone - Giustizia.
 
H: 

Honos.
 
I: 

Imporcitor (aiutante di Cerere) - Insitor (aiutante di Cerere) - Invidia - Inuus - Juturna.
 
L: 

Lactans - Larenta - Lari - Laverna - Levana - Liberalitas - Libertas - Libitina - Lima - Lua - Lucina Lupercus.
 
M: 

Maia - Maiesta - Mani - Matronae - Meditrina - Mefitis - Mellona - Mena - MensMessor (aiutante di Cerere) - Moneta - Mucius - Murcia - Muta - Mutinus - Mutunus.
 
N: 

Naenia - Nascio - Nemestrinus - Nerio - Nixi - Nodutus - Nona - Novensilus - Nundina.

O: 

Obarator (aiutante di Cerere) - Occator (aiutante di Cerere) - Opi - Orbona.

P: 

Pale - Partula - Patalena - Paventia - Penati - Picumnus - Pietas - Pilumnus - Poena - Pomona - Porus  - Postvorta - Potina - Promitor (aiutante di Cerere) - Prorsa Postverta - Providentia - Pudicitia - Puta.

Q: 

Quirino - Quiritis.

R: 

Rederator - Reparator (aiutante di Cerere) - Robiga - Robigus - Roma - Rumina - Runcina - Rusina.

S: 

Saritor (aiutante di Cerere) - Securitas - Semonia - Sentia - Silvano - Soranus - Sors - Speranza - Spiniensis - Stata Mater - Statina - Statanus - Strenua - Suedela - Subruncinator (aiutante di Cerere)Summanus.

T: 

Tacita - Tellumo - Tellus - Tempestes - Termine - Tiberino - Tibertus.

U: 

Urano.

V: 

Vacuna - Vervactor (aiutante di Cerere) - Veritas - Verminus - Vertumno - Vica Pota - Viduus - - Virbius - Viriplaca - Virtus - Vitumnus - Volturno - Volumna.


BIBLIO

- George Dumezil - La religione romana arcaica - a cura di Furio Jesi - Rizzoli Editore - Milano - 1977 -
- K. Kerényi - La religione antica nelle sue linee fondamentali - Astrolabio - Roma - 1951 -
- Santiago Montero - Sabino Perea (a cura di) - Romana religio = Religio romanorum: diccionario bibliográfico de Religión Romana - Madrid - Servicio de publicaciones - Universidad Complutense -1999 -
-  Georg Wissowa - Religion und Kults der Römer. 2. Aufl., 1912 -



LUCUS FAGUTALIS


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FAGGETA

Nel culto dell'Antica Roma lucus e nemus indicano il Bosco Sacro, Lucus è è la radura (anche creata dall'uomo, ma seguendo un rituale rispettoso delle divinità del bosco, come spiega Catone) o perché in generale è la parte del bosco dedicata al culto. 

In epoca arcaica, anche i templi urbani potevano avere un proprio lucus, che poi con l'espansione degli edifici veniva gradualmente ridotto ad un piccolo gruppo di alberi ma riguardato con molta cura; erano invece più diffusi nei santuari rurali o suburbani. Oltre alle epigrafi dedicatorie, altre fonti per una storia dei boschi sacri a Roma sono quelle letterarie.

I maggiori, sia per estensione che per importanza, a Roma si trovavano sull'Esquilino (Facutalis, Larum Querquetulanum, Esquilinus, Poetelius, Mephitis, Junonis Lucinae, Libitinae) e, secondo quanto riporta Varrone, erano visitati durante la processione che si svolgeva nella festività degli Argei, l'11 gennaio, quando si visitavano 27 sacrari posti attorno alla città offrendo sacrifici. 



Lucus Fagutalis - Bosco di faggi -

Dopo l’ultima glaciazione (circa 10.000 anni fa) le condizioni idonee alla faggeta risalirono dalle basse zone di rifugio dove erano scese nel periodo freddo, verso le quote attuali. Pertanto il faggio si adattò molto bene nella sede romana, ed esattamente sul colle Esquilino, dove prosperava un'ampia faggeta, e sembra si tratti del più vasto lucus, o bosco sacro, romano.

Il Lucus era detto Facutalis o Fagutalis, nome dato evidentemente dall'abbondanza di faggi, che ospitava un santuario a Giove, detto appunto Giove Fagutale. Anche per Varrone, il termine latino fagutal deriva dal fagus ("faggio"), alberi frequenti in questa parte dell'Esquilino e alcuni studiosi hanno ipotizzato che si trattasse di una divinità profetica, come lo Zeus di Dodona, dove le profezie erano ricavate dallo stormire del vento tra le foglie della quercia sacra.

Varrone cita il lucus Fagutalis come parte dell'Oppius, e in effetti era posto nella parte dell'Oppio che guarda il Celio. Il tempio dedicato a Giove era detto "Sacellum Iovis Fagutalis" e la via che ad esso conduceva era chiamato Vicus Iovis Fagutalis.

FAGGETA
Varrone: "Fagutal a Fago unde etiam quod ibi Sacellum Jovis Fagutalis"
Festo: "Fagutal Sacellum Jovis in quo fuit Fagus arbor quce Jovis sacra habebatur" (da notare che Festo lo colloca fra i luoghi nei quali si celebravano i sacrifici nella solennità del Settimonzio).
Plinio: "Fagutali Jovi etiam mine ubi Incus fageus fuit" (che lo riferisce ancora esistente ai suoi tempi).

Solino: "Tarquinius Superbus et ipse Esquiliis supra Clivum Pullium ad Fagutalem lucum" il Clivo che dalla nuova Suburra porta a S Pietro in Vincula. Infatti Solino riferisce che la casa di Tarquinio il Superbo sorgeva presso il lucus Fagutalis, situato, a sua volta, vicino al clivus Pullius. Da quest'ultimo nome deriva quello di una chiesa medievale, s. Griovanai in Grapullo, che sorgeva nei pressi della basilica di s. Pietro in Vincoli, ove erano locati sia il clivus Pullius che il locus Fagutalis che gli era attiguo.

VIA IN SELCI CON I RESTI ROMANI - INCISIONE DEL '700

VIA IN SELCI

Il bosco era situato nella parte meridionale del Colle Oppio, tra l'odierna via Cavour e l'odierna piazza di S. Pietro in Vincoli (Santus Petrus in Vincula), per altri si trovava nell'odierna via di Santa Lucia in Selci, così chiamata per i "silices" (roccia di silice o selce) di lastricato romano ritrovati durante un restauro in questa zona intorno all'anno Mille, sicuramente da riferire all'antichissimo "clivus Suburanus", che nella parte iniziale ricalcava esattamente via in Selci.

Al civico 94 della via in Selci si trova la Casa dell'ex Monastero delle Paolotte, un edificio settecentesco delle suore di S.Francesco da Paola. Nel 1744, durante i lavori di edificazione, fu ritrovato un complesso di antichi oggetti in oro, argento e marmo che facevano parte di un corredo nuziale di "Secundus e Proiecta", della celebre famiglia degli Aproniani, della fine del IV secolo. 

Il prezioso materiale fu subito alienato dalle monache e andò disperso. L'edificio, espropriato dallo Stato Italiano dopo il 1870, fu completamente trasformato all'interno ed attualmente è sede di un Comando dell'Arma dei Carabinieri. Il che dimostra quanto sempre poco fu a cuore l'arte romana per i nostri governanti.



GIOVE FAGUTALE

Tenendo presente che i faggi sul colle romano, specie nell'antica Roma dove il clima era un po' più caldo di oggi, erano sempreverdi, ovvero cambiavano leggermente di colore, dal giallo al rossastro, ma non cadevano, il bosco doveva assumere un significato di immortalità, mentre il Giove della quercia aveva un significato di forza perchè nessun vento lo può abbattere e nemmeno un incendio, dato che le sue radici raggiungono una grande profondità. 

Fin dall'antichità romana, la cima del Fagutale è sempre stata teatro di eventi di grande fermento popolare e religioso; negli strati del suo sottosuolo si sono infatti succeduti nel tempo: un luogo di culto a Diana, la domus di Tarquinio il Superbo, gli Orti di Mecenate e le Terme di Tito, senza considerare la presenza, nelle immediate vicinanze, della Domus Aurea di Nerone e del Colosseo.

Macrobio riferisce che esso era considerato uno degli arbores felices, cioè che fa bene, sia perchè è beneaugurale, sia perchè fa bene al luogo dove cresce e agli uomini che lo frequentano.

«Quel che è sicuro è che si distinguevano le zone con l’indicazione del tipo di bosco: lo dimostrano il tempio di Giove Fagutale, che esiste ancor oggi e sorge dove c’era un bosco di faggi, la porta Quercetulana, il nome del colle su cui si andava a raccogliere vimini e i nomi di tanto boschi sacri, in certi casi due per medesimo luogo Il dittatore Quinto Ortensio, quando la plebe si ritirò sul Gianicolo, presentò nell’Esculeto una legge in base alla quale tutti i Quiriti erano vincolati alle decisione di quella».

(Plinio il Vecchio Nat. Hist. XVI 37)


« Lucus Facutalis o Fagutalis, evidentemente con abbondanza di faggi, che ospitava un santuario a Giove, detto Giove Fagutale. Giorgio Stara-Tedde suggerisce che si trattasse di una divinità profetica, come lo Zeus di Dodona, al cui santuario le profezie erano ricavate dallo stormire del vento tra le foglie della quercia sacra, o la divinità latina Fauno, che era una divinità dei boschi. Oggi nelle vicinanze del sito del bosco sorge la basilica di S. Pietro in Vincoli ».

(Rodolfo Lanciani)


BIBLIO

- Giuseppe Ragone - Dentro l'àlsos. Economia e tutela del bosco sacro nell'Antichità Classica in Il sistema uomo-ambiente tra passato e presente - Bari - 1998 -
- Julien Ries - Saggio di definizione del sacro - in Grande dizionario delle Religioni (a cura di Paul Poupard) - Assisi - Cittadella-Piemme -
- AA.VV. - Les bois sacrés - Actes du Colloque International, du Centre J. Bérard - Napoli - 1993 -
- Plinio il Vecchio - Naturalis Historia - XVI 37 -



MAUSOLEO DI VIRGILIO


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PARCO E TOMBA DI VIRGILIO
Nel piccolo parco sito alle spalle della chiesa di Santa Maria di Piedigrotta, nei pressi della stazione ferroviaria di Mergellina, sulle pendici orientali del promontorio di Posillipo, sembra si trovi la preziosa tomba-mausoleo di Virgilio Marone (Andes, 70 a.c. - Brindisi, 19 a.c.), il grande autore dell'Eneide.

Posillipo viene dal nome greco Pausilypon (“pausa della tristezza”) dato alla splendida villa romana che sorgeva sulla collina, villa Patulco, dal nome della divinità venerata in zona, che avrebbe appartenuto al grande Virgilio, ma tutta l’area a giardino, che ospita monumenti rilevanti per la storia dell’area partenopea, ha un aspetto magico e sognante.

Publio Virgilio Marone asserì aver qui composto le sue opere Bucoliche, Georgiche e parte dell’Eneide. Morto a Brindisi, dopo un viaggio dalla Grecia, nel 19 a.c., lasciò per testamento di essere sepolto in detta zona, ovvero nel mausoleo a colombario di età augustea.

All’entrata del parco un'edicola del 1668, posta dal viceré Pietro d’Aragona, ricorda la presenza della tomba virgiliana e in una grande nicchia sulla parete, si trova un busto di Virgilio su colonnina, omaggio nel 1931 degli studenti dell’Accademia dell’Ohio. Poi salendo si giunge all’ingresso orientale della Crypta Neapolitana, una delle più antiche gallerie del mondo, scavata in età augustea come collegamento tra Napoli e i Campi Flegrei.

PARCO VIRGILIANO E CRYPTA NEAPOLITANA
Circa un secolo dopo la morte di Virgilio, il luogo divenne sacro e meta del turismo colto, come Stazio, Plinio il Giovane e Silio Italico, il quale si recava al sepolcro virgiliano, per ricordare il 15 ottobre l’anniversario della nascita del poeta. 

Secondo Elio Donato (secolo IV d.c.), biografo di Virgilio, il poeta fu sepolto al II miglio della via Puteolana, un’ubicazione che sarebbe per alcuni l’area attigua alla strada romana che attraversava la grotta in direzione di Pozzuoli, per altri si riferirebbe a luoghi più lontani, fino alle falde del Vesuvio. 

Però la tradizione popolare giura che in questo mausoleo venne sepolto Virgilio, assurto a divino protettore di Napoli e magico creatore della Crypta. Il mausoleo, edificato in opus reticulatum a colombario con tamburo cilindrico su un basamento quadrangolare, ha la cella funeraria a pianta quadrata con volta a botte, illuminata da feritoie e dotata di dieci nicchie per ospitare le urne cinerarie. 

L'EPIGRAFE VERGILIANA
Nota anche come “Grotta vecchia di Pozzuoli”, questa galleria fu costruita in età augustea dal liberto Lucius Cocceius Aucto, architetto di Agrippa ed ammiraglio di Ottaviano. Menzionata nella Tabula Peutingeriana e ricordata oltre che da Strabone anche da Donato, Seneca, Petronio ed Eusebio, risulta scavato interamente nel tufo per m 705, larga m 4,50 e alta m 5,00, rischiarata e ventilata da due pozzi di luce obliqui.

Qui fu rinvenuto però un bassorilievo marmoreo di Mitra di fine III - inizio IV secolo d.c., ora conservato nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli, il che ha fatto ipotizzare un luogo di culto mitriaco, non a caso usato in luoghi sotterranei. 

Ma la tradizione è importante e il poeta Silio Italico, Console di Roma nel 68 d.c., ne acquisì la proprietà: ”Egli ogni giorno visitava il sepolcro di Marone, adorando le fredde di lui ceneri come fatto avrebbe di un Nume”, come testimoniò Marziale: “Silius haec magni celebrat monumenta Maronis”.

L'INTERNO DEL MAUSOLEO
Papirio Stazio, poeta amico di Domiziano “solea sedere sopra i gradini del monumento, e godea di accompagnare con la lira i versi che i mani del suo eccelso maestro avevano saputo ispirargli”. L'urna marmorea con le ceneri di Virgilio, secondo vari storici, fu fatta trasferire, su ordine di re Roberto d’Angiò, presso il Castel dell’Ovo nel XIV secolo, al fine di metterla in sicurezza dal passaggio dei diversi visitatori e viandanti.

La tomba era posizionata lungo la via Puteolana, strada extra-urbana in direzione di Pozzuoli, ove erano solite le costruzioni funerarie e i templi dedicati al Dio del sole, Mitra.

Vi fu testimonianza di lapide in cui si riscontra la proprietà del sepolcro ceduta dai Canonici Regolari Lateranensi al sig. Giuseppe Vitale nel 1643:

Maronis Urnam, cum adiacenti monticulo extensaque ad cripta planitie modiorum trium cum dimidio circuite, Urbano VIII annuente ac Reverendissimo D.Gregorio Peccerillo, Vicario Neapolitano una cum admodum Reverendo D.Io.Vincentio Iovene, Canonico Cimiliarca Neapolitanae Archiepiscopalis, delegatis exequntoribus, anno addicto censu duc. 52, Domino Iosepho Vitale, eiusque in aevum successoribus Canonici Regulares Lateranenses concessere anno salutis 1643
(Storia Patria, p.723).

IL BUSTO DI VIRGILIO
Sulla lapide, scritta per mano di Virgilio si leggeva:
MANTUA ME GENUIT, CALABRI RAPUERE,
TENET NUC PARTHENOPE,
CECINI PASCUA, RURA, DUCES

“Mantova mi generò, in Calabria venni rapito, Ora mi tiene Partenope; cantai pascoli, campi e condottieri.”

Ma Virgilio non venne ritenuto solo un grande poeta, ma pure un grande mago, tanto più che era iniziato al “neopitagorismo”, corrente filosofica e magica-religiosa diffusa in Magna Grecia ed a Napoli.
Si credeva così che la Crypta Neapolitana fosse stata costruita da Virgilio per agevolare i viandanti diretti o provenienti da Pozzuoli, congegnando il tunnel in modo da essere illuminato dalla luce del sole. 

LA CRYPTA  ADIACENTE AL MAUSOLEO
Ma non solo, perchè gli si attribuì pure di “aver dissipata l’aria malsana de’ dintorni di Napoli; e l’aver per incanto distrutte le cicale e le sanguisughe nelle acque” rendendo salubri i bagni delle acque flegree dalle virtù terapeutiche, donate poi dallo stesso ai poveri della città di Napoli.

Secondo la leggenda un libro di magia, conservato nella sua tomba e tanto ricercato dai negromanti, finì per essere rinvenuto e “studiato nell’opera di Chironte e divenuto esperto in magia” (S. Volpicella).


BIBLIO

- Carlo Villa - Le strade consolari di Roma: storia, itinerari, vicende secolari degli indistruttibili monumenti della potenza di Roma - Roma - Newton & Compton - 1995 -
- Gian Biagio Conte - Virgilio: il genere e i suoi confini, Garzanti - Milano - 1984 -
- Achille della Ragione - Posillipo e Mergellina tra arte e storia - Napoli - 2017 -






GENS ROSCIA


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CONIO DELLA GENS ROSCIA RAFFIGURANTE GIUNONE CAPROTINA
Non sappiamo molto della gens Roscia se non che il suo nome doveva risalire alla colorazione dei capelli di alcuni suoi capostipiti, naturalmente rossi. Doveva essere però una gens di una qualche importanza, visto che le venne concessa la coniazione di una moneta d'argento, dedicata a Lucio Roscio Fabato, pretore e comandante della X legione sotto Giulio Cesare in Gallia, tant'è che questa moneta fu definita Moneta Roscia.

Si trova spesso Giunone sulle monete del denaro dei repubblicani le cui radici familiari sono nel Lanuvium, come L. Roscius Fabatus e davanti a lui Lucio Thorius Balbus, Lucio Procilio e Lucio Papio.

Secondo alcuni storici il nome di Castello di Rosceto, Todi (PG) deriverebbe dalla Gens Roscia,  anche se sul luogo non sono state trovate almeno a tutt'oggi tracce che testimonino la loro presenza.
 

- Lucio Roscio - 

(Lucius Roscius) è il più antico componente della gens Roscia che risulta nominato. Questi fu uno dei quattro romani inviati a Fidenae dopo la rivolta contro il dominio romano e l'alleanza con la città etrusca di Veii. Lui e gli altri emissari romani furono assassinati per ordine del re di Veii, Lars Tolumnius, (morto nel 437 ac).
 

- Lucio Roscio Fabato -

Il nome latino di Lucio Roscio Fabato, cioè Lucius Roscius Fabatus, come già detto, comparve effigiato sulla moneta d'argento del 64 o del 58 d.c. con la scritta L. Rosci da un lato e Fabati dall'altro.
Trattasi di un denario di argento, frangiato, di circa 4 g che presenta su un lato l'immagine di Iuno Sospita (Giunone soccorritrice) con la testa ricoperta di una pelle di capra con dietro una minuscola casetta forse simbolo del mundus, o entrata agli Dei Mani, oppure, come sembra più probabile un piccolo santuario.

Sotto c’è la scritta L. Rosci (” di Lucio Roscio”). Sul retroverso è raffigurata una giovinetta che estrae del cibo da una sacca (secondo alcuni sarebbero dei pesci) per darlo a un serpente sacro e sotto vi è scritto Fabati (di Fabato).

Ora la pelle di capra che avvolge il capo di Giunone allude all'antica Dea Capra (a Roma c'è un monte Caprino a lei dedicato ove evidentemente sorgeva un suo santuario, e non certo perchè nel centro di Roma ci pascolassero le capre come qualcuno ha suggerito), una Dea lussuriosa, fertile e donativa di latte, che venne poi assimilata a Giunone con quest'immagine.

Non si sa bene se Lucio fosse pretore, o questore, o legato di Giulio Cesare nel corso della conquista della Gallia, ma si sa che fu comandante della X legione sotto Giulio Cesare in Gallia dal 54 a.c., e la X non era una legione qualsiasi, perchè era la più gloriosa e fidata del generale romano e di certo Cesare l'avrebbe fatta guidare solo al più valoroso e affidabile dei suoi comandanti.

LA MONETA IN ALTRO CONIO
Si sa poi che fu  Praefectus monetalis nel 64 o nel 58 a.c. e che a lui si debba, forse nel 59 a.c., la proposta della lex Manilia Roscia Peducaea Alliena Fabia, probabilmente una norma attuativa della Lex Iulia agraria campana del 59 a.c., voluta da Cesare, che istituiva un collegio di venti persone per dare esecuzione alle norme di questa legge.

Trattavasi di una legge molto importante e pericolosa, visto che sei dei suoi propositori vennero nel tempo assassinati per impedirne la prosecuzione, ma che invece si occupava della tutela delle assegnazioni nelle colonie e nei municipi, in una prospettiva di salvaguardia dell’ordine pubblico.

Dopo la seconda spedizione in Britannia, Cesare inviò Lucio Roscio a svernare nel territorio degli Esuvi (un popolo celtico della Gallia) con la XIII legione. Nel 49 a.c., egli viene menzionato dalle fonti con la carica di pretore, per cui divenne l'autore della legge che concedeva la cittadinanza romana ai Transpadani.

La Lex Roscia, presentata per conto di Giulio Cesare, concedeva il Plenum ius ai cittadini della provincia della Gallia Cisalpina. Questi con la Lex Pompeia de Transpadanis avevano ricevuto nell'89 a.c. la cittadinanza latina, mentre la legge del 49 a.c. concedeva la piena cittadinanza romana.


Giulio Cesare cercava così di garantirsi l'appoggio della popolazione della Transpadana, che aspiravano da tempo al Plenum ius, proprio allo scoppio della Guerra Civile contro Pompeo Magno. La famosa Legio X era stata del resto in gran parte reclutata nella Cisalpina. Altra conseguenza della Lex Roscia fu la trasformazione delle città da colonie latine a municipia romani, un notevole impulso all'urbanizzazione.

Inoltre cercò in ogni modo di scongiurare la guerra civile tra Cesare e Pompeo però, una volta iniziata la guerra, Lucio Roscio si schierò con Cesare. Nel 43 a.c. morì nella battaglia di Modena, alla dovette partecipare nelle file dell'esercito senatorio contro Marco Antonio.



LA CERIMONIA LANUVIANA

La Moneta Roscia, così detta perchè dedicata ad un membro della gens Roscia, fa riferimento ad una sacra cerimonia latina che si teneva a Lanuvium (donde si pensa fosse originaria la Gens Roscia) in onore di Juno Sospita. Si dice che la cerimonia consistesse in un rito nel quale una vergine scendeva in una grotta nella quale vi era un serpente e dove la vergine doveva dare del cibo al serpente stesso: se la fanciulla era casta sarebbe tornata sana altrimenti non sarebbe più uscita viva.

La realtà però era altra, il serpente era il simbolo della Madre Terra e tutte le Pitie o Pitonesse ne allevavano nei templi della Grande Madre Tellus. Nessuna sacerdotessa venne mai morsa, per il semplice fatto che un serpente, come un cane o un gatto, si affeziona a chi lo nutre e mai gli farebbe del male. Anzi i serpenti amano essere accarezzati e coccolati come qualsiasi creatura.


- Quinto Roscio Gallo -

(lat. Q. Roscius Gallus). Attore latino (m. prima del 62 a. C.), schiavo di origine, uomo di grande cultura, nativo dell'agro Solonio presso Lanuvio. Liberato da Silla, divenne uno dei più bravi attori romani, tanto che il suo nome divenne tipico per l'artista di scena. Introdusse l'uso della maschera in scena; tenne anche scuola di recitazione e compose un libro su quest'arte, forse il primo manuale di recitazione.
Contribuì al successo delle commedie di T. Quinzio Atta.  in contatto con gli uomini più in vista della Roma antica. Fu difeso da Cicerone, del quale era stato maestro per l'arte del porgere, nella causa di risarcimento di danni contro Fannio Cherea con l'orazione Pro Roscio comoedo (del 77 o del 66 a.c.).  Alla carriera da attore affiancò quella da equestre, titolo insignitogli da Silla.


IL GIOVANE CICERONE
- Sesto Roscio Amerino (il giovane) -

(lat. Sextus Roscius Amerinus). - Cittadino di Ameria (Amelia), difeso da Cicerone (80 a.c.) in un processo intentatogli da Crisogono, liberto di Silla, con l'accusa di avere ucciso il padre (i beni del quale lo stesso Crisogono aveva carpito mediante la proscrizione). 

L'orazione in sua difesa, Pro Sexto Roscio Amerino, è la seconda in ordine cronologico, tra quelle di Cicerone, ed è una delle più perfette, ma presentò qualche rischio per Cicerone, poichè egli accusò Lucius Cornelius Chrysogonus, un liberto di Silla (Sulla), poi dittatore di Roma, per corruzione e coinvolgimento nel crimine.

Crisogono aveva comprato la proprietà del proscritto Sextus Roscius Amerinus, del valore di 250 talenti (ogni talento corrispondeva a 100 libbre d'oro), per 2.000 denari (un denaro equivaleva a 1/72 di una libbra romana, d'argento. Alla fine, Sesto il giovane fu assolto dalle accuse di omicidio, ma non potè riappropriarsi della sua terra.


Lucio Roscio Ottone -

di origine plebea, ottenne la carica di tribuno della plebe e fece la legge sui teatri, "Discrimina ordinum: The Lex Julia Theatralis" una legge del 67 a.c. che riservava 14 file di buoni posti nel teatro per membri dell'ordine equestre. Gli equites o "cavalieri" che avevano questo privilegio non erano tutti quelli che soddisfacevano i requisiti di proprietà sotto il censimento per l'ammissione all'ordine, ma piuttosto quelli che avevano il diritto del "cavallo pubblico", un gruppo più piccolo e più elitario. Il poeta latino Orazio si riferisce ad esso satiricamente nelle sue epistole e si chiede se il melior est sia un puerorum nenia (è molto meglio della filastrocca per bambini).


- Marco Roscio Coelio -

Marcus Roscius Coelius (o Caelius) fu un ufficiale militare del I sec. d.c.. Fu un legato della XX Valeria Vitrix stazionata in Britannia nel in 68. Egli era in conflitto con il governatore provinciale, Marco Trebellius Maximus, e colse l'occasione durante il tumulto dell'anno di quattro imperatori per fomentare l'ammutinamento contro di lui.

Trebellius perse ogni autorità con l'esercito, che si schierò con Coelius, e fuggì per farsi proteggere da Vitellius in Germania. Celio con i suoi regnò brevemente nella provincia fino a quando Vitellio, ora imperatore, inviò Marco Vettio Bolano come il nuovo governatore alla fine del 69. L'anno della guerra civile finì quando Vespasiano divenne imperatore.

Nel 71 questi ricordò il comportamento infido Coelius che gli era stato reso noto, e lo sostituì nel comando della XX Valeria Victrix con Gneo Giulio Giulio Agricola.


BIBLIO

- Andrea Frediani, Sara Prossomariti - Le Grandi Famiglie di Roma Antica - Roma - Newton Compton Editori - 2014 -
- Edward Gibbon Nomina Gentesque Antiquae Italiae (1763-1764) -
- Mario Enzo Migliori - L’Origo Gentis Romanae. Ianiculum e Saturnia - 2015 -
- Appiano - Historia Romana -



 

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