ARIMINUM - RIMINI (Emilia Romagna)





La storia di Rimini iniziò nel 286 a.c. esattamente alle foci dell’attuale fiume Marecchia, allora chiamato Ariminus, quando i Romani fondarono una Colonia di Diritto Latino, che prese il nome dal fiume Ariminum. La zona era stata già abitata da Etruschi, Umbri, Greci, Piceni, Sanniti e Galli, pertanto pronta ad evolversi attraverso la più ricca ed evoluta civiltà romana.
Il titolo di Colonia Latina conferiva ad Ariminum prestigio ed autonomia data la sua posizione geografica, strategicamente importante come presidio della pianura padana per controllare una eventuale avanzata dei Galli insediati a Nord della città.
Infatti Ariminum divenne punto nevralgico del sistema viario romano in quanto vi convergevano la via Flaminia, proveniente da Roma, la via Emilia, che partendo da Rimini giungeva a Piacenza e la via Popilia-Annia che conduceva a Ravenna ed Aquileia. Inoltre il porto, collocato alla foce del fiume, contribuì con gli scambi commerciali allo sviluppo dell’economia cittadina.

Al termine dell’età repubblicana, Arinum, per la sua fedeltà a Roma, ricevette la cittadinanza romana ed il rango di Primo Municipio Cispadano. Ma Rimini conserva un punto importante della storia, quando Cesare, nel 49 a.c. passò il Rubicone pronunciando la celebre frase “alea iacta est” (il dado è tratto) dando inizio alla guerra civile contro Pompeo. Esiste in loco infatti un'epigrafe che lo ricorda.

Sotto Augusto, Tiberio e poi Adriano Rimini prosperò e venne arricchita di importanti monumenti quali il teatro, l’anfiteatro, l’arco d’Augusto, il ponte di Tiberio oltre a diverse domus tra cui la celebre la domus del chirurgo, che ci anche reso edotti della ricca strumentazione chirurgica della quale si servivano i medici romani.

PONTE DI TIBERIO

PONTE DI TIBERIO

In pietra d'Istria, si sviluppa per una lunghezza di oltre 70 m su 5 arcate che poggiano su massicci piloni. Il ponte, che rappresenta il punto di partenza della via Emilia e della via Popilia, si impone per il progetto ingegneristico e per il disegno architettonico che coniugano funzione utilitaria, armonia delle forme ed esaltazione degli Imperatori.

L'ANFITEATRO

ANFITEATRO ROMANO

Secondo alcuni fu eretto da Augusto, con cavea autoportante, sostenuto da murature in malta con laterizi a vista. I corridoi di accesso erano coperti da volte a botte e portavano alle scale che a loro volta davano sulle gradinate. Delle strutture scenografiche restano solo un fusto di colonna e poche decorazioni marmoree.

Secondo altri invece venne eretto sotto Adriano nel II secolo d.c., come attesta il ritrovamento  di una moneta con l'effige dell'imperatore, rivenne alla luce in seguito agli scavi del 1843-44 a cui seguirono quelli più importanti del 1926 e del 1935. Come sempre di forma ellittica, aveva l'asse maggiore nord-est - sud-ovest. L'arena dove avevano luogo i giochi misurava 76,40 x 47,40 metri, come sempre di forma ellittica, con asse maggiore nord-est - sud-ovest e venne utilizzato essenzialmente per spettacoli gladiatori. Come da tradizione fu costruito alla periferia della città, favorendo così le visite dai paesi vicini che non dovevano invadere il centro cittadino. Era composto di 60 fornici (accessi arcuati a volta).

Nei quattro ordini di anelli concentrici ed ellittici, potevano prendere posto circa 10.000 spettatori, secondo altri 12.000, che entravano e uscivano da due ingressi principali posti in corrispondenza del giro più stretto dell'ellissi e venivano smistati in una serie di corridoi e scale che permettevano di raggiungere e lasciare le gradinate.

La sua funzione di combattimenti gladiatori non durò a lungo, perchè già nel tardo impero venne incorporato nelle mura e adattato a forte per resistere alle invasioni barbariche. La facciata esterna che fronteggiava il mare ebbe chiuse le arcate per un fronte di ben 63 metri. Del resto gli spettacoli in genere vennero colpiti dall'austerità dell'avanzante cristianesimo che demolì usanze e monumenti instaurando un clima depressivo in cui i barbari ebbero buon gioco.

Successivamente l'anfiteatro venne trasformato in lazzaretto e in epoca medievale era già ridotto a un immane cumulo di rovine, nonchè "cava" di pietre e laterizi ben squadrati, ottimi per la costruzione di nuovi edifici e per la cancellazione dei vecchi.
Documenti inediti del 1763, custoditi nell'Archivio Storico Comunale di Rimini, parlano di scavi condotti da un muratore, Stefano Innocenti, spinto dallo speziale Angelo Cavaglieri, che chiese "di poter aprire un muro della Città sotto la Clausura de' Padri Cappuccini". In settembre iniziarono gli scavi, in dicembre le lamentele per il materiale di risulta e dei frati Cappuccini già premevano per chiudere i lavori. Lo speziale chiese sei mesi di proroga perché la ricerca "non tende ad altro che a liberare la Città da un'impostura, che corre su questo Anfiteatro". Qual'era l'impostura che correva sull'anfiteatro? Era il fatto che fosse stato costruito dai romani, popolo di impostori che credevano ai falsi Dei.
Nel 1843, per opera dello storico della città Luigi Tonini i resti della costruzione furono nuovamente riportati parzialmente alla luce. Cento anni dopo, durante la II guerra mondiale Rimini subì pesanti bombardamenti per cui l'area dell'anfiteatro fu destinata a deposito di macerie e su gran parte di essa sorse il CEIS (Centro Educativo Italo Svizzero).

L'ARCO DI AUGUSTO

ARCO D'AUGUSTO

L’Arco di Augusto eretto dal Senato romano nel 27 a.c., come porta urbica alla confluenza della via Flaminia nel decumanus maximus, onora la figura e la politica di Ottaviano, ad iniziare dall'iscrizione che lo celebra per il restauro della via Flaminia. 

COME DOVEVA APPARIRE
L'Arco fu consacrato all'imperatore Augusto dal Senato romano nel 27 a.c. ed è il più antico arco romano rimasto nel suolo italico. Segnava la fine della via Flaminia che collegava la città romagnola alla capitale dell'impero, confluendo poi nell'odierno corso d'Augusto, il decumano massimo, che portava all'imbocco di un'altra via, la via Emilia.

Al fornice centrale, di particolare ampiezza, si affiancano due semicolonne con fusti scanalati e capitelli corinzi. I quattro clipei posti a ridosso dei capitelli rappresentano le divinità romane. Verso Roma, Giove ed Apollo; rivolte verso l'interno della città troviamo Nettuno e la Dea Roma.  

Secondo alcuni la sua funzione principale fu quella di sostenere la grandiosa statua bronzea dell'imperatore Augusto, ritratto nell'atto di condurre una quadriga. Secondo un'altra ipotesi, del riminese Danilo Re, il monumento sarebbe stato coronato dai Bronzi dorati di Cartoceto (PU), che rappresenterebbero in questo caso Giulio Cesare, Ottaviano Augusto, la madre di Augusto Azia maggiore e infine Giulia minore, madre di Azia e sorella di Cesare. Alla presenza di tali statue sarebbe dovuto il nome di Porta Aurea, usato fin nel Medioevo.
I BRONZI DI CARTOCETO
La peculiarità di questo arco è che il fornice era troppo grande per ospitare una porta, almeno per quei tempi. La spiegazione è dovuta al fatto che la politica dell'Imperatore Augusto, volta alla pace, la Pax Augustea, rendeva inutile una porta civica che si potesse chiudere, non essendovi il pericolo di essere attaccati.
La merlatura presente nella parte superiore risale invece al Medioevo (circa X sec.). Nel periodo fascista vennero demolite le mura e l'arco rimase un monumento isolato, perché si riteneva fosse un arco trionfale, ipotesi smentita più volte da numerosi studiosi. Insieme al ponte di Tiberio, è oggi uno dei simboli di Rimini, tanto da comparire nello stemma della città. Al di sopra dell'apertura dell'arco si trova il muso di un toro, che rappresenta la forza e la potenza di Roma, paragonata appunto a quella di un toro (ma  che soprattutto era il segno zodiacale di Cesare). Nell'arco di Augusto è raffigurata anche la dea Roma.

L'iscrizione, ora mutila, era la seguente:

SENATUS POPVLVSQVE ROMANVS
IMPERATORI CAESARI DIVI IVLIO FILIO AVGVSTO IMPERATORI SEPTEM
CONSOLI SEPTEM DESIGNATO OCTAVOM VIA FLAMINIA ET RELIQVEIS
CELEBERRIMEIS ITALIAE VIEIS ET AVCTORITATE EIVS MVNITEIS

Ovvero:
“Il Senato e il popolo romano (dedicarono) all’imperatore Cesare, figlio del divino Giulio, Augusto,
imperatore per la settima volta, console per la settima volta designato per l’ottava, essendo state
restaurate per Sua decisione e autorità la via Flaminia e le altre più importanti vie dell’Italia."

PORTA MONTANARA

IL FORO ROMANO

Il Foro Arimino si apriva all'incrocio tra cardo e decumanus maximi in corrispondenza dell'attuale piazza Tre Martiri, ed era il cuore della vita pubblica ed economica della città, con il capitolio, la curia, la basilica, i templi, i portici e i giardini.



PORTA MONTANARA

La costruzione della Porta Montanara, detta anche di Sant'Andrea, risale al I secolo a.c. L’arco a tutto sesto, in blocchi di arenaria, costituiva una delle due aperture della porta che consentiva l'accesso alla città per chi proveniva dalla via Aretina. Il doppio fornice agevolava la viabilità, incanalando in passaggi paralleli il percorso in uscita da Ariminum, attraverso il cardine massimo, e quello in entrata.

Viene attribuito al sistema difensivo cittadino attribuito a Silla. La porta rientrerebbe nell’ambito delle ricostruzioni che nei primi decenni del secolo, seguirono alle rappresaglie nei confronti della città, già sostenitrice di Mario, suo avversario nella guerra civile.

L’arco a tutto sesto, in blocchi di arenaria, costituiva una delle due aperture della porta che consentiva l’accesso alla città per chi proveniva dai colli lungo la via aretina, percorrendo la valle del Marecchia. Il doppio fornice agevolava la viabilità, incanalando in passaggi paralleli il percorso in uscita da Ariminum, attraverso il cardo massimo, e quello in entrata.

Indagini archeologiche hanno appurato l’esistenza di un’ampia corte di guardia con una controporta interna, a conferma del sistema difensivo.

Già nei primi secoli d.c., l’arco volto a Nord venne tamponato e la porta, così ridimensionata ad un solo fornice, continuò a segnare l’ingresso alla città fino alla seconda guerra mondiale.

Al termine del conflitto, nella convulsa fase ricostruttiva, il monumento fu distrutto nella parte rimasta in vista per tanti secoli, mentre fu recuperata la parte occultata nelle murature delle case adiacenti. L’arco “riscoperto” venne rimontato dopo varie vicissitudini lontano dal luogo originario, a fianco del Tempio Malatestiano, prima di essere ricomposto nella zona originaria.



DOMUS DEL CHIRURGO

La 'Domus del Chirurgo' venne edificata nel corso della seconda metà del II secolo d.c. Trattavasi dell'abitazione e lo studio professionale di un importante medico, una specie di "Taberna medica domestica," la grande Domus appartenne ad un chirurgo, che aveva la propria dimora vicino al mare. 

Sono ancora visibili parte degli ambienti e dei mosaici che decoravano questa lussuosa abitazione romana.  Venne scoperta scoperta nel 1989 in piazza Luigi Ferrari. Al suo interno è stata rinvenuta una delle serie più complete di strumenti chirurgici di età romana esistente al mondo.


Il nome del chirurgo è Eutyches, nome graffiato sul muro nel cubiculum da un paziente ricoverato dentro la casa del chirurgo. Quest'ultimo possedeva un’attrezzatura particolare, senza strumenti ginecologici, ma evidentemente specializzato in traumi ossei con strumenti atti ad estrarre le punte di frecce dalle carni, il cosiddetto cucchiaio di Diocle. Non ne esistono altri esemplari al mondo, l’unico modo per vederlo è quello di recarsi al Museo della città di Rimini.

Le stanze della domus si affacciavano tutte su un lungo corridoio che serviva da disimpegno e raccordo tra i diversi vani, e che a sua volta dava su un cortile. All'interno c'era una stanza che serviva al medico per visitare e operare i pazienti, più una taberna medica che fungeva da ambulatorio e che dava sul cortile.


Tra i vani è stata identificata anche la sala da pranzo, il triclinio, e la camera da letto, cioè il cubicolo. La cucina e la piccola dispensa erano invece situate al secondo piano della domusAll'interno della domus sono stati ritrovati centinaia di reperti archeologici: ferri chirurgici, vasellame da cucina e monete, oltre a una lunga serie di decorazioni e mosaici.

La ristrutturazione della domus risale agli ultimi anni del II secolo o ai primi decenni del III. Venne abbandonata repentinamente, e mai più occupata, in seguito a un incendio che la distrusse completamente; in mezzo alle macerie formatesi col crollo del secondo piano furono trovate circa 80 monete romane, quasi tutte d'argento, la più recente delle quali è databile tra il 253 e il 258; la distruzione si può far risalire a questi anni, o di poco posteriori.


Durante la rimozione di una pianta l'escavatore che stava operando andò per errore troppo a fondo e scoprì un mosaico a 1,5 metri sotto terra. Successivamente lo segnalò al Dipartimento di Storia Culture Civiltà di Bologna e si procedette agli scavi. 

L'attuale struttura che contiene i resti della domus e che consente al pubblico di vederla camminando su piattaforme sospese, è stata aperta nel 2007. I lavori hanno subito le critiche da parte di associazioni ambientalistiche, contrarie all'abbattimento di alberi per consentire gli scavi archeologici, che arrivarono a consegnare il "Premio Attila" all'amministrazione comunale. 



Premio Attila

"Ancora una volta i cittadini assistono impotenti all’ ennesimo scempio compiuto dai politici e piazza Ferrari, ex giardini Ferrari. Quando sono i cittadini a pagare, come in tutte le opere pubbliche, i politici non hanno limiti e pretendono di fare grandi opere, anche quando sarebbe conveniente limitarsi a progetti semplici e in sintonia con l’ambiente. Unito a questo c’ è una totale mancanza di conoscenza scientifica in campo ambientale. Così assistiamo alla distruzione di una parte dei giardini Ferrari, all’ abbattimento di alberi e giardinetti per far posto alle rotonde – vedi via Coletti e Rivabella- , alla segmentazione del parco Sacramora, per fare posto ad una strada, senza intaccare terreni edificabili, al taglio delle alberature nelle vie cittadine,vedi via Dardanelli, per fare nuovi posti alle auto. "

IL COMPLESSO...
In effetti la nuova costruzione è un obbrobrio, realizzata da qualche pseudo innovatore architetto che ha trasformato una piazza in un incubo. I quattro ciuffi d'erba piazzati sui tetti confermano la poca fantasia e il pessimo gusto di chi li ha ideati.

All'interno della domus sono stati ritrovati centinaia di reperti archeologici: ferri chirurgici, vasellame da cucina e monete, oltre a una lunga serie di decorazioni e mosaici. 

Gli strumenti chirurgici ritrovati a Rimini rappresentano a oggi la più ricca collezione chirurgica antica al mondo, per varietà e numero degli oggetti: si tratta infatti di circa 150 pezzi utilizzati per intervenire su ferite e traumi ossei, più una serie di vasetti utilizzati per la preparazione e la conservazione dei medicinali. 


Nel corredo chirurgico spiccano vari bisturi, sonde, pinzette, tenaglie odontoiatriche, leve ortopediche, un trapano a bracci mobili e diversi ferri utilizzati per esportare calcoli urinari. La tipologia dei ferri chirurgici indica che il chirurgo riminese era specializzato in professione medica militare.

Uno dei ritrovamenti più importanti è stato quello del Cucchiaio di Diocle (così chiamato per il suo inventore, Diocle di Caristo,  medico greco del IV secolo a.c.), un pezzo unico al mondo, che serviva per estrarre le punte di freccia conficcate nel corpo umano.


Si tratta di un arnese composto da un manico di ferro che termina con una lamina a forma di cucchiaio, forata al centro, in modo da bloccare ed estrarre la freccia. Veniva utilizzato in particolare dai medici che operavano sul campo di battaglia.

Gli strumenti chirurgici ritrovati a Rimini rappresentano a oggi la più ricca collezione chirurgica antica al mondo, per varietà e numero degli oggetti: si tratta infatti di circa 150 pezzi utilizzati per intervenire su ferite e traumi ossei, più una serie di vasetti utilizzati per la preparazione e la conservazione dei medicinali. 

Nel corredo chirurgico spiccano vari bisturi, sonde, pinzette, tenaglie odontoiatriche, leve ortopediche, un trapano a bracci mobili e diversi ferri utilizzati per esportare calcoli urinari. La tipologia dei ferri chirurgici indica che il chirurgo riminese era specializzato in professione medica militare.


Gli scavi archeologici hanno riportato alla luce una lunga serie di mosaici ancora intatti e di affreschi policromi.

Tra i mosaici spicca quello di Orfeo tra gli animali, ritrovato nella taberna medica, che vede al centro dell'opera il celebre musico circondato da animali in ascolto. I mosaici sono stati realizzati prevalentemente con la tecnica dell'opus tessellatum e dell'opus reticulatum.

Nel triclinium è stato invece ritrovato un pannello di pasta di vetro dove su sfondo blu sono stati raffigurati 3 animali marini: un delfino, un'orata e uno sgombro.

I STRUMENTI CHIRURGICI RITROVATI NELL'OMONIMA VILLA
I numerosi mosaici ritrovati sono oggi conservati nella sezione archeologica del Museo della città di Rimini. Si suppone che il nome del medico fosse Eutyches (Eutiche) grazie all'iscrizione sul muro della sua Taberna Medica "Eutyches Homo Bonus", e che fosse un medico militare di origine orientale, quasi certamente greco.

Lo conferma il piede della statua di Ermarco, filosofo discepolo di Epicuro, ritrovata nel suo giardino, ma anche le numerose scritte in greco ritrovate sul vasellame della sua casa.





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