HORTI MAIANI





Gli Horti Maiani erano giardini situati sulla sommità del colle Esquilino a Roma, nell'area grossomodo corrispondente all'attuale piazza Vittorio Emanuele II (Rione Esquilino), in particolare nell'area di sud est.



LA STORIA

Gli Horti Maiani sono noti solo da testimonianze epigrafiche e sono brevemente citati in un passo di Plinio il Vecchio, il quale racconta della distruzione di una immagine colossale di Nerone che era stata collocata entro alcune costruzioni situate all'interno dei loro confini.

Da un'iscrizione databile all'età di Claudio sappiamo che gli Horti Maiani erano amministrati, assieme agli Horti Lamiani, da uno specifico soprintendente, il "procurator hortorum Maianorum et Lamianorum".

Annessi pertanto ai ben più famosi Horti Lamiani, essi entrarono a far parte delle proprietà imperiali ubicate sul colle Esquilino. Queste proprietà, attestate fin dall'età di Tiberio (14-37 d.c.), furono tradotte in forma monumentale da Caligola (37-41 d.c.) con la costruzione di una lussuosa villa articolata in padiglioni e terrazze, scenograficamente inserita nel paesaggio naturale alla maniera ellenistica.

DENARIO GENS MAIANA (153 A.C.)

Alcuni autori ritengono che Maiani sia la corruzione di Maecenatiani, il che proverebbe l’identificazione con gli Horti Maecenatis. Sembrerebbe più verosimile farli risalire alla gens Maiana, il cui nomen, anche se pochissimo attestato a Roma, sembra sia originario di Aeclanum, centro sannita che sorgeva nel luogo attuale di Mirabella Eclano, in provincia di Avellino.

Questi Horti Maiani sono menzionati anche perchè "vi era una casa degli Aelii (v. Domus Aeliorum) sull'Esquilino, vicino ai giardini di Mecenate, che confinavano con gli horti Maiani" (CIL VI.8668: procurator hortorum Maianorum et Lamianorum). La Domus Aciliorum è riconosciuta nella succitata sede, al confine con gli Horti Maiani, da Famiano Nardini (1818).

Questi Horti Maiani sono menzionati anche in altre iscrizioni (CIL VI.6152, 8669) e in Plinio (NH XXXV.51), che riferisce della distruzione di una colossale immagine di Nerone, alta 120 piedi, che era locata in un certo edificio entro i confini degli Horti Maiani. Il fatto che l'altezza fosse la stessa del Colossus Neronis difficilmente può essere un caso, per cui evidentemente fu portato lì per essere fatto a pezzi e fuso.

PIETRA SCELLERATA
Non vi sono altre indicazioni sul sito esatto di questi giardini, ma di solito venivano locati a sud-est di Piazza Vittorio Emanuele, tanto più che qui vennero portati alla luce numerosi reperti artistici nonchè alcuni resti di strutture (LR 408‑411; BC 1907, 34; HJ 347, 354; LS III.111, 168; Cons. 126 ff.; RE VIII.2485).  

In particolare, durante gli scavi veri e propri (2005-2009), è stata ritrovata una grande e lussuosa villa d’età augustea con terrazze e giardino con una fontana, con un portico e delle terme, costruita negli Horti Lamiani e Maiani che si estendevano fino a quest’area, appartenuta al console Lucio Elio Lamia, amico di Traiano, e, alla sua morte, passata poi al demanio imperiale e utilizzata da Caligola.

Per altri invece si fa risalire al Lucio Elio Lamia console del 3, amico intimo dell'imperatore Tiberio, la cessione delle proprietà ubicate a Roma sul colle Esquilino (Horti Lamiani) al demanio imperiale.

Sugli Horti sono state inserite varie chiese, tra cui la Chiesa dei SS. Vito e Modesto e Crescenzia, edificata nel IV Sec. nei pressi del Macellum Liviae (un mercato costruito da Augusto nel 7 a.c. e dedicato alla moglie Livia), che ha tre navate e, nella navata di destra conserva la cosiddetta “Pietra Scellerata” oggetto di venerazione da parte del popolo.

Narrava infatti la leggenda, che con questa pietra insanguinata con il sangue dei martiri cristiani, si poteva guarire dai morsi dei cani rabbiosi, grattandone la superficie ed ingerendo la polvere mentre si pronunciavano delle parole rituali, oppure, si passava e ripassava tre volte inginocchiati sotto la pietra per far accadere il miracolo che poteva salvare da una morte quasi certa.


UN PICCOLO GRANDE PARTICOLARE

Nell’edificazione del nuovo palazzo ora sede dell’ENPAM, si è cercato con ogni mezzo di proteggere e valorizzare gli importanti ritrovamenti con i magnifici mosaici pavimentali, gli affreschi alle pareti, marmi, bronzi ed una splendida scala in marmo, costruendo una grande struttura in metallo (una specie di gabbia) che lasciasse i ritrovamenti al loro posto in modo da permetterne la fruizione tramite ampie vetrate poste nei piani inferiori del palazzo nella sala delle conferenze.
Da un articolo apparso sulla rivista aziendale “Previdenza” dell’ENPAM 1/2014, apprendiamo, tra le altre cose, dell’avanzato stato dei lavori degli ambienti sotterranei, con oltre 8000 cassette piene di reperti archeologici (alcuni veramente straordinari) da esaminare e l’assicurazione che tra qualche anno sarà possibile a tutti di ammirare i risultati del più grande scavo archeologico intrapreso a Roma dal 1870.
Siamo nel 2017 e questa esposizione è svanita nel nulla. Non è che le 8000 cassette piene di reperti archeologici siano già state vendute all'estero, come spesso accade nella nostra bellissima e maltrattatissima Italia?



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