AEQUIMELIUM



IL COLLE CAPITOLINO
Si chiamava Aequimelium uno spazio aperto sulla parte più bassa pendici sud est del colle Capitolino, sopra il vicus Iugarius (Liv. XXIV.47.15; XXXVIII.28.3). Secondo la tradizione era il sito della domus di Spurius Maelius che era stata rasa al suolo per ordine del senato, e lo stesso termine derivò dal suo nome. (Varro, LL V.157; Cic. de domo 101; de div. II.39; Liv. IV.16.1; Dionys. XII.4; Val. Max. VI.3.1; de vir. ill. 17.5).

Spurio Melio, insieme a Spurio Cassio e a Manlio Capitolino, fu uno dei tre pericoli per la repubblica romana, come osservò anche Cicerone nel De Republica. Si tratta della soppressione violenta dei tre demagoghi accusati di tirannide, citati da Cicerone come esemplari nelle sue invettive contro Catilina, Clodio e Marco Antonio.

"Aequimelium [si chiama il luogo di Roma] per il fatto che la casa di Melio è stata spianata a spese pubbliche, poiché questi voleva impadronirsi del regno".

La legge volle che si cancellasse con un rituale religioso la casa di chiunque attentasse alla repubblica, lasciando come monito al suo posto uno spazio vuoto, come era appunto l'Aequimelium. Una damnatio memoria al rovescio, affinchè i posteri non dimenticassero.


Le fonti narrano che Melio, pur essendo un privato cittadino e non rivestendo alcuna carica pubblica, e in più essendo plebeo, nel 493 a.c., grazie alle conoscenze e ai buoni uffici dei propri clientes riuscì a comperare, con fondi propri, una certa quantità di frumento e iniziò a distribuirlo in un momento di crisi dell'urbe, proprio quando veniva meno il grano.

Ovviamente la cosa lo rese molto popolare e, come si usava nella Roma dell'epoca, Melio cominciò ad essere accompagnato nel Foro da una scorta di cittadini suoi seguaci e clintes. La speranza di Melio era non solo di diventare console e di primeggiare sui concittadini, ma, si diceva, di governare le sorti dello Stato.


Livio « La popolarità fondava la speranza di un consolato senza problemi: ma l'animo umano non si sazia nemmeno con le più belle promesse della sorte, ed egli prese a mirare ad obiettivi ancora più alti e proibiti: poiché il consolato lo si doveva strappare all'opposizione dei senatori, mirava a farsi re. »

Vennero eletti consoli Tito Quinzio Capitolino Barbato e Agrippa Menenio Lanato e il prefetto dell'Annona Lucio Minucio venne a sapere che Melio stava ammassando armi e macchinava per diventare re, così lo riferì al Senato che rimproverò i consoli precedenti per aver permesso le elargizioni di un privato, e i consoli attuali per non aver scoperto la trama prima del prefetto.

Quinzio propose allora la nomina di un dittatore, e precisamente di suo fratello Lucio Quinzio Cincinnato, il Senato era favorevole ma Cincinnato, seppure ultraottantenne, infine accettò e nominò magister equitum Gaio Servilio Ahala, che immediatamente lo convocò dal dittatore, ma questi tentò di fuggire e Servilio lo uccise. Cincinnato esclamò: « Gloria a te Gaio Servilio, che hai liberato la Repubblica. »

SPURIUS MAELIUS
Cincinnato fece poi convocare il popolo e spiegò il tentativo di colpo di stato.

I beni di Melio furono confiscati a il ricavato andò all'erario, la sua casa fu distrutta e il terreno libero fu chiamato "Esquimelio" (spianata di Melio) e adibito a mercato degli animali destinati ai sacrifici. A Minucio fu donato "un bove d'oro" (forse da sacrificio con le corna dorate o forse una statuetta collocata alla porta Trigemina). Si vede in effetti una statua togata in cima ad una colonna, cinta di spighe di grano, sulle monete di C. e. T. Minucio Augurino (II sec. a.c.)

Così lo spazio aperto sul declivio di sud est del colle capitolino, che funzionava da memoriale contro la tirannia, era stato lasciato libero dalle costruzioni e il suo nome commemorava la distruzione della casa dell'aspirante tiranno Spurius Maelius nel 5 a.c,, come narra Varrone nel: "aquata Meli domus". Lo spazio divenne un mercato di buoi da sacrificio, e, come riporta Dionigi, ancora esisteva all'epoca di Augusto. 

Dionisio riferisce inoltre che a suo tempo il posto, anche se strettamente circondato da case adiacenti, era rimasto libero. Varrone, De origine linguae Latinae 5,157 : "Aequimelium quod aequata Meli domus publico, quod regnum occupare voluit is "

Qualche dubbio sulla storia permane, per il semplice motivo che Spurio Melio era plebeo ed uno che aspirava al consolato nel V sec. a.c. era certamente malvisto. dato che il primo console plebeo fu Lucio Sestio, nel 366 a.c. Ci si chiede come un umile plebeo potesse aspirare a diventare console quando le leggi non lo permettevano, figuriamoci re.

Si ha la sensazione che Melius venne ucciso non perchè potesse diventare re, un tentativo decisamente ridicolo che neppure Cesare con tutto il suo potere osò attuare, ma per aver osato sperare di avere un'alta carica pubblica, magari addirittura console.

All'Aequimelium si accedeva tramite il Vicus Iugarius. e Pisani Sartorio lo pone  a nord del Forum Bovarium, secondo Coarelli era posto precisamente tra l'Area Sacra di S. Omobono e Piazza della Consolazione. Occupando lo spazio di una sola domus non doveva essere un grande spazio, ma si sa che un'epigrafe ricordava l'evento a monito di chiunque ambisse abbattere la repubblica, il che non impedì ad Augusto di farsi imperator e inaugurare il periodo più felice dell'impero romano.


L'UCCISIONE DI SPURIO MELIO

Così 2500 anni fa Roma punì la città ribelle
Gli eccezionali scavi sulla Prenestina rivelano le vicende di una spietata repressione politica
di MARIO TORELLI

" Oggi, grazie ai fortunati scavi condotti da Stefano Musco, della Soprintendenza archeologica di Roma diretta da Giuseppe Proietti, possiamo dire che la prima volta abbiamo sotto gli occhi una straordinaria testimonianza di "cancellazione della memoria di chi attenti alla tirannide", eventi ricordati più volte per il turbolento primo secolo e mezzo di vita di Roma repubblicana.
Le esplorazioni in questione sono solo il capitolo più recente di un progetto di ricerca pluriennale studiato per l'area dell'antica città di Gabii, gloriosa città latina sulla via Prenestina, ora sobborgo minacciato dall'espansione edilizia della Capitale, e messo in atto con la collaborazione di grandi équipes di tre Università, quelle italiane di Roma Tor Vergata e della Basilicata, e quella statunitense di Michigan, rispettivamente guidate dai professori di archeologia Marco Fabbri, Massimo Osanna e Nicola Terrenato.

Mentre il gruppo americano si è concentrato con successo su scavi in estensione miranti a chiarire l'impianto e la storia urbanistica di quella città, alle due équipes italiane si deve la sensazionale scoperta che documenta un evento storico parallelo a quello che la tradizione ricorda per Roma per i colpevoli di alto tradimento: il seppellimento rituale della loro dimora. A Gabii, una città legata a filo doppio a Roma, alla fine del VI secolo a. C. è stato cacciato il re e ne è stata cancellata la residenza: e che fosse la reggia della città, sede dell'ultimo re di Gabii, e non la casa di un occasionale eversore dell'ordine costituito, ci viene in qualche modo confermato da una terracotta architettonica con l'immagine del Minotauro, dello stesso stampo di quella adoperata nella Regia di Roma, venuta in luce con pochissimi altri oggetti in uno scavo dove per evidenti ragioni cerimoniali chi ha distrutto l'edificio ha evitato di lasciare anche uno spillo.

La distruzione è stata, come si è detto, sistematica. Smontato il tetto (tegole e terrecotte architettoniche devono essere state sepolte in una buca al momento ancora non scoperta) e vuotato di ogni suppellettile l'edificio, chi ha condotto l'opera di distruzione ha realizzato intorno alla costruzione un colossale muro di contenimento ad andamento poligonale e ha riempito infine il tutto di pietre, creando così qualcosa tra il tumulo e il piazzale, insomma un vero e proprio Aequimelium di Gabii. Questa complessa operazione ci non ha solo consentito di "vedere" un'azione politico-religiosa arcaica di grande significato storico, ma ci ha permesso di toccare con mano una residenza gentilizia monumentale di VI secolo a.c. costruita in una raffinata tecnica edilizia a lastrine sovrapposte di lapis Gabinus, il celebre tufo di Gabii, e giunta a noi in uno stato di conservazione a dir poco stupefacente. 

Quando si è fortunati - ma è cosa assai rara - nello scavo di abitati arcaici, come è il caso di siti etruschi minori, troviamo case conservate nelle fondamenta o al massimo per un solo filare di blocchi dell'alzato. La residenza di Gabii, la cui pianta a tre vani in sequenza preceduti da un cortile porticato è identica a quella della Regia di Roma, ha i muri conservati per due metri e oltre, in cui sono giunte fino a noi anche le porte ad arco delle stanze minori. E' auspicabile che presto i cittadini di Roma possano avere un'emozione pari a quella che abbiamo avuto noi nel contemplare un edificio di prestigio di oltre 2500 anni fa giunto a noi quasi intatto."



0 comment:

Posta un commento

 

Copyright 2009 All Rights Reserved RomanoImpero