OTONE






Nome completo: Marcus Salvius Otho Caesar Augustus
Nascita: Ferentium, 25 aprile 32
Morte: Brescello, 16 aprile 69
Predecessore: Galba
Successore: Vitellio
Regno: 69 d.c.

Otone, di antica e nobile famiglia etrusca di Ferentium, era stato amico di Nerone al punto che questi gli aveva dato in moglie la donna di cui si era invaghito, Poppea. Però, al momento di reclamarla, Otone, ormai innamorato, si era tirato indietro. Avendo disubbidito a Nerone ne perse i favori e il matrimonio fu annullato, venendo relegato a governatore della remota provincia di Lusitania.

Quando Galba, governatore della Spagna Tarraconese, si ribellò a Nerone, Otone lo accompagnò con le sue truppe, un po' per vendetta e un po' sperando nella successione di Galba che non aveva figli. Ma dovette ricredersi quando Galba, vistosi alle strette, nominò suo erede Pisone.

Morto Galba, Otone fu acclamato dal popolo, che lo soprannominò "Nerone" perchè gli somigliava nell'aspetto un po' femmineo. Si riposero le statue di Nerone, la sua ex servitù fu richiamata a corte, e fu annunciato che il nuovo imperatore avrebbe completato la Domus Aurea. Otone intendeva così sfruttare il buon ricordo di Nerone che aveva tanto fatto divertire i Romani coi suoi spettacoli circensi.

Ma Salvio Otone era stato da poco eletto, quando giunse a Roma la notizia che Vitellio era stato acclamato anche lui imperatore dalle legioni della Germania Inferiore.
Dapprima Otone tentò di persuadere Vitellio a rinunciare, poi gli chiese in moglie la figlia e gli promise onori e ricchezze, ma poiché Vitellio gli faceva promesse a sua volta perchè fosse lui a rinunciare, non rimase che la guerra.

Otone aveva dalla sua le legioni d'Africa, dell'Egitto, della Giudea, della Siria, del Danubio, della Spagna e dell'Aquitania, e se fin da principio ne avesse richiamata una parte avrebbe senza dubbio impedito all'esercito avversario l'ingresso in Italia.

Ma indugiò parecchio e soltanto quando si accorse che la guerra non poteva essere evitata chiamò le legioni danubiane e ne costituì due nuove con gladiatori e schiavi gente forte ma inadatta a combattere.

Si erano schierate con Vitellio oltre che le truppe germaniche, della Britannia, della Gallia Belgica, della Gallia Lugdunense e della Rezia; un potente esercito di settantaduemila uomini marciava verso Roma.
Era diviso in due corpi: uno di trentaduemila soldati, al comando di Fabio Valente, che entrava attraverso il valico del Cenisio; l'altro di quarantamila, guidato da Cecina Alveno, attraverso il paese ostile degli Elvezi prima, e poi passava le Alpi attraverso il valico del Gran San Bernardo. Dietro venivano le riserve sotto il diretto comando di Aulo Vitellio.

All'avanzare delle truppe avversarie, Otone lasciò al governo di Roma suo fratello Salvio Tiziano, convocò in assemblea il Senato e il popolo, sacrificò alle divinità, prese con sé Lucio Vitellio, fratello del suo nemico e parecchi magistrati ed uomini consolari che dovevano servigli da ostaggi, e partì dalla città.

Anche il suo esercito era diviso in due parti, una delle quali era la flotta che doveva assalire le coste della Gallia. Otone aveva eccellenti comandanti, ma gli mancava un capace generale. Ma anche Vitellio non se la passava meglio, perchè tra i suoi comandanti non correva buon sangue.

La guerra sembrò favorevole a Vitellio: Spagna e Aquitania l'avevano riconosciuto imperatore e così i presidi della regione transpadana. Saccheggiata la Liguria, vinsero Valente tra Antipoli ed Albigauno; il presidio di Piacenza, comandato da Spurinna, si difese valorosamente e costrinse il nemico, guidato da Cecina e sua moglie Solonina, a ripassare il Po e dirigersi verso Cremona; presso questa città Marcio Macione, traversato il fiume, assalì le milizie di Cecina e le sconfisse.

Cecina cercò allora di far cadere il nemico in una trappola, ma Svetonio Paulino la sventò e procurò loro una sconfitta che poteva essere irreparabile se avesse anche inseguito i vinti, cosa che non fece. A questo punto Valente e Cecina si resero conto del pericolo, misero da parte i disaccordi e riunirono gli eserciti.

I comandanti di Otone invece non erano concordi su come condurre la guerra: Svetonio Paulino, Annio Gallo e Spurinna volevano aspettare le legioni di Dalmazia e Pannonia che avrebbero attaccato le spalle e il fianco del nemico, invece Tiziano, Proculo e lo stesso Otone, incoraggiati dai successi, volevano dar battaglia subito.

Otone, con parte delle truppe, dietro consiglio di alcuni generali, si ritirò a Brixellum (Brescello), mentre il grosso dell'esercito marciò verso il nemico.

Tra il Po e l'Adige ci fu una feroce battaglia, tra gli uomini affaticati dalla lunga marcia di Otone e le truppe fresche di Vitellio, molto maggiori di numero. Dapprima gli otoniani si batterono con bravura e la legione della marina sbaragliò la XXI Legione di Cecina.
Ma successivamente i marinai furono respinti e il loro comandante ucciso. Infine l'esercito di Otone ripiegò su Bedriacum con 40000 morti sul campo di battaglia. Il giorno dopo i resti dell'esercito otoniano si allearono a Vitellio.



LA MORTE

A Otone rimanevano la guarnigione di Piacenza e le milizie condotte con sé a Brescello, inoltre le legioni del Danubio erano arrivate ad Aquileja. Ma Otone ebbe paura, si considerò perduto e pensò al suicidio.
Bruciò generosamente le lettere compromettenti per i suoi amici e consigliò i soldati di sottomettersi a Vitellio.
Alcuni generali insistevano di resistere perchè la battaglia poteva ancora essere vinta, ma non ascoltò.
Scrisse una lettera alla sorella ed un'altra a Messalina, vedova di Nerone, che avrebbe dovuto sposare, distribuì ai servi il suo denaro e si ritirò nella sua camera. All'alba si vibrò una pugnalata al petto e spirò.

Aveva trentasette anni. Aveva governato per 95 giorni.

Non gli vennero fatte esequie solenni, ma i soldati che l'avevano amato lo piansero, baciandogli le mani ed i piedi. Alcuni per il dolore si uccisero tra le fiamme del suo rogo.
A Brescello fu innalzata una modesta tomba con la semplice iscrizione: Diis manibus Marci Otonis.





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