ARCO DI TITO





LA DEDICATIO

L’Arco di Tito sta sulla cima settentrionale del Palatino, nella parte ovest del Foro Romano, con incisa l'iscrizione:

"Senatus populusque romanus - divo Tito divi Vespasiani f(ilio) - Vespasiano Augusto", ossia "Il Senato e il popolo romano al divino Tito, figlio del divino Vespasiano, Vespasiano Augusto"
Il monumento, dedicato da Domiziano al padre Vespasiano ed al fratello Tito, celebrava il fratello dopo la morte avvenuta nell'81 d.c., per ricordarne le vittoria in Giudea nel 71 d.c. e la distruzione di Gerusalemme.

Gli ebrei sempre ribelli alla dominazione romana, nonostante gli fosse stata riedificata magnificamente la loro capitale, non sopportavano soprattutto la presenza di altri templi con altri Dei che colpivano la loro religione monoteista.

Dell'arco stranamente non c'è menzione negli scrittori antichi, e neppure nei regionari costantiniani. Soltanto sopra un rilievo del sepolcro degli Aterii sulla Via Labicana, ora proprietà del Vaticano e custodito nell'invisitabile, Museo Lateranense, che rappresenta la Sacra Via dal Palatino fino al Colosseo, l'arco è effigiato con il nome di Arcus in Sacra Via summa.



LA GUERRA CONTRO GLI EBREI

La storia della Palestina è documentata dallo storico ebreo Giuseppe Flavio, del I secolo d.c..

Giuseppe Flavio fu un comandante militare giudeo durante la guerra contro i romani del 66-74 d.c., oltre che legato del Sinedrio di Gerusalemme e governatore della Galilea durante la guerra giudaica del 66-74 d.c.

Costretto ad arrendersi con tutta la sua guarnigione, venne deportato a Roma dove collaborò con i romani diventando un protetto dell’imperatore Vespasiano assumendone da lui persino il nome Flavio.

Le sue opere più importanti, pervenute in greco ma probabilmente scritte in aramaico, sono le Antichità Giudaiche, storia dei giudei in venti libri dalle origini fino all'inizio della guerra giudaica, e la Guerra Giudaica, che narra i drammatici eventi della prima grande rivolta giudaica contro i Romani terminata con la sconfitta e la distruzione del tempio di Gerusalemme.



LA DESCRIZIONE

L'arco, formato da un'arcata unica, è rivestito con marmo greco pentelico ed è sorretto da quattro semi-colonne nei 4 lati. Si erge per un’altezza di 15,40 m, una larghezza di 13,50 m e una profondità di 4,75 m. Nelle chiavi di volta sono raffigurate le personificazioni della Dea Roma e del Genio del popolo romano, mentre sull’archivolto le Vittorie alate, munite di stendardi, si librano su alcuni globi.

Due episodi del trionfo romano sono raffigurati su due grandi pannelli a rilievo, all'interno dell'arco. Quello a sud rappresenta il corteo che sfila sotto la porta Trionfale, coi portantini che sostengono le spoglie del Tempio di Gerusalemme, tra cui le trombe d'argento e il candelabro a sette braccia.

Sulla prima piantina (ferculum) la mensa per i pani sacri e le trombe di argento e sulla seconda la Menorah; nel fondo si vedono tre soldati con tavolette (tituli), probabilmente con le iscrizioni sulla vittoria e il bottino di guerra.

Il corteo nel rilievo del fregio sul lato orientale, sotto l'epigrafe dedicatoria, continua con una processione e tori coronati per il sacrifizio, e in mezzo ad essi sopra un ferculum una statua coricata, la divinità forse del fiume Giordano.
Il pannello sull'altro lato raffigura Tito che avanza sulla quadriga, preceduto dai littori, coi fasci inclinati e seguito dagli equites, i cavalieri. La Dea Roma dirige i cavalli tenendoli per il morso, mentre la Vittoria, sul carro del vincitore, incorona l'imperatore d'alloro.

La presenza di questo candelabro fece chiamare l'arco, durante il Medio Evo, “Portico delle Sette Lucerne”. Si narrava che il candelabro ebraico, la grande Menorah, fosse tutta d'oro per cui, quando gli uomini che lo trasportavano si trovarono sul ponte Quattro Capi, iniziarono a litigare perché ognuno lo voleva per sé, provocandone la caduta nelle acque del fiume e quindi la perdita.

Leggenda infondata, perchè i soldati non avrebbero mai osato contendersi il bottino, perchè si sa poi che il tesoro di Gerusalemme fu custodito nel Tempio di Vespasiano e, da Procopio, che il candelabro fu risparmiato dall'incendio del suddetto tempio ma depredato da Genserico nel 455 d.c. e portato a Cartagine; di là, ripreso da Belisario, che ne scacciò i Vandali, fu portato a Costantinopoli poi rimandato a Gerusalemme.

Seguono dietro i rilievi della quadriga guidata da Tito, le rappresentazioni del Senato, con l'uomo in toga, e del popolo romano, un uomo a torso nudo. Nella parte centrale della volta, rivestita di splendidi cassettoni, compare nuovamente Tito raffigurato, stavolta su un’aquila, che s’innalza verso il cielo, a simboleggiare l'accoglienza nel mondo degli Dei e quindi la divinazione alla sua morte.
Esisteva un altro arco di Tito, nell'antica Roma, situato presso il Circo Massimo, purtroppo depredato e distrutto.



NEL MEDIOEVO

Il monumento deve l’ottimo mantenimento, come l'arco di Giano, grazie alla sua inclusione, nel Medio Evo, all’interno della roccaforte dei Frangipane.

La strada all'epoca stava al disotto del livello antico, infatti i travertini delle fondamenta sono danneggiati dall'attrito dei carri che passavano. Nella metà superiore dell'arco fu nel medioevo costruita una stanza e per il suo pavimento furono sacrificati nella parte inferiore i bei rilievi figurati.

Sotto Sisto IV (1471-1484) furono tolte la maggior parte di queste aggiunte. Come evidenzia l'incisione sull’attico dalla parte del Foro, esso fu ristrutturato nel 1716 dal pontefice Clemente XII, un pezzo però della torre medievale che sovrastava all'attico durò fino al principio del sec. XIX.

Quando nel 1821 furono distrutte anche le ultime parti medievali dell'arco, si vide che i piloni laterali erano assai danneggiati, per cui dovettero essere restaurati quasi interamente.

Il restauro da Pio VII fu affidato al Valadier nel 1823 che lo eseguì con cura.

Le parti restaurate sono di travertino, e mancano di quelle ricche decorazioni che ornano le originali, e perciò facilmente si distinguono da esse.

Probabilmente la Chiesa salvò l'arco proprio per ciò che rappresentava, lo sterminio degli ebrei e la distruzione di Gerusalemme, visto che gli ebrei furono da subito condannati dai cristiani come gli assassini di Cristo, dimenticando che furono proprio i Romani a crocifiggerlo.

Da qui la persecuzione cristiana degli ebrei che finirono spesso sui roghi o linciati dalla folla, spesso accusati di profanazioni e crudeltà sui bambini, la stessa accusa subita dai cristiani nelle epoche di persecuzioni.

 




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1 comment:

Anonimo ha detto...

Molto lodevole questa critica all'intoleranza ebrea. Molto bene.
E é anche divertente le altre critiche a quella cattolica.
Vedo un pò di reminiscenze neopagane nei testi. Va bene così.

(Scusa il mio italiano)

(Catalogna.Spagna)

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