TROFEI DI MARIO



La parte superstite di una grande fontana di epoca imperiale, che ha costituito il modello per le grandi fontane della Roma rinascimentale e barocca è situata all'estremità settentrionale di piazza Vittorio.

RICOSTRUZIONE DEL GRATTESCHI
Una monumentale struttura in laterizio, fatta costruire da Alessandro Severo (222-235 d.c.) e alimentata da un ramo dell'acqua Iulia, un acquedotto romano costruito nel 33 d.c. da Agrippa per ordine di Augusto.

La fontana, vera progenitrice delle grandi "mostre d'acqua" come Fontana di Trevi, o il fontanone sul Gianicolo, è un esempio di come l'architettura romana del III sec. d.c. tendesse sempre di più al monumentale e spettacolare.

La fontana monumentale, che occupa la parte più alta dell'Esquilino, deve la sua forma trapezoidale alla posizione sulla confluenza delle vie Labicana e Tiburtina, con vari ambienti e canalizzazioni. Qui terminava dunque una diramazione di acquedotto che per alcuni era l'acqua Claudia, per altri l'Anio Novus, ma in realtà sembra proprio l'acquedotto dedicato alla gens Iulia cui anche Ottaviano apparteneva.

RICOSTRUZIONE DI A. M. GARNAUD
Le arcate dell'acquedotto sono ancora visibili in Piazza G. Pepe, sull'area dell'ex centrale del Latte. Questa fontana, detta "Trofei di Mario" oltre agli scopi monumentali, aveva dunque la funzione di distribuire l'acqua dal condotto principale ai canali secondari.

Il nome della fontana come "Trofei di Mario", appare per la prima volta in una guida per pellegrini del 1140, i Mirabilia Urbis Romae, e deriva da due grandi sculture marmoree che hanno decorato il monumento fino al 1590 (come si vede nell'incisione di Etienne Dupérac), quando papa Sisto V, secondo il progetto di Michelangelo, le ha fatte togliere e collocare sulla balaustra del Campidoglio, ai lati delle gigantesche statue dei Dioscuri, dove si trovano ancora.

Secondo alcuni studiosi i «Trofei di Mario», già creduti durante il Medioevo dell'epoca di Mario, sarebbero in realtà di età domizianea e si riferirebbero alle vittorie di Domiziano avvenute nell'89 d.c. sui Catti e sui Daci.

STAMPA DEL 1700
Invece risulta oggi che la fontana fu fatta costruire nel 226 dall'imperatore Alessandro Severo ed è citata dalle fonti romane come Nymphaeum Divi Alexandri, l'unico sopravvissuto dei 15 ninfei monumentali romani.

Il ninfeo, rappresentato su un aureo di Alessandro Severo, è stato ricostruito nell'immagine da diversi autori, a cominciare da Pirro Ligorio nel 1550 circa, quando i trofei erano ancora al loro posto. Una bella ricostruzione risale al 1821, ed è opera di Antoine-Martin Garnaud, un borsista di Villa Medici.


Vasi 1761: Trofei di Mario
"Nessuno nega, che quello sia stato il castello dell'acqua Marzia; ma con difficoltà si crede da alcuni esservi stati i Trofei eretti a Mario per la vittoria, che riportò de' Cimbri, e Teutoni, e ancor di Giugurta. Furono quelli rovinati e gettati a terra da Silla; ma poi da Cesare essendo stati ristaurati, furono collocati nel medesimo luogo, ed ora si veggono sulle balaustre del Campidoglio."

I TROFEI DI MARIO OGGI
Oggi si tende a credere che seppure la fontana sia stata edificata da Alessandro Severo, i trofei fossero effettivamente dedicati a Mario per le numerose vittorie accumulate nelle sue 8 dittature. E' anche credibile che Silla le avesse demolite e Cesare ripristinate, visto il rispetto e l'ammirazione per lo zio. E se tutti gli imperatori si fecero chiamare Cesare di certo l'ammirazione per lui non mancava. Non è dunque strano che i trofei di Mario fossero divenuti per il popolo romano il simbolo delle vittorie sui barbari, e che come tali (tra l'altro sono di squista fattura), venissero posti in mostra in un'opera pubblica monumentale.

VACCA

Flaminio Vacca, Meìn. 16 ricorda come « nella via che parte dalli Trofei di Mario e va a Porta Maggiore, a mano manca (fosse) trovata una strada selciata, e accanto ad essa molte statue di marmo, e ritratti di bronzo d'imperatori, gran quantità di vasi di rame con medaglie abbruciate, e incrostature dì mischi: ed a quel tempo il padrone della vigna, che si chiamava Francesco d'Aspra, tesoriere di papa Giulio III, ogni cosa mise in mano di Sua Santità, da cui poi furono donate a molti principi. Io mi ricordo quando si cavarono».

Tutto fa pensare che le belle statue sulla via tra  la fontana e porta Maggiore includessero le staue della fontana stessa, abbattuta dall'iconosclastia cristiana che cancellò irrimediabilmente secoli e secoli di storia romana.



DESCRIZIONE

Dalle parti superstiti e dalle rappresentazioni in alcune monete del 226 d.c., si è potuta ricostruirne la struttura, che si elevava per tre piani e terminava con un attico dove erano una quadriga e alcune statue mentre gli ambienti e le canalizzazioni per la raccolta e la distribuzione dell'acqua erano posti nella parte centrale. La mostra era larga ben 25 metri, e alta almeno 20, e presentava una nicchia centrale e due archi laterali ed era ricoperta di marmi candidi e sculture varie.

La facciata doveva essere magnifica. La parte alta era caratterizzata da un grande nicchione centrale (largo 6,50 metri), con le statue forse di Alessandro Severo e della madre Giulia Mamea; ai lati di esso due archi aperti, decorati fino al 1590 dalle statue dei trofei che hanno dato il nome al monumento. Su tutto un attico, decorato con una quadriga e altre statue, e in basso  un bacino pensile, dominato al centro da una statua di Oceano sdraiato.

Da questo bacino l'acqua scendeva,  nella parte inferiore della facciata, dove c'erano le nicchie con le statue  dalle quali sgorgava altra acqua. Tutta l'acqua si raccoglieva poi nella grande vasca semicircolare, a livello della strada, dove era possibile attingerla.

Nella parte bassa c'era invece una serie di nicchie rettangolari e semicircolari alternate, contenenti varie statue e una grande vasca ricurva, in cui si raccoglieva l'acqua che scendeva dall'alto attraverso condotti ancora visibili, mentre all'interno di due archi, vi erano i cosiddetti «Trofei di Mario», monumentali trofei marmorei, poi collocati appunto sulla balaustra del Campidoglio, in cima alla scalinata della Cordonata.

PARTE MARMOREA DEL MONUMENTO
"L'acqua, cadendo per cinque bocche ancora visibili, formava due cascate, e usciva per un grande speco dal vascone sottostante, avviandosi verso le parti più basse della città, dove veniva distribuita. Lo speco entrava nel masso del fabbricato dalla sua parte meridionale, volgeva verso occidente, dove un pilastro divideva l'acqua in due rami che si suddividevano prima in tre e poi in altri due rivi. L'acqua sboccava per tre emissari centrali e due laterali, i quali andavano a cadere in una vasca superiore e poi nella grande vasca che faceva capo allo speco di distribuzione al quale si è già accennato."

Dunque un capolavoro di ingegneria idraulica che fece della mostra dell'acqua Giulia, una delle "14 condotte che alimentavano Roma" la fontana più studiata, celebrata e presa a modello per altre celebri fontane: quella dell'acqua Felice (o del Mosè), la fontana di via Flaminia (o di Giulio III), ecc.

Per alcuni secoli le grandiose rovine dei "Trofei di Mario" hanno fronteggiato l'ingresso di Villa Palombara, una grande dimora barocca scomparsa alla fine del XIX secolo per la costruzione di Piazza Vittorio, come attesta la bella incisione di Giovan Battista Piranesi, del 1772.


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