ARCO DI PORTOGALLO



L'ARCO PRIMA DELLA DEMOLIZIONE (1600)

Circa a metà dell'odierna via del Corso (una volta detta via Lata), all'incrocio con via della Vite, fino alla metà del XVII sec. un grosso arco di età romana cavalcava la carreggiata, congiungendo i due palazzi sui lati opposti della strada.

In origine consisteva in un unico fornice, con una coppia di colonne su ciascun lato; in mezzo a queste ultime era affisso un pannello in rilievo.

Era l'arco di Portogallo che prendeva il nome dalla allora residenza dell'ambasciatore del Portogallo, palazzo Fiano, a cui si appoggiava. La datazione è controversa, alcuni nel passato hanno addirittura sostenuto che non fosse un'opera antica.



LA DATAZIONE

L'ARCO IN EPOCA ROMANA - RICOSTRUZIONE
Secondo alcuni  trattavasi dell'Arco di Vespasiano eretto appunto da Vespasiano, ma ricostruito sotto gli Antonini. Da altri viene più accettata l'ipotesi della costruzione avvenuta nel II sec., forse realizzata utilizzando parti provenienti da altri edifici. Nei rilievi infatti compariva un soggetto più antico, l'imperatore Adriano (117-138) e sua moglie Sabina.

Questo fece sì che già dal medioevo l'Arco di Portogallo venisse chiamato Arco di Adriano, anche se non mancarono altre denominazioni, fra le quali Arco di San Lorenzo in Lucina (la maggiore chiesa del rione, situata nella vicina piazza), Arco di Tropholi, con riferimento ai trofei di qualche vittoria, Arco di Tripoli, probabilmente ispirato a tre città (in greco tri polis), o anche Tres Faciclas o Facicelas (dall'oscuro significato).

A nostro avviso Tropholi e Tripoli erano la stessa parola deformata dai dialetti vari, visto che le scuole non esistevano più e il latino stava scomparendo.

La maggior parte degli studiosi attribuisce però l'arco all'età tardo-antica, forse all'età di Aureliano, costituendo uno degli accessi monumentali al suo tempio del Sole. Due rilievi che da esso provengono, con l'Apoteosi di Sabina (moglie di Adriano) e un Discorso di Adriano sono opera di riciclo dell'età dei primi Antonini (metà del II secolo).

BASSORILIEVO SALVATO DALLA DISTRUZIONE
Attorno all'XI secolo una metà dell'arco andò distrutta: ciò comportò la perdita delle colonne dello stesso lato e di una parte del fregio, ma non del rilievo. La porzione mancante venne ricostruita, e qualche tempo dopo vi furono anche edificati sopra alcuni ambienti, forse un'intera abitazione. 

Era costruito in blocchi di peperino e travertino, con l'attico in laterizio. Il tutto era poi sormontato da una cornice con un fregio a girali. Apparentemente, la struttura era decorata solo sul lato rivolto a nord, visto che tutte le rappresentazioni grafiche esistenti ne ritraggono la medesima facciata.

Le colonne, con capitelli compositi che inquadravano il fornice unico furono in parte eliminate, insieme alla trabeazione, tra il 1550 e il 1565. Alcuni pannelli con rilievi datati all'epoca di Adriano o Antonino Pio, provenienti dall'arco demolito, sono collocati nei Musei Capitolini.



LA DEVASTAZIONE 

BASSORILIEVO SALVATO DALLA DISTRUZIONE
Purtroppo l'ignoranza che oscurò la bellezza dell'arte romana per tanti secoli, quando non fu l'odio per il paganesimo (e lo fu spesso) determinò la distruzione di questo bellissimo arco. Fu papa Alessandro VII nel 1665 a ordinare la sua demolizione perchè era di intralcio al carnevale, e se ne fece anche un merito facendo affiggere sul muro di Palazzo Fiano una targa a ricordo dell'arco, nel punto dove sorgeva.

Infatti durante il Carnevale in via del Corso aveva luogo la famosa corsa dei Barberi, per la quale l'arco doveva costituire senza dubbio una pericolosa strettoia, e la corsa dei cavalli valeva decisamente di più di un arco romano.

L'unica parte che si salvò fu il pannello, che venne trasferito al Palazzo dei Conservatori (attualmente Museo Capitolino), dove si trova tutt'ora. Il pannello superstite, di squisita bellezza, raffigura l'imperatore Adriano e, nella parte superiore, l'apoteosi di sua moglie Sabina (m.136 o 137), trasportata in cielo da un genio femminile  alato.




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