GNEO PETREIO




Nome: Gnaeus Petreius
Nascita: Atina
Morte: I sec. a.c.


Gneo Petreio nato ad Atina, una cittadina del Latium (Lazio, prov. di Frosinone), essendo in effetti tutta la gens petreia nativa di Atina, fu un valente militare romano di cui ci giunge notizia da Plinio il Vecchio, Naturalis historia nel Libro XXII Cap. 6, tratte da varie testimonianze orali e scritte.

Di non grandi possibilità economiche, Gneo entrò nell'esercito distinguendosi per l'audacia, il valore e la lungimiranza.
Per questo, dopo essere stato nominato centurione, cioè comandante della centuria, l'unità di base della legione, in media di un centinaio di soldati, venne nominato centurione del primo manipolo della prima coorte, che era detto Primus Pilus.

Questi era il capo di tutti i centurioni e l'unico dei centurioni ad accedere al gabinetto di guerra di una legione, insomma una specie di ufficiale moderno.

Il primus pilus era normalmente l'ufficiale anziano che conquistava il suo ambitissimo status grazie ai meriti sul campo, il che fa presumere che di meriti Gneo ne avesse acquisiti molti e che i suoi uomini si fidassero molto di lui.

Narra Plinio, che Petreio ricevette l'altissima onorificenza della corona di gramigna, per aver compiuto un atto di eroismo durante la Guerra contro Cimbri e Teutoni.



GUERRA CONTRO CIMBRI E TEUTONI

I primi contrasti tra Romani e Germani avvennero nel 113 a.c. presso Aquileia, quando Cimbri e Teutoni, popolazioni nomadi originarie dello Jutland e della Scania (Danimarca e Svezia), abbandonarono la Pannonia per entrare in Italia attraverso le terre dei Taurisci del Norico. Queste tribù celtiche, alleate con Roma, chiesero l'aiuto delle legioni e Roma, come suo costume accorse prontamente.

Posizionato l'esercito sui monti, non lontano da Aquileia, il console Gneo Papirio Carbone convinse i nomadi, che nel frattempo avevano compreso la potenza delle legioni romane, ad abbandonare il progetto e tornare alle loro sedi. Forse cercando gli onori di un trionfo o forse per essere ben certo che gli accordi sarebbero stati rispettati, Papirio Carbone li seguì. Invece i nomadi, forse ritenendo di essere traditi attaccarono le truppe di Carbone e secondo Theodor Mommsen:
« Ebbe luogo una battaglia non lontano da Noreia nell'attuale Ducato di Carinzia durante il quale i traditi vinsero i traditori infliggendo considerevoli perdite. Solo una tempesta che separò i combattenti evitò la distruzione dell'esercito romano »

Solo al comando di Gaio Mario le due popolazioni germaniche furono annientate in due battaglie ad Aquae Sextiae e a Vercellae nel 102 e nel 101 a.c., salvando Roma dall'invasione germanica.



L'AZIONE EROICA

Durante una spedizione contro i Cimbri le legioni stavano avanzando da un po' nelle foreste svizzere, un terreno poco confacente ai romani che non potevano correre nè muoversi agilmente con l'armatura, mentre i nemici, senza armatura potevano appostarsi dietro e sopra agli alberi rendendosi introvabili.

Petreio parlò col comandante pregandolo di tornare indietro e non mettere così a repentaglio la vita di tutti. Fece anche presente che se non erano ancora stati attaccati era perchè i nemici gli avevano teso un'imboscata dove il bosco era più fitto, andare avanti era un suicidio.
CENTURIONE ROMANO

Il comandante però non gli diede ascolto, probabilmente per rancori personali col centurione che più d'una volta aveva cercato di consigliarlo, ma pure perchè i soldati sembravano apprezzare più Gneo che non il loro comandante.

Petreio si sentì alle strette, la pena per chi si ribellava era terribile, in genere l'uccisione a bastonate dai suoi commilitoni. Ma non poteva ribellarsi sobillando i suoi uomini, perchè avrebbe provocato uno sbando che avrebbe richiamato sicuramente e prestamente i nemici.

Rapidamente prese la sua decisione, cioè sguainò il gladio e lo inflisse profondamente nel petto del comandante, Quindi chiamò i suoi sottoposti e l'informò che lui era il nuovo comandante e che si preparassero alla battaglia.

Gli uomini non fiatarono, convinti della sua bravura quanto dell'inettitudine dell'ex comandante. Immediatamente retrocessero e si posero in posizione di battaglia. Appena in tempo perchè immediatamente udirono le urla di guerra e piovvero come un uragano i guerrieri cimbri già appostati nella foresta.

Combattendo e retrocedendo Gneo portò i suoi in campo aperto dove finalmente potè dar loro l'assetto romano della battaglia e con questo sgominò i suoi nemici. Le legioni lo accalamarono, solo a lui dovevano la loro vita.
Giunto a Roma Gneo si rimise al senato con molta trepidazione per la sua vita. Le leggi di Roma erano terribili per chi si ribellava, commettendo pertanto un tradimento, per giunta Gneo aveva assassinato il suo superiore, un esempio nefasto da punire in modo esemplare. 
Nel processo che seguì tutti i militari senza esclusione ebbero parole di elogio per Pretorio e di accusa di inadeguatezza per il comandante. E qui, nonostante i senatori romani fossero molto conservatori e per giunta Gneo non fosse un aristocratico, all'udire le numerose imprese del Pretorio, apprezzatissimo non solo dai suoi uomini ma pure da tutti i suoi precedenti comandanti non solo non accusò Gneo ma lo insignì della Corona Gramignea.



LA CORONA GRAMIGNEA

La corona era realizzata da un serto d'erba o fiori selvatici intrecciati, colti nei pressi del campo di battaglia, riprendendo il costume arcaico, sicuramente anche preromano, di premiare il vincitore nelle gare atletiche con una manciata d'erba del terreno di gara.
CORONA GRAMIGNEA

Si può comprendere pertanto quale esempio di giustizia dimostrò il senato romano, ignorando per un attimo leggi e gerarchie militari per remunerare chi aveva salvato la vita alle legioni romane, che erano la vera salvezza e il vero patrimonio di Roma.

Tanto più che tale onoreficenza, di per sè povera, portava grandi vantaggi e regalie da parte dei potenti e del popolo, perchè entrambi avevano il culto degli eroi romani.



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