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IL CENTURIONE GIULIANO


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« Quando divampò questo immane conflitto i romani attraversavano un periodo di difficoltà, mentre il partito rivoluzionario dei giudei era allora al culmine delle forze e dei mezzi e approfittò di quel momento di confusione per insorgere, sì che per la gravità degli sconvolgimenti la situazione in Oriente destò negli uni speranza di acquisti, negli altri timore di perdite. »


(Giuseppe Flavio, La Guerra Giudaica, I, 4, 2)



LA SITUAZIONE

L’operato dei romani in Giudea era stato pessimo, tanto da far dire a Tacito che “ la capacità di sopportazione dei giudei non andò oltre il periodo in cui fu procuratore Gessio Floro ”. Fu proprio sotto di lui che scoppiò la rivolta, nel 66 d.c., dopo altre avvisaglie (come quando Caligola cercò stupidamente di installare i suoi ritratti nel tempio). 

L’obbligo dei tributi, i sacrifici all’imperatore, il presidio romano, l’investitura del sommo sacerdote, l’amministrazione della giustizia data in ultima istanza al governatore romano, le sopraffazioni, la violazione dei precetti, nonostante l'edificazioni dei monumenti e i nuovi commerci instaurati, portarono la popolazione, e specialmente la frangia dei zeloti, a fomentare prima e poi far scaturire la ribellione. 

Nel maggio del 66 Gessio Floro confiscò parte del tesoro del tempio come contributo alla tassazione romana, provocando la ribellione di tutta la Giudea, nonostante i tentativi di riconciliazione di alcuni giudei come quello dello stesso re Agrippa II.

Poco dopo lo scoppio della rivolta giudaica, nel 67, Vespasiano assediò la quasi inespugnabile fortezza di Iotapata, dove si era rinchiuso Giuseppe, divenuto poi Flavio. I romani costruirono un terrapieno e tormentarono con ben 160 macchine d’assedio (per questo chiamate tormenta) i difensori.

«... tra gli uomini che si trovavano sulle mura attorno a Giuseppe un colpo staccò la testa facendola cadere lontano tre stadi. All’alba di quel giorno una donna incinta, appena uscita di casa, fu colpita al ventre e il suo piccolo venne scaraventato a distanza di mezzo stadio, tanto era la potenza della balista. Tutto il settore delle mura, dinanzi al quale si combatteva, era intriso di sangue, e lo si poteva scavalcare attraverso una scalata sui cadaveri. »

(Giuseppe Flavio, La Guerra Giudaica, III, 7.22, 245-249)

IL TEMPIO DI GERUSALEMME CON LA FORTEZZA ANTONIA CERCHIATA IN ROSSO

Infine i romani apriranno una breccia nelle mura e le assalteranno da più parti con le scale, incontrando una strenua resistenza. Dopo diversi anni di duri conflitti i romani riuscirono a cingere d’assedio Gerusalemme. Le operazioni erano guidate da Tito, mentre il padre Vespasiano si era recato ad Alessandria per seguire gli sviluppi della guerra civile (infatti gli eserciti orientali e danubiani marciavano verso l’Italia). 

Sarà Tito, seguendo le indicazioni di un disertore, a guidare una incursione notturna che permise alle legioni di penetrare in città. I romani, provati dai duri scontri, si daranno a un massacro, mentre Giuseppe, nascosto in una grotta, si salverà dal suicidio collettivo con l’inganno, dandosi poi a Vespasiano cui avrebbe predetto l’impero, ricevendo poi da lui la cittadinanza e il nome di Flavio. Grazie alla sua sopravvivenza conosciamo molti degli eventi bellici della guerra.

I romani riuscirono a prendere l’Antonia (dove prima della guerra risiedeva la guarnigione romana), ma non riuscivano ad avanzare ulteriormente nel piazzale sottostante, che portava al tempio (difeso strenuamente). Fu allora che intervenne il centurione Giuliano.



IL CENTURIONE GIULIANO

Il centurione Giuliano (... – Gerusalemme, 70) è stato un militare romano, al servizio dell'esercito romano come centurione, caduto valorosamente durante l'assedio di Gerusalemme del 70 d.c.. I romani avevano riconquistato la fortezza Antonia, un edificio che sorgeva presso il lato settentrionale del tempio di Gerusalemme, sede della guarnigione romana che controllava la città, e stavano combattendo nei pressi del Tempio di Gerusalemme.

Giuseppe Flavio racconta di un ausiliario che si offrì per primo di scalare la torre Antonia durante l’assedio di Gerusalemme:

I giudei stavano avendo ragione dei legionari  che rischiavano di perdere la posizione. Giuliano, centurione di origine italica e proveniente dalla Bitinia (Asia Minore), di robusta corporatura e di grande forza fisica, scese dalla fortezza, lanciandosi tra gli avversari con scudo e gladio. 

Di slancio attaccò i nemici, uccidendo tutti coloro che si ponevano sul suo cammino. Molti giudei osservando la scena scappavano terrorizzati. Anche il generale Tito si fermò a guardarlo colpito da tanta forza e tanta audacia.

Tuttavia mentre combatteva inciampò sul terreno scivoloso e cadde, presto se ne accorsero i fuggitivi e tornarono indietro. Flavio Giuseppe narra che era seduto sul terreno e che protetto ancora dalla sua armatura continuava a uccidere nemici:

« Il centurione Giuliano grande esperto nell’uso delle armi, con una prestanza fisica ed una forza d’animo superiore a tutti quelli che io conobbi nel corso di questa guerra, vedendo che i Romani stavano ormai cedendo e opponevano una resistenza sempre più debole, trovandosi sull’Antonia al seguito di Tito, saltò giù e da solo respinse i Giudei che stavano avendo la meglio fino all’angolo del piazzale interno. 

Davanti a lui tutti scappavano, poiché appariva come un uomo di forza e coraggio superiori. Mentre i nemici fuggivano in ogni direzione, uccideva tutti quelli che raggiungeva, sotto lo sguardo ammirato di Tito Cesare e il terrore dei Giudei. 

Egli come gli altri soldati aveva i sandali con sotto numerosi chiodi e, mentre correva, scivolò sul pavimento e cadde con un gran rumore dell’armatura, tanto che gli avversari ormai in fuga, si voltarono indietro a guardare. Si alzò dall’Antonia un urlo dei Romani, in ansia per la sua sorte, mentre i Giudei lo circondarono e lo colpirono da ogni parte con lance e spade. 

Egli riuscì a ripararsi da molti colpi con lo scudo e più volte cercò di rimettersi in piedi, ma non vi riuscì poiché gli assalitori erano troppo numerosi, e pur rimanendo disteso riuscì a ferirne molti con la sua spada. Ci volle non poco tempo per ucciderlo, poiché aveva tutti i punti vitali difesi da elmo, corazza e teneva il collo incassato fra le spalle. Alla fine con tutte le membra amputate, e senza che nessuno provasse ad aiutarlo, morì. »

(Flavio Giuseppe, Guerra Giudaica, VI, 1.8.83-88)



I LEGIONARI ROMANI

« I romani riguardo alla loro organizzazione militare, essi hanno questo grande impero come premio del loro valore, non come dono della fortuna. Non è infatti la guerra che li inizia alle armi e neppure solo nel momento del bisogno che essi la conducono, al contrario vivono quasi fossero nati con le armi in mano, poiché non interrompono mai l’addestramento, né stanno ad attendere di essere attaccati. Le loro manovre si svolgono con un impegno pari ad un vero combattimento, tanto che ogni giorno tutti i soldati si esercitano con il massimo dell’ardore, come se fossero in guerra costantemente. 

Per questi motivi essi affrontano le battaglie con la massima calma; nessun panico li fa uscire dai ranghi, nessuna paura li vince, nessuna fatica li affligge, portandoli così, sempre, ad una vittoria sicura contro i nemici. Non si sbaglierebbe chi chiamasse le loro manovre, battaglie senza spargimento di sangue e le loro battaglie esercitazioni sanguinarie. »

(Giuseppe Flavio, La Guerra Giudaica, III, 5.1.71-75)

IMPERATORE TITO

L'IMPERATORE

Tito rimase impressionato per questo gesto di estremo coraggio, osservando a quale fine orribile fosse andato incontro il suo centurione, massacrato sotto gli occhi di tanti suoi compagni d'arme. Avrebbe voluto accorrere in sua difesa, ma da dove si trovava non ne ebbe la possibilità. Così Giuliano lasciò grandissima fama di sé non solo presso i Romani e Tito, ma anche presso il nemico, che s'impadronì delle sue spoglie e riuscì a respingere i Romani fin dentro l'Antonia.

L'imperatore Tito venne definito da Svetonio "amore e delizia del genere umano", e Tacito "felice nella sua brevità". Fu da tutti giudicato un buon Imperatore. Tito nacque nel 41, e fu educato da Britannico cui lo legava un'amicizia profonda.



I SEGNI DEL DESTINO

La sua morte non fu però vana. I romani riuscirono ad arrivare al tempio, ultimo baluardo di resistenza. Il 7 settembre del 70 cadeva il palazzo di Erode a Gerusalemme: Tito completava la conquista della città. Presa dopo un lungo assedio, con gli assediati che furono costretti anche ad atti di cannibalismo per sopravvivere, vide anche la distruzione del Tempio, incendiato accidentalmente durante gli scontri, e da cui i romani cercarono di recuperare tutti i tesori possibili prima che crollasse. 

Flavio Giuseppe narra una serie di prodigi che precedettero la distruzione del Tempio:
« Quasi fossero stati frastornati dal tuono e accecati negli occhi e nella mente, non compresero gli ammonimenti del Dio, come quando sulla città apparvero un astro a forma di spada e una cometa che durò un anno, o come quando, prima che scoppiassero la ribellione e la guerra, essendosi il popolo radunato per la festa degli Azzimi nell’ottavo giorno del mese di Xanthico (marzo), all’ora nona della notte l’altare e il tempio furono circonfusi da un tale splendore, che sembrava di essere in pieno giorno, e il fenomeno durò per mezz’ora: agli inesperti sembrò di buon augurio, ma dai sacri scribi fu subito interpretato in conformità di ciò che accadde dopo.

Durante la stessa festa, una vacca che un tale menava al sacrificio partorì un agnello in mezzo al sacro recinto; inoltre, la porta orientale del tempio, quella che era di bronzo e assai massiccia, sì che la sera a fatica venti uomini riuscivano a chiuderla, e veniva sprangata con sbarre legate in ferro e aveva dei paletti che si conficcavano assai profondamente nella soglia costituita da un blocco tutto d’un pezzo, all’ora sesta della notte fu vista aprirsi da sola. Le guardie del santuario corsero a informare il comandante, che salì al tempio e a stento riuscì a farla richiudere. »

(Giuseppe Flavio, La Guerra Giudaica, VI, 288-294)


Flavio Giuseppe aggiunge che il futuro imperatore rimase profondamente commosso quando dalla torre vide morire colui che un attimo prima era al suo fianco. Il centurione Giuliano, come Sabino il Siriano, entrò nei Campi Elisi degli eroi, cadendo con orgoglio e onore non solo davanti ai suoi compagni, ma anche di fronte ai nemici.

« [Tito] diede ordine a chi era preposto a farlo, di leggere i nomi di tutti quelli che avevano compiuto particolari gesti di valore durante la guerra. E quando questi si facevano avanti, egli, chiamandoli per nome, li elogiava, si congratulava con loro delle imprese compiute quasi fossero le proprie, li incoronava con corone d’oro, distribuiva poi collane d’oro e piccole lance d’oro e vessilli d’argento. A ciascuno poi concesse di essere promosso al grado superiore. Distribuì anche dal bottino una grande quantità di argento, oro, vesti e altri oggetti. 

Quando tutti furono ricompensati Tito scese tra grandi acclamazioni e si recò a compiere i classici e rituali sacrifici per la vittoria. Presso gli altari vi era un gran numero di buoi ed egli, dopo averli sacrificati, li distribuì all’esercito affinché banchettasse. Passò poi con i suoi generali a festeggiare per tre giorni. »

(Giuseppe Flavio, La Guerra Giudaica, VII, 1.3.13-17)


BIBLIO

- Giuseppe Flavio - La Guerra Giudaica - III IV -
- Giulio Firpo - Le rivolte giudaiche - Bari - Laterza - 1999 -
- Giovanni Brizzi - 70 d.c. La conquista di Gerusalemme - Roma-Bari - Laterza - 2015 -
- Martin Goodman - Roma e Gerusalemme. Lo scontro delle civiltà antiche - Roma-Bari - Editori Laterza - 2009 -
- Francesco Angiolini - Delle opere di Giuseppe Flavio dall'originale greco tradotte e illustrate con note dall'abate Francesco Angiolini Piacentino - Tomo I - Volume VI - 1792 -
- Jean-Baptiste-Louis Crevier - Storia degl'imperatori romani da Augusto sino a Costantino del signor Crevier professore di retorica nel collegio di Beauvais - Tomo I - Volume XVI -


PUBLIO SEMPRONIO TUDITANO - SEMPRONIUS TUDITANUS


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Nome: Publio Sempronio Tuditano, Publius Sempronius Tuditanus,
Nascita: Roma, 26 marzo 270 a.c.
Morte: Eraclea, 5 agosto 180 a.c.
Padre: Gaio Sempronio Tuditano
Gens: Sempronia
Professione: magistrato, tribuno militare, pretore e censore. 
Consolato: 204 a.C.

Publio Sempronio Tuditanus fu un console e censore repubblicano, famoso per aver condotto circa 600 uomini in salvo a Canne nell'agosto 216 a.c. e per il Trattato di Fenice che pose fine alla I guerra macedone, nel 205 a.c..



LE ORIGINI 

Tuditanus, discendente da un ramo importante della gens plebea Sempronia, si dice fosse nipote o cugino del censore Marco Sempronio Tuditano che era stato console nel 240 a.c. con Gaio Claudio Centone e censore nel 230 a.c. con Quinto Fabio Massimo Verrucoso

Non è chiaro come sia imparentato con gli altri due o tre importanti Tuditani: 

- M. Sempronius Tuditanus, uno degli ufficiali di Scipione alla presa di Nuova Cartagine in Spagna. (Liv. XXVI. 48.). 

- Forse lo stesso uomo del console nel 185 a.c. Caius Sempronius Tuditanus, edile plebeo nel 198 a.c. e pretore nel 197 a.c., quando ottenne la Spagna più vicina come sua provincia. Fu sconfitto dagli Spagnoli con grande perdita, e poco dopo morì per una ferita che aveva ricevuto nella battaglia. Era pontifex al momento della sua morte.

- Marius Sempronius  Tuditanus (m. 174 a.c. Roma), tribuno della plebe nel 193 ac,,  propose e promulgò un plebiscitum, che sanciva che la legge sul denaro prestato fosse la stessa per i Socii e i Latini come per i cittadini romani. Fu pretore nel 189 a.c., quando ottenne la Sicilia come sua provincia, e console nel 185 a.c. con Appio Claudio Pulcher. Nel suo consolato fece la guerra in Liguria e sconfisse gli Apuani, mentre il suo collega ebbe altrettanto successo contro gli Ingauni. 



LA BATTAGLIA DI CANNES

2 agosto 216 a.c. - La battaglia di Canne, una delle peggiori disfatte della Storia romana, sta volgendo al termine. Il console Varrone è scappato con una cinquantina di uomini, mentre Lucio Emilio Paolo giace sul campo di battaglia insieme ad almeno 40.000 uomini. I sopravvissuti romani si rifugiano nel villaggio di Canne, senza difese, e soprattutto nei due accampamenti (settemila in quello minore, diecimila in quello maggiore).

L’esercito di Annibale ancora esausto per il massacro, non si lancia contro gli accampamenti, perché cala il buio. Dall’accampamento più grande giunge l'ordine che i soldati passino al campo maggiore, così che insieme si possa andare con passo spedito verso Canosa.

Questo evento divenne leggenda per il popolo romano: "Post pugnam Cannensem in castris multitudo...Canusium incolumes perveniunt".  Lucio Emilio Paolo aveva lasciato sull'altra sponda un campo di riserva di circa 10.000 uomini. Questi uomini che non parteciparono alla battaglia ebbero tre scelte dopo la disastrosa battaglia: 
- arrendersi ad Annibale, 
- tentare di sfondare le linee cartaginesi e fuggire, 
- oppure resistere e morire combattendo. 
Il più piccolo dei due campi fu assediato dai Cartaginesi. 

Publio Sempronio Tuditano tribuno dei soldati parlò così: 

"Preferite dunque essere catturati da un avarissimo e crudelissimo nemico? Ciò non potrà accadere, perché siete cittadini del console L. Emilio, che preferì morire bene che vivere turpemente. Ma, prima che le maggiori schiere dei nemici vi sbarreranno il passo, tramite quelli, che sono a difesa delle porte disordinati e scomposti, irrompiamo! Con il ferro e con l'audacia la via sarà accessibile anche attraverso i nemici serrati. Pertanto procedete con me, che volete salvi voi e lo stato!

Pertanto Sempronio propone un piano, che ora che è ancora buio, stretti a cuneo, i legionari attraversino la piana, dove i nemici sono sì presenti ma totalmente disordinati. Dei settemila uomini, solo seicento decidono di seguire Tuditano.

LA DISFATTA

Ora non appena dette tali parole, strinse la spada e realizzato il cuneo di legionari andò in mezzo ai nemici verso l’altro campo romano. I temibili cavalieri numidi si aggiravano sulla piana di Canne, e iniziarono a bersagliare i soldati di Tuditano sul fianco destro, il tribuno fece allora impugnare gli scudi nella mano destra, così che potessero difendersi nella folle corsa

I 600 uomini guidati da Tuditanus si fecero largo per raggiungere l'accampamento più grande, e da lì marciarono verso Canusium (Canosa), dove trovarono rifugio sicuro. La reputazione di Tuditanus crebbe così presso il Senato e il popolo di Roma.

I poco più di seimila rimasti nell’accampamento si arresero al nemico, confidando che sarebbero stati riscattati dal Senato che però rifiutò di riscattare coloro che si erano arresi ad Annibale o erano stati catturati vivi sul campo di battaglia, con un senatore anziano Tito Manlio Torquato che citava l'esempio di Tuditano e del suo gruppo, rispetto agli uomini codardi che non avevano osato evadere. 

Questo episodio registrato da Livio risale tramite Lucius Coelius Antipater al poeta romano Ennio, ma non è raccontato da Polibio, che nel III libro completamente conservato della sua opera fa un resoconto attendibile e dettagliato degli eventi della II guerra punica, negli anni dal 219 al 216 a.c. 

Ci sono quindi dubbi sulla storicità di questo episodio. Però per molti Tuditano partecipò alla battaglia di Canne come tribuno militare e riuscì a salvarsi passando a forza attraverso lo schieramento dei nemici, e c'è da crederci perchè i reduci di Canne (poi riscattati con la collaborazione delle famiglie) non ebbero il permesso di rientrare a Roma e le loro mogli romane vestirono a lutto per la vergogna e non uscivano di casa se non per necessità.

I romani erano molto sensibili ai loro soldati, se avevano combattuto bene tutti li omaggiavano e gli facevano pure regali ma se avevano perduto in battaglia quasi non li guardavano. Non per nulla i superstiti chiesero a gran voce a Scipione di riportarli sul campo di battaglia. 

Ma c'è una prova della veridicità del valore di Tuditano e della sua impresa eroica: solo un comportamento glorioso giustificherebbe la sua successiva repentina carriera. Se fosse stato un riscattato nè il popolo nè il senato lo avrebbero votato con tanto entusiasmo.

ANNIBALE ISPEZIONA IL CAMPO DOPO LA BATTAGLIA DI CANNE

LA CARRIERA

- Infatti nel 215 a.c. venne eletto edile curule. 

- Nel 213 a.c. ottenne la pretura, ed organizzò come edile i ludi scenici che durarono per la prima volta quattro giorni. 

- Ottenne poi il comando della Gallia cisalpina, la cui base operativa era posta a Rimini, e combatté contro i Galli della regione, espugnando la città di Aternum, facendo più di 7.000 prigionieri e ottenendo un ricco bottino di rame e argento coniato.

- Dato i numerosi successi il comando gli venne prorogato come propretore l'anno successivo (212 a.c.). e anche nel 211 a.c. gli venne prorogato il comando in Gallia. Presumibilmente conquistò la città di Atrinum, ed è stato mantenuto nello stesso comando per i due anni successivi (212 e 211 a.c.). Anche in questo caso qualcuno ha dubitato sulla storicità di queste gesta raccontate di Tuditanus come pretore.

- Fu console nel 204 a.c. e combatté contro Annibale nella battaglia di Crotone, il cui esito però fu incerto. 

- Ma fu eletto censore nel 209 a.c. con Marco Cornelio Cetego, sebbene né lui né il suo collega avessero ancora ricoperto il consolato. Questi due giovani censori riuscirono a completare il primo lustrum (ripulitura rituale) dello stato romano dall'inizio della II guerra punica. Altri lustra erano stati interrotti dalla morte di almeno un censore (a volte in battaglia). 



PRINCEPS SENATUS

Era Tuditanus che aveva il diritto di scegliere il nuovo Princeps Senatus; Cetego voleva che fosse scelto il censore più anziano, cioè Tito Manlio Torquato, poiché era stato censore nel 231 a.c.. Tuttavia, Tuditanus preferiva Quintus Fabius Maximus Verrucosus, il "Temporeggiatore", che era stato eletto censore nel 230 a.c, ed era quindi "junior", come Princeps Senatus ma era nell'avviso di Tuditano il più meritorio dei senatori. 

Poiché Tuditanus aveva il diritto di scegliere, la sua decisione prevalse. Il suo precedente permise a Roma di rompere con la tradizione di scegliere l'ex censore più anziano come Princeps Senatus; d'ora in poi sarebbe stato scelto l'uomo determinato ad essere il senatore più illustre, il che permise al giovane Scipione l'Africano di diventare Princeps Senatus nell'anno della sua censura. 



LA DIPLOMAZIA

Nel 205 a.c. Tuditano fu inviato in Grecia con il titolo di proconsole a capo di una forza militare e navale, allo scopo di contrastare Filippo V di Macedonia. Concluse invece con Filippo un trattato preliminare, il "Trattato di Fenice", un ottimo trattato di pace che dimostrò le notevoli capacità di ambasciatore di Tuditano.

Infatti il trattato favorevole per Roma fu prontamente ratificato dai Romani, ansiosi di dedicare la loro totale attenzione alla guerra in Africa. Il popolo lo ringraziò per aver riportato i suoi combattenti sani e salvi, e il senato fu felice di aver risparmiato uomini e soldi.



CONSOLE IN ASSENZA

Nel 204 a.c., Tuditano fu eletto console in sua assenza, sempre con il suo ex co-censore Cetego. Non era cosa facile da ottenere, ma la sua buona fama era rimasta intatta. Non si sa quanto bene gli uomini abbiano lavorato di nuovo insieme, visto il disaccordo sul Princeps Senatum, ma il popolo non li avrebbe eletti entrambi se avessero avuto problemi fra loro e Livio non menziona alcuna divergenza successiva. 

ANNIBALE

CONTRO ANNIBALE

Tuditano ricevette il Bruzio come sua provincia durante la guerra contro Annibale. Nelle vicinanze di Crotone Tuditano subì una sconfitta, con una perdita di ben 1200 uomini, cosa assolutamente inusuale per lui, ma poco dopo conseguì una vittoria su Annibale, che fu costretto di conseguenza a rinchiudersi entro le mura di Crotone. 

Fu in questa battaglia che Tuditanus fece voto di costruire un tempio a Fortuna Primigenia sul Quirinale, se fosse riuscito a sconfiggere il nemico. Consacrò questo tempio vent'anni dopo nel 184 a.c. ma venne dedicato da Quinto Marcio Ralla, creato duumviro per questo e ne aveva fatto voto dieci anni prima nella Guerra punica Sempronio Sofo, dividendo pertanto le spese. 

Nel 200 a.c, Tuditanus fu uno dei tre ambasciatori inviati in Grecia e presso Tolomeo V, re d'Egitto. Non viene successivamente menzionato da Livio. Si sa che Tuditano fu candidato senza successo al consolato nel 195 a.c. (vinto da Catone e Flacco), ma fu eletto pontefice per l'anno successivo.  


BIBLIO

- William Smith - "Tuditano" - Dizionario di biografia e mitologia greca e romana ed. - 1870 -
- Giovanni Brizzi - Canne. La sconfitta che fece vincere Roma - Bologna - Il Mulino - 2016 -
- André Piganiol - Le conquiste dei romani - Milano - Il Saggiatore - 1989 -
- Bruun, Christer - The Antonine Plague and the 'Third-Century Crisis - in O. Hekster, G. de Kleijn, D. Slootjes (ed.) - Nijmegen - 2006 -


VIRGINIO RUFO - VIRGINIUS RUFUS (Eroi romani)


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IL RIFIUTO DI RUFO

Nome: Lucio Virginio Rufo, ovvero Lucius Verginius Rufus;
Nascita: Como 14 o 15
Padre; appartenente all'ordine equestre
Morte: Roma 97
Professione: generale romano, senatore, tre volte console
Gens: Verginia

Nei testi moderni, a causa di un'italianizzazione ottocentesca del nome, lo si trova sotto la voce "Lucio Virginio Rufo". Secondo alcuni nacque presso Como, secondo altri presso Valle Guidino in Brianza. La sua carriera iniziale è sconosciuta ma dovette dare notevole prova del suo valore, perchè raggiunse diverse magistrature inferiori, fino ad ottenere l'incarico di occuparsi delle finanze di Smyrna (una città greca in Asia minore), per poi diventare senatore ed infine console, nel 63. 

A causa delle sue capacità e del suo valore venne nominato da Nerone governatore della Germania superiore, nonchè comandante delle tre legioni della Germania superiore: la XXI Rapax, la IIII Macedonica, e la XXII Primigenia.



PLINIO IL GIOVANE

Rufo accettò di fare da tutore del figlio di un suo amico, il cavaliere romano Lucio Cecilio Secondo, per puro spirito di amicizia e perchè il suo amico riponeva fiducia solo in lui. Poi il suo amico era morto negli anni 60 e Virginio voleva mantenere la sua parola. 

In quel periodo Rufo ebbe un dissidio con l'oratore greco Nicete, ma Nerone, che aveva grande simpatia per l'oratore, ma pure per Virginio, inviò Nicete in Germania superiore, costringendo i due avversari ad incontrarsi e, come Nerone aveva previsto, i due non solo si riconciliarono ma divennero grandi amici. 

Infatti Nicete venne invitato da Virginio a fare da insegnante per il minore che aveva in tutela, e che, una volta ricevuta questa eccellente educazione, fu in seguito adottato dallo zio, l'ufficiale e studioso Plinio il Vecchio, del quale assunse il nome tanto da essere noto come Plinio il Giovane. 

L'IMPERATORE GALBA

LA RIVOLTA DI VINDICE

Il governo di Nerone era percepito in modo molto gradevole dal popolo romano, soprattutto grazie agli splendidi spettacoli gratuiti che offriva begli anfiteatri, ma non era gradito agli aristocratici, e soprattutto nelle province, dove si ebbero forti ribellioni che sfociarono poi in una guerra aperta. 

Il massimo fomentatore di questa rivolta fu il governatore della Gallia Lugdunense, Gaio Giulio Vindice, un principe e senatore romano che con i suoi complici, scelse come possibile successore al trono di Nerone, il governatore della Hispania Tarraconensis Servio Sulpicio Galba. 

La ribellione di Vindice si scatenò nell'aprile 68 e secondo lo storico e senatore romano Cassio Dione, vissuto all'inizio del III secolo, Rufo, fedele al suo imperatore, si mosse contro Vindice per combatterlo. Giunto a Besançon, la città dove avrebbe dovuto fare rifornimenti, non gli aprì le porte mostrandosi dalla parte di Vindice, per cui Rufo la pose sotto assedio. 

Vindice accorse allora in aiuto della città assediata; ma Virginio tentò di dissuaderlo attraverso alcuni messaggi, infine i due comandanti si accordarono per un incontro tra loro due soltanto. Secondo Cassio Dione, i due sarebbero giunti ad un accordo contro Nerone. 

Vindice, allora, avanzò con il suo esercito con lo scopo di occupare la città; vedendo questo e pensando invece che Vindice stesse per dare battaglia, gli uomini di Rufo reagirono di propria iniziativa e attaccarono il nemico impreparato, facendone strage. Non si comprende come possa essere accaduto, perchè Rufo avrebbe dovuto immediatamente avvertire i suoi, oppure i soldati non erano d'accordo nella destituzione di Nerone e si erano mossi per proprio conto. 

Fatto sta che Vindice, sconfitto, si suicidò. A questo punto l'esercito acclamò ripetutamente Rufo affinchè accettasse di diventare imperatore. Ma Virginio, rifiutò e dichiarò che non avrebbe né accettato quell'onore per sé, né avrebbe permesso che fosse dato a qualcuno di diverso dall'uomo che venisse prescelto del Senato. I militari dovettero accettare a malincuore e a giugno, il Senato, riconosciuta in pieno la fedeltà di Rufo, fece la sua scelta riconoscendo Galba imperatore, mentre Nerone si suicidò. 

L'IMPERATORE OTONE

L'ARRESTO DI VIRGINIO

Nell'autunno di quell'anno Rufo concluse il proprio mandato, e gli fu inviato Marco Ordeonio Flacco per sostituirlo. Ma le legioni delle province renane, temendo che la loro lealtà a Nerone fosse punita da Galba, proclamarono imperatore il nuovo governatore della Germania inferiore Vitellio. Nel frattempo Galba era stato assassinato e il Senato aveva scelto al suo posto Otone. 

Virginio, nominato console per quell'anno, fu leale a quest'ultimo in quanto scelto dal senato, ma le truppe di Otone furono sconfitte da quelle di Vitellio, e i soldati di Otone arrestarono però Viginio, probabilmente in quanto si temeva che venisse nuovamente spinto a eleggersi imperatore, ma tuttavia Virginio riuscì a fuggire. Ancora una volta la sua fedeltà non veniva ripagata.

Virginio, riguadagnata Roma consigliò al Senato di riconoscere Vitellio imperatore, e si recò lui stesso a Pavia in visita presso il nuovo sovrano e fu proprio Vitellio a salvargli la vita, sottraendolo alla furia dei suoi ex-soldati, dei quali aveva osato rifiutare l'acclamazione. 

Verginio fu in pericolo a causa dei suoi ex-soldati durante il regno di Vitellio, ma fu in pericolo anche quando salì al trono Vespasiano, in quanto il console era ritenuto capax imperii, un candidato alla porpora per volontà dell'esercito che lo considerava un ottimo comandante.

I RESTI DELLA TOMBA DI VIRGINIO RUFO

Però infine Vespasiano, da quel profondo conoscitore di uomini quale era, non lo ritenne pericoloso e ordinò che nessuno osasse toccarlo. Rufo decise allora di ritirarsi a vita privata, e scelse una proprietà posta ad Alsium (oggi Ladispoli, sulla costa tirrenica a nord-ovest di Roma), dove si tenne occupato con gli studi, la poesia ed un cenacolo letterario con Plinio il Giovane e Marco Fabio Quintiliano. 

La grande considerazione nella quale la figura di Verginius era tenuta dalla storiografia dell'epoca di Vespasiano fece scrivere una volta a Plinio il Giovane che: «Per trent'anni dopo la sua ora di gloria egli visse leggendo di sé nella storia e nella poesia, cosicché fu testimone vivente della sua futura gloria.» (Plinio il Giovane, Lettere, ii.1.2)

Sembra che il rapporto con il potere migliorasse con Tito che però non durò a lungo, succedendogli il nefasto Domiziano, pazzo e tiranno, che venne assassinato nel 96. Il Senato scelse come suo successore Marco Cocceio Nerva, molto amico di Virginio. La scelta non piacque all'esercito; comunque il nuovo imperatore scelse come collega, ormai al III consolato, l'anziano Virginio, un comandante che aveva rifiutato di diventare imperatore e che alla porpora aveva preferito la lealtà al Senato. 

RICOSTRUZIONE GRAFICA DELLA TOMBA DI VIRGINIO RUFO

LA MORTE

Fu infatti con lui console nel 97 d.c., ma mentre Verginio stava per iniziare il suo discorso inaugurale, 
fece inavvertitamente cadere un libro che aveva con sé e, piegatosi per raccoglierlo, scivolò sul pavimento liscio e cadde fratturandosi l'anca. Morì alcuni mesi più tardi, dopo una lunga sofferenza. Lo storico Tacito ne pronunciò l'orazione funebre. 

La casa ad Alsium fu ereditata da Plinio, che la concesse alla propria suocera; in una visita, dieci anni dopo Plinio scoprì con dispiacere l'oblio nel quale ero lasciato il suo sepolcro dopo la sua morte: "Giacevano senza uno scritto, senza un nome le reliquie e la cenere abbandonata di un uomo la cui memoria era diffusa con gloria in tutto il mondo". 

Lo stesso Rufo aveva dettato l'epigrafe per la propria tomba: «Qui giace Rufo, che una volta sconfisse Vindice e liberò il potere imperiale non per sé, ma per il suo paese.» 

Nei suoi 83 anni Rufo aveva vissuto sotto il governo dei primi dodici imperatori: Augusto, Tiberio, Caligola, Claudio, Nerone, Galba. Otone, Vitellio, Vespasiano, Tito e Domiziano, e fu fedele a tutti e 12 perchè fu fedele a Roma. 


BIBLIO

- Plinio il Vecchio - Naturalis Historia -
- Plinio il Giovane - Epistularum Libri Decem -
- Plinio il Giovane - Panegyricus -
- Cassius Dio - Roman History -
- Svetonio - De vita Caesarum libri VIII -
- Brian W. Jones - The Emperor Domitian - London & New York - Routledge - 1992 -
- Wells, Colin - The Roman Empire - Cambridge, MA: Harvard - 1992 -


EROI ROMANI DELLA RIVOLTA GIUDAICA


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IL CENTURIONE (by Tomas Duchek)

Nel II e I secolo a.c., soprattutto gli ultimi anni della Repubblica romana, vi furono continue campagne militari. Prima le guerre di conquista, come quelle di Pompeo in Oriente e di Giulio Cesare in Gallia; poi le guerre civili di cui furono protagonisti gli stessi Cesare e Pompeo. Le fonti letterarie abbondano di azioni militari in cui i centurioni si mostrarono valorosi e e perfino temerari. 

Qualsiasi legionario volenteroso e capace poteva diventare centurione, era una carriera aperta a tutti, anche ai plebei e molti erano disposti a rischiare molto per ottenere la qualifica di Primus Pilus, nonostante i centurioni morissero in battaglia più spesso di tanti altri.

I centurioni erano i sottufficiali di più alto rango dell’esercito di fanteria legionaria. Erano militari di carriera, cioè iniziavano come soldati semplici e salivano di grado per anzianità ma soprattutto per merito, scalando la struttura della legione.

«I romani riguardo alla loro organizzazione militare, essi hanno questo grande impero come premio del loro valore, non come dono della fortuna. Non è infatti la guerra che li inizia alle armi e neppure solo nel momento dei bisogno che essi la conducono, al contrario vivono quasi fossero nati con le armi in mano, poiché non interrompono mai l’addestramento, né stanno ad attendere di essere attaccati. 

Le loro manovre si svolgono con un impegno pari ad un vero combattimento, tanto che ogni giorno tutti i soldati si esercitano con il massimo dell’ardore, come se fossero in guerra costantemente. Per questi motivi essi affrontano le battaglie con la massima calma; nessun panico li fa uscire dai ranghi, nessuna paura li vince, nessuna fatica li affligge, portandoli così, sempre, ad una vittoria sicura contro i nemici. Non si sbaglierebbe chi chiamasse le loro manovre, battaglie senza spargimento di sangue e le loro battaglie esercitazioni sanguinarie

(Giuseppe Flavio, La Guerra Giudaica, III)

GERUSALEMME


LA RIVOLTA EBRAICA

Sotto il procuratore Gessio Floro, la cui amministrazione non fu forse delle migliori, scoppiò la rivolta, nel 66 d.c., sia perchè Caligola cercò di installare i suoi ritratti nel tempio di Gerusalemme, sia per l'’obbligo dei tributi, per i sacrifici all’imperatore, per il presidio romano, per l’investitura del sommo sacerdote, per l’amministrazione della giustizia che in ultima istanza era affidata al governatore romano, ma fu soprattutto a causa degli zeloti.

Nel maggio del 66 Gessio Floro confiscò parte del tesoro del tempio come contributo alla tassazione romana, provocando la ribellione di tutta la Giudea, nonostante i tentativi di riconciliazione di alcuni giudei come quello dello stesso re Agrippa II.

«Quando divampò questo immane conflitto i romani attraversavano un periodo di difficoltà, mentre il partito rivoluzionario dei giudei era allora al culmine delle forze e dei mezzi e approfittò di quel momento di confusione per insorgere, sì che per la gravità degli sconvolgimenti la situazione in Oriente destò negli uni speranza di acquisti, negli altri timore di perdite.» 

(Giuseppe Flavio, La Guerra Giudaica, I, 4, 2)

Nel 67, Vespasiano assediò la quasi inespugnabile fortezza di Iotapata, dove si era rinchiuso Giuseppe, divenuto poi Flavio. I romani costruirono un terrapieno e massacrarono con ben 160 macchine d’assedio i difensori della fortezza:

«…tra gli uomini che si trovavano sulle mura attorno a Giuseppe un colpo staccò la testa facendola cadere lontano tre stadi. All’alba di quel giorno una donna incinta, appena uscita di casa, fu colpita al ventre e il suo piccolo venne scaraventato a distanza di mezzo stadio, tanto era la potenza della balista. Tutto il settore delle mura, dinanzi al quale si combatteva, era intriso di sangue, e lo si poteva scavalcare attraverso una scalata sui cadaveri

(Giuseppe Flavio, La Guerra Giudaica, III)

Dopo diversi anni di duri conflitti i romani riuscirono a cingere d’assedio Gerusalemme. Le operazioni erano guidate da Tito, mentre il padre Vespasiano si era recato ad Alessandria per seguire la guerra civile (si era negli anni dei 4 imperatori e gli eserciti orientali e danubiani marciavano verso l’Italia). 

L'assedio sembrava un'operazione molto difficile, sia per la strenua resistenza dei difensori, sia per la natura di Gerusalemme, cinta da più anelli di mura. Giuseppe Flavio racconta di un ausiliario che si offrì per primo di scalare la torre Antonia durante l’assedio di Gerusalemme:



SABINO IL SIRIANO

«Tutti restavano paralizzati dalla gravità del pericolo; soltanto un uomo delle coorti ausiliarie, un certo Sabino nativo della Siria, si dimostrò un soldato di straordinario valore per forza e coraggio. Fu lui il primo a levarsi dicendo: “Io ti offro volentieri la mia vita, o Cesare (Tito); sarò il primo a dar la scalata al muro" sollevò con la sinistra lo scudo sopra la testa e, sguainata con la destra la spada, si avventò verso le mura: era esattamente l’ora sesta di quel giorno. 

Non lo seguirono che solo undici uomini, emuli del suo coraggio, ma egli precedeva tutti di molto. I difensori dall’alto del muro li bersagliarono con giavellotti e tirarono un’infinità di frecce e fecero rotolare giù degli enormi macigni; ma Sabino, affrontando i proiettili e ricoperto di dardi, non frenò il suo slancio prima di essere arrivato in cima e di aver sbaragliato i nemici. Infatti, i giudei, sbigottiti dalla sua forza e dal suo coraggio, e anche perché credettero che a dar la scalata fossero stati di più, si diedero alla fuga [Sabino] mise un piede in fallo e, urtando contro una roccia, vi cadde sopra con un gran colpo. 

I giudei si voltarono indietro e, avendo visto che era solo e per di più caduto, si diedero a colpirlo da tutte le parti. Quello, levatosi su un ginocchio e riparandosi con lo scudo, dapprincipio si difese e ferì molti di quelli che gli si avvicinavano; ma ben presto per le molte ferite non poté più muovere la destra e alla fine, prima di spirare, fu sepolto sotto un nugolo di dardi Degli altri undici, tre che erano già arrivati in cima furono colpiti e uccisi a colpi di pietra, mentre gli altri otto vennero tirati giù feriti e ricondotti nell’accampamento. Quest’azione si svolse il terzo giorno del mese di Panemo (giugno).»

(Giuseppe Flavio, Guerra Giudaica, VI)

Infine Tito, seguendo le indicazioni di un disertore, riuscì a guidare una incursione notturna che permise alle legioni di penetrare in città non visti. I romani, esasperati dai duri scontri, si daranno a un massacro, mentre Giuseppe, nascosto in una grotta, si salverà dal suicidio collettivo con l’inganno, dandosi poi a Vespasiano cui avrebbe predetto l’impero, ricevendo poi da lui la cittadinanza e il nome di Flavio. Grazie alla sua salvezza conosciamo molti degli eventi bellici della guerra.



IL CENTURIONE

In tutto l’impero dovevano esserci costantemente all’incirca 1.800 centurioni. Uomini simili al Giuliano di cui andiamo a scrivere: energici, valorosi e spietati, capaci di incutere rispetto e ammirazione ai loro sottoposti e terrore nel nemico.  Una legione era formata da 10 coorti, numerate dalla I alla X, e ogni coorte si suddivideva in sei centurie di 80 soldati ciascuna. La promozione del centurione culminava con l’accesso al comando di una centuria della I coorte, la più importante di tutte. 

A capo di tutti i centurioni di una legione c’era il cosiddetto primus pilus, ovvero la “prima lancia”. Era il primo centurione della I coorte, e i suoi compagni formavano il rango dei primi "ordines", ossia quello dei centurioni di maggior grado e riconoscimento nella legione. Quando si ritirava, il primus pilus riceveva una ricompensa e il titolo di primipilare (cioè di ex primus pilus). I primipilari erano tenuti in particolare considerazione e potevano ottenere cariche come, per esempio, quella di prefetto dell’accampamento o di tribuno delle coorti di stanza a Roma. 

In epoca imperiale si poteva anche diventare centurioni dopo essere stati pretoriani, ossia membri della guardia personale dei sovrani, o grazie a una nomina diretta da parte dell’imperatore stesso, come accadeva nel caso di alcuni membri dell’ordine equestre. Alla fine di ogni battaglia facilmente rimanevano sul campo i centurioni, praticamente tutti eroi, coraggiosi e spesso temerari.

LA PRESA DI GERUSALEMME


IL CENTURIONE GIULIANO

I romani riuscirono a prendere la fortezza dell’Antonia, dove prima della guerra risiedeva la guarnigione romana, ma non riuscivano ad avanzare ulteriormente nel piazzale sottostante, che portava al tempio. Fu allora che intervenne il centurione Giuliano che:

« Grande esperto nell’uso delle armi, con una prestanza fisica ed una forza d’animo superiore a tutti quelli che io conobbi nel corso di questa guerra, egli, vedendo che i Romani stavano ormai cedendo e opponevano una resistenza sempre più debole, trovandosi sull’Antonia al seguito di Tito, saltò giù e da solo respinse i Giudei che stavano avendo la meglio fino all’angolo del piazzale interno. Davanti a lui tutti scappavano, poiché appariva come un uomo di forza e coraggio superiori. 

Mentre i nemici fuggivano in ogni direzione, uccideva tutti quelli che raggiungeva, sotto lo sguardo ammirato di Tito Cesare e il terrore dei Giudei. Egli come gli altri soldati aveva i sandali con sotto numerosi chiodi e, mentre correva, scivolò sul pavimento e cadde con un gran rumore dell’armatura, tanto che gli avversari ormai in fuga, si voltarono indietro a guardare. Si alzò dall’Antonia un urlo dei Romani, in ansia per la sua sorte, mentre i Giudei lo circondarono e lo colpirono da ogni parte con lance e spade. 

Egli riuscì a ripararsi da molti colpi con lo scudo e più volte cercò di rimettersi in piedi, ma non vi riuscì poiché gli assalitori erano troppo numerosi, e pur rimanendo disteso riuscì a ferirne molti con la sua spada. Ci volle non poco tempo per ucciderlo, poiché aveva tutti i punti vitali difesi da elmo, corazza e teneva il collo incassato fra le spalle. Alla fine con tutte le membra amputate, e senza che nessuno provasse ad aiutarlo, morì. »

(Giuseppe Flavio, Guerra Giudaica, VI)

La sua morte non fu però vana. I romani riuscirono ad arrivare al tempio, ultimo baluardo di resistenza. Il 7 settembre del 70 d.C. cadeva il palazzo di Erode a Gerusalemme: Tito completava la conquista della città. Presa dopo un lungo assedio, con gli assediati che furono costretti anche ad atti di cannibalismo per sopravvivere, vide anche la distruzione del Tempio, incendiato accidentalmente durante gli scontri, e da cui i romani cercarono di recuperare tutti i tesori possibili prima che crollasse. 

Al termine dell’assedio di Gerusalemme Tito assegnò i premi ai soldati:
«Dette ordine a chi era preposto a farlo, di leggere i nomi di tutti quelli che avevano compiuto particolari gesti di valore durante la guerra. E quando questi si facevano avanti, egli, chiamandoli per nome, li elogiava, si congratulava con loro delle imprese compiute quasi fossero le proprie, li incoronava con corone d’oro, distribuiva poi collane d’oro e piccole lance d’oro e vessilli d’argento. 

A ciascuno poi concesse di essere promosso al grado superiore. Distribuì anche dal bottino una grande quantità di argento, oro, vesti e altri oggetti. Quando tutti furono ricompensati Tito scese tra grandi acclamazioni e si recò a compiere i classici e rituali sacrifici per la vittoria. Presso gli altari vi era un gran numero di buoi ed egli, dopo averli sacrificati, li distribuì all’esercito affinché banchettasse. Passò poi con i suoi generali a festeggiare per tre giorni.»

(Giuseppe Flavio, Guerra Giudaica, VII)

Flavio Giuseppe aggiunge che il futuro imperatore rimase profondamente commosso quando dalla torre vide morire colui che un attimo prima era al suo fianco. Il centurione Giuliano, come Sabino il Siriano,  entrò nei Campi Elisi degli eroi, cadendo con orgoglio e onore non solo davanti ai suoi compagni, ma anche di fronte ai nemici.


BIBLIO

- Giuseppe Flavio - La Guerra Giudaica - III IV -
- Giulio Firpo - Le rivolte giudaiche - Bari - Laterza - 1999 -
- Giovanni Brizzi - 70 d.c. La conquista di Gerusalemme - Roma-Bari - Laterza - 2015 -
- Martin Goodman - Roma e Gerusalemme. Lo scontro delle civiltà antiche - Roma-Bari - Editori Laterza - 2009

M. CURIO DENTATO - M. CURIUS DENTATUS


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MANIO RIFIUTA I DONI DEI SANNITI

Nome: Manius Curius Dentatus
Nascita: 330 a.c.
Morte: 270 a.c.
Gens: Curia
Consolato: 290 a.c., 275 a.c., 274 a.c.
Professione: Generale e politico


Uno dei più grandi Romani del sec. III a.c.,
"quem nemo ferro potuit superare nec auro"
"Non fu mai vinto nè dal ferro nè dall'oro."
(Ennio in Cic., De Rep., III, 6)

Manio Curio Dentato (ovvero Manius Curius Dentatus; 330 – 270 a.c.) fu un eroe di Roma che pose fine alle guerre sannitiche. Manio apparteneva alla gens Curia o Curii era una famiglia plebea romana, non ricca e da lui mai arricchita. Il loro nomen era Curius, e non compare fino al III sec. a.c. Il solo cognomen presente durante la Repubblica, è Dentatus. Secondo alcune iscrizioni ritrovate sul sito di Lucus Pisaurensis presso Pesaro, la gens Curia sarebbe originaria della Sabina.

Manio Curio Dentato è stato il più celebre e pure il più glorioso fra i Curii. Si dice che il suo cognomen (Dentatus) derivasse dal fatto che, appena nato, egli avesse già i denti in bocca. Viene varie volte definito da Cicerone "homo novus" per le sue umili origini; sicuramente non per disprezzo, in quanto lo stesso Cicerone era un "homo novus", si diceva infatti di qualcuno che non facesse carriera perchè aveva già un nome affermato, ma perchè doveva la sua fama solo a se stesso.

Il primo incarico che assunse fu quello di tribuno della plebe, forse nel 299 a.c., ma la data non è certa. Si sa invece che durante il suo mandato si oppose strenuamente al console Appio Claudio Cieco che, non rispettando la legge, aveva deciso di non considerare i voti dei plebei.

Fu poi eletto console Publio Cornelio Rufino e, in quello stesso anno, combatté e vinse la Terza guerra sannitica contro i Sanniti e i loro alleati, ponendo fine ad una guerra che durava da ben 49 anni. Per questa importantissima vittoria gli venne concesso un grande trionfo.

Si trovò tempo dopo a guidare nuovamente il suo esercito contro i Sabini che si erano nuovamente rivoltati, da quel grande generale che era, ottimo nelle strategie, nell'allenamento dei soldati e nel farsi rispettare e amare da essi, ottenne un secondo importante successo sottomettendo definitivamente i Sabini, che da molti anni erano una costante minaccia per Roma.

Alla fine della guerra ai Sabini venne accordata la cittadinanza romana, ma non il diritto di voto, e gran parte dei loro territori fu spartita tra il popolo di Roma. L'agro sabino e quello dei Praetutii fu incorporato al romano: il più grande ampliamento del territorio romano dopo la guerra latina (più di 5000 kmq.; estensione anteriore circa 8300)

BATTAGLIA DI BENEVENTUM
Nel 284 a.c. fu eletto pretore suffectus in seguito alla morte di Lucio Cecilio Metello Denter, ucciso dai Senoni. Dentato mandò subito loro un'ambasceria per trattare la restituzione degli ostaggi, ma i legati furono uccisi. Allora Manio decise di affrontare i Senoni in guerra e in quello stesso anno li sconfisse, annettendo i loro territori fino oltre a Rimini e fondando Senigallia (Gallia Senonia).

Nel 275 a.c. fu console per la seconda volta e sconfisse l'esercito di Pirro nella battaglia di Benevento, presso cui Manio si era accampato (a quel tempo detto Maleventum, ribattezzata dopo questa vittoria Beneventum), costringendo il sovrano greco ad abbandonare definitivamente l'Italia.

I festeggiamenti che seguirono a questa vittoria, ottenuta per la grande abilità del generale romano, furono strabilianti, anche perché sfilarono all'interno della città quattro elefanti di Pirro, animali ancora sconosciuti ai romani. E anche perchè il popolo romano adorava Curio Dentato, dove arrivava lui la vittoria era certa.

Manio Curio Dentato, però, si sottrasse sempre alle onorificenze pubbliche e all'acclamazione della folla, non cercava nè fama nè gloria, ma il popolo lo amava di più proprio per questo. Manio era diventato il grande eroe dell'antica Roma: invincibile, incorruttibile, modesto, giusto e non interessato al potere.

L'anno seguente, durante il nuovo consolato che gli venne dato per la terza volta, sconfisse i Lucani e celebrò un ennesimo e meritato trionfo. Dopo ciò si ritirò nella sua fattoria per condurre una vita agreste coi suoi campi, e il lavoro della terra. Fu però sempre pronto a tornare in campo per difendere la patria se lo Stato glielo richiedeva.

Si racconta che alcuni ambasciatori dei Sanniti, che erano stati incaricati di consegnargli oro e argenti per la sua vittoria, lo trovarono intento a lavorare in un campo come un comune contadino. All'offerta dei doni Manio rifiutò. Diffidava dei doni perchè nascondevano sempre una richiesta sfavorevole al suo popolo.

IL TRIONFO
Era talmente onesto che dopo la vittoria sui Sabini,  nella spartizione dei territori volle ricevere come ricompensa la stessa quantità di terreno decretata per gli altri cittadini, e cioè 14 jugeri. Nel 272 a.c. lo Stato ebbe ancora bisogno di lui e lo richiamò dalle sue terre perchè il popolo lo aveva eletto censore.

Durante questo mandato iniziò la costruzione dell'acquedotto Anio Vetus, che ebbe la lunghezza di quarantatré miglia dalle chiuse poiché doveva portare le acque del fiume Aniene nella città. Quest'opera fu finanziata utilizzando il bottino di guerra della vittoria contro Pirro (purtroppo Manio Curio Dentato morì prima di vederlo compiuto).

Nel 271 a.c. ordinò la costruzione di un canale (il Cavo Curiano) per far defluire le acque stagnanti del fiume Velino, che rendevano paludosa e malsana la Piana di Rieti, in direzione della Cascata delle Marmore: da lì l'acqua precipitava direttamente nel fiume Nera, affluente del Tevere. Con questa costruzione rese coltivabili tutte le paludi che circondavano la città.

Manio Curio Dentato fu amico di molti personaggi illustri del suo tempo, sempre consultato, apprezzato e stimato da tutti. Scrisse anche alcuni testi, ma fu soprattutto il soggetto delle opere di moltissimi scrittori e storici.

Per parecchi secoli dopo la sua morte (avvenuta nel 270 a.c. mentre sovrintendeva ai lavori per la costruzione dell'acquedotto) si raccontarono le sue ardite e ben congegnate imprese militari e si elogiò la sua rettitudine morale, additandola come esempio per tutti i Romani. Catone il censore, che ne raccolse i detti, lo collocava fra le grandi figure della storia universale. In seguito alla sua grandezza lo stato romano, in segno di riconoscimento pagò la dote alle figlie di Manio.


BIBLIO

- Plinio il Vecchio - Naturalis historia - VII, 16 -
- Cicerone - Epistulae ad Atticum -
- William Smith - M. Curius Dentatus - Dictionary of Greek and Roman Biography and Mythology - 1870 -
- T. Livio - Ab Urbe condita libri -
- Luigi Pareti - Storia di Roma e del mondo Romano - Unione tipografico editrice torinese - 1952 -

Q. MARCIO TURBONE - QUINTUS MARCIUS TURBO


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Nome: Quintus Marcius Turbo Fronto Publicius Severus
Nascita: -
Morte: -
Professione: Generale, Ammiraglio, Prefetto, etc.


[Q. MARCIO] C. F. TRO(mentina) FRONTONI TURBONI PUBLICIO SEVERO,
DOMO EPIDAURO, P(rimo) P(ilo) BIS,
PRAEF(ecto) VEHIC(ulorum),
TRIB(uno) COH(ortis) VII vigil(um),
TRIB(uno) EQU(itum) SING(ularium) AUG(usti),
TRIB(uno) PRAET(oriano),
PROC(uratori) LUDI MAGNI,
PRAEF(ecto) CLASS(is) PR(aetoriae) MISENENSIS,
P. VA(le)RIUS P. F. QUIR(ina) VALENS O(b m)ERITIS.

Questa iscrizione, venuta alla luce nel 1952 a Cyrrhus, località della Siria sita a nord - est di Antiochia, è stata pubblicata per la prima volta da E. Frézouls in “Syria” XXX (1953) p. 247 e sgg. (cfr. “Ann. Épigr.” 1955, n. 225). Essa è importante non solo perché ci ha trasmesso un’interessante carriera equestre (o almeno in parte equestre), ma anche perché tale carriera venne percorsa da un personaggio molto particolare, che sotto Adriano raggiunse la prefettura del pretorio.


Si tratta di Q. Marcio Turbone, ovvero "Quintus Marcius Turbo Fronto Publicius Severus", personaggio famoso, intelligentissimo, valoroso e di eccezionali capacità strategiche in varie situazioni militari ma pure civili. Di lui ci sono state conservate sia nelle fonti letterarie (Frontone, di Cassio Dione, di Eusebio di Cesarea, della Historia Augusta), sia in altri documenti epigrafici: cfr. PIR II, p. 339 sg. n. 179; A. Passerini, Le coorti pretorie, Roma 1939, p. 298 sg.

Prima della scoperta dell’iscrizione di Cyrrhus non si conosceva né il suo patronimico, né la sua patria d’origine (domo Epidauro, l’od. Zaptat in Dalmazia), e quanto agli sviluppi della sua carriera si sapeva solo che egli, prima di diventare prefetto del pretorio circa il 119, era stato centurione nella legione II Adiutrix in una data non precisabile fra il 103 e il 107 (cfr. CIL III 14349²), che intorno al 113 aveva ottenuto il comando della flotta del Miseno (cfr. CIL XIV 60), e che nel 118 aveva ricoperto la carica di governatore dell’Egitto.

Ora invece la nuova iscrizione ci permette di seguire quegli sviluppi con assai maggior copia di particolari, anche se alcuni punti debbono ancora restare nel campo delle ipotesi. Per prima cosa, si deve cominciare col sottolineare la rapidità con cui Turbone percorse le varie tappe del suo cursus: in meno di una decina d’anni due centurionati primipilari, la praefectura vehiculorum, il tribunato di una coorte dei vigiles, il tribunato degli equites singulares, il tribunato di una coorte pretoria, la procuratela del ludus magnus e la prefettura della flotta del Miseno.

Su una simile rapidità ad un certo momento dovette influire la considerazione in cui (come sappiamo per altra via) Turbone fu tenuto da Adriano, che lo raccomandò a Traiano per più di una promozione e poi lo promosse egli stesso fino alla prefettura del pretorio. Ma, indipendentemente dall’appoggio che Adriano gli dette a partire dagli ultimi anni di Traiano, è un fatto che anche prima la carriera di Turbone presenta uno sviluppo notevolmente rapido.



IL CENTURIONE

La sua carriera non cominciò infatti con i gradi delle militiae equestres, come solitamente facevano gli appartenenti alla classe dei cavalieri prima di passare alla procuratele inferiori, ma cominciò con il grado di centurione, la bassa ufficialità che nelle legioni viveva a contatto immediato con la truppa e doveva assicurarne la disciplina e l’efficienza.

Al centurionato di solito si arrivava dopo lunghi anni di servizio in caliga (dal nome dei sandali dei soldati semplici, le caligae, cioè dalla gavetta), anni che si riducevano un poco per chi proveniva non dalle legioni, ma da qualche milizia scelta, p. es. quella dei pretoriani. Per Marcio Turbone invece il caso fu diverso e piuttosto insolito.

È probabile cioè che egli, pur appartenendo per nascita all’ordine equestre e potendo iniziare la carriera con le più comode militiae equestres, abbia rinunciato volontariamente alle prerogative che gli spettavano per la sua classe sociale e abbia chiesto di servire come centurione. "Ad astra per aspera" dicevano i romani, cioè per arrivare in alto occorre perseguire vie impervie, e così fu per Turbone.

Era un grosso sacrificio, a cui peraltro era connesso il beneficio di non dover poi, nel seguito della carriera, indugiare nelle procuratele inferiori, come fare la guardia, la ronda, curare le amministrazioni, occuparsi delle vettovaglie, della parola d'ordine ecc.. Così Marcio Turbone non sarebbe entrato nell’ordine equestre dopo una lunga e faticosa vita militare, ma ne avrebbe fatto parte fin da subito, uscendone solo per gli anni passati da centurione, compito non solo duro ma molto pericoloso, sì da poter raggiungere il grado di centurione primipilo non sui 45 anni (come di norma per i militari provenienti dai ranghi) ma sui 35 anni circa.

In realtà non sappiamo se il suo centurionato trascorso nella legione II Adiutrix, attestato in data non precisabile fra il 103 e il 107 dall’iscrizione 106 CIL III 14349², è da identificare con uno dei centurionati primipilari menzionati nel documento di Cyrrhus, oppure se va considerato come una tappa più bassa della sua carriera, ma tutto fa pensare alla prima ipotesi.



IL PRIMOPILO

Per maggior chiarezza, si ricorderà brevemente che di centurioni ve n’erano 60 in ogni legione, 6 per ciascuna delle 10 coorti in cui quella si articolava, e che i 60 posti di centurione formavano una gerarchia che aveva alla base il VI posto di centurione della X coorte e al vertice il I posto di centurione della I coorte, quest’ultimo designato col titolo di primipilus o primus pilus.

La rapidità con cui si svolse la carriera di Turbone fa supporre che nella legione II Adiutrix egli esercitasse già il grado di primipilo, all’incirca fra gli anni 104 e 105. Ma Turbone fu anche primus pilus bis, conseguì cioè la distinzione di esercitare una II volta il grado del primipilato, il che si faceva a qualche anno di distanza dal primo, e comportava l’aggregazione allo stato maggiore del comandante della legione con possibilità di distinguersi e aprirsi la strada a successive promozioni; un'occasione unica.

A giudicare dagli elementi offerti dalle carriere più o meno analoghe, si può ritenere che Turbone esercitò il grado di primipilus bis (non si sa in quale legione) all’incirca nel 111, dopo essere stato, tra il 104 e il 110:
- praefectus vehiculorum,
- tribuno dei vigiles,
- tribuno degli equites singulares
- tribuno dei pretoriani.



PRAEFECTO VEHICULORUM

Tra questi uffici c'è da notare la praefectura vehiculorum, cioè la direzione del servizio postale nell’impero, un'organizzazione complessa e perfetta, degna di uno stato moderno.

Quella dell’iscrizione di Cyrrhus è la più antica menzione del Praefectus Vehiculorum, il quale deve ora considerarsi istituito da Traiano, mentre prima veniva considerato una creazione di Adriano. Fino ai primi anni del suo regno infatti Traiano aveva continuato a lasciare il servizio delle poste nelle mani di liberti imperiali, come già sotto i Flavi; poi, anche per le necessità della sua politica di conquiste nelle terre oltre il Danubio, egli fece potenziare il servizio postale, riorganizzandone su nuove basi l’amministrazione e creando la praefectura vehiculorum, di cui Marcio Turbone fu probabilmente il primo titolare.

Un servizio postale efficiente e ultraveloce era la garanzia di un contatto continuo e sicuro tra madrepatria e terre di conquista, una capacità inimmaginabile per l'epoca di mandare e ottenere richieste da Roma, di ordini, di vettovagliamenti, uomini e armi. Insomma le basi per vincere una guerra.

L’ufficio, che in seguito acquistò maggior rilievo nella gerarchia burocratica, sulle prime fu di rango inferiore, e infatti vediamo che Turbone ne fu investito subito dopo aver esercitato il grado di primipilo. Assolto brillantemente l’incarico alla direzione della poste, Turbone entrò nell’ufficialità dei corpi speciali di Roma: questi costituivano una truppa scelta di condizione e di paga più elevate rispetto ai semplici milites legionarii, e in genere venivano acquartierati nella città mentre le legioni venivano stanziate nelle province periferiche a presidio dei lontani confini dell’impero.



TRIBUNO DEI VIGILES

Marcio Turbone esercitò tutti e tre i comandi nei corpi speciali di Roma,  all’incirca nel triennio dal 108 al 110, iniziando col rivestire il tribunato di una coorte dei vigiles. Questo corpo era stato organizzato nel 6 d.c. da Augusto, con svariate funzioni che andavano dalla vigilanza notturna al servizio antincendio, e si articolava in 7 coorti di un migliaio di uomini ciascuna. Comandante di ogni coorte era un tribunus, mentre il comando generale era nelle mani del praefectus vigilum, che prendeva gli ordini direttamente dall’imperatore.

I vigiles avevano un'organizzazione paramilitare; vi potevano essere arruolati ex-schiavi e liberti, tanto che venivano chiamati libertini milites. Il loro comandante era il praefectus vigilum, scelto dall'imperatore nell'ordine equestre. Il nome ufficiale del corpo era Militia Vigilum Regime, poi diventò Cohortes Vigilum. Il loro motto era "Ubi dolor ibi vigiles" (Dove c'è il dolore ci sono i vigili). Il praefectus vigilum era affiancato da un tribuno e sette centurioni per singola coorte.



TRIBUNO DEGLI EQUITES SINGULARES

Dal tribunato della VII coorte dei vigiles Turbone passò a quello degli "equites singulares Augusti", che costituivano un reparto a cavallo della guardia imperiale ed erano reclutati nelle province tra gli elementi fisicamente più dotati, più forti e rozzi, per assicurarne l'assoluta devozione alla persona del principe.

Il loro numero si aggirava all'incirca sul migliaio, ed erano subordinati al pretorio, essendo comandati da un tribunus che dipendeva a sua volta dal medesimo comandante in capo delle coorti pretorie, cioè il "prefetto del pretorio".



TRIBUNO DEI PRETORIANI

Ma la sua carriera non finì lì, perchè Turbone lasciò il comando degli equites singulares, venendo promosso al grado di tribuno dei pretoriani, il corpo scelto anch’esso organizzato da Augusto per assolvere soprattutto, ma non solo, ai compiti della guardia imperiale.

Esso fu articolato dapprima in 9 coorti, composta da volontari provenienti da famiglie che da più generazioni facevano parte della cittadinanza romana (scelti dunque, con un criterio opposto a quello con cui si reclutavano i semi-barbari equites singulares).

Le 9 coorti, raccolte nei castra praetoria che Tiberio fece costruire intorno al 23 d.c., furono portate a 16 sotto Vitellio, ma poi il loro numero discese di nuovo venendo fissato a 10. Ciascuna coorte aveva alla testa un tribuno, il grado appunto ricoperto da Turbone e indicato nel testo dell'epigrafe come TRIB(unus) PRAET(orianus).

Di solito questo titolo veniva accompagnato dal nome della coorte in cui veniva esercitato il comando (p. es., tribunus cohortis V praetoriae), per cui si è ipotizzato che la formula inconsueta usata nella iscrizione di Cyrrhus (dove invece la menzione del tribunato dei vigiles contiene la specificazione della coorte) riguardi una situazione speciale.

Vale a dire che Turbone avrebbe ottenuto il grado, ma non l'avrebbe mai esercitato alla testa di una della coorti, bensì, data la sua particolare capacità e affidabilità, avrebbe svolto incarichi speciali: una possibilità ben rispondente alla rapidità della carriera di Turbone, ma che peraltro non avrebbe un'altra spiegazione.



PRIMUS PILUS BIS

Terminato il servizio come tribuno nei corpi di stanza a Roma, Turbone venne promosso primus pilus bis per cui si recò ad esercitarne le funzioni in qualche provincia, ma non si sa presso quale legione. Come al solito Quinto Marcio seppe distinguersi ancora una volta tanto che, finito l'incarico fece un'ulteriore carriera.



PROCURATOR LUDI MAGNI

Tornato a Roma, egli ottenne poco dopo da Traiano (fra il 111 e il 112) la nomina a Procurator ludi magni. Questo era stato probabilmente istituito da Domiziano in luogo del precedente Procurator ludi creato da Claudio, e aveva l’incarico di sovrintendente all’istruzione dei gladiatori accantonati nelle caserme costruite in vicinanza del Colosseo e di organizzarvi i loro combattimenti.

Nel campo dei pubblici spettacoli non v’era in Roma funzionario di maggior rilievo, e la sua importanza era sempre aumentata col crescente favore del pubblico verso i combattimenti dei gladiatori ma soprattutto perchè piacevano a Nerone, ai Flavi e, soprattutto a Traiano. Questi, tra l’altro, nel 109, per festeggiare la conquista dacica, offrì spettacoli con combattimenti di 5.000 coppie di gladiatori; e spettacoli altrettanto grandiosi vennero allestiti nel 112 e nel 113, quando l’ufficio di procurator ludi magni venne affidato a Turbone.



AMMIRAGLIO DELLA FLOTTA DI MISENO

Fu nell’estate, circa, di quell’anno 113 che Turbone, sempre più favorito dalla considerazione in cui lo teneva Adriano, dovette ottenere da Traiano la promozione ad ammiraglio della flotta del Miseno; infatti nell’ottobre del 113 Traiano s’imbarcava a Brindisi per compiere quel viaggio in Oriente che precedé la campagna partica, ed è probabile che l’imperatore avesse già provveduto in precedenza ai mutamenti nell’alto comando della flotta che ora era impegnata a seguirlo in Oriente.

La Classis Praetoria Misenensis Pia Vindex, era la flotta imperiale romana istituita da Augusto intorno al 27 a.c., era di stanza a Miseno ed era la prima flotta dell'Impero per importanza, con il compito di sorvegliare la parte occidentale del Mediterraneo. Nell’anno successivo, quando ebbero inizio le ostilità contro i Parti, furono le navi agli ordini di Turbone a trasportare in Oriente Traiano, che arrivò ad Antiochia nel gennaio del 114.



ALTRE EPIGRAFI

Sotto Traiano: Quinto Marcio Fronto Turbo Publicio Severo dal 119
ISCRIZIONE XI 214
Comandante di una flotta non conosciuta: Quinto Marcio Turbone. 114 d.c.

"Traiano, una volta raggiunta Antiochia nel gennaio di quest'anno (con le monete che ne celebrarono la Profectio), radunò le legioni ed i suoi migliori generali, tra cui Lusio Quieto (a capo della cavalleria maura) e Quinto Marcio Turbone, allora praefectus classis Misenis".


TRAIANO
L’imperatore trattenne al suo seguito l’ammiraglio (che gli poteva essere utile, fra l’altro, per l’eventuale costruzione di flottiglie fluviali, per l’attraversamento di fiumi, per l’esperienza nel campo delle comunicazioni acquistata a suo tempo come praefectus vehiculorum) e nacque allora la circostanza per la dedica gratulatoria: circostanza a noi ignota come ignota rimane la figura del dedicante P. Valerio Valente.

"Traiano pose a capo della Dacia Superiore Quinto Marcio Turbone 
comandante della Legione XIII Gemina stanziata ad Apulum" 

"Zucca 2004, p. 367, avanza l'ipotesi che tra gli antenati di Cornelia Gallonia ci siano Tiberio Flavio Prisco, Gallonio Frontone, figlio adottivo dell'amico dell'imperatore Adriano, Quinto Marcio Turbone Frontone Publicio Severo, e Gaio Gallonio Frontone" 

"Aveavi allora Quinto Marcio Turbone prefetto del pretorio ossia ministro intimo e supremo al fianco dell imperadore (Traiano). Costui rigidissimo nell'ufficio e d'altronde di quella vita buona e semplice dei nostri avi solea aprire in palazzo sue giudicature talvolta prima di mezzanotte allorchè dice lo scrittore alcuni cominciano a darsi al sonno. Una notte e una notte profonda tornando Turbone nostro da cena fu avvertito per un amico cui prometteva che avesse un'opera e patrocinio suo che Turbone già rendesse ragione. 
Così stava con la veste da convito lui entra in avanti quel ferrato Masurio e gli dà non già il saluto che doveva della mattina, ma quello della sera, il quale appena dovette bastare a muovere un sorriso sul volto dell'uomo severissimo. Niuna maraviglia ci prenda di una tale confidenza tra questi due personaggi. 
Eglino erano agnati o affini e stretti a tutti i seguenti di cui parleremo con quei vincoli di sangue o di fattizia cognazione legale che producono effetti ereditare nuove nomenclature e tante patrie agli antichi nobili quanto i moderni non hanno titoli di feudi. 
Conosconsi le loro arrogazioni adozioni uomo cipazioni e manumissioni ma tutti insieme le conseguenze non sono state finora bene schiarite dagli interpreti più dotti delle romane leggi o delle antichità. Scuopriamo questo arcano dalle collezioni inestimabili delle iscrizioni quali a chi le sappia fornito di lumi e della esperienza dovuta porti infallibilmente ogni più recondita e inattesa cognizione. porgono ogni più e inattesa cognizione Muova per prima la bella (guerra) dacica muratoriana 
MCX XU 1 vera onoraria al nostro grande governatore di armi e di giustizia 
Q MARCIO TVRBONI FRONTONI PVBLTCIO SEVERO 
Questa corregge la gruteriana (dedica gratulatoria) CCCXXXVII."



LO STERMINIO DEGLI EBREI

Nel bacino orientale del Mediterraneo nell’anno XVIII e IXX del regno di Traiano esplose una violenta rivolta delle popolazioni giudaiche, che lottarono non solo contro l’autorità romana, ma anche contro la popolazione greca che abitava in Egitto, in Cirenaica, nell’isola di Cipro, in Mesopotamia (provincia recentemente conquistata dai romani per mezzo delle campagne partiche traianee) e forse anche nella stessa Giudea, molto turbolenta e ribelle quaranta anni prima, quando Tito distrusse il tempio di Gerusalemme.

" La repressione ordinata da Traiano fu orrenda. Inviò in Egitto con pieni poteri Rutilio Lupo coadiuvato da Quinto Marcio Turbone. Con l'appoggio dei greci, entrambi i generali perpetrarono un vero e proprio sterminio di ebrei. La stessa cosa avvenne in altre regioni, tanto che gli ebrei superstiti corsero a rifugiarsi nelle zone interne dell'Africa."

Marcio Turbone fu poi, nel 116, inviato da Traiano a reprimere l’insurrezione giudaica scoppiata in Egitto e in Cirenaica. "L'eminente generale Quinto Marcio Turbone, inviato con una potente armata a sedare i tumulti, dovette affrontare anche una fiera sollevazione a Cipro, dove gli Ebrei, al comando di un certo Artemione, avevano devastato Salamina". Come premio per il successo dell’operazione ottenne il governo della provincia di Mauratania e quindi (ormai siamo già sotto Adriano) un comando straordinario nella Pannonia e nella Dacia e la prefettura dell’Egitto.

Durante il 116 vi fu anche uno scontro tra gli ebrei e i legionari romani, comandati dal prefetto d’Egitto Rutilio Lupo. La battaglia si svolse nei pressi di Narmuthis, ma non si capì bene chi vinse. Comunque i Giudei attaccarono le fortezze romane e tentarono di assumere il controllo via mare del paese, impossessandosi di alcune navi. Ciò preoccupò molto i romani poiché poteva minacciare i rifornimenti diretti verso l’Oriente.

I romani reagirono prontamente e al prefetto Rutilio Lupo fu affiancato, come riporta Eusebio nella Storia Ecclesiastica (IV,2,3) e da fonti ebraiche come il Talmud di Gerusalemme, l’abile generale Quinto Marcio Turbone Frontone Publicio Severo, (fino a qualche anno prima prefetto della flotta di Miseno) che, fornito di truppe terrestri, tra cui forze di cavalleria, e forze navali, arrivò dall’Oriente nel 116 d.c. o forse nella primavera del 117 d.c.. 

La Cohors I Ulpia Afrorum Equitata e la Cohors I Augusta Pretoria Lusitanorum Equitata (unità ausiliarie di cavalleria e fanteria) giunsero in oriente capeggiate da Turbone  per la repressione della rivolta, forse insieme alla Cohors I Hispanorum Equitata. Numerose battaglie sono documentate da Eusebio ma soprattutto da Appiano, testimone oculare della rivolta, il quale riferisce che al suo tempo l’imperatore Traiano sterminò la popolazione ebraica del paese.

Una delle battaglie si sarebbe svolta nelle vicinanze di Menfi, centro strategico della regione, come riferisce il papiro: CPJ II 439, proveniente sempre dall’archivio di Apollonio, in cui un suo schiavo chiamato Aphrodisios, scrivendo ad Herakleios, riferisce che alcuni schiavi provenienti dal villaggio di Ibion gli hanno comunicato che il suo padrone ha ottenuto una vittoria sui ribelli. 

Dopo questa battaglia l’importante città, posta nel punto di passaggio tra il nord e il sud del paese, fu quindi riconquistata. È stato anche affermato che tra romani ed ebrei si svolsero alcune battaglie navali, visto che Turbone era fornito di una flotta e nel Mediterraneo orientale era presente la classis Augusta Alexandrina.

L’abile generale operò con altrettanto successo anche in Cirenaica, anche se è praticamente impossibile ricostruire i suoi interventi e anche capire quali distaccamenti legionari lo seguirono nella provincia. È comunque sicuro che entro la metà di agosto del 117 d.c. o al massimo nell’autunno del medesimo anno, riuscì a restaurare la pace in entrambe le provincie. 

Questo è possibile dedurlo ancora tramite Apollonio, il quale il 28 novembre chiede al prefetto il permesso di potersi occupare della sistemazioni dei suoi possedimenti ad Ermopoli, che erano stati pesantemente danneggiati degli ebrei. Dopo questi ottimi risultati pare che Turbone sia stato nominato prefetto d’Egitto in luogo di Rufo poco dopo il 5 gennaio del 117 d.c., ma fu sostituito entro l’agosto del medesimo anno da Rammio Marziale e inviato da Adriano in Mauretania per sedare una rivolta.

Alla morte di Traiano, Adriano aveva avuto difficoltà a mantenere intatti i confini dell'impero come era riuscito pienamente col suo padre adottante (Traiano) e rischiava una disfatta. Fu proprio Marcio Turbone a risolvere la questione. Uomo capacissimo e grande generale, riportò come al solito la vittoria.

"Adriano, benché provvide a potenziare le fortificazioni lungo questo nuovo tratto di limes, con la costruzione di torri e nuovi forti a Rapidum, Praesidium Sulfative e a Thanaramusa, le popolazioni berbere della Tingitania si spinsero ad Oriente e pare che i Baquati abbiano assediato la città costiera della Caesariensis, Cartenna. Per questo Adriano fu costretto ad inviare Quinto Marcio Turbone, già testato nella Guerra Giudaica. Turbone fu capace anche qui d’imporsi e di domare le rivolte dei Mauri"



PREFETTO DEL PRETORIO

Nel 119, come già s’è detto, egli raggiunse l’apice della carriera equestre con la nomina a prefetto del pretorio: una carica tra le più importanti dell'Impero, che rivestì per molti e molti anni, pare fino al 137, quando cadde in disgrazia di Adriano e fu sostituito nell’ufficio. Le ragioni del suo declino sono assolutamente ignote.



BIBLIO

- Giornale arcadio di scienze, lettere, ed arti -  tomo XIX - Stamperia Salviucci & Figli - Roma - 1823 -
- Academia Română: Istoria Românilor - Vol II - Daco-romani, romanici, alogeni- II Ed. - București - 2010 -
- Constantin C. Petolescu - Dacia - Un mileniu de istorie - Ed. Academiei Române - 2010 -
- A cura di Grigore Arbore Popescu - Traiano ai confini dell'impero - Milano - 1998 -
- D. Bowder - Dizionario dei personaggi dell'antica Roma -  Newton Compton editori - 2001 -


 

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