FESTA DI CONCORDIA (16 gennaio)



DEA CONCORDIA

Il 16 gennaio nell'Impero romano si festeggiava la Concordia, Dea dell'accordo sia pubblico che privato. La Dea era onorata in un tempio situato all'estremità occidentale del Foro Romano, affiancato al tempio di Vespasiano e Tito e, col lato posteriore, appoggiato sulla sostruzione del Tabularium presso cui si conservavano gli archivi pubblici di Stato. Secondo alcuni fu u un esempio di culto ad una personificazione e non ad una divinità, la Concordia, che avrebbe avuto in seguito numerosi altri esempi.

Secondo altri fu invece la riedizione romana della Dea greca Harmonia, da cui deriva la parola "Armonia", con lo scopo di portare appunto concordia e comprensione tra la gente. Figlia di Giove e di Temi e quindi sorella della Pace, presiedeva alla unione delle famiglie, dei cittadini e delle case, pertanto aveva a Roma un culto sia pubblico che privato. Venne spesso rappresentata come una matrona in posizione seduta che reggeva un ramo d'olivo e la Cornucopia, sovente in mano della Dea Fortuna.
Il tempio principale, nel Forum, fu dedicato da Furius Camillus nel 367 a.c., per celebrare il termine degli scontri tra i patrizi e i plebei, Un altro tempio in Capitolium era stato costruito da L. Manlius nel 216 a.c. per la fine di una ribellione nella Gallia Cisalpina.

A volte la Dea è raffigurata fra due membri della famiglia Imperiale in carica nell'atto di stringere loro la mano, come la concordia tra Augusto e Livia. L'identificazione del tempio è testimoniata dalla sua rappresentazione in un frammento della Forma Urbis severiana dove esso è raffigurato accanto a quello vicino di Saturno.

Il culto della Dea Concordia venne sancito con l'edificazione del suo primo tempio nel 367 a.c. ad opera di Lucio Furio Camillo, figlio del dittatore, che lo volle per commemorare la avvenuta riconciliazione tra patrizi e plebei, conclusesi in quell'anno grazie alla promulgazione delle leggi Lacinie Sestie caldeggiate da Furio. Venne poi ricostruito nel 121 a.x. da Lucio Opimio, console appunto nel 121 a.c., per il ritorno all'armonia dopo l'omicidio dei Gracchi.

Il tempio era stato costruito su di un alto podio, addossato al Tabularium, ai piedi del colle Capitolino, dovendo assecondare la conformazione del luogo. Il tempio di età repubblicana era più piccolo di quello ricostruito in età imperiale: originariamente infatti misurava 15x25 m. Una volta ricostruito, la cella del tempio, a pianta trasversa, era quasi due volte più larga che profonda (m 45 per 24), così come il pronao che la precede, che doveva essere probabilmente formato da una gradinata e da sei colonne corinzie sulla facciata.

La cella era illuminata da due finestre sul lato lungo anteriore che assicuravano la visuale delle opere lì conservate. Il tempio venne usato come archivio di Stato durante l'epoca repubblicana e per le riunioni del Senato romano, particolarmente nei tempi di disordini civili: qui Cicerone pronunciò la quarta Catilinaria e qui il Senato varò la condanna a morte per Seiano.

TEMPIO DI CONCORDIA A ROMA


Sappiamo che verso la fine del 211 a.c., la statua della Vittoria, posta nel punto più alto del tempio, venne colpita e abbattuta da un fulmine e restò ancorata alle altre statue della Vittorie, poste ad ornamento, senza cadere dal tetto, il che apparve come un segno della perpetua vittoria romana sui popoli stranieri.. Infine nel regno di Augusto venne di nuovo restaurato da Tiberio tra il 7 a.c.. e il 10 d.c., anno in cui rivenne consacrato. Scrive infatti Svetonio:
«Dedicavit et Concordiae aedem, item Pollucis et Castoris suo fratrisque nomine de manubiis.» «Con il ricavato del bottino di guerra restaurò il tempio dedicato alla Concordia, così come fece per quello di Castore e Polluce, a nome proprio e di suo fratello.» (Gaio Svetonio Tranquillo - De vita Caesarum - Tiberio)

Questo restauro su distinse per la ricchezza dei marmi, per gli ornamenti architettonici, per la bellezza delle sculture greche, per la maestria degli affreschi, per le stoffe preziose, le incastonature e le dorature, si da diventare una specie di museo dell'arte e della scultura, tanto che Plinio il Vecchio ha scritto e tramandato un vero catalogo delle opere in esso contenute, soprattutto delle statue greche di epoca ellenistica.

Fu in questo periodo che venne ingrandita la sua cella, sfruttando lo spazio della basilica Opimia, demolita per l'occasione, una delle tre basiliche di epoca repubblicana, assieme alla basilica Porcia ed alla basilica Emilia (quest'ultima è l'unica sopravvissuta)..

Si conosce poco del tempio di Concordia in epoca imperiale, che dovrebbe aver subìto un restauro a seguito di un incendio nel 284. Anche se fosse stato ancora in uso, il tempio non fu sicuramente più utilizzato dopo la promulgazione dell'Editto di Tessalonica nel 280 ad opera di Teodosio, che proclamò il cristianesimo religione di Stato e proibì tutti gli altri culti pagani, sancendo l'inizio di un periodo di feroci persecuzioni contro i seguaci dell'antica religione romana.

Nonostante l'avvento del Cristianesimo, il tempio non fu per il momento distrutto, ma rimase inutilizzato. L'ultimo riferimento all'edificio risale all'VIII secolo, quando sebbene risultasse pericolante e in pessime condizioni, sulla facciata conservava ancora l'iscrizione S. P. Q. R. aedem Concordiae vetustate conlapsam in meliorem faciem opere et cultu splendidiore restituerunt.

Venne definitivamente raso al suolo solo intorno al 1450, quando il cristianesimo cercò di cancellare i resti del demonizzato paganesimo, e i suoi marmi preziosi e le sue statue vennero trasformati in calce viva, per la costruzione di nuovi edifici. Venne così distrutto un patrimonio di arte e di bellezza unico al mondo.



I RESTI

Del tempio resta solo il basamento in tufo, il podio e la soglia della cella, formata da due blocchi di marmo di portasanta nei quali è inciso un caduceo, oltre ai gradini che conducevano al pronao. Una parte della ricchissima trabeazione si trova conservata nel Tabularium, mentre un capitello (con una coppia di montoni scolpita), si trova nell'Antiquarium Forense.

TEMPIO DI CONCORDIA A ROMA

LA FESTA

Salus Publica, Concordia et Pax era una festa celebrata il 30 marzo in onore appunto di Salus Publica Populi Romani, Concordia et Pax, divinità della salvezza dello Stato romano, della concordia dei cittadini e della pace. L'imperatore Augustus nel 10 a.c. fece erigere un altare davanti al tempio della Concordia, sul quale si svolgeva ogni anno la celebrazione.

A lui andava il merito e gli onori di aver portato la pace al popolo romano, ma sempre con il principio del "Si vis pacem para bellum" (se vuoi la pace prepara la guerra), risalente ad un passo delle Leggi di Platone e che sembra fosse cara anche ad Augusto. Ma il 16 gennaio si onorava solo la Dea Concordia, quella privata, delle famiglie e dei parenti. Infatti non solo si festeggiava al tempio ma soprattutto nelle case, un invito alla riconciliazione e alla serenità familiare.

Per l'occasione si invitavano amici e parenti, con particolare riguardo a quelli con cui si era avuto dei diverbi; rifiutare l'invito alla festa della Concordia era come inimicarsi la Dea con conseguenze anche sulla salute e sulla fortuna, pertanto difficilmente si reclinava l'invito. Naturalmente ci si scambiavano piccoli doni come dolci e in particolare quelli con i pupazzetti tipo marzapane a foggia di sposi o di amici in armonia.

Si dava particolare rilievo ai vini che si sa aiutano a dimenticare le offese, con ripetuti brindisi, codificati nel numero e nelle parole che li accompagnavano. Per quanto i romani tagliassero i vini con l'acqua in nome della famosa continenza proverbialmente romana, gli animi si lasciavano un po' andare però con il consenso della Dea amante della concordia e delle riconciliazioni.


BIBLIO

- C. Gasparri - Aedes Concordiae Augustae - Roma - 1979 -
- B.A. Kellum - The City Adorned: Programmatic Display at the Aedes Concordiae Augustae - in: K.A. Raaflaub - M. Toher (Hrsg.) - Between Republic and Empire - Berkeley - 1990 -
- A.M. Ferroni - Concordia, aedes - in: E.M Steinby (Hrsg.) - Lexicon Topographicum Urbis Romae - I - 1993 -


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