LA CIVILTA' ROMANA




Giorgio Ruffolo ha individuato essenzialmente due ragioni per spiegare la rapida espansione di Roma: la spinta demografica, ma anche la forza propulsiva della costituzione politico-militare romana. Roma è una città basata sostanzialmente sulla guerra, in cui la struttura militare coincide con quella politica. La conquista di terre consente di contemperare gli interessi dell'aristocrazia (classe senatoriale) con quelli della plebe (il popolo romano). In questa espansione si crea una solidarietà patriottica che non aveva riscontro in nessuna altra città. Ma la grandezza di Roma fu il risultato non solo della sua potenza militare, ma soprattutto della sua abilità nel tenere insieme ed integrare politicamente le varie parti di un Impero così velocemente conquistato. Il dominio politico romano fu il più capace tra quelli dell'antichità di suscitare consensi e gettare radici, lasciando segni nel paesaggio, nella lingua, nella cultura, nel diritto delle nazioni.
(Giorgio Ruffolo, Quando l'Italia era una superpotenza, Einaudi, 2004, pp. 19-20)



LA CIVILTA'

Barbari iura gentium iuriumque humanorum principia quoque ignorant. -
- I barbari ignorano il diritto delle genti e anche i fondamenti dei diritti umani. -
Questo il detto latino, profondamente vero in epoca romana.

La vita dei Romani, seppure arretrata rispetto a tante conquiste di oggi, era molto avanzata civilmente rispetto alle popolazioni del resto del mondo.

« Del tuo mondo bellissima
regina, o Roma, ascolta;
...Desti una patria ai popoli 
dispersi in cento luoghi:
furon ventura ai barbari
le tue vittorie e i gioghi;
ché del tuo diritto ai sudditi
mentre il consorzio appresti,
di tutto il mondo una città facesti. »

(Rutilio Namaziano, De reditu, I (traduzione di Giosué Carducci))

Questa civiltà si formò per il contatto tra popoli diversi che stemperarono tra di loro molti eccessi scambiandosi aspetti diversi di diverse culture. Raggiunse il massimo in epoca imperiale, anche se ci si lamentava per la decadenza dei costumi, in realtà ciò che si rimpiangeva era un'ingiusta dominazione degli uomini su donne e figli.

Il lato più sano dei Romani era la famosa CONTINENTIA, la continenza, per cui qualsiasi eccesso era da evitare, dall'eccessiva devozione agli Dei all'eccessivo cibo, o sesso, o bagordi, ma pure dal suo contrario, cioè l'astinenza dai piaceri della vita.
Orazio nelle sue Satire ne fa ottimi esempi, mostrando l'avaro e il prodigo, il casto e l'amante indiscriminato, lo spartano e l'amante dei lussi smodati:
"C'è una misura in tutte le cose: vi sono insomma dei precisi confini al di là e al di qua dei quali non può trovarsi il giusto."
Da qui Orazio trae la sua filosofia:
"nessuno nasce senza difetti, il migliore è colui che ne ha di meno... ed è giusto che chi chiede indulgenza per i propri difetti, la conceda a sua volta anche agli altri."



LA CULTURA

l´impero di Roma era fondamentalmente un impero di impronta greco-romana, bilingue e biculturale. A Roma, la filosofia e la medicina si insegnavano in greco, e l´imperatore Marco Aurelio annotava i suoi pensieri in greco, non in latino. La frontiera linguistica passava sul territorio della Dalmatia: di qui si parlava il latino, di là il greco.
Orazio scriveva che «la Grecia ha conquistato il suo selvaggio conquistatore» recandogli le arti. Infatti la filosofia e la retorica erano greche, nelle dous si ponevano le staue e i rilievi eseguiti dagli artisti greci trasferitisi a Roma, dove lavoravano e guadagnavano di più.
Roma aggiunse il genio politico al genio artistico e culturale greco, nonchè il senso dell'autorità e il senso delle regole.

I Romani copiarono l'arte greca per inventarne una propria, ma erano grandi estimatori di antiquariato greco, egizio e orientale.
Greci e Romani avevano città simili, col concetto della city con i servizi e i mercati al centro. Ma Grecia e Roma avevano in comune il sistema della città. Il mondo dominato da Roma viveva in uno stato di autarchia. Il potere centrale non si confondeva con gli affari delle città conquistate, ma interveniva soltanto nel caso di disordini. L´impero romano lasciava ampia autonomia ai poteri locali e comandava semplicemente trasformando i notabili delle città in collaboratori. Ma non volevano fare proseliti o diffondere la loro civiltà, però la cittadinanza romana si acquisiva solo a patto di una effettiva civilizzazione.

Il fine era la massima sicurezza per Roma, e non essendoci altre nazioni, non c´era neppure una politica estera. Roma si considerava l'unico vero stato, e in effetti lo era, con attorno una serie di tribù informi cui demandare larga autonomia.
Comunque Galli, Spagnoli e Africani si sentivano Romani. Erano fieri della loro nascita, ma poi si consideravano parte di un tutto più vasto. Un siriano diceva: sono siriano, ma poi aggiungeva, "suddito fedele dell'imperatore". Al contrario, i Greci erano fieri di essere Greci. Ancora nel IV secolo, dicevano: "Noi siamo greci, voi romani". Con tutto il loro senso di superiorità, i Greci erano comunque contenti della dominazione romana, che assicurava il potere dei notabili, la buona società e la difesa dai barbari.

L'imperatore poi non era un re. Era un "grande cittadino", che aveva assunto il potere per governare e difendere la res publica, quindi l'Impero. Il suo potere non aveva connotazione mistica. Era un mandatario del popolo romano e nel caso si fosse comportato male sarebbe stato rimpiazzato. E poiché la sola sanzione nella politica romana era la morte, il suo allontanamento coincideva spesso col suo assassinio.



LE GUERRE

Molto è stata criticata la dominazione dei Romani sugli altri popoli, senza tenere conto che all'epoca i propri confini erano sempre minacciati, per cui non c'era soluzione, o si attaccava o si era attaccati.

Già i primi romani stanziati nell'isola Tiberina dovevano difendersi da chi tentava di passare il guado per attaccarli, e l'unione coi Sabini avvenne per fronteggiare i nemici che stavano ovunque.

Si trattava in effetti di tribù e queste hanno sempre combattuto tra loro, in ogni angolo della terra, cosa che accade tutt'ora con le tribù odierne.

Il detto di Ottaviano: - Si vis pacem para bellum. - "se vuoi la pace prepara la guerra" esprimeva esattamente la situazione.

L'unico modo per tener buoni i confinanti si basava per i Romani sui seguenti principi:
  • Dimostrare con la battaglia la supremazia militare.
  • Essere generosi coi conquistati evitando ritorsioni dopo la vittoria.
  • Stabilire sul territorio milizie romane che scoraggiassero le rivolte.
  • Ricostruire in modo molto più efficace e artistico ciò che con la guerra era stato distrutto al popolo nemico. Hanno non solo abbellito tante città ma ne hanno costruite di sana pianta.
  • Rispettare gli usi e costumi del popolo, nonchè le sue leggi. Naturalemnte ne restavano escusi i Romani,che sottostavano solo alle leggi romane, per cui dire: Cives romanus sum "Sono cittadino romano" garantiva l'impossibilità di essere processati in terra straniera, solo il tribunale romano poteva, e nessuno avrebbe osato derogare, pena la morte.
  • Rispettavano dei vinti non solo usi e costumi ma anche la religione. I Romani non hanno mai lottato per affermare i loro Dei, per loro le divinità altrui erano in più, e avevano diritto ad essere adorate come gli altri, spesso infatti le adottavano portandone i simulacri a Roma ed erigendogli templi. I Romani, al contrario di tante religioni intolleranti di oggi, non si ritenevano detentori degli unici veri Dei, nè soffrivano se altri avevano diverse divinità. Furono un grande esempio di tolleranza religiosa.
Se perseguitarono cristiani ed ebrei non fu a causa dei loro Dei, ma perchè questi promulgavano le loro divinità come le uniche vere, insegnando che tutte le altre erano false. Per la mentalità romana questo era da un lato fanatismo, da un lato un tentativo di destabilizzare i loro credo religiosi.



IL DIRITTO

L'ordinamento giuridico romano durò per tredici secoli, dalla data della Fondazione di Roma (753 a.c.) alla fine dell'Impero di Giustiniano (565 d.c.). Infatti, dopo la morte di Giustiniano l’Italia fu invasa dai Longobardi, con il decadimento morale e giuridico dei costumi e del diritto. L’impero d’Occidente si dissolse e Bisanzio si allontanò sempre più dalla civiltà romana.

Putroppo di quello stile levantino ne portiamo ancora la pesante eredità, come moralismo e mentalismo, dove gli uomini non sono uguali, dove il potere non è al servizio del cittadino e dove la religione è unica e si trasforma in paura e sacrificio.



LE LEGGI

Il diritto romano si suddivideva in:
  • Ius Quiritium (il diritto quirito): dai "Quirites", cioè i "Romani", un insieme di consuetudini non scritte, sul diritto di famiglia, matrimonio, patria potestas e proprietà privata, ma non comprendeva obblighi o doveri.
  • Ius civile: rapporti tra cives romani, cioè tra coloro che possedevano la cittadinanza romana. Veniva determinato dai plebisciti (Lex Hortensia), dai senatoconsulti, dai decreti degli imperatori e dai responsi dei periti giuristi. Il dice quanto già all'epoca il popolo avesse il suo peso.
  • Ius praetorium: situazioni di diritto o di fatto che, non trovando tutela nello ius civile, furono regolamentate dai magistrati di giurisdizione.
  • Ius legitimum: le leggi decise dalle assemblee attraverso la votazione di una legge comiziale; le principali assemblee erano i Comitia centuriata e i Concilia plebis.
  • La costituzione imperiale: sostituì lo ius legitimum confluendo nello ius civile. Fu il dominio degli imperatori.
  • Ius gentium, Le leggi straniere dei popoli assogettati. I Romani cercarono di portar loro il massimo rispetto.


LE COLONIE

Il significato attuale di colonia è diverso da quello latino: per noi indica estesi territori in continenti lontani, conquistati a fini di sfruttamento, per i Romani era un'espansione del loro Stato, attraverso lo stanziamento di nuove comunità su alcune terre confiscate a nemici vinti. Ma prevedeva pure la romanizzazione dei nemici vinti, cambiandone senza violenza le leggi e i costumi, cioè civilizzandole al punto di poterle considerare come Roma stessa, concedendo agli abitanti di quelle terre la cittadinanza romana.

In genere però i coloni Romani fondarono nuove città, con i rituali, le offerte alle divinità e la loro delimitazione sacrale. Le colonie latine avevano città con cerchie murarie, un reticolato stradale con fognature, un Foro, edifici pubblici, un’area sacra con il Capitolium dedicato alla triade capitolina (Giove, Giunone, Minerva), altri templi, cisterne pubbliche, e, talvolta, un mercato. Le case in città erano destinate alla classe dirigentee ai lavoratori urbani: commercianti, artigiani e coltivatori con terre vicine alle mura. Gli altri coloni vivevano in campagna.
Successivamente in Italia vi furono solo colonie di diritto romano.



I LUSSI

Durante l'epoca imperiale i Romani vivevano perloppìù nel lusso, anche se per via dell'enorme urbanizzazione, accorrevano poveri da ogni parte, insieme a persone alla ricerca della fortuna.

Il potere senatorio e imperiale cercarono in ogni modo di porre argini a questi lussi, un po' per il famoso principio della Continentia, un po' perchè gli aristocratici non bruciassero i propri beni, un po' perchè il denaro doveva essere speso in opere a favore di Roma e non per vanagloria personale.

Queste leggi, forse perchè spesso troppo severe, non ebbero gran seguito.







LE LEGGI SUNTUARIE

I provvedimenti di limitazione del lusso angustiarono i patrizi fin dall'antichità. Infatti sia le tombe arcaiche che quelle repubblicane furono sempre prive di corredo, al contrario di quelle etrusche o latine.

Le leggi delle XII Tavole (445 a.C.), già imponevano di ridurre al minimo il numero delle prefiche e degli apparati funerari, vietando la mirra nonchè di seppellire col defunto oggetti d’oro, tranne le corone acquisite in guerra o nei giochi pubblici.

Per ammorbidire il divario tra poveri e ricchi alla fine del III secolo a.C. sino all’inizio del I secolo a.C. venne emessa una lunga serie di leggi per limitare gli eccessi del lusso.
  • La lex Oppia, che nel 215 a.c. avrebbe limitato il lusso delle donne stabilendo che «nessuna donna potesse possedere più di mezza oncia d’oro (circa 14 grammi), né indossare vesti di vari colori né andare in carrozza a Roma o in altre città o in un raggio di mille passi da esse se non in occasione di festività religiose pubbliche». Ma nel 195 a.c., le donne insorsero e la legge venne abrogata, con grande scorno di Catone, per la decadenza dei costumi. In realtà l'uso della carrozza riguardava solo le donne e non gli uomini, per cui quel che si voleva limitare era la libertà delle donne.
  • La lex Orchia limitava il numero dei convitati nelle cene  nel 161 a.c.
  • La lex Fannia proibiva che «si ponesse sulla tavola alcun volatile tranne una sola gallina non ingrassata» ma venne spesso elusa «allevando galli con cibo inzuppato nel latte: gli animali vengono così considerati di sapore più raffinato». I cittadini più in vista in alcune festività solenni dovevano giurare di fronte ai consoli «che avrebbero limitato la spesa per ogni pranzo a un massimo di centoventi assi (esclusi ortaggi, farro e vino); che avrebbero servito vino nostrano e non forestiero; che non avrebbero portato in tavola più di cento libbre d’argento».
  • Nel 143 a. c. la lex Didia estese le pene previste dalla legge non solo a chi avesse dato pasti di costo eccessivo, ma anche agli invitati.
  • La successiva Lex licinia consentiva per i pasti non più di trenta assi al giorno nelle ricorrenze delle calende, delle none e dei mercati; in tutti gli altri giorni era concesso non più di tre libbre di carne secca, una libbra di cibi conservati sotto sale e prodotti agricoli, vino e frutta.
  • La lex Aemilia invece prescriveva non le spese dei pranzi, ma la qualità e la quantità dei cibi, per cui erano banditi ghiri, lingue suine, ostriche e uccelli esotici. Il dictator Silla poi, nell’81 a.c. permise di spendere trecento sesterzi per il pranzo alle calende, alle idi, alle none, nei giorni dei ludi e in alcune solennità festive; in tutti gli altri giorni non più di trenta.
  • Nella lex Iulia, del 18 a.c., il limite fu di duecento sesterzi per i giorni feriali, trecento per calende, idi, none e alcune altre festività, mille per il giorno delle nozze e il banchetto dell’indomani.
Queste leggi così numerose dicono che non avessero grande effetto, infatti Macrobio riferì l’obbligo "di pranzare e cenare a porte aperte: così, facendone testimoni oculari i cittadini, si poneva un limite al lusso."



L'OGGETTISTICA
  • I vasi - Tra gli oggetti d'uso comune rinvenuti ricordiamo l’olla: un recipiente alto, con corpo ovoidale o globulare e fondo piano, che serviva come pentola per la preparazione dei cibi. Le olle realizzate con argille grossolane, piu' resistenti al fuoco, erano usate per la cottura dei cibi, mentre quelle con argille piu' fini contenevano provviste.
  • Bucchero - Ceramica inventata dagli Etruschi, una terracotta nera, di spessore finissimo e leggerissima, per realizzare vasi. Alcuni esemplari hanno conservato tracce dell’applicazione di una sottilissima lamina argentea per aumentarne lo splendore. Era di gran lusso e fu presto soppiantata da un bucchero più pesante, dove solo lo strato esterno era nero, il cosiddetto falso bucchero. Fu adottato dai ricchi romani, poi soppiantato dalla ceramica aretina.
  • Ceramica aretina - Si diffuse a partire dall'eta' augustea al posto del bucchero, tanto in voga nel corso del I secolo a.C., denominata terra sigillata, dal termine latino sigillum, cioè con decorazione a rilievo. La terra sigillata, caratterizzata da una vernice di colore rosso corallo, venne inizialmente prodotta e importata dai vasai di Arezzo, che poi aprirono filiali nel nord Italia.
  • Vasi di vetro - L'uso più antico del vetro presso i Romani, fino al V sec. d.c, fu quello di colare in uno stampo il vetro fuso, oppure polvere di vetro e lo stampo veniva quindi posto nella fornace; per gli oggetti concavi lo stampo era formato da due parti, una esterna e una interna. Nel I secolo d.c. si diffuse una tecnica a stampo suddivisa in due fasi, per la fabbricazione di coppe e vasi: prima si formava un disco di vetro, poi lo si poneva sopra o dentro uno stampo e lo si metteva un forno: grazie al suo stesso peso il vetro si "afflosciava" e prendeva la forma desiderata. Una volta raffreddato l'oggetto veniva levigato al tornio. Nella seconda metà del primo secolo a.c., nel Medio Oriente, fu sperimentata la soffiatura che soppiantò le altre tecniche, anche se la soffiatura di un bolo di materia vetrosa, attraverso un'apposita canna da soffio, fu associata all'uso dello stampo, oltre che essere effettuata "a mano libera. I Romani furono maestri nell'arte vetraria, tanto nel settore dei vetri artistici (coppe, bicchieri, calici, gemme) quanto nell'impiego del vetro in edilizia, vetri per le finestre, per i mosaici pavimentali e parietali. Ma dato il costo rimase appannaggio dei più ricchi.
  • Bronzi - i più antichi, dell'Età del bronzo, presentano fusioni colate in due valve di pietra, poi riprese a martello sul taglio e levigato a pietra. Dal VI sec. a.c. si trova la fusione a cera persa, oppure la fusione nel negativo di terra, su cui veniva impressa una statuetta per ripeterne l'immagine. Dal I sec. a.c. il modello rozzo, fatto in serie, viene scolpito con lo scalpello a freddo per ottenere una ritrattistica particolareggiata, e non scade di livello ma anzi raggiunge alte vette di perfezione. I vassoi venivano battuti a martello da un lingotto pieno spianandolo continuamente, poi ripreso a penna sui bordi per le bombature. Gli Etruschi firono prima dei Romani maestri raffinati della fusione in bronzo, ma basta osservare Pompei per accorgersi di quale maestria avessero raggiunto i Romani.



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