MONTE CAVO - CABO (Lazio)





VULCANO LAZIALE

Il monte Cavo, detto anche Vulcano Laziale, fa parte del complesso dei Colli Albani, situato appunto nel Lazio, ed è un vulcano estintosi circa 10.000 anni fa, la cui caldera si è formata con la fuoruscita delle scorie. Detto anticamente Mons Albanus, ovvero monte di Alba, deriva il suo nome attuale da Cabum, un insediamento italico dell'epoca, esistito sul monte. Da qui deriverebbe Monte GABO o CAVO.

Il fatto che si chiamasse Vulcano Laziale rimanda al mito del Dio Vulcano, un Dio schivo e cupo che fabbricava nella sua fucina, posta dentro un cratere, i fulmini di Giove. Volkanus, questo è in realtà il nome dell'antico Dio in suolo italico, è il Dio romano del fuoco che distrugge. Secondo Varrone il re Tito Tazio, che governava unitamente a Romolo, aveva dedicato altari ad una serie di divinità tra cui era anche Vulcano. Talvolta il Dio viene indicato come figlio di Giove e Giunone, in realtà è stato generato per partenogenesi da Giunone in qualità di antica Grande Madre.

Nonostante il vulcano si dica estinto 10000 anni fa, Livio riporta nella sua Storia Romana, che sotto re Tullo Ostilio, il vulcano abbia ripreso la sua attività. Forse allude all'eruzione avvenuta tra il 673 e il 641 a.c. con una pioggia di lapilli sul Monte Albano, durata piu giorni e per la quale venne istituito il Sacro Novendiale.

Così scriveva Tito Livio, negli Ab Urbe condida libris: "Devictis Sabinis cum in magna gloria magnisque opibus regnum Tulli ac tota res Romana esset, nuntiatum regi patribusque est in Monte Albano lapidibus pluvisse"
cioè: "Sconfitti i Sabini, quando ormai il regno di Tullo Ostilio e la potenza di Roma avevano raggiunto il vertice della gloria e della ricchezza, venne annunciato al re e ai senatori che sul monte Albano stavano piovendo pietre".

Siccome la cosa non era molto verosimile furono inviati dei messi a controllare il fenomeno. Anche in loro presenza cadde una spessa pioggia di pietre che "cadevano come chicchi di grandine ammucchiata dal vento sulla terra". Fatti del genere, durati parecchi giorni, sono noti in quell'epoca in tutta l'area dei Colli Albani. Si stabilì pertanto che ogni volta fosse accaduto lo stesso prodigio si sarebbero celebrati 9 giorni di festività dette Novendiales.

Monte Cavo fu sacro per i popoli italici del Lazio, e poi per i Romani, poiché vi sorgeva il tempio di Iuppiter Latiaris, il più importante santuario del Lazio, meta di pellegrinaggi per i popoli latini e romani con un percorso che partiva dall'Urbe, si diramava per oltre 30 Km, costeggiando il Lago di Nemi, ove si adorava la Diana Nemorensis, per poi giungere alla base della montagna, da cui iniziava una strada lastricata in basalto, detta appunto via sacra o via trionfale, che con un percorso di 6 km raggiungeva al tempio.

Fu re Tarquinio Prisco che fissò un tempio comune ai Latini, agli Ernici ed ai Volsci sul monte Albano, dove ogni anno si celebravano feste in onore di Iuppiter Latiaris che sorgeva sulla sommità del monte, rimasto sotto l'egida di Alba Longa sino alla distruzione di questa, verso la metà del VII sec. a.c.

Qui si nominava il capo della confederazione latina, il Dictator Latinus, e qui, tra gennaio e marzo, si svolgevano le Feriae latinae. Queste duravano 4 giorni e vi partecipavano 47 città, di cui 30 latine e 17 federate. I Consoli appena insediati dovevano sacrificare a Giove Laziale e indire le "ferie latine".

SACRIFICIO ED OFFERTA DEL TORO BIANCO A GIOVE
Quando il console otteneva una vittoria in guerra doveva anche celebrare il trionfo sul monte Albano.
Il momento culminante delle celebrazioni consisteva nel sacrificio a Giove di un toro bianco: le sue carni venivano distribuite ad ogni popolo latino partecipante - il cui nome veniva scandito ancora nella tarda età imperiale - come simbolo della originaria parità di diritti di tutti i membri della lega.

Sempre sotto i Tarquini,  fu infine eretto sul Campidoglio un tempio di Giove, che pian piano sostituì quello della lega sul Monte Cavo, esattamente come avvenne per il tempio di Diana sull'Aventino, che costituì un'alternativa al culto di Diana nemorense.

Il legame tra culto capitolino e culto del Mons Albanus si evidenzia nella cerimonia del trionfo, che su decreto del senato era concesso ai generali romani vittoriosi e celebrato a Roma al ritorno dalle imprese belliche, oltrepassando la porta Triumphalis ed ascendendo con la pompa triumphalis fin sul Campidoglio. Chi non riusciva ad ottenere il trionfo dal senato, poteva celebrare la cerimonia in monte Albano, dove appunto era nata la cerimonia di tradizione etrusca.

Ovvero l’importanza di questi santuari diminuì quando Roma, distrutta nel VII sec. a.c. Alba Longa, la città più importante della Lega Latina, assorbì i culti federali e li spostò all’interno dell’Urbe celebrando qui le Feriae Latinae. Ciò nonostante, il tempio del Monte Albano, che venne ricostruito in pietra da Tarquinio il Superbo verso la fine del VI sec. a.c., rimase un centro religioso molto importante, tanto che qui venivano celebrate le “ovazioni” (da ovis, la pecora che veniva offerta in sacrificio), cioè trionfi minori, per quei generali per i quali non era stato decretato un vero trionfo a Roma.
Dell'antico santuario nulla rimane, ad eccezione di alcuni blocchi di tufo ormai fuori posto: il sito venne infatti stravolto dalla realizzazione di un oratorio nell'ultimo decennio del XVI secolo, nonché di un convento e di una chiesa nel corso del XVIII secolo. 
Secondo alcuni oggi non si è neppure in grado di affermare con sicurezza se al Dio venne destinato un culto all'aperto o se vi fosse un vero e proprio tempio. Gli scavi hanno riportato alla luce solo costruzioni minori in pessimo stato di conservazione e di incerta identificazione. Solo le stipi votive, portate alla luce nei secoli scorsi, hanno permesso di affermare con sicurezza che il luogo fu sede di intensa attività religiosa sin dall'età del Bronzo finale.

Siamo andati con un permesso speciale e abbiamo raggiunto la cima del colle che non ci è stato però consentito di fotografare. Abbiamo notato sulla piattaforma della cima, sporgendoci al di sotto, che le pietre che sorreggevano la terrazza della sommità sono enormi e pertanto antichissime. Attorno alla cima c'è un muro esterno che sembra quasi ciclopico, un lavoro grandioso.


Ne consegue che:

1) Non si sarebbe sostenuto un terrazzamento così elevato solo per cautelare uno spiazzo all'aperto.
2) Non si sarebbe attuato uno spazio così elevato senza un tetto sotto cui ripararsi in caso di pioggia.
3) Si sa che i templi Etrusco-italici vennero eretti in pietra almeno dal VI e V sec. a.c. ma che prima ancora, verso il VII sec. se ne costruivano in legno e fango con tetto in terracotta.
4) Se i sacerdoti e i pellegrini si facevano un così lungo percorso per celebrare il rito e la festa, sulla sommità c'era un tempio e dei luoghi di ristoro, dove dormire e mangiare, nonchè magazzini per approntare i sacrifici, le mense, gli scanni e tutto l'occorrente per una festa che durava ben 4 giorni.

Oggi il Monte è purtroppo coperto da una selva di antenne e ripetitori televisivi, e da altre installazioni elettroniche civili e militari. Non distante, sorge un'Abbazia, "Santa Maria di Palazzola", o "Convento di Palazzolo", dei Monaci Cistercensi di Casamari e che si erge su un'area in cui anticamente sorgeva un altro tempio pagano, destinato al culto del Sole e della Luna.

Ogni tempio pagano del resto venne occupato da un tempio cristiano perchè il clero si era accorto che questi testardi di pagani, nonostante il reato punibile con la morte e la confisca dei beni alla famiglia, si ostinavano ad adorare gli Dei dei templi distrutti sull'area dove questi sorgevano.


VIA SACRA

LA VIA SACRA

Molto ben conservata è invece l'antica strada che conduceva al santuario partendo dalla via Appia, all'altezza di Ariccia. Essa costeggia a oriente il lago Albano, con i tagli nella roccia dell'antico percorso, oltrepassa Palazzolo, salendo ripida fin sulla cima. L'antico basolato, con i marciapiedi in peperino, interseca in più punti la via moderna e può essere ancora percorso a piedi lungo quasi tutto il percorso originario. 

Sembra che pure la via Latina, di origine neolitica, avrebbe avuto come punto d'arrivo la cittadella latina di Cabum (in etrusco Cape, da cui deriverebbe anche il nome della porta nelle antiche mura repubblicane di Roma: Capena), sorta in un crocevia di antiche vie di transumanza.

E' documentato, non solo qui ma in tutta l'area mediterranea, l'uso da parte dei partecipanti alle cerimonie di corde appese ai rami degli alberi per andare in altalena (oscillare): tale pratica risaliva al culto delle antiche sacerdotesse che, come asserisce Robert Graves nella Dea Bianca, imitava il crescere e il decrescere del disco lunare.

Infatti si usava contemporaneamente un ombrellino paraluna che veniva usato solo di notte soprattutto in altalena affinchè i raggi della luna non potessero irradiare più di tanto gli astanti.
Non c'è da meravigliarsi, i pastori della transumanza usavano un tempo coprirsi il capo di notte quando dormivano negli stazzi, per ripararsi da ceri raggi nocivi, come quelli della "luna rossa" di marzo.

ANTENNE SUL MONTE CALVO
Calata la notte e finita la festa, si purificava l'area sacra con il latte.
Nello stesso momento a Roma si chiudevano le identiche celebrazioni e finiva la corsa delle quadrighe in Campidoglio.

Per tutta l'età imperiale il culto di Iuppiter Latiaris e, di conseguenza, la fama del santuario del Mons Albanus, è ben documentato dalle fonti letterarie, che ricordano Caligola fregiarsi del titolo di Dio dei latini consacrandosi in quel tempio, e il sacrificio di Antinoo fatto al Latialis da Adriano, quest'ultima notizia del tutto falsa, ma che non avrebbe potuto diffondersi senza il tempio di Iuppiter Latialis.

Nel medioevo il tempio venne demolito e sostituito con un eremitaggio dei devoti di S. Pietro, per la furia iconoclasta cristiana, poi anche questo venne abbattuto e sostituito con un monastero nel 1727.

Nel 1758 vi vennero i passionisti di San Paolo della Croce e nel 1783 fu restaurato, usando i materiali che ancora restavano del tempio di Giove, per volere di Enrico Benedetto Stuart, duca di York, vescovo della diocesi di Frascati. I missionari abbandonarono il monastero nel 1889, quando i Colonna affittarono l'ultimo piano dello stabile al Ministero dell'Agricoltura.

Nel 1890 però il ministero non rinnovò il contratto, lasciando che la struttura fosse adibita ad albergo, oggi un rudere in stato di abbandono. Invece il monte ospita solo le mostruose antenne della TV, uccidendo uno dei più bei siti e panorami del Lazio.



LA MAGIA DELLA VIA SACRA

La Via Sacra, solo per un tratto di circa 100 m, ha una curiosa anomalia: la discesa si comporta come una salita e viceversa. Il tratto si raggiunge percorrendo la 'Via dei Laghi' fino a un quadrivio. Qui si prende la strada a destra, per Ariccia, e si incontra una discesa, che si trasforma poi in una salita. In questa salita qualsiasi oggetto tondeggiante posato al suolo tende a risalire la pendenza o, posto in discesa, si ferma o torna indietro.

Si è pensato a un fenomeno ottico e dagli anni '70 sono giunti scienziati da ogni parte d'Europa. Sono stati usati svariati strumenti di misurazione: livelle, bolla a cannocchiale, magnetometro, contatore geiger, bussole, teodoliti, Si è ipotizzato di grossi meteoriti ferrosi sepolti sottoterra,che agirebbero come giganteschi magneti, ma il magnetismo agirebbe solo su oggetti ferrosi, mentre si comportano ugualmente i materiali più disparati.

La trasmissione "Superquark",il primo marzo 1996 mandò in onda un reportage concludendo che era tutto regolare, trattavasi di illusione ottica. La prova effettuata con la livella a bolla, infatti, confermò che non si trattava di un dislivello stradale. Invece tengo a testimoniare che siamo anni fa andati in tre a misurare la pendenza con la livella, che invece ha confermato il fenomeno anomalo. Come mai la TV ha dato allora una notizia così infondata? Tanto più che verso gli anni 70 vennero molti scienziati a controllare il fenomeno e nessuno disse che era un effetto ottico, visto che è sufficiente una livella da muratore per appurarlo. D'altronde tutta la zona di Monte Cavo è un'anomalia dal punto di vista magnetico, che supera di parecchio la media del magnetismo terrestre naturale.



SENTENZA CONTRO LE ANTENNE DI MONTE CAVO

E’ stata depositata il 13 novembre 1914 una sentenza storica per la Città di Rocca di Papa, con la quale il Tar del Lazio ha respinto il ricorso fatto dalla società R.T.I ( Canale 5, Italia 1 e Rete 4) contro l’ordinanza di demolizione delle antenne site sul territorio di Rocca di Papa del 2003, con l’allora sindaco Carlo Umberto Ponzo.

L’ingiunzione allo sgombero di Monte Cavo Vetta invitava le emittenti a trasferirsi presso i siti alternativi individuati dal Piano territoriale di coordinamento adottato nel 2001 dalla Regione Lazio. Ora, dopo svariati anni, il Tribunale Amministrativo ha dato ragione al Comune di Rocca di Papa ed ha riconosciuto la legittimità e la piena operatività dell’atto impugnato.

“Siamo a dir poco emozionati – riferisce il sindaco Pasquale Boccia -. Sono anni che combattiamo contro le emittenti radio-televisive installate senza alcuna autorizzazione sul nostro territorio intorno agli anni ’70, alterando irreversibilmente un luogo dalla forte valenza ambientale, storica, culturale e identitaria.

La nostra battaglia è iniziata nel ’98 quando, con delibera di Consiglio comunale all’unanimità decretammo che il territorio di Rocca di Papa non poteva essere individuato come sito per l’installazione di impianti di radiodiffusione, ed è poi disseminata di atti, diffide e richieste in tutte le sedi opportune che documentano il nostro costante impegno negli anni. Fino ad arrivare alla storia più recente, quando il controllo richiesto da questa Amministrazione ha permesso di individuare tre emittenti che sforavano i limiti di emissione, costrette a pagare una sanzione pecuniaria, oltre che a rientrare nei parametri consentiti dalla legge.

Questa sentenza è una vittoria per tutto il territorio dei Castelli romani, ugualmente coinvolto e colpito dalla presenza delle antenne di Monte Cavo, e di tutti i cittadini che ci hanno supportato in questa battaglia. Ho già dato mandato ai miei tecnici di verificare le modalità di attuazione di questa sentenza e di inviare comunicazione alla Regione Lazio, Presidenza del Consiglio regionale e Prefettura.

Alla luce di questa sentenza ci aspettiamo che gli organi sovra comunali lavorino urgentemente, ognuno per le proprie competenze, per predisporre gli atti necessari che ci permetteranno di attuare la sentenza
”.

Le antenne stanno ancora là, perchè il bene del patrimonio artistico, paesaggistico e archeologico in Italia non è al primo posto nell'interesse dei vari governi che si sono succeduti.




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