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BEVAGNA - MEVANIA (Umbria)


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Bevagna è oggi un bel borgo medievale, che ancora rivela la sua antica origine umbro-romana: resti di templi, mosaici, teatro, mura, cisterne, colonne ed elementi decorativi. Era nota come centro itinerario degli Umbri e famosa per la sua pastorizia e allevamento bovino.

Situata nel cuore dell'Umbria, è collocata nella piana di Foligno, ai piedi del gruppo collinare dove sorge Montefalco, presso l'ansa del fiume Timia. La città è circondata da una fertile pianura ricca di acque e coltivata a grano, viti ed olivi.

Gli Umbri furono un antico popolo italico del gruppo osco-umbro, che si estendeva dall'alta e media valle del Tevere fino al mar Adriatico. Si occupavano di agricoltura, di allevamento e di artigianato.

I MOSAICI DELLE TERME

« La popolazione umbra è ritenuta la più antica d'Italia, si crede infatti che gli Umbri fossero stati chiamati Ombrici dai Greci perché sarebbero sopravvissuti alle piogge quando la terra fu inondata. È attestato che gli Etruschi sottomisero trecento città umbre » (Plinio il Vecchio, Naturalis historia, III, 112-113)

Le prime notizie storiche su Bevagna risalgono alla conquista romana dell'Umbria, con la famosa battaglia del Sentino del 295 a.c., detta anche Battaglia delle nazioni, durante la III guerra sannitica, dell'Esercito romano contro l'alleanza avversa di Etruschi, Sanniti, Galli Senoni ed Umbri. La battaglia finì con una decisiva vittoria romana, che aprì a Roma la strada del dominio dell'Italia centrale.

BEVAGNA ROMANA (INGRANDIBILE)
Divenne municipio romano dal 90 a.c. col nome di Mevania, venne ascritta alla tribù Aemilia, nella VI Regio. Divenne importante centro agricolo e strategico grazie alla favorevole posizione al centro della grande rete viaria della via Flaminia (220 a.c.), e alla sua postazione sul Topino (che si getta nel fiume Chiascio e quindi nel Tevere).

Fu florida fino al III secolo d.c., quando la Flaminia passava per Terni e Spoleto, con un notevole sviluppo edilizio: venne munita di cinta muraria, terme e anfiteatro, dei quali permangono i resti. A un'espansione verso nord della popolazione di Mevania viene attribuita la fondazione di Mevaniola (presso l'odierna Galeata, nell'Appennino forlivese), che significa Piccola Mevania.

LE COLONNE ROMANE

Nel 308 a.c. lo scrittore latino Livio ricorda la battaglia di Mevania, anche se per gli storici l'episodio è dubbio. Sicuro è che dopo il 295 Mevania con altre città umbre si alleò con Roma. Probabilmente Bevagna fu la patria del poeta romano Sesto Aurelio Properzio (47 a.c. - dopo il 16 a.c.)

Mevania, “colei che sta nel mezzo”, fu un fiorente centro commerciale in epoca romana, attraversata dalla antica via Flaminia e sede di un importante porto fluviale, alla confluenza tra Clitunno e Timia, fu cantata da Plinio il Vecchio e Plinio il Giovane, Virgilio e Giovenale

Simile a un museo a cielo aperto, anticamente chiamata Mefana dagli etruschi e successivamente Mevania dai romani, è una cittadina situata sulla consolare via Flaminia. La città è circondata da spesse mura e torri, la sua architettura conserva ancora oggi alcuni segni tipicamente romani.

COME DOVEVA ESSERE IL TEATRO

LA SUA STORIA

Le prime notizie storiche di Bevagna coincidono con la conquista romana dell'Umbria, quando i Romani occuparono la zona e costruirono la Via Flaminia occidentale (220 a.c.) e le strade di collegamento. 

In epoca romana, come confermano anche recenti ritrovamenti, fu anche porto fluviale collegato direttamente con Roma attraverso il Tevere, nel quale si riversa, il sistema Clitunno-Topino. Il porto era adiacente alla Via Flaminia e costituiva un polo intermodale di scambio tra i vari sistemi di trasporto.

Nel 90 a.c. divenne un importante municipio romano con il nome di Mevania, lasciando
testimonianze di epoca romana con resti di un tempio, poi trasformato nella ex chiesa della Madonna della Neve, un edificio termale, che conserva un mosaico pavimentale del II secolo d.C. a tessere bianche e nere a soggetto marino. Nella parte alta della città, le case disposte a semicerchio ricalcano l'andamento dell'antico teatro (due colonne scanalate in marmo si trovano all'interno dell'ufficio postale).


BIBLIO

- Mevania, Mevaniola. Le tracce della storia - a Pianetto in mostra le relazioni fra le due città attraverso i riti e i corredi funerari -
- Riccardo Riccardi e Arturo Solari - BEVAGNA - in Enciclopedia Italiana - Istituto dell'Enciclopedia Italiana - 1930 -



NEQUINUM - NARNI (Umbria)


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FONTE FERONIA

Nequino, cittadina dell'Umbria posta sul fiume Nera, oggi Narnia, corrispondente all'attuale Narni. Sappiamo che Narnia divenne colonia latina all’inizio del III sec. a.c., che si arricchì e ampliò con la costruzione della via Flaminia, che doveva passare su una antica strada già esistente, tanto da avere un suo porto fluviale sul Nera, e ancor più prosperò dopo essere divenuta municipium. Tra l'altro ebbe l'onore di dare i natali all’imperatore Marco Cocceio Nerva (IMP·NERVA·CAES·AVG·PONT·MAX· TR·POT. 30 - 98 d.c.) 

PORTA ROMANA

LA NARNIA ROMANA

Tito Livio ci ha tramandato lo stratagemma col quale l’inespugnabile oppidum di Nequinum fu presa dai
romani nel 299 a.c. che l'avevano inutilmente assediata per più di un anno, attraverso l'esercito guidato dal console Quinto Appuleio Pansa. Attraverso il tradimento di due narnesi, che realizzarono un cunicolo nei pressi della loro abitazione posta nei pressi delle mura, i Romani riuscirono a entrare a Nequinum e conquistarla.

Recenti rinvenimenti di siti protostorici sulle alture intorno a Narni fanno ipotizzare che i romani abbiano conquistato un territorio controllato non da un unico centro abitato ma da una sorta di confederazione di villaggi, dei quali Nequinum rappresentava forse il centro strategico più importante.

Nequinum divenne così Narnia, colonia latina posta a controllo dello snodo strategico tra i centri sulla valle tiberina di Ocriculum e Ameria (Otricoli e Amelia) e l’Umbria interna, raggiungibile attraverso quella che diventerà presto la via Flaminia nelle due direzioni: quella a nord, verso Carsulae (che sarà resa più agevole con la costruzione del Ponte di Augusto), e quella verso nord-est diretta a Interamna – oggi Terni.


Da Nequinum a Narnia.

Sembra che i Romani, piuttosto superstiziosi, considerando il nome della città di cattivo auspicio, in latino nequeo significa “non posso”, cambiarono il nome in Narnia, proprio dal fiume Nar che vi scorre sotto. Del resto per la stessa ragione cambiarono il nome Maleventum in Beneventum, oggi Benevento.

Testimoniato anche dalle fonti e dai ritrovamenti archeologici si sa che la città godeva del porto di Narnia, prima di Nequinum, e soprattutto del cantiere navale costruito nei pressi dell’odierna Stifone, il borgo e il porto lungo le Gole del Nera. Sotto la rupe rocciosa su cui poggia il castello di Taizzano, oggi pressochè scomparso, ma in un luogo di bellezze naturalistiche e storiche.

La zona dove oggi insiste il borgo fu il porto fluviale di Narni già in epoca pre-romana e crebbe, nel
periodo successivo, con la realizzazione di un cantiere navale, probabilmente realizzato a partire dalla prima guerra punica. Tacito narra del viaggio verso Roma, con imbarco presso il porto di Narnia, del console Gneo Calpurnio Pisone nel 19 d.c. e alcuni ritrovamenti di sepolture e mosaici di età imperiale attestano che il porto divenne un luogo sempre più frequentato.

Fu probabilmente in uso prima della romanizzazione, e si presume vi furono costruite – al riparo dagli attacchi possibili sul Tevere – quelle navi che supportarono Roma nel conflitto contro Cartagine.
È certo che, come riferisce Tacito, il console Gneo Calpurnio Pisone nell’anno 19 d.c. raggiunse la capitale imbarcandosi proprio a Narni.

PONTE DI AUGUSTO

La Via Flaminia

La costruzione della via Flaminia, intorno al 220 a.c., con l’uso in parte di tracciati preesistenti, rappresentò uno sviluppo sul territorio, realizzato per fini militari, ma anche di sviluppo economico.
Purtroppo le tracce archeologiche della fase repubblicana sono poche e si limitano a quanto resta delle mura urbiche e ai pochi reperti mobili oggi conservati nel museo.

Di certo uno dei monumenti di questo periodo è, in Via dell’Arco Romano, quello che oggi è detto arco del Vescovo che doveva essere la porta principale di accesso alla città. Narnia, divenuta municipio dopo la guerra sociale del 90-88 a.c., fu ascritta alla tribù Papiria e inserita nella Regio VI in età augustea, quando l’opera degli ingegneri dell’imperatore edificarono l’opera più importante di cui oggi si conservano i monumentali resti: il Ponte di Augusto.

In questo periodo il fertile territorio di Narnia fu sfruttato per la costruzione di ville sia rustiche sia per l’otium, come quelle attestate dagli autori antichi, della ricchissima Pompeia Celerina, suocera di Plinio il Giovane.

ACQUEDOTTO DELLA FORMINA

- Tra il 24 e il 33 d.c. - venne edificata, sotto la direzione del curator aquae Marco Cocceio Nerva, avo del futuro imperatore, la mirabile opera idraulica dell’Acquedotto della Formina.

- Nel 30 d.c. - vi nacque Marco Cocceio Nerva, imperatore dal 96 al 98 per adozione da parte di Domiziano: fu l’ultimo di origini italiche tra gli imperatori romani e gli successe Traiano.

Per ciò che concerne gli edifici pubblici: un’ipotesi posizionerebbe l’anfiteatro a valle, nei pressi del ramo della Flaminia che va verso Terni; carte del XVII secolo fanno supporre che il teatro potesse essere disposto dove ora sorge il complesso della Beata Lucia, nei pressi di Piazza Galeotto Marzio.

Non si hanno notizie di luoghi di culto. Unico sito, il cui toponimo è legato a una divinità italico-sabina, è quello della Fonte Feronia, luogo votato al culto delle acque con strutture primitive del IV-III sec. a.c. poi più volte rimaneggiate. Nonostante le tradizioni orali ponessero sotto la Chiesa di Santa Maria Impensole un tempio dedicato a Bacco, e sotto Santa Maria Maggiore, poi San Domenico e oggi Auditorium Bortolotti, quello dedicato a Minerva, da recenti studi queste ipotesi non sono state confermate.

NARNI SOTTERRANEA

Secondo Tertulliano, che scrive alla fine del II secolo e si riferisce a un’opera perduta di Terenzio Varrone, a Narnia si venerava il Dio indigeno Visidianus (come a Ocriculum la dea Valentia).

Rare anche le aree funerarie che sono state rinvenute principalmente lungo la via Flaminia. L’area sepolcrale più importante è quella di fianco le mura lungo la via Flaminia dove per tradizione venne sepolto San Giovenale morto nel 376 e dove, alcuni anni dopo, venne edificato quel sacello che accolse i vescovi di Narnia e che fu la base su cui fu edificata la Cattedrale di Narni.


BIBLIO

- Christian Armadori -  Il Porto di Narnia e il Cantiere Navale Romano sul Fiume Nera - Ed. Quasar - 2012 -
- Alvaro Caponi - I segreti del porto etrusco e il cantiere navale di Narnia: ritrovamenti unici al mondo: Villa Pompeia Celerina - Ricerca obiettivo - 2006 -
- Structurae - "Ponte di Augusto (Narni) | Structurae" - En.structurae.de. 2013-03-26 -
- Holly Hartman - Narnia: A Look Back - factmonster.com -

 


HISTORIUM - VASTO (Abruzzo)


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RESTI DI VILLA ROMANA

La storica Histonium (Ἱστόνιον Histónion in greco antico), corrispondente all'odierna Vasto, della provincia di Chieti in Abruzzo, era un'antica città del popolo italico dei Frentani, con un territorio che iniziava a sud del porto di Ostia Aterni (Pescara) e si estendeva fino al Fortore.  I Frentani erano antico popolo italico di lingua osca della costa adriatica centrale, molto affini ai Sanniti, posti nell'Abruzzo sud-orientale e nel basso Molise.

 Histonium, secondo la tradizione mitica, viene fatta fondare da Diomede, il condottiero greco, esule dopo la guerra e la distruzione di Troia. Questi nel suo peregrinare nel Mediterraneo, sbarcò con i suoi reduci nell'Italia meridionale dove fondò diverse città. I coloni greci furono indotti a stabilirsi in loco per via dell'industria ed il commercio della lana. 


IL NOME

La denominazione potrebbe provenire dal greco HERCOS (recinto fortificato) oppure ERCE  dal latino ARX (sommità), ipotizzare ci fosse un'acropoli o una roccaforte; oppure il nome deriverebbe da ARKHAIOS (cioè antico) perchè in queste zone esisteva una colonizza greca, prima dell'arrivo degli italici. 

In località Selvotta venne rinvenuta la lapide che riporta: 
HERRCVLI EX VOTO ARAM / L.SCANTIVS / L LIB.MODESTVS.MAG. / AVG.MAG.LARVM. AVGVST. / M AG. / CERIALLIVM VRBANORVM, riferita a Lucio Scanzio Modesto, capo dei cereali urbani (sacerdoti addetti alla città di Historium).


LA STORIA

Si batterono con la Repubblica romana alla fine del IV secolo a.c., da cui vennero costretti a un' alleanza con Roma, in posizione subordinata. I Frentani erano una popolazione italica che occupava gran parte dell'attuale costa abruzzese meridionale. In seguito alla conquista romana (305 a.c.) il centro frentano si dotò di vari edifici pubblici, in parte ancora visibili.

Tuttavia Roma lasciò loro una certa autonomia interna fino al I secolo a.c., quando si estese a tutti gli Italici la cittadinanza romana, in seguito alla guerra sociale a cui avevano preso parte anche i Frentani. Da allora si accelerò la loro romanizzazione, inquadrati nelle strutture politico-culturali di Roma.

 Nel 91 a.c. il popolo di Histonium, insieme a tutti i popoli italici prese parte alla confederazione dei popoli italici per ottenere il titolo di municipio.

La città fu ricostruita e, nel 117 venne inserita nella regio Sannio. In seguito la città man mano perse d'importanza e decadde. I vari edifici romani furono saccheggiati durante le "Invasioni barbariche" subendone anche le lotte che si susseguirono fino in epoca feudale.

 L'antico nome di Histon da lui dato sarebbe dovuto al fatto che il suo promontorio dal mare ricordasse all'eroe troiano il monte Histone di Corfù.

MOSAICO DI NETTUNO ALLE TERME

In effetti i coloni greci furono indotti a stabilirsi in loco per via della posizione adatta al commercio della lana che già praticavano da Troia. Historium fu infine municipio romano iscritto alla tribù Arnensis. Tra i culti religiosi sono testimoniati quelli di Ercole, di Cerere, del Sole, di Giove Dolicheno. 

In seguito alla conquista romana del 305 a.c. il centro frentano si dotò di vari edifici pubblici, in parte ancora visibili oggi. Nel 91 a.c. il popolo di Histonium, insieme a tutti i popoli italici prese parte alla confederazione dei popoli italici per ottenere il titolo di municipio, che ottenne venendo iscritto alla tribù Arnensis. Le famiglie maggiori di Histonium erano i Didia, gli Helvidia e i Vibia.

Fabio Massimo fece restaurare il campidoglio. La città fu devastata da Silla nella lotta contro Mario. La città fu ricostruita e, nel 117 venne inserita nella regione del Sannio. L'area archeologica del quartiere Gisone sorto sulla città romana è compreso tra via Roma (fuori Porta Nuova) a nord, e via Barbarotta a sud, dentro cui si ergono quattro file di due isolati rettangolari su strade perfettamente ortogonali. 

Il Corso Palizzi è considerato il cardo maximus, e il Corso Dante il decumanus maximus, mentre altri cardi sono costituiti da Corso Plebiscito e di via Adriatica. Presso l'ospedale si trovano alcuni resti murari di un edificio della fine del I-metà del II secolo d.c.,



IL SITO ARCHEOLOGICO

La città antica corrisponde alla città vecchia, che ne ha conservato la pianta almeno in parte. Restano le vestigia di: teatro, anfiteatro, terme, vari acquedotti, serbatoi idrici, mura civiche reticolate, pregiati pavimenti, statue, colonnati di granito orientale, templi.

Nella città moderna si trovano i resti della remota città romana in gran parte riutilizzati sia nelle chiese (Madonna delle Grazie, San Pietro, piazza del Popolo), sia nelle strade e nelle piazze cittadine (Ospedale, Tagliamento, Sant'Antonio, piazza Dante Gabriele Rossetti).

La zona settentrionale della città attuale, vale a dire il centro storico, ricalca  l'antico impianto urbanistico romano. La città antica è infatti corrispondente alla città vecchia, che ne ha conservato la pianta almeno in parte. In quest'area ubicata sulla collina prospiciente il mare si innalzavano i templi e il Campidoglio. 


L'ANFITEATRO

La Piazza Rossetti conserva la forma ellissoidale dell'anfiteatro che fu costruito tra la fine del I e la metà del II secolo Alcuni resti dell'edificio sono tuttavia visibili  visibile sotto teca di vetro allo sbocco di via Cavour sulla piazza, in opus reticolatum inglobati nei sotterranei del castello di Vasto ed in parte nelle mura che si affacciano nel lato orientale della piazza stessa. 

Vi sono anche atri tratti dell'anfiteatro presso la Torre di Bassano e in un negozio della piazza. I resti visibili sono parte dell'ingresso e parte del perimetro ellissoidale dell'anfiteatro. L'anfiteatro di cui una porzione è fuori dal perimetro urbano, realizzato in opus cementizia: misurava circa 225 piedi (67 m ca.) di lunghezza per 210 (62 m) di larghezza. Gli edifici situati nella parte nord-est della piazza sorgono a forma ellittica, presso la Torre di Bassano, segno che dopo la caduta di Roma, l'anfiteatro fu smantellato per ricavarci materiale di costruzione di nuove case. 

La presenza vicino alla piazza di via Naumachia, a fianco della chiesa dell'Addolorata, ha fatto ipotizzare che l'anfiteatro fosse stato usato anche per le celebri battaglie navali. Un'alluvione nel tardo impero romano ricoperse l'anfiteatro di fango, determinandone l'abbandono.

Presso Via S. e F. Ciccarone vi è un rudere detto cappella della Madonna del Soccorso da cui proviene la lastra funeraria di Gaio Osidio Veterano (Caius Hosidius Veteranus) ora posta nel museo archeologico di Vasto. Il sito venne trasformato nel 1442 in carcere ed in seguito, nel 1614, nella cappella di Santa Maria del Soccorso. Nel 1794 risulta abbandonata.


Nel 1817 la porta viene murata, indi, mediante un'apertura sulla volta viene usata come tumulazione per neonati non battezzati e per impenitenti. L'esterno ha una muratura in calcestruzzo di manifattura romana. L'interno con volta a botte presenta un'intonacatura e pavimentazione moderne. 

Nella parte di via Anelli, all'altezza della Scuola d'Arte, è ancora visibile un muro di 20 metri risalente all'epoca romana, nella facciata di una casa civile; in via Tagliamento affiorano resti di un muro in opus caementitia. In via B. Laccetti la chiesetta della Trinità poggia su fondamenta di un'abitazione romana, con visibili resti sulla destra. 

In seguito la città man mano perse d'importanza e decadde. I vari edifici romani furono saccheggiati durante le invasioni barbariche subendone anche le lotte che si susseguirono fino in epoca feudale.

Nella seconda metà del XVI secolo sul pianoro intorno a Santa Maria della Penna erano visibili fra gli altri i resti di due templi e di un teatro, il che potrebbe ricollegare il contesto al noto complesso di Pietrabbondante, e ancora oggi sono visibili i resti di un abitato e forse dello stesso luogo di culto, databili fra IV-III e I secolo a.c.



I TEMPLI

I culti testimoniati a Historium sono quelli di Ercole, di Cerere, del Sole, di Giove Dolicheno. In Via Antonio Bosco 16 vi è un tempietto romano, scoperto nel 1975 in seguito a lavori a palazzi della stessa via, con forma a V e vertice ad ovest. I lati a sud ed a nord misurano 4,90 e 4,30 m, il primo lato ha un basamento di 25 cm ed una cortina di 10 cm, mentre il secondo ha il basamento e la cortina 10-50 cm. I muri interni ed esterni sono in cortina laterizia con mattoni di 25 cm X 15 X 3 con colori dal rosso vivace all'ocra.

I templi, di cui si ha riferimento da antichi documenti, vennero riordinati dallo storico Luigi Marchesani: 
- un Tempio dedicato al Dio Elio presso la chiesa di Sant'Antonio di Padova, sopra cui oggi poggia la cappella della Madonna delle Grazie, 
- quello della Dea Cerere nell'area dove venne eretta la chiesa collegiata di San Pietro, 
- il tempio di Giove Delicheno o Ammone sorgeva presso Piazza del Popolo, 
- insieme al vicino tempio di Bacco. 
- In località Selvotta si trovava il tempio di Ercole, con la lapide conservata nel Museo archeologico del Palazzo d'Avalos.

Nel 1888 fu rinvenuta, presso la chiesa di Santa Maria della Penna in località Punta Penna, una lastra di rivestimento in terracotta appartenente ad un edificio templare, oggi conservata presso il Museo Civico Archeologico di Vasto. 

 Il motivo principale consiste in due teste contornate da elementi vegetali: in quella di sinistra appare riconoscibile Ercole con la clava sulla destra, l'altra con volto largo e piatto e capelli a fiamma, sembra attribuibile ad una figura femminile inquadrate da una cornice di motivi vegetali, con grossi fiori a forma di campanula. 

CAVALLUCCIO MARINO

LE TERME

Nella zona del Muro delle Lame, dopo la frana del 1956 che inghiottì parte del quartiere, ci fu l'affioramento di un pavimento a mosaico di grande valore, e delle fondamenta dell'edificio termale presso l'ex convento di San Francesco. In Via Adriatica le terme del II secolo d.c. sono divise in tre livelli. Il restauro eseguito a partire dal 1994 ha ricollocato in situ un mosaico riportato alla luce nel 1974 un mosaico con raffigurazioni di Nettuno col tridente.

Da queste terme il mosaico di Nettuno, di ben 13.50 x 12.60 m, per un totale di 170 mq, uno dei più estesi mosaici mai rinvenuti lungo l'intera costa adriatica, ha una decorazione molto articolata, basata su un raffinato intreccio di elementi vegetali stilizzati all'interno del quale campeggia la possente figura del Nettuno con il tridente e quattro Nereidi, due in sella a cavalli, una ad un drago, e una ad un cavallo marino. 

Il mosaico è tessere bianche su sfondo scuro e risale alla prima metà del II secolo d.c. 
 Gli scavi del 1997 hanno riportato alla luce quattro ambienti destinati ad essere riscaldati e il praefurnium, la fornace che riscaldava i locali presso l'ingresso. 

L'ANFITEATRO SOTTO PIAZZA ROSSETTI

 ANFITEATRO 

La Piazza Rossetti conserva la forma ellissoidale dell'anfiteatro. L'anfiteatro fu costruito tra fine I secolo e metà II secolo d.c.. Alcuni resti dell'edificio sono tuttavia visibili, trattasi di resti in opus reticolatum inglobati nei sotterranei del castello di Vasto ed in parte nelle mura che si affacciano nel lato orientale della piazza stessa, ma vi sono anche atri tratti dell'anfiteatro presso la Torre di Bassano e in un negozio della piazza. 

I resti visibili sono parte dell'ingresso e parte del perimetro ellissoidale dell'anfiteatro. In via Pampani nel 1854 venne estratto un pavimento musivo, lungo via Santa Maria Maggiore sono visibili tracce di antiche fondazioni, che corrispondono all'anfiteatro di Piazza Rossetti, di cui una porzione è visibile sotto teca di vetro allo sbocco di via Cavour sulla piazza) fuori dal perimetro urbano, realizzato in opus cementizia.

Il teatro misurava circa 225 piedi X 210 (67 X 62 m). Gli edifici situati nella parte nord-est della piazza sono a forma ellittica, presso la Torre di Bassano, segno che dopo la caduta di Roma, l'anfiteatro fu smantellato per ricavarci materiale di costruzione di nuove case. 

La presenza vicino alla piazza di tal via Naumachia, a fianco della chiesa dell'Addolorata, ha fatto ipotizzare che l'anfiteatro fosse stato usato anche per le celebri battaglie navali, data la presenza degli acquedotti di alimentazione idrica. Un'alluvione avvenuta nel tardo impero romano coprì l'anfiteatro di fango, determinandone l'abbandono.
 

ACQUEDOTTI E CISTERNE

Nel 1614 furono rinvenute in via Lago delle condotte, che si dirigevano verso le chiese di San Giovanni dei Templari e di San Pietro (il Murello), mentre l'acquedotto delle Luci invece era già disseccato.
In via Cavour sono presenti i ruderi delle cisterne di Santa Chiara realizzate in opus signinum. Le cisterne erano alimentate dall'acquedotto delle Luci. Le cisterne erano degli ambienti rettangolari con volta a botte comunicanti tra loro mediante arcate. Anche in Via V. Laccetti vi sono delle Piccole Cisterne.

PARCO ARCHEOLOGICO SOMMERSO DI VASTO (HISTONIUM)

IL PARCO SUBACQUEO

Importanti presenze archeologiche dell'antica città come muri, absidi, colonne e resti di edifici attendono di essere ammirati a Histonium nel piccolo paradiso del Parco archeologico sommerso nel tratto di costa vastese compreso tra il Monumento alla Bagnante e il trabocco “Concarerella”, centro portuale dell'antica città.

Lo storico Luigi Marchesani riferisce che i resti murari attualmente sommersi riemersero nel 1816 e che furono quindi visti dai Vastesi quando le acque del mare si ritirarono a causa dell’innalzamento del fondale, avvenuto in coincidenza di un’enorme frana che sconvolse il settore orientale del promontorio su cui sorge Vasto. Nel 2014 è stato pubblicato per la prima volta un saggio che documenta ed inquadra storicamente l’esistenza del centro.

 
EPIGRAFI

Il materiale archeologico, proveniente dalla città e dai dintorni, e in particolare la ricca collezione epigrafica, sono esposti nel Museo Civico. 
- Notevoli due lastrine bronzee con iscrizioni osche, che testimoniano l'esistenza dell'abitato in età preromana.
- Caio Hosidio Geta, che nel 43 fu legato dell'Imperatore Claudio, al comando dell'esercito romano, sbaragliando i nemici in Inghilterra; divenne console e ricevette le insegne del trionfo a carico dell'impero, testimonianza se ne ha dai resti del monumento pedestre che gli venne dedicato a Histonium.
- Publio Paquio Sceva, questore e giudice, pretore dell'erario e proconsole di Cipro. Il suo sepolcro si conserva nel museo del Palazzo d'Avalos, insieme alla moglie Flavia. 
- Marco Bebio che fu edile della città, e questore e sacerdote, nominato dall'imperatore Tito Flavio Vespasiano. Alla sua morte gli histoniensi gli eressero una statua, di cui si conservano elementi nei musi civici.
- Il più famoso fu però il poeta decorato d'alloro al Campidoglio nel 106 d.c., Lucio Valerio Pudente, nominato da Antonino Pio procuratore delle imposte a Isernia. 



 NECROPOLI

La necropoli più grande risale al V-II sec a.c. e si trovava lungo viale Incoronata, le sepolture erano allineate lungo la via del tratturo che collegava le città di Egnazia, Anxanum, Ortona, Larinum, Cliternia. Presso la città, le tombe si dispongono lungo i lati nord e ovest, e una via lastricata che  scendeva al mare presso la chiesa della Madonna delle Grazie, dove si scoprirono due tratti che racchiudevano l'area di un grande cimitero.

TOMBA DI PAQUIUS SCEVA
La prima parte comprende via Crispi e via Roma sud, il vallone San Sebastiano ad ovest e la chiesa della Madonna delle Grazie ad est, con tombe a tegoloni, pavimento musivi, in opus spicatum e cementizia, con rivestimento in opus reticulatum; dal vallone di San Sebastiano le tombe proseguono in Piazza Diamante, scendendo sino a Piazza Barbacani. 

Le tombe sono a l'inumazione, l'incinerazione  è rara, i sepolcri sono a tegoloni, con copertura a cappuccina, ma anche di altri tipi, come il sarcofago monumentale di P. Paquius Sceva. 

Il monumento più importante è infatti il grandioso sarcofago dove erano sepolti P. Pacuvio Sceva e la moglie Flavia. All'interno del sarcofago, sui lati rispettivi, sono incise le iscrizioni che si riferiscono ai due defunti. In quella di Sceva è riportata la brillante carriera del personaggio. Il sarcofago appartiene ad un raro tipo di età augustea, utilizzato da personaggi che preferivano l'inumazione in un periodo di quasi universale diffusione della cremazione.

Molte tombe nell'area di Santa Maria del Soccorso, dove si trova una cappella, con pavimenti musivi rinvenuti fuori dall'abitato, coincidendo nell'area della Madonna delle Grazie con opus spicatum, e nei sepolcri rinvenuti nell'area conventuale di Santa Lucia, fuori Vasto. In contrada "Incoronata" è venuta alla luce una necropoli molto interessante.

Alcune lapidi, tra le meglio leggibili, riportano di :
- Faustina, vissuta 15 anni. 
- Caio Figellio Frontone vissuto 9 anni otto mesi e due giorni (presso la chiesa di Santa Maria Maggiore - Tito Giulio Hilari Pudente (presso la raccolta dei baroni Genova Rulli).
- Mevia Vittoria dedicata alla sorella Cassandra (in Piazza Barbacani).

Il monumento più importante è però il grandioso sarcofago dove erano sepolti P. Pacuvio Sceva e la moglie Flavia. All'interno del sarcofago, sui lati rispettivi, sono incise le iscrizioni che si riferiscono ai due defunti. In quella di Sceva è riportata la brillante carriera del personaggio. Il sarcofago è a inumazione. 

Nel Palazzo d'Avalos, insieme a sculture come il busto in marmo con basamento, che componeva la scultura del poeta vastese Lucio Valerio Pudente, un busto acefalo di donna, diverse statue e lucerne in terracotta, idoli in bronzo. 


BIBLIO

- AA. VV., Histonium, resti della città romana, in Musei e siti archeologici d'Abruzzo e Molise, Pescara, Carsa edizioni, 2001 -
- A. Marinucci, Le iscrizioni del Gabinetto Archeologico di Vasto, in "Documenti di antichità italiche e romane" Vol. 4, Tipografia Centanri 1973 -
- A.R. Staffa, Dall'antica Histonium al castello del Vasto, Fasano di Brindisi: Schena Editore, 1995 -
- L. Marchesani, Storia di Vasto. Città in Abruzzo Citeriore, Napoli 1838 -
- AAVV - Dall'antica Histonium al Castello del Vasto - a cura di A.R. Staffa - Fasano di Brindisi - 1995 -
- AA.VV - Parco Archeologico delle Terme Romane - Vasto, in Trigno Sinello, Amore a prima visita, Brochure Trigno-Sinello Card - Vasto - 2007 -



CLATERNA (Emilia Romagna)


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Claterna è un raro esempio di città scomparsa in Emilia-Romagna, una città posta sulla via Emilia, fra le colonie romane di Bologna (Bononia) e Imola (Forum Cornelii), esattamente tra la frazione Maggio di Ozzano dell'Emilia ed il torrente Quaderna (affluente dell'Idice), da cui la città prendeva il nome. Infatti il centro si chiamò prima Quaterna e poi Quaderna, secondo il nome etrusco del fiume, romanizzato poi in Claterna.

Pertanto nella regione Cispadana il territorio più occidentale, comprendente la maggior parte dell’odierna Emilia-Romagna, fu conquistato stabilmente dai Romani soltanto dopo la II Guerra Punica (218-202 a.c.) e dopo le campagne militari contro i galli Boi all'inizio del II secolo a.c.

Il centro di Claterna nacque infatti durante la prima metà del II secolo a.c., contemporaneamente alla grande colonizzazione agraria della pianura, esso doveva costituire una sosta nel tragitto fra le due colonie maggiori, come gli altri centri sulla via Emilia, a distanza regolare tra loro, e cioè ad una giornata di marcia delle legioni (circa 36 km odierni, o 24 miglia romane). Le vie servivano infatti ai legionari per gli spostamenti veloci e ai carri per gli scambi commerciali.

Con la colonizzazione romana della Gallia Cisalpina (o Gallia Citeriore) e la costruzione della via Emilia, in parte sul tracciato di un antico sentiero ai piedi della collina, Claterna fu fondata alla confluenza di un'altra strada romana che traversava l'Appennino, probabilmente la via Flaminia Minor, voluta dal console Gaio Flaminio nel 187 a.c. tra Bononia (Bologna) e Arretium (Arezzo), come riferisce Tito Livio, che congiungeva la strada emiliana con Arezzo (Arretium).

Claterna fu dapprima un villaggio con funzione itineraria, in quanto posta all’incrocio tra la via Aemilia ed una via transappenninica da identificare forse con la via Flaminia Minor (vie consolari furono realizzate nel 187 a.c.), ma pure commerciale, finchè nel I secolo a.c. (in periodo sillano o forse cesariano) Claterna fu elevata a municipio, come capoluogo di una grande circoscrizione territoriale tra i torrenti Idice e Sillaro, confinante ad ovest con Bononia, e ad est con Forum Cornelii, odierna Imola.


L'insediamento iniziò nel II secolo a.c., verso il il 183 a.c.. prima solo un villaggio che si espanse fino a diventare municipium nel I secolo a.c., divenendo capoluogo del territorio compreso fra i torrenti Idice e Sillaro. Il suo declino avvenne nella crisi economica e politica del III secolo, e dalle incursioni barbariche. La città si impoverì e la popolazione diminuì, fino al definitivo abbandono poco dopo la caduta dell'Impero romano d'Occidente, tra il V e VI secolo.

Claterna prese il nome dal fiume che tuttora la bagna, il Quaderna, di origine etrusca che presagisce un insediamento nel luogo già all'epoca. Le prime notizie riguardano un episodio della guerra di Modena, quando Aulo Irzio, nel 43 a.c., la espugnò e vi si insediò al servizio di Ottaviano contro Antonio. Come riferisce Cicerone (ad fam., XII,5,20) la città era stata presa con le armi, il che attesterebbe la presenza di un apparato difensivo, se non di mura,  di un vallo o terrapieno, benché oggi non ne restino tracce.



DESCRIZIONE

L’area urbana aveva una forma quasi trapezoidale, con sviluppo da est ad ovest per circa 600 metri, a cavallo della via Emilia, che ne costituiva il decumanus maximus per un’estensione di circa 150 metri a nord e a sud della stessa. Nella massima espansione, occupava dunque un’area di circa 18 ettari, senza contare i suburbilungo gli assi della viabilità maggiore.

Le altre strade principali erano costituite da una via parallela al corso del Quaderna, da un grande cardine ortogonale alla via Emilia (il cardo maximus) e da altre due vie parallele a quest’ultima, collocate a nord e a sud della città. L’impianto urbano era delimitato ad est dal torrente Quaderna e ad ovest dal Gorgara.

Altre tracce emergono da una ricostruzione archeologica fondamentalmente basata sulle indicazioni provenienti dalle raccolte sistematiche di superficie (survey), dall’analisi della fotografia aerea, dall’applicazione di metodi geofisici e da esplorazioni mediante saggi di scavo. Il Museo della città romana di Claterna, al secondo piano del Palazzo della Cultura in Piazza Salvador Allende a Ozzano, è stato inaugurato nel 2019.

MOSAICO DELLE TERME

GLI SCAVI

Il territorio di Ozzano dell'Emilia accoglie importanti resti archeologici pertinenti all'area compresa tra l'abitato di Maggio e il torrente Quaderna, e riferiti all'antica città di Claterna. Il ritrovamento dei primi reperti (dovuto all'aratura dei campi), determinò i primi scavi fra il 1890 e il 1933, guidati da Edoardo Brizio, direttore del Museo Civico di Bologna e a Salvatore Aurigemma, commissario della Soprintendenza alle Antichità, rinnovate poi tra il 1950 e il 1960, dirette da Guido Achille Mansuelli.
Vennero messi in luce dei tratti stradali, domus con pavimentazioni musive e a cocciopesto, oltre a ceramiche, monete e vasi di vetro.

Negli anni trenta, furono ritrovate alcune pavimentazioni di oggi esposte al Museo Civico Archeologico di Bologna. Seguirono poi solo rinvenimenti casuali dovuti alla realizzazione di nuovi impianti Enel, Hera e fibre ottiche. Dagli anni ottanta un gruppo archeologico organizzato da volontari al seguito di archeologi professionisti, ha riavviato campagne di scavo. Nei recenti scavi condotti nell’area archeologica bolognese sono emersi frammenti di marmo colorato,  iscrizioni, monete e parte di un teatro romano.

Oggi è possibile visitare lo scavo con i pavimenti di una domus detta domus dei mosaici nel settore 12, a sud della via Emilia, e la ricostruzione in archeologia sperimentale di un'abitazione-officina artigiana a nord della strada, nel settore 11, detta domus del fabbro. I resti degli altri scavi (fra cui il teatro e il foro) sono stati ricoperti in attesa di risolvere il problema economico della loro sistemazione.


Reperite anche delle iscrizioni incise su lapidi in pietra sia nel territorio che nel sito della città, dedicate a personaggi di rango, imperatori e divinità. La città è ricordata anche da S. Ambrogio (Ep.II,8), vescovo di Milano, che sul finire del IV secolo la include tra i “semirutarum urbium cadavera” (cadaveri di città semidirute), per la decadenza economica e gli eserciti barbarici o al servizio di usurpatori che devastavano i centri della regione.

Comunque la città scomparsa è da anni al centro di ricerche e studi da parte della Soprintendenza e del Gruppo archeologico Città di Claterna, supportate dal Comune di Ozzano e dall'I.M.A. Industria Macchine Automatiche S.p.A. che hanno permesso la recente istituzione dell’associazione culturale “Civitas Claterna”, nata nel 2005, per gli studi e scavi della città.

Rimane ancora molto da scoprire di questa città, sui suoi precedenti insediamenti etruschi e celtici, sui suoi insediamenti romani, anche perchè dimenticata e sepolta quasi intatta sotto i campi, a mezzo metro di profondità, da ben1500 anni. Il Museo della città romana di Claterna, al secondo piano del Palazzo della Cultura in Piazza Salvador Allende a Ozzano, è stato inaugurato nel 2019.


BIBLIO

- R. Susini - Genesi storica di Claterna - Culta Bononia - 1970 -
- Fabio Pasi (a cura di) - Il fiume Lamone. Aspetti storici - Ravenna - Longo - 2000 -
- Carla Conti - Città romana di Claterna, Ozzano (BO) - Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara - 30 novembre 2020 -
- Angela Carusone - Ozzano: inaugurato il Museo Città romana di Claterna - Bologna Today - 30 marzo 2019 -



PORTUS IULIUS


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IL PORTO SOMMERSO

LE OPERE IDRAULICHE DI AGRIPPA

Assassinato il grande Cesare nel 44 a.c. giunse da Atene il diciottenne nipote Ottaviano il cui secondo triumvirato (Ottaviano, Lepido, Antonio) fu sancito a Baia nel 43 a.c. nella ex residenza di Cesare. La battaglia contro i cesaricidi avvenne a Filippi nel 42 a.c. con la disfatta delle forze repubblicane e la morte di Bruto e Cassio. 

Sotto la direzione dell'architetto Lucio Cocceio Aucto, il canale artificiale di 300 metri di lunghezza che già collegava i due laghi,  venne allargato a 50 metri, e venne creato presso il porto uno sbocco per il lago di Lucrino scavando il breve tratto sabbioso che lo separava dal mare.

Il porto fu costruito nel 37 a.c. da Marco Vipsanio Agrippa per volontà di Ottaviano «facendo penetrare il mare nei laghi Lucrino e Averno» che divenne base militare navale nel corso della guerra civile contro Sesto Pompeo che avrebbe posto fine alla Repubblica romana e dato inizio al Principato.

Secondo Cassio Dione e Velleio Patercolo, il porto fungeva da rifugio per le navi da guerra con in più l'attrezzatura di un ampio cantiere navale interno. Con operazioni di alta ingegneria era collegato sia al lago di Lucrino, che era molto più vasto all'epoca, sia al lago d'Averno che offriva un approdo sicuro e, grazie ai boschi limitrofi, forniva anche il legname per il cantiere navale.

Portus Iulius possedeva un molo costiero di 372 metri con sostruzioni ad arco che poggiavano su quindici piloni quadrangolari. Era difeso da una lunga diga sulla quale passava la Via Herculea (o Via Herculanea) che che collegava il Sannio alla Lucania, partendo dalla Punta dell'Epitaffio, presso Baia, per giungere fino a Punta Caruso, consentendo l'ingresso al canale navigabile che conduceva al Lucrino.



IL PORTO MILITARE 

Portus Iulius o Portus Julius ovvero Porto Giulio, in onore di Gaio Giulio Cesare Ottaviano della gloriosa gens Iulia, è stato, dal 37 a.c. al IV secolo d.c., un sobborgo (suburbius) portuale della città romana di Puteoli (Pozzuoli), adagiato sulla costa napoletana presso il lago di Lucrino, sulla costa dei Campi Flegrei, a poca distanza dal lago d'Averno.

Il porto costituiva un imponente complesso portuale esteso fino al lago d'Averno e non fu vittima dell'eruzione del Monte Nuovo, un vulcano che nel 1538 gli si riversò a ridosso verso nord, ma attualmente gli impianti risultano sommersi per effetto del bradisismo flegreo, un lento movimento locale della crosta terrestre, diretto dall'alto al basso, ovvero brasidismo positivo che scopre la terra, o dal basso verso l'alto, bradisismo negativo che ricopre la terra.

Il complesso militare aveva anche camminamenti sotterranei (come la Grotta di Cocceio) voluti da Agrippa per mettere in comunicazione il lago d'Averno con il porto di Cumae. Del complesso è stata rilevata solo la parte orientale con i resti di una via che passa fra due file parallele di magazzini portuali, con alzati di murature in opus reticolatum, intonaci, casseforme lignee, impianti idraulici e poi un edificio più grande con orientamento diverso dalle altre strutture, disposto obliquamente e con pavimenti a mosaico, forse la domus dell'ammiraglio.

Il porto romano venne riscoperto nel 1956 grazie alle foto aeree e i rilievi subacquei effettuati, evidenziando il porto antico e un tratto della via Herculanea che si estende per 10 ettari a una profondità di 2,50 - 5 metri.

VILLA CON PESCHIERA

A Sergio Orata venne attribuita l'invenzione dei "pensiles balneae", ossia l'ideazione del riscaldamento a ipocausto nelle terme, che però era noto nell'antica Grecia, per cui l'invenzione di Orata doveva essere l'introduzione del bagno a vapore. Orata fu inoltre fra i primi a dedicarsi all'acquacoltura, creando un allevamento delle ostriche a Baia, che gli procurò grandi guadagni. 

Intanto Sesto Pompeo, figlio di Pompeo Magno, alla guida di una flotta pirata, insidiava i traffici marittimi e commerciali tra Egitto e Roma. Vi fu uno scontro armato tra le forze di Ottaviano e le forze di Antonio e Pompeo, ma vinse Pompeo che distrusse la flotta di Ottaviano. Per questo Ottaviano su proposta di Agrippa e del suo capace architetto militare Lucio Cocceo, creò una grossa impresa cantieristica, allargò il canale che collegava il lago d’Averno con il lago di Lucrino e con il mare. 

Ne nacquero un porto militare e un cantiere navale. Così nel 37 a.c., venne ultimato, in onore del divino Cesare, il Portus Julius. Nel 36 a.c. Agrippa vinse e Pompeo ne uscì definitivamente sconfitto. Ma anche i rapporti tra Antonio e Ottaviano cominciarono ad inasprirsi. 

Antonio tentò di conquistare Roma ma, nel 31 a.c. ad Anzio, le forze di Ottaviano ed Agrippa prevalsero nettamente su Cleopatra e Antonio. Grandi furono gli onori tributati ad Ottaviano che, proprio in terra flegrea, al Porto Julius, dove fu proclamato imperatore. 

Nel 50 l’imperatore Claudio ristrutturò ed ampliò le strutture portuali del Porto Julius adeguandolo alle nuove esigenze commerciali. L’abbandono, come porto militare a favore di una più vantaggiosa destinazione d’uso, determinò la trasformazione delle sponde dell’Averno in luoghi per la realizzazione di complessi termali e ittiocultura. 

IL CIRCO DI BAIA SOMMERSA

CLASSIS PRAETORIA MISENATIS

Già porto militare di Cuma, Miseno divenne in età augustea la base della potente flotta navale sul Mar Tirreno la Classsis Praetoria Misenatis che operò soltanto tra il 68 e 69. Per consentire un accesso al mare più rapido, Agrippa fece realizzare uno sbocco fra il lago di Miseno (Maremorto) e la rada antistante racchiusa tra Punta Pennata e Punta Sarparella.

Le spiagge circostanti furono adibite a cantiere navale nonché a scuola di addestramento militare che ancora oggi porta il nome di Miliscola dal termine latino Militum-Schola. 

I marinai di tale flotta, noti come Classis Praetoria Misenensis, erano addetti alle manovre del grande velario che ricopriva il Colosseo durante lo svolgimento degli spettacoli. Sempre a Pozzuoli il celebre architetto Lucio Cocceo fece erigere, in onore dell’imperatore Ottaviano Augusto, un tempio ancora oggi visibile ed inglobato nel Duomo di Pozzuoli. 

Il 19 agosto dell'anno 14 all’età di 76 anni e dopo 37 anni di successo politico alla guida dell’impero romano, Ottaviano moriva nella sua residenza di Nola. Portus Iulius venne abbandonato nel IV secolo per il progressivo abbassamento della linea di costa causato dal bradisismo. 



LA SCOPERTA

Il porto romano venne scoperto nel 1956 grazie alle foto aeree scattate dal pilota militare Raimondo Bucher. Il monte Nuovo è un vulcano che fa parte dei Campi Flegrei. Si trova nel comune di Pozzuoli presso il Lago Lucrino. Si formò nel 1538 a seguito di un'eruzione che distrusse il villaggio medievale di Tripergole. La formazione del Monte Nuovo rappresenta una delle due eruzioni vulcaniche nei Campi Flegrei avvenute in epoca storica, insieme all'eruzione del 1158 alla Solfatara di Pozzuoli. 

Nel X secolo i Campi Flegrei subirono la loro massima sommersione bradisismica. Essa è attestata a Pozzuoli dal cosiddetto Serapeo dove le parti delle colonne sommerse dal mare ma non sepolte da detriti vennero attaccate dai litodomi fino ad un'altezza massima di 6,30 m. È chiaro che in quest'epoca il Lago di Lucrino non esisteva più, sommerso completamente dal mare che penetrava nel Lago d'Averno. 

Nell'XI secolo il movimento bradisismico si invertì da negativo in positivo: iniziava una progressiva emersione dell'area flegrea interessata dal fenomeno. 

Nel XII secolo, e precisamente nell'anno 1198, si ebbe un'attività più intensa della Solfatara: una maggiore intensità fumarolica ed eruttiva in loco della Solfatara che può essere collegata all'inversione del movimento bradisismico. 


Nel XIV secolo, nell'anno 1301, sull'isola d'Ischia ebbe luogo l'ultima eruzione lavica (colata dell'Arso), accompagnata per alcuni mesi da forti terremoti che si fecero sentire su tutta la costa. Intanto nei Campi Flegrei proseguiva il movimento ascensionale del bradisismo. 

Nel XV secolo Pozzuoli subì terremoti che la rasero al suolo. 

Nel XVI secolo il Lucrino era ancora sommerso dal mare ed appariva come una insenatura marina che raggiungeva l'imboccatura del Lago d'Averno, sulla quale insenatura si affacciava il villaggio di Tripergole. 

Per effetto dell’eruzione che formò l’edificio vulcanico di Monte Nuovo, si ebbe un parziale sollevamento dell’area con la ricostituzione del bacino lacustre del Lucrino, per quanto molto meno esteso rispetto a quello antico.

Ora il bradisismo ascendente era visibile e gli abitanti di Pozzuoli litigarono per accaparrarsi le nuove terre che emergevano lungo la costa, tanto da causare nel 1501 due editti regi di re Ferdinando II di Aragona e Isabella di Castiglia che assegnavano al demanio della città di Pozzuoli le terre che emergevano sulla costa "dove si andava seccando il mare". 

Dopo il 1511 si ebbe una progressiva intensificazione dell'attività sismica; in modo particolare negli anni 1536 i terremoti si avvertirono in tutta la provincia, Napoli compresa, affliggendo in modo particolare la città di Pozzuoli dove furono danneggiati seriamente numerosi edifici. Nei due giorni precedenti l'eruzione, le scosse telluriche erano continue, sia di giorno che di notte. 

A Lucrino l'eruzione cancella progressivamente il Monticello del Pericolo ed il villaggio di Tripergole postovi sopra, e colma l'insenatura marina su cui questi si affacciavano; parimenti distrugge e seppellisce la sorgente termale chiamata "Bagno di Cicerone" (ovvero "Bagno del Prato") ed i corrispondenti resti della villa di Cicerone detta "Cumanum" (o "Academia"). 

Il villaggio di Tripergole e gli antichi balnea A seguito dell'opera di Pietro da Eboli, il De Balneis Puteolanis (o il De Balneis Terrae Laboris), scritta nel XIII secolo alla corte di Federico II di Svevia, gli Angioini incoraggiarono la popolazione all'uso delle sorgenti flegree a fini terapeutici. Sul Lago Lucrino, presso una piccola collinetta di tufo (chiamata Monticello del Pericolo) su cui essi avevano edificato un castello, sorse ben presto un villaggio chiamato Tripergole. 


Esso si sviluppò dove più numerose si addensavano le fonti e gli impianti termali romani, proprio a seguito dell'afflusso dei numerosi malati. Il villaggio, oltre ad avere un certo numero di case, aveva una chiesa nel castello (dedicata allo Spirito Santo e a Santa Marta) ed una seconda chiesa dedicata a Santa Maddalena, un ospedale con circa 30 letti fatto costruire da Carlo II d'Angiò con annessa una farmacia, poi tre osterie per i forestieri, ed infine una casina di caccia reale, ed una cavallerizza. 

Con l'eruzione vulcanica del 1538 la topografia del luogo cambia totalmente: viene cancellato completamente il villaggio di Tripergole con tutti i suoi edifici civili, religiosi e militari; scompare il Monticello del Pericolo. 

Vengono totalmente distrutte o sepolte le antiche sorgenti termali di epoca romana che si trovavano presso il villaggio (da Pietro da Eboli chiamate: Balneum Ciceronis o Balneum Prati; Balneum Tripergula; Balneum Arcus; Balneum Raynerii; Balneum de Scrofa; Balneum de Sancta Lucia; Balneum de Cruce); distrutti per sempre anche i resti della villa di Cicerone chiamata Academia; scompare anche una grande sala termale romana, di forma circolare con sei finestre nella cupola, chiamata "Truglio". 

Il Lago Lucrino subisce un drastico ridimensionamento, riducendosi ad un decimo di quello che era stata la sua estensione in epoca romana, come appare ancora al giorno d'oggi. "Archeologia" sul Monte Nuovo Benché l'eruzione non abbia avuto grandi conseguenze oltre il suo modesto raggio di azione, in loco essa è stata altamente distruttiva. 

Pertanto è impensabile sperare di poter ritrovare intorno al vulcano qualche resto della famosa villa di Cicerone chiamata "Cumanum" oppure i ruderi dello sfortunato villaggio medievale di Tripergole.

Ciò non di meno il Monte Nuovo non manca di offrire ai visitatori alcuni ruderi "archeologici", benché cronologicamente molto più recenti, inquadrabili nella sua storia cinquecentenaria.
 
BALNEAM TRIPERGULAE

Una ricostruzione precisa della situazione topografica in epoca romana è mostrata da un plastico esposto nel Museo Archeologico dei Campi Flegrei nel Castello aragonese di Baia, realizzato da archeologi e topografi rigorosamente sulla base di dati scientifici ed evidenze archeologiche:

- una veduta aerea delle strutture attualmente sommerse nel mare del Porto Giulio (due bacini con relativi moli; 
- una strada rettilinea fiancheggiata da numerosi magazzini; 
- un ampio cortile con una fila di stanze centrale, forse una caserma;
- una grande villa con ampio giardino centrale, forse la residenza dell'ammiraglio della flotta; ecc.).

Pietro da Eboli raffigurò come sopra le terme di Tripergule, ovvero il Balneum Tripergulae. Le terme romane, distrutte dall'eruzione del Monte Nuovo, erano caratterizzate da due stanze, in una delle quali ci si spogliava, mentre nell'altra ci si curava. Trovandosi il bagno presso il Lago d'Averno considerato fin dall'antichità l'ingresso al Regno dei Morti,

Pietro da Eboli possedeva una certa conoscenza medica, probabilmente acquisita a Salerno, dove fiorì la prestigiosa Schola Medica Salernitana, la più nota università medica del mondo, e pure la più grande risorsa di esperienza medica dell'Europa occidentale.

Pietro scrisse prima del 1197 il De Balneis Puteolanis dove descrisse i bagni termali dei Campi Flegrei sulla costa tirrena tra Napoli e Baia. Il poema include 35 epigrammi inspirati dalle iscrizioni scoperte su pietre antiche. Il poeta celebrò le virtù terapeutiche di 35 bagni comprese le malattie che questi erano deputati a curare. 


BIBLIO

- Cassiodoro - lettera di Teodorico a Sabiniano -
- Velleio Patercolo - Historiae Romanae ad M. Vinicium -
- Cassio Dione Cocceiano - Historiae Romanae -
- S. Mazzella - Sito et antichità della città di Pozzuoli e del suo amenissimo distretto - Napoli - 1591 -
- G. Locatelli - Del Porto di Ostia e della maniera usata dai Romani nel fabbricare i porti nel Mediterraneo - Dissertazioni - Roma - 1750 -
- Antonio Parascandola - I fenomeni bradisismici del Serapeo di Pozzuoli - Napoli - 1947 -
- Ferdinando Castagnoli -Topografia dei Campi Flegrei - I Campi Flegrei nell'Archeologia e nella Storia - Atti dei Convegni Lincei - Roma - 1977 -



PATAVIUM - PADOVA (Veneto)


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ARENA ROMANA DI PADOVA

Padova esisteva già dalla fine del IX secolo a.c., diviene florida città romana, snodo cruciale per i traffici commerciali dell’alto Adriatico e noto in età imperiale per l’alto benessere economico grazie soprattutto all’allevamento ovino e all’artigianato tessile.

Appena fuori città nacque il grande storico Tito Livio, che di Roma scrisse la storia nella monumentale opera "Ab urbe condita" in età augustea. Fu ascritta alla tribù Fabia, assimilata alla gens Julia, e visse pacificamente per 4 secoli, divenendo una delle più ricche città dell'Impero.  



LA FONDAZIONE

1) Secondo una leggenda Antenore era un vecchio eminente e saggio troiano che implora i suoi concittadini affinché essi restituiscano Elena al marito, Menelao, per scongiurare il conflitto con gli Achei. Tale richiesta resterà inascoltata, perchè i consiglieri di Priamo preferiscono la guerra.

2) In un'altra versione versioni versioni Antenore tradì i Troiani, consegnando ad Ulisse e Diomede il Palladio, talismano della invincibilità troiana, avendo in cambio salva la vita per sé e la propria famiglia. Dopo la distruzione di Troia, Antenore raggiunse il nord Italia fondando Padova e divenendo così il capostipite dei Veneti.

3) Secondo Tito Livio, invece, Antenore ottenne la libertà dagli Achei grazie al ruolo moderato che avrebbe svolto durante la guerra. Comunque siano andate le cose, egli giunse nel Veneto con la moglie, i figli superstiti e alcuni alleati dei Troiani: i Meoni di Mestle e i Paflagoni rimasti senza guida dopo la morte del loro comandante Pilemene. 

I Paflagoni erano un popolo anatolico che poi Pompeo conquistò unendo le regioni costiere della Paflagonia e la maggior parte del Ponto nella provincia romana della Bitinia, ma lasciò l'interno del paese ai principi locali, fino a che la dinastia si estinse e l'intero paese fu annesso all'Impero romano. Comunque Antenore qui avrebbe fondato Antenorea, denominata in seguito Padova, dove poi morì e qui sorgerebbe anche la sua tomba.

4) Secondo Virgilio, che ne scrive nell'Eneide,  Padova sarebbe stata fondata nel 1185 a.c. da Antenore, che fuggì da Troia in fiamme con la famiglia lungo le coste dalmate fino alla foce del Brenta, e che risalì fino agli insediamenti degli Euganei. Qui consultò un oracolo che gli pronosticò la fondazione di una grande e ricca città. Per trovare il luogo esatto dove insediarsi avrebbe dovuto scoccare una freccia verso degli uccelli in volo: la città sarebbe nata nel luogo dove fosse caduto l'uccello morente.

TOMBA DI ANTENORE E DI LOVATO

LA TOMBA DI ANTENORE

Il poeta e giudice padovano Lovato de' Lovati (1240 - 1309) quando, nel 1274, fu disseppellito un antico e ricco sarcofago contenente uno scheletro "eccezionalmente" conservato, lo attribuì ad Antenore. Per il sarcofago venne immediatamente costruita un'arca per esporlo alla città proteggendolo dalle intemperie e sistemato in piazza Antenore. 

Lovato si fece costruire un sarcofago simile, da porre di fianco a quello del mitico Capostipite di tutti i padovani. Non sapeva che, a causa del bassorilievo di un cane sul lato del sarcofago, quello sarebbe diventato poi, nella consuetudine popolare, "la tomba del cane di Antenore". Studi sui resti hanno secoli dopo provato che in realtà si tratta di un guerriero di origine ungherese morto tra il III e il IV sec. d.c..

Ora Lovato aveva sbagliato, ma non sbagliò recuperando da valente studioso com'era, quando recuperò, dalla biblioteca del monastero di Pomposa e da altre biblioteche del nord Italia, numerosi testi originali considerati perduti, compreso un testo latino su Tristano e Isotta. Il suo errore fu dettato dallo slancio  per la storia antica e per la sua amata città.



GLI ANTICHI PADOVANI

Fonti storiche e ritrovamenti archeologici, ora esposti ai Museo Eremitani, proverebbero che i primi abitanti del Veneto furono gli Euganei o Protoveneti, ai quali seguirono i Paleoveneti e quindi gli attuali Veneti o Eneti, popolazione probabilmente proveniente dal nord dell'Asia Minore (ora Turchia) chiamata Paflagonia e, secondo Omero, al fianco dei Troiani nella guerra contro l'Alleanza delle città-stato della Grecia.

I Veneti abitarono la regione delle tre Venezie (Venezia Tridentina, Venezia Euganea e Venezia Giulia) oggi regioni italiane del Trentino-Alto Adige, il Veneto e il Friuli-Venezia Giulia (escludendo i territori della Venezia Giulia di Slovenia e Croazia), anche se alcuni sostengono che i Veneti abitarono una vastissima area che va dal Mare del Nord all'Adriatico. La lingua che si usava era infatti un misto di etrusco, greco e influssi nordici.

Dei resti archeologici proverebbero l'esistenza, intorno al XII secolo a.c., di un insediamento in una zona palustre chiamata dai Latini, "Medoacus". "Patavium", sarebbe riferibile a Padus, che indicherebbe un fiume, o l'antico nome del fiume Po, un ramo del quale arrivava allora fin qui.

Per la fertilità della sua terra, la vicinanza della città di Atheste (Este) e l'incontro di vie di comunicazione che uniscono nord e sud, est e ovest, la città diviene un grosso centro produttivo e commerciale, famoso per l'allevamento dei cavalli e la lavorazione della lana.

L'ARENA ROMANA

PADOVA ROMANA

- I Greci si spinsero sempre più a nord a nord tentando di risalire il Medoacus ma nel 302 a.c. il principe spartano Cleonimo, presso Patavium, fu sconfitto in una battaglia navale che restò viva nei secoli. Gli spartani, dopo aver attraccato le loro navi alla foce del Brenta, in un primo tempo riuscirono nel loro intento di saccheggio, cogliendo di sorpresa gli abitanti della città. 

Ma poi i patavini, riorganizzatisi, ricacciarono in mare gli invasori greci, infliggendo loro gravi perdite; infatti solo un quinto della loro flotta, riuscì a mettersi in salvo prendendo il mare. Per celebrare la vittoria i patavini dedicarono un tempio a Giunone.

- Per ciò che riguarda Roma, la città veneta entrò presto in contatto con essa fin quasi dalle origini di questa, stringendo un'alleanza militare nel 226 a.c. per fronteggiare insieme la pressione dei Galli Cisalpini, stanziati sulle vicine colline Beriche, a sud dell'attuale Vicenza.
- Nel 216 a.c. - seconda guerra punica - Ancora come alleati i patavini furono al fianco dei romani nella disastrosa battaglia di Canne.

- Nel 175 a.c. fu Patavium a richiedere l'intervento armato romano per contrastare un principio di guerra civile nel proprio territorio.

- Nel 91 a.c. anche in occasione della Guerra Sociale, i patavini combatterono con Roma e contro i ribelli italici.

- Nel 49 a.c. Patavium divenne nominalmente municipio romano, per assumerne poi effettivamente la sostanza con la Lex Julia Municipalis, promulgata da Giulio Cesare nel 45 a.c., pervenuta nelle tavole di Heraclea, un'iscrizione rinvenuta presso il greto del fiume Cavone nell'antico territorio della città di Heraclea e conservata al Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

- In età augustea Padova divenne parte della X Regio che aveva come capitale Aquileia, cui era collegata grazie alla via Annia che partiva da Adria. Del periodo romano rimangono alcuni ponti, rimaneggiati in età medioevale, l'arena (presso la cappella Scrovegni), resti di terme (sotto palazzo Storione) e del foro (zona piazza Garibaldi e piazzetta Cavour) di cui rimane una sola colonna. 

- All'inizio del V secolo a Padova fu posto un Praefectus Sarmatarum gentilium, da cui quindi dipendeva una delle 13 guarnigioni di Sarmati a difesa dell'impero. Probabilmente la guarnigione era di stanza a Sarmeola (Sarmaticula), frazione di Rubano e a Sermazza (località di Vigonovo).

- Nel 452-453 la città fu devastata dall'invasione degli Unni di Attila.

PONTE SAN LORENZO CAPOLAVORO DELL'INGEGNERIA ROMANA
SOTTERRATO DALL'INSANA EDILIZIA

Dal paleocristiano alle invasion

LE MURA

Alcuni studiosi della Patavium romana, sono giunti alla conclusione che i ritrovamenti di possente muratura in grossi blocchi di trachite che circonda il centro della città non sono argini, ma un vero e proprio circuito di mura, anche se con probabile funzione rappresentativa, piuttosto che difensiva.

Avanzi di varia consistenza, costituiti da grossi blocchi di pietra perfettamente squadrati, sono stati ritrovati all'imbocco della riviera dei Ponti Romani, in Largo Europa, sotto l'edificio della Torre Medoacense, in via S Pietro, sotto il magazzino, più avanti sotto l'antico monastero omonimo e a occidente del castello, nei pressi della Torlonga.

Almeno nel caso di Largo Europa queste strutture murarie si elevano comunque anche per parecchi metri. Resta da capire se tali mura fossero relative alle strutture portuali, o si estendessero anche alla parte di città entro la controansa come parrebbe più logico, visto che la città già allora le occupava entrambe.

MOSAICO PATAVINO

LE NECROPOLI

Lo studio sulle necropoli di Padova romana, presso il Dipartimento dei Beni Culturali col sostegno della Soprintendenza per i Beni Archeologici del Veneto ha eseguito la mappatura dei ritrovamenti sepolcrali, creando una nuova carta archeologica, in cui i sepolcreti erano disposti a raggiera attorno all’abitato, lungo le strade extraurbane, molto vasta era la necropoli che sorgeva a nord della città, oltre Ponte Molino, ripartita in più settori, ma anche a sud, nella zona di Prato della Valle e Città Giardino, dove tombe e sepolcri monumentali si disponevano lungo i tracciati diretti ad Adria e Bologna. 

Altrettanto consistente era il sepolcreto orientale, impostato sulla via Annia volta ad Altino (identificabile nelle odierne via Belzoni e via Ognissanti), con un altro settore poco più a sud, nell’area dell'attuale complesso ospedaliero. Per il rituale di sepoltura venivano utilizzati soprattutto manufatti locali o tutt’al più regionali (coppe, piatti, bicchieri ma soprattutto ossuari)


BIBLIO

- Padova Romana, catalogo della mostra, a cura di H. Hiller e G. Zampieri, Padova 2002, per gli aspetti generali.
- Saggio stratigrafico presso il muro romano di Largo Europa a Padova, Nota preliminare, AA.VV, in Quaderni di Archeologia del Veneto IX, 1993,



 

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