IL MARMO ROMANO





I Romani fecero di Roma la città più bella e ricca del mondo, con edifici e decorazioni stupende, sia per la mole che per la raffinatezza. Purtroppo si fa fatica a comprendere attraverso i resti quanto Roma fosse splendida. Ogni straniero che giungesse all'Urbe rimaneva stupito ed estatico di fronte a tanta monumentale bellezza, ma nonostante la odierna civiltà che è giunta a produrre i grattacieli, nulla sarebbe di fronte alla bellezza e grandezza di una civiltà di duemila anni fa.

Solo attraverso le ricostruzioni o attraverso il Pantheon, o i fregi monumentali dei templi ormai distrutti potremmo avere l'idea di cosa fosse Roma, che ancora nel '700 e '800 faceva trasecolare Sthendal, Goethe, Byron e Freud.

DACE (bigio morato)
I romani per abbellire Roma cavarono grandissime quantità di marmo in tutto l’impero, razionalizzarono lo sfruttamento delle risorse e industrializzarono la produzione dei manufatti marmorei. Furono inoltre i primi a usare il marmo in lastre (opus sectile) per le applicazioni murarie (sectilia), per la semplice ragione che i romani avevano inventato il cemento, necessario per incollare le tavole di marmo a pareti o pavimenti. Inoltre, il marmo tagliato era più facile da trasportare rispetto ai blocchi interi.

I marmi antichi usati nella produzione dei pavimenti furono soprattutto rosso porfido, verde serpentino, giallo antico, bianco e pavonazzetto, a mo' da sembrare un tappeto gigantesco a disegni geometrici, come si vede tutt'ora nel Pantheon, o a formare dei disegni, variando i colori per ottenere toni sfumati dallo scuro al chiaro, lasciando il primo al centro della composizione.

Nei musei le sculture romane sono in genere in marmo bianco poichè fino a tempi recenti le sculture antiche venivavo deliberatamente ripulite con acido diluito oppure i colori originali risultavano perduti per degrado naturale. Invece i Romani amavano materiali colorati per le sculture e se non erano colorati li dipingevano. Così spesso usavano marmi particolarmente variegati per fare il panneggio a una statua, o un copricapo, mentre la parte bianca veniva colorata imitando l'incarnato.

L'utilizzo delle diverse varietà dipese dal costo di trasporto, per i trasporti via terra dato i pesi enormi, o la lontananza dal mare o la mancanza di un corso d'acqua navigabile, oltre alle quantità di marmo estraibile dato il costo elevato del cantiere.
Le cave di marmo italico non furono molto usate, tranne le cave di Luni, perchè  i marmi importati all'epoca erano di una qualità e bellezza incomparabili coi nostrani, che non potevano competere con il "giallo antico" di Numidia, la "portasanta" di Chio, l'"africano" di Teos, il "pavonazzetto" di Sinnada, e il "porfido rosso" egiziano.


La denominazione

La denominazione latina di un marmo derivava spesso dai nomi dei luoghi di estrazione a cui però spesso veniva modificato il nome in tutto e in parte. Come il porfido rosso, proveniente dal Deserto Orientale Egiziano, scavato dalle alture di Gebel Dokhan, rinominate Mons Porphyrites per il colore della sua roccia; da qui il nome di Lapis Porphyrites e poi di “Porfido Rosso Antico” con cui è oggi conosciuto.

Al nome latino in altri casi è stato poi aggiunto il nome del monumento in cui il marmo veniva impiegato. Come il granito bianco e nero del Deserto Orientale, cioè dal Gebel Fatireh che in onore dell’imperatore Claudio fu rinominato Mons Claudianus. Fu perciò chiamato Marmor Claudianum e, successivamente, “Granito del Foro” per essere stato largamente usato nel complesso monumentale del Foro Traiano.

Altri marmi hanno invece cambiato nome per le loro caratteristiche. Come il marmo di Caristo (isola dell’Egeo nell’Eubea), inizialmente chiamato Marmor Carystium, fu denominato “Cipollino Verde” per le venature verdastre che ricordano gli strati della cipolla.
Una varietà di breccia con frammenti fini e variegati, proveniente dall’isola di Skyros (Grecia), venne
chiamata “Semesanto” perchè simile alla purga che, in confetti multicolori, veniva somministrata ai bambini.
“Breccia Frutticolosa” fu chiamata una breccia a clasti rotondeggianti che evocano frutti o relativi noccioli e “Lumachelle” tutte le pietre che includevano resti fossili conchigliari.

I nomi successivi all'epoca romana derivarono da spunti diversi: Il Marmor Scyreticum dell’isola di Skyros (breccia marmorea a frammenti grossolani), venne chiamato “Breccia di Settebasi” per il rinvenimento nel XVI sec. di frammenti della pietra tra i ruderi della villa di Settebassi,  dal nome Settimio Basso, cui ne era attribuita la costruzione lungo la via Tuscolana; il marmo di Chio (isola dell’Egeo), Marmor Chium, divenne “Portasanta” per l’uso moderno fattone negli stipiti della Basilica Vaticana.

L'utilizzo delle pietre colorate è attestato per tutta l'antichità. Tagliate e lavorate con grande maestria per la realizzazione di pavimenti, fontane, paramenti architettonici e quadri. contribuiscono a caratterizzare momenti storici precisi, tendenze e preferenze. 

 

EPOCA REPUBBLICANA

Con la conquista della Grecia nel 197 a.c., Roma importava da Atene i marmi bianchi, in particolare il Marmo Pentelico usato da Fidia e visibile a Roma nel Tempio di Vesta o ad Atene nel Partenone. I primi esempi di impiego di marmi colorati furono i pavimenti "scutulati" formati da piccole piastrine dette "scutule". Queste potevano essere anche di rocce locali come la Pietra Paesina (calcare marnoso), il calcare verde glauconitico e il calcare nero, provenienti tutti dalla zona dei Monti della Tolfa. I marmi giungevano a Roma per uso privato, soprattutto per sculture e sarcofagi.

DIONISO (rosso antico)
Nelle case dell’aristocrazia romana di fine Repubblica il marmo fu simbolo del prestigio e della ricchezza dei proprietari. Oltre all'impiego architettonico, se ne faceva un largo uso decorativo per interni come le tarsie marmoree nella pavimentazione degli ambienti principali delle case, o anche pannelli, con motivi geometrici e figurativi.
Nella sua "Storia Naturale" Plinio elencò e descrisse la natura delle gemme e delle pietre, come vengono tagliate nelle cave e trasportate e i relativi prezzi, pur con una certa disapprovazione per il lusso e lo sfarzo, come rilassatezza dei costumi.

In epoca repubblicana i primi templi costruiti interamente in marmo bianco, come il tempio di Ercole Vincitore nel Foro Boario, del II sec. a.c. utilizzavano marmi delle cave greche, con maestranze greche molto apprezzate per la loro competenza. Contemporaneamente iniziò l'importazione di alcuni marmi colorati (tra i più diffusi il "giallo antico", l'"africano", il "pavonazzetto", il "cipollino"), che vennero utilizzati, prima in frammenti inseriti in tessiture a mosaico, e poi in grandi lastre, per i rivestimenti parietali e pavimentali degli interni delle domus patrizie.


EPOCA IMPERIALE

L'uso esteso del marmo iniziò nel I° sec. a.c. a Roma, per iniziativa di Augusto, che fece erigere o ricoprire di marmo tutti gli edifici pubblici. Si importarono marmi, oltre che dal suolo italico, da Spagna, Gallie, Grecia, Asia Minore, Egitto, Tripolitania, Numidia, Mauritania. Non esiste, in pratica, marmo della più remota località dell’impero che non sia stato impiegato a Roma o di cui non si sia rinvenuto qualche frammento negli scavi.

Nel corso del I sec. iniziò lo sfruttamento delle cave di Luni (marmo lunense, oggi "marmo di Carrara"), che rappresentava un buon sostituto, con minori costi di trasporto, dei marmi bianchi importati dalla Grecia. Con la conquista dell’Egitto intorno al 40 a.c., i Romani  portano a Roma opere e manufatti egiziani, tra i quali gli obelischi di Trinità dei Monti e di S.Giovanni in Laterano, alto 32 m., costituiti da Sienite (granito alcalino). L’estrazione dei graniti, alabastri, porfidi e marmi dell’alto Egitto diventa talmente intensa che Cesare istituì una tassa, detta "columnarium", per ciascuna colonna importata a Roma. Da allora, oltre 50 varietà furono conosciute e moli speciali vennero attrezzati lungo le rive del Tevere per le importazioni da tutto l'Impero.

Iniziò così l'importazione delle pietre egiziane, le cui cave passarono dalla proprietà dei sovrani tolemaici, alla proprietà imperiale, e che pertanto furono utilizzati solo nei più importanti monumenti pubblici voluti dall'imperatore (porfido rosso antico, vari tipi di graniti, basanite, vari tipi di alabastri). La proprietà imperiale delle cave assicurava la disponibilità dei materiali necessari nei grandi programmi di edilizia pubblica, mentre ciò che avanzava veniva rivenduto a caro prezzo per l'uso privato. Si diffusero in particolare le lastre per il rivestimento delle pareti interne e dei pavimenti, e i fusti di colonna in diversi marmi colorati, che arricchivano gli spazi interni dei monumenti pubblici e delle case più ricche.

BAMBINA (marmo lunense)
Si deve dunque ai romani l'uso del marmo policromo per gli edifici pubblici e poi privati. Tra i primi marmi colorati usati a Roma troviamo quello di Numidia, il giallo antico, nel 78 a.c. a questo si aggiunsero, poi, il Cipollino, l'Africano, il Portasanta ed altri. L'importazione di questi marmi avveniva per iniziativa privata, ma con Augusto vennero talmente usati per ornare gli edifici da deprezzare il marmo bianco.
Strabone, contemporaneo di Augusto, descrive il cambiamento della città arricchita di marmi policromi, tanto che Augusto potè enunciare di aver ricevuto una Roma di mattoni e di averla lasciata di marmo.

Basti pensare che nel portico del Pantheon vi sono sette colonne grigie di Marmo Claudiano (granodiorite) proveniente dall’antico Mons Claudianus in Egitto; tutte le altre sono di Sienite (detta anche Granito Rosso di Assuan). Nella sua pavimentazione vi sono porfido, granito e giallo antico.
Nel Tempio di Antonino e Faustina vi sono colonne di Marmo di Caristio o Cipollino proveniente dall’isola di Eubea (Grecia), mentre nei pavimenti di Villa Adriana, a Tivoli, ritroviamo il Porfido Verde Antico (detto anche Serpentino) originario di Sparta. Le cave di Tessaglia che fornirono il "verde antico", scoperte sotto Adriano nel II secolo e utilizzate largamente a Villa Adriana..

Le cave più preziose erano gestite da fiduciari dell’imperatore; vere e proprie cave imperiali mentre le altre erano gestite da appaltatori. L’organizzazione era gerarchica: da un procuratore o centurione, fino ai cavatori che erano schiavi o condannati per reati (damnati ad metalla). Ad esempio il porfido rosso, bellissimo marmo color porpora proveniente dall'Egitto, era ritenuto il marmo dell'imperatore, tanto che ognuno di essi tenne a farsene fare una statua.

I marmi erano trasportati via mare dalle naves lapidariae, in grado di portare ciascuna da 100 a 300 tonnellate di marmo. Il luogo principale di destinazione era Roma e l’attracco avveniva alla statio marmorum di Ostia, un porto presso la foce del Tevere. Da qui i marmi affluivano, risalendo il fiume, nei magazzini di stoccaggio, in particolare nella zona sotto l’Aventino chiamata appunto Marmorata e poi, per la vendita e la lavorazione, nelle officine dei marmorari, ad esempio a Campo Marzio o nella zona tra le chiese di Santa Maria in Vallicella e di Sant’Apollinare.

I relitti di navi naufragate, rinvenuti nel Mediterraneo in epoca anche recente, permettono di ricostruire le rotte principali. Le navi trasportavano non solo blocchi di marmo ma anche elementi architettonici e altri tipi di manufatti scultorei in vario stadio di lavorazione, quali fusti, basi, capitelli, statue, sarcofagi ed elementi di arredo.

A partire dalla fine del II sec. d.c. il marmo lunense venne progressivamente soppiantato dal marmo proconnesio (utilizzato per la costruzione di Costantinopoli), un marmo bianco proveniente dalla piccola isola di Proconneso, nel mar di Marmara, favorita dalla vicinanza delle cave al mare, per cui i blocchi estratti potevano essere direttamente caricati sulle navi per il trasporto. L'abbondanza di vene sfruttabili anche per grandi blocchi e la produzione in loco di manufatti semirifiniti o finiti, dai capitelli, ai fusti di colonna, ai sarcofagi, permetteva di contenere ulteriormente i costi favorendo la diffusione di questo marmo nei secoli successivi.



CADUTA DELL'IMPERO

In una lettera, inviata a papa Leone X, Raffaello deplorava lo stato di abbandono in cui giacevano le vestigia: “Ma perché ci doleremo noi de’ Goti, de’ Vandali e d’altri perfidi inimici del nome latino, se quelli che come padri e tutori dovevano difendere queste povere reliquie di Roma, essi medesimi hanno atteso con ogni studio lungamente a distruggerle et a spegnerle?
Dalla fine del III sec. i marmi pregiati cominciavano a scarseggiare e i costi aumentarono enormemente. Poi si affermò il cristianesimo e vennero edificate e decorate le chiese di Roma strappando i marmi antichi degli edifici pagani e dell’Impero, passandoli alle grandi basiliche, a battisteri e cattedrali, anche di altre città d’Italia. Con la caduta dall’Impero Romano, molti marmi vennero poi asportati dai monumenti di Roma per portarli a Costantinopoli, in Sicilia e nelle Puglie per la costruzione di cattedrali romaniche.

LIVIA (basalite)
In seguito, quando Venezia conquistò Costantinopoli, nel 204, vi fu un nuovo saccheggio di marmi, forse il più grande che la storia ricordi, ad opera dei crociati. Il palazzo imperiale, di ben 500 stanze tutte riccamente addobbate e ben trenta cappelle, fu totalmente depredato. Tutte le chiese vennero spogliate di beni e di marmi, e quanto non si poteva asportare venne distrutto. Anche la basilica di S. Sofia fu completamente saccheggiata, l'altare venne spezzato, gli arazzi fatti a pezzi.
Infine i comandanti dettero l'ordine di cessare il saccheggio e raccolsero il bottino in tre chiese sorvegliato da crociati e veneziani. Fra l'altro i veneziani portarono a casa i quattro cavalli di bronzo che ornano (attualmente in copia) la Basilica di San Marco, statue romane e ben 400 colonne romane.

Nel periodo bizantino e medievale continuò lo spoglio dei monumenti pagani. Buona parte delle colonne e dei manufatti marmorei antichi finirono nei forni per la calce; poi intorno all’anno 1100 sorse una nuova cultura del marmo ad opera degli scalpellini romani e soprattutto della famiglia dei Cosmati. Questa famiglia e tutta una serie di botteghe di scalpellini romani, riutilizzò i marmi antichi, soprattutto porfido rosso e porfido verde, per esempio affettando, letteralmente, le colonne antiche per ottenere dei tondi con i quali decorò gli amboni o i pavimenti, una vera devastazione dei monumenti romani, di cui ora ne potevano essere distrutte le ultime vestigia. Gli infiniti pavimenti degli edifici, delle terme, delle basiliche e delle domus romane vennero, con il compiacimento papale, irrimediabilmente fatti a pezzettini con una distruzione senza precedenti.

Roma divenne la più grande cava di tutti quei marmi che erano stati importati dal periodo tardo-repubblicano fino al V secolo e che in questo periodo venivano trasformati in altari, tabernacoli, pulpiti, gradini, pavimenti o addirittura impiegati per fondamenta, se non anche per produrre calce. I marmi abbandonati a Marmorata hanno costituito una cava inesauribile di resti di marmi antichi sfruttata dagli ultimi anni dell’Impero sino alle soglie del XX secolo. La zona di Marmorata è stata anche oggetto di numerosi scavi archeologici sin dal XIX secolo.


L'uso dei marmi policromi ha uno sviluppo universale con Roma, dpodichè si assiste al loro reimpiego, cosicchè purtroppo molti edifici antichi vengono distrutti per l'edificazione di nuovi.



I MARMI  (in ordine alfabetico)

Africano - (marmor luculleum) breccia tettonica diagenizzata poligenica che doveva il nome a Lucio Licinio Lucullo che per primo l'aveva introdotto in Roma nel I secolo a.c.. Tracce dell’estrazione di questa pietra sono state ritrovate in Anatolia presso Teos ed è stato il primo marmo colorato ad essere importato a Roma soprattutto nel periodo che va da Augusto agli Antonini. Ha fondo nero con venature e macchie dal bianco, al giallo, al verde, al rosa acceso. Fu utilizzato in grande quantità, spesso in blocchi, nonostante la lavorazione risultasse difficoltosa a causa della durezza delle vene di quarzo presenti, ma soprattutto fu utilizzato per fusti di colonna e per lastre pavimentali.. Tra i numerosi manufatti si ricordano le prime colonne d’ingresso della Basilica di S.Pietro, le colonne del portico di S.Cecilia e numerosi panneggi di statue.

Alabastro di Tebe - alabastro calcareo, più pregiato del gessoso, caratterizzato da zonature, compatto, di bassa durezza; si forma per deposito chimico del carbonato di calcio in grotte e cavità relative ad un ambiente sedimentario carsico. Il termine "Alabastro", si dice derivi dal nome di un castello così chiamato che si trovava presso Tebe d’Egitto, luogo in cui erano abbondanti cave. "Onice" (calcareo) è un altro nome di questa pietra, dovuto alla somiglianza dell’attaccatura delle unghie (dal greco ónyx -ychos, unghia), e detta quindi "pietra onichina". Introdotto a Roma verso la metà del I sec. a.c. ed il suo utilizzo proseguì fino all’età bizantina. Usato per colonne, vasi, piccole statue, lastre decorative, la Basilica di S. Maria Maggiore offre numerosi impieghi dell’alabastro.

Alabastro listato di Ciro - il fondo giallo con fasce ad andamento parallelo e dimensioni varie costituisce una varietà dell’alabastro Fiorito (Asia minore) il quale, secondo la tradizione marmoraria romana, si diversifica secondo la sezione e il disegno delle macchie. E’ stato impiegato in epoca romana dalla fine dell’età repubblicana fino al IV sec. d.c. per lastre, rivestimenti, colonne; un esempio di utilizzo, si evidenzia nel panneggio di un busto di matrona al Museo Capitolino, sala degli Imperatori. Altri manufatti in Alabastro sono visibili presso il Museo della Villa Borghese.


Alabastro fiorito - (marmor hierapolitanum) nome generico che indica alabastri calcarei di colore biancastro o giallo chiaro e con macchie a infiorescenze più scure, che si trovano presso l'antica città di Hierapolis. Strabone ne indica un'introduzione in epoca augustea con utilizzo continuato fino al IV sec. d.c. per lastre, rivestimenti, colonne; un esempio di utilizzo si evidenzia nel panneggio di un busto di matrona al Museo Capitolino, sala degli Imperatori.

Argilla d’Italia  e Argilla erborizzata d’Italia - calcari marnosi, detti anche "marmi argillosi", spesso originari della Toscana (Pisa e Valdarno) e dei Monti della Tolfa. Questo litotipo trovava un utilizzo nelle pavimentazioni (II sec. a.c.), rivestimenti e piccoli oggetti, fin dall’epoca etrusca.

BASSORILIEVO DI EPOCA AUGUSTEA (marmo pentelico)
Basanite -  (basanites) è una roccia eruttiva effusiva basica, tipicamente di colore grigio scuro.
La basanite, detta anche pietra Bekhen, è stata usata come pietra ornamentale dagli Egiziani e successivamente dai Romani che la sfruttarono intensamente e soprattutto nel I sec. d.c. per la costruzione di statue, lapidi e stele. Pur essendo stata largamente impiegata nella realizzazione di statue, non è considerabile un marmo nero, avendo una durezza molto superiore data l’abbondanza di quarzo nella sua composizione. La sua compattezza e la ridotta porosità ne fanno una pietra dura di difficile lavorazione. Plinio paragonò questa roccia al ferro. Il suo nome deriva dall’egizio bhn, tradotto come Lapis Basanites dai Romani.
La cava di questo materiale è referenziata nel cosiddetto Papiro delle miniere d'oro, realizzato intorno al 1160 a.c., trovato nella zona di Tebe intorno al 1820 e conservato nel Museo delle antichità egizie di Torino. La cava si trova in una area ad intensa attività tettonica nel Uadi Hammamat sul Mar Rosso, nel centro del Deserto Orientale dell'Egitto. Il colore della roccia è molto scuro, tipicamente nero, o grigio scuro o grigio-verde in superficie.

Bigio morato - o "marmo nero antico numidico" o "Bianco e Nero dell’Egitto" (lapis niger). Si tratta di una biomicrite carboniosa con microforaminiferi e si presenta con tonalità nera intensa e grana finissima. Le cave si trovavano non lontane da quelle del marmo giallo antico. Esistono anche altre varianti di "marmo nero antico" di altre provenienze".  Utilizzato dai Romani dal I al III secolo d.c. per manufatti di piccole dimensioni, in particolare in opere statuarie ( I Centauri di Villa Adriana, statue di personaggi mitologici presenti ai Musei Capitolini), raramente in elementi architettonici.

Breccia Corallina della Soria - (marmor sagarium) breccia calcarea con ematite, con cemento rosso corallo e con clasti di colore avorio (dismicrite), proveniente da cave nella Bitinia. Dall’aspetto risulta una Breccia Corallina (dal colore del corallo del cemento) utilizzata di frequente in epoca imperiale per colonne e vasi (Tazza conservata nella Sala dei Capitani, Palazzo dei Conservatori). Altre cave nei pressi hanno prodotto le varietà della breccia nuvolata (con tonalità rosate e giallastre e "nuvole" rosate) e del brocatellone (con cemento dai toni brunastri e clasti giallastri o grigi). Esportata a Roma a partire dalla tarda età augustea, soprattutto per colonne e rivestimenti parietali.

Breccia di Verona -  breccia policroma e non compare tra le rocce ornamentali più diffuse nella categoria delle brecce, noto però fin dall’età romana, soprattutto il Rosso di Verona e le sue varietà.

Breccia Gialla di Ciro -  Le breccie gialle sono di varia provenienza e furono usate spesso per sostituire il più pregiato Giallo antico; il cemento ha varie tonalità di giallo e i clasti sono per lo più bianchi o gialli.


Giallo antico (marmor numidicum): conosciuto anche con il nome di Marmo Numidico per il luogo di provenienza (da "Numidia", antica denominazione della Tunisia), è un calcare brecciato. uno dei marmi più diffusi, usato in pavimenti, statue e colonne, e  deve il colore giallo alla presenza di limonite. Era un calcare cristallino che presenta due varietà: giallo antico monocromo, di colore compatto con sfumature dal giallo o rosa pallido al rosa più acceso, e giallo antico sbrecciato con macchie gialle su un fondo rosso brunastro. Visibile in alcune colonne dell’Arco di Costantino. Alcune pietre erano utilizzate per il particolare significato simbolico; ad esempio l’Ofite (gabbro), roccia egiziana usata in capitelli e pavimenti, era ritenuta salutare dai medici e utilizzata per impastare le essenze medicinali perché ha un aspetto che ricorda la pelle del serpente, portatore di bene. Fu impiegato dai Romani fin dal II secolo a.c. i quali lo apprezzarono molto, fino al punto di aprire grandi cave per un’estrazione intensa. 


Broccatello -  calcare fossilifero del Cretacico, di colore rosato giallino, estratto dalle cave di Tortosa, antica città romana vicino al fiume Ebro in Spagna, oggi questo marmo é scavato in modesta quantità. Deve il suo nome all'aspetto broccato, fu impiegato per pavimenti e rivestimenti murari all'epoca dei Severi. Gli scalpellini romani determinarono il suo nome per l’aspetto cromatico simile alla variegatura del broccato. Se ne ha una colorazione gialla e una di tipo violacea ma più rara e pregiata. A Roma, a partire dall’età severiana, è utilizzato per alcune pavimentazioni e rivestimenti ed è visibile in una tarsia all’ingresso della Pinacoteca capitolina; si conosce un uso massiccio in epoca bizantina nell’Italia del centro-sud (cappella di S.Gennaro a Napoli) mentre fu poco diffuso in Spagna.


Carnagione della Numidia - calcare roseo compreso nei "Marmi argillosi", varietà carnagione, poco usato in epoca antica.

Cipollino - (marmor carystium) tendente a sfogliarsi come una cipolla, con venature micacee che creano macchie verdi più chiare e più scure su fondo bianco. E’ una roccia metamorfica definita in geologia calcescisto verde; molto conosciuto e utilizzato presso i Romani nella varietà sia ondulata sia piana parallela. Si estraeva in Grecia, vicino Carystium in Eubea. Utilizzato per i fusti lisci dei due ordini superiori della Basilica Ulpia e per lastre pavimentali, nonchè  nella colonna della Gloria a Piazza di Spagna..


BUSTO DI DONNA ( alabastro e porfido rosso )
Cipollino Mandolato di Caristio - I Cipollini Mandolati sono delle puddinghe poligeniche con clasti ovoidali (a forma di mandorla, da cui prende il nome). Detto anche Marmo di Caristio, è un calcescisto verde (clorite) a basso grado metamorfico con scistosità a livelli tipo clorite e muscovite. Si conoscono diverse tipologie di questa pietra, quasi tutte originarie dai monti Pirenei francesi, mentre non si hanno certezze riguardo la provenienza dall’Asia minore e dalla Grecia. Il suo utilizzo romano va dal I sec. d.c. fino all’epoca bizantina. Esempi nella Chiesa del Gesù nelle balaustre dell’Altare maggiore e nella Cappella Torlonia in S. Giovanni in Laterano (Borghini).  Proveniente dalla Grecia (I. di Eubea), fu molto usato in epoca romana per colonne (varietà ondulata), rivestimenti e pavimenti (varietà piana parallela). Un esempio del suo impiego sono le colonne del tempio di Antonino ai Fori e la colonna del monumento all’Immacolata Concezione in Piazza di Spagna. La varietà ondulata fu spesso impiegata in epoca bizantina, poiché le venature ricordavano quelle della croce santa.

Cipollino di Cariglio - a macchie a contorni curvi a forma di mandorla, si avvicina abbastanza ad una varietà dei cipollini mandolati. Quest’ultimi furono impiegati, a partire dal III sec. d.c., per rivestimenti e piccoli oggetti.


Cipollino Marinello di Atene - si pensa estratto in Italia presso le Alpi Apuane, mentre non si conosce la eventuale provenienza greca. E’uno scisto dalle caratteristiche venature verdi (clorite) su fondo bianco con andamento ondeggiante. Fu usato raramente e in manufatti di piccole dimensioni.


Cario o Cipollino rosso - cavato presso la costa della Caria. Di origine metamorfica e classificabile come marmo impuro a ematite, ha grana fine e compatta, con fondo rosso cupo ed è noto in tre varietà: quella più nota presenta larghe fasce bianche o grigiastre. Più rare sono la varietà brecciata, con clasti biancastri o grigi di varie dimensioni, e la varietà rosso uniforme, che si distingue con difficoltà dal marmo rosso antico. La sua esportazione a Roma si è diffusa in epoca severiana e fino all'epoca bizantina, in particolare con Giustiniano. È stata utilizzata in particolare per colonne e lastre di rivestimento.

Diaspro di Sicilia - rocce sedimentarie chimiche a grana molto fine, sono molto noti con il nome Marmora Tauromenitana (antico nome greco di Taormina); da non confondere con i diaspri teneri di Sicilia (Trapani) che sono calcari brecciati. Il loro impiego è preferito quando i colori risultano nitidi e vivaci. E’ possibile vedere un loro utilizzo in molte chiese di Roma tra le quali San Luigi dei Francesi, Santa Caterina da Siena e San Dionigi.

Fior di pesco - (marmor chalcidicum): Calcare cataclastico dell’Eubea (Grecia) ha grana fine e tessitura compatta. Il fondo è costituito da macchie bianche, bianco-grigiastre, rosa, rosse, violette, di forma irregolare e spesso schiacciata, di dimensioni centimetriche, separate da venature bianche o viola, di larghezza millimetrica o centimetrica, ad andamento sinuoso e spesso intrecciato.
La denominazione deriva dal colore rosato e dall'aspetto variegato. Denominazioni riferite alla provenienza sono: Marmor chalcidicum, proveniente dalla Calcide in Grecia, o Marmor molossium, dalla tribù dei Molossi, nell'Epiro. I Romani lo utilizzarono dal I sec. d.c. per realizzare colonne e lastre. Degli esempi nella Cappella Corsini in S.Giovanni in Laterano, a S.Antonino dei Portoghesi e in una colonna al Palazzo dei Conservatori.

Granito - soprattutto bianco ma anche di altri colori, picchiettato di macchie nere o colorate. Si estraeva in Egitto ma anche in Italia. E' una roccia ignea intrusiva felsica, con grana da media a grossolana e occasionalmente può presentare megacristalli. Il suo nome deriva dal latino granum, a grani, per sua struttura olocristallina.


Granito del Foro -  (marmum claudiarum) è a grana media, con macchie scure e regolari su bianco, dal mons Claudianus, nel deserto orientale egizio, utilizzato per i fusti lisci di colonne (navata centrale della Basilica Ulpia e nicchie delle esedre dei portici) e per lastre pavimentali.


Granito degli Obelischi d’Egitto - granito alcalino con due varietà (grana grossa e fine), proveniente dai territori dell’alto Egitto, presso Assuan (Siene). Il suo impiego risale a partire dal 2600 a.c. da parte degli Egiziani nella costruzione delle piramidi e continua in epoca romana. I monumenti di Roma testimoniano lo sfuttamento di questo materiale: oltre gli obelischi portati dall’Egitto, lo ritroviamo in numerose colonne, tra le quali alcune del Pantheon. Inoltre è visibile nelle vasche di Campo Marzio e Palazzo Carpegna e nel Tempio rotondo di Vesta.


Granito della Colonna -  una gabbro-diorite di origine magmatica, le cui cave, di piccole dimensioni, si trovano nel deserto orientale egiziano, non lontano da quelle del porfido rosso. Presenta grandi cristalli neri allungati, prevalenti sul fondo bianco, a volte con sfumature rosate. Prende il nome da un trapezoforo (sostegno per tavolo) conservato nella cappella di San Zenone della chiesa di Santa Prassede a Roma, dove era ritenuto essere la colonna alla quale era stato legato Gesù Cristo nella flagellazione.


Granito verde della sedia di San Lorenzo e granito verde della sedia di San Pietro - o "ofite" (lapis ophytes). un metagabbro di origine metamorfica, le cui cave si trovano nel deserto orientale egiziano. Le due varietà prendono il nome dai tondi sui dossali dei troni episcopali cosmateschi delle basiliche di San Lorenzo fuori le mura e di San Pietro a Roma.

Greco scritto - usato talvolta ma non frequentemente dai Romani, presenta un fondo bianco con screziature azzurrine e picchiettature che ricordano caratteri alfabetici greci. Il suo nome proviene da questo e non dalla sua origine, perchè si estraeva ad Ippona, nell'attuale Algeria.

CANE (granito)
Lapis sarcophagus - andesite delle cave della Troade, ma pure nell'isola di Lesbo e presso Pergamo. Secondo Plinio la pietra consumava in quaranta giorni i corpi dei defunti ad eccezione dei denti e questa credenza ne determinò la diffusione per la realizzazione di sarcofagi, già dal V sec. a.c. e in particolare nel II e III sec.. È una pietra dura e di difficile lavorazione, con fondo grigio-marrone e macchie grigio chiare o nere.

Lumachella - proveniente dalla Carinzia, deve il suo nome alla forma di conchiglie che assumono le sue sfumature di bianco, grigio e nero. E' un tipo di marmo fossile molto raro che contiene piccole lumache che gli conferiscono un aspetto opalescente con delle iridescenze brillanti che sono molto particolari. Calcare di origine organogena, ricca di fossili marini, Brachipodi o Lamellibranchi, impiegato in rivestimenti, pavimenti e soglie. 
Lumachella d’Atene - roccia calcarea fossilifera, in genere con lamellibranchi o brachiopodi, in genere si ritrovava in piccoli ammassi; era molto ricercata e rara e per questo non si trovano che pochi esempi in piccoli oggetti e rivestimenti.

Marmo di Carrara - (marmor lunense) marmo puro a basso grado metamorfico, bianco a grana fina, adattissima per decori architettonici e statue. Il colore varia però dal bianchissimo (tipo "Statuario", utilizzato anche nel Rinascimento da Michelangelo) o grigio (ordinario) o decisamente grigio (in questo caso è conosciuto come Bardiglio di Carrara). Era chiamato anche Marmo Lunense dal nome dell’antica città romana di Luni, (Carrara - Alpi Apuane), dove è stato estratto intensamente fin dal I secolo a.c. dai Romani.. Utilizzato per la maggior parte dei blocchi delle trabeazioni, i capitelli e le basi.
La somiglianza con i pregiati marmi bianchi provenienti dalla Grecia consentì il suo utilizzo anche in opere monumentali importanti, soprattutto statue, ornati, sarcofagi. Nel cortile del Palazzo dei Conservatori è presente una mano della enorme statua attribuita a Costantino, reperto molto noto di Marmo di Carrara.


Bardiglio fiorito di Carrara - la struttura saccaroide è tipica dei marmi di Carrara. Il colore grigio è dovuto alla presenza di pirite microcristallina mentre il suo impiego era soprattutto nelle pavimentazioni e rivestimenti.

Nero di Como - calcare nero per la presenza di bitume finemente disseminato. Questo tipo di roccia, insieme ad altri tipi di "marmi" neri, poco usato in epoca romana.

Pario - (lychnites), detto anche marmo zuccherino,  è una varietà di marmo bianco a grana molto fine particolarmente pregiato, proveniente dalle cave nell'isola di Paros in Grecia, utilizzato principalmente per statuaria sia in Grecia che a Roma.

Pavonazzetto - (marmor phrygium): Breccia metamorfica dell’Asia minore, conosciuta anche con il nome Marmo Docimio. Marmo bianco percorso con venature e macchie dal rosso violaceo al viola più scuro. si estraeva nella Frigia, in Turchia. Utilizzato per fusti scanalati di colonne e lesene, per lastre pavimentali e per alcune delle sculture con Daci dell'attico dei portici della piazza. Utilizzato da Augusto in poi in ogni edificio pubblico, ritroviamo degli esempi di impiego in 12 colonne della Chiesa di S.Lorenzo fuori le Mura mentre sono andate distrutte in un incendio del 1823 le famose 24 colonne della Basilica di S.Paolo.
Paonazzo di Ciro - Anche se il termine "Paonazzo" può indicare il noto marmo "Pavonazzetto", non è possibile affermare con certezza questa corrispondenza; il solo confronto macroscopico lascia delle incertezze che potrebbero essere superate da un’analisi petrografica microscopica.

Porfido rosso - (porphirites): roccia andesitica, con ematite e piemontite, di origine magmatica, estratto dal monte Porphirites nel deserto orientale egiziano, cava ormai esaurita. Sotto Diocleziano divenne di uso esclusivo dell'imperatore. Di colore rosso scuro picchiettato a macchioline bianche o rosa pallido.
Utilizzata, ad esempio, nei tondi visibili sull’Arco di Costantino, e gli imperatori bizantini venivano fatti nascere su una lastra di porfido per buon auspicio; anche i sarcofagi degli imperatori e dei re erano di porfido. Nei Musei Capitolini le statue legate al culto di Dionisio e del vino sono scolpite nel Rosso Antico (proveniente dal Peloponneso) dal colore rosso vino dovuto al minerale ematite.

Pentelico - marmo bianco a grana finissima, spesso con venature verdastre brillanti, dal monte Pentelico, in Grecia, utilizzato solamente per l'architrave attribuito alla fila di colonne che separava tra loro le navate laterali della Basilica Ulpia.

Pietra Paesina - calcare marnoso leggermente cataclastico, originario del Lazio settentrionale. I Romani utilizzavano la varietà a disegni geometrici per piccoli oggetti e pavimenti fin dal II sec. a.c.. La cava laziale è pressocchè esaurita.

Porfido Verde antico - (marmor hessalicum oppure lapis lacedaemonius): variava dal verde chiaro al verde scuro o al verde giallastro.


Porfido Vitelli - con cristalli piccoli e isolati,


Porfido Risato - con cristalli piccoli e di colore biancastro


APOLLO  (porfido rosso e marmo)
Porfido Agatato -con amigdale di calcedonio di colore azzurro chiaro o rossastro.
In alcuni casi, a volte in seguito all'effetto del fuoco, il fondo assume colore violaceo. Comunemente varia dal verde chiaro con macchie verde più scuro, fino al nero, e macchie bianche. Si estraeva dalla Tessaglia, in Grecia. Scoperto dai Romani alla metà del I sec. a.c. e più ampiamente utilizzato a partire dall'età augustea. In epoca flavia le cave divennero di proprietà imperiale. Usato fino all'epoca bizantina, per manufatti di piccole dimensioni, lastre di rivestimento parietale e pavimentale, dato che i blocchi non si trovano in dimensioni maggiori di 1 m. È citato il suo prezzo piuttosto elevato nell'editto dei prezzi di Diocleziano. Si trova spesso nei pavimenti di epoca tardo antica insieme al porfido rosso e fu ampiamente reimpiegato nei pavimenti cosmateschi.

Portasanta - uno dei più usati nella Roma antica, un marmo sbrecciato con venature bianche o rosse, e macchie rosa, brune o giallo aranciato. Si estreva nell'isola greca di Chios in Grecia.


Portasanta della Gavia e Portasanta di Faso - breccia tettonica con cemento di colore variabile. Tra i luoghi di origine più noti l’isola di Chio che diede l’antica denominazione di Marmor chium. Attualmente prende il nome "Portasanta" poiché è stata riutilizzata negli stipiti della Porta Santa di S. Pietro in Vaticano. Fu estratto in grandi quantità e impiegato a Roma dal II sec. a.c.. Esempi si trovano in alcune parti dei pavimenti della Basilica Emilia, nelle soglie del Tempio della Concordia e nello stadio del Palatino.

Rosso antico - (marmor taenarium): rosso, con varietà di toni, da quelli rosati a quelli più accesi, a volte chiazzato di macchie bianche. La tonalità di colore rosso vino e violacea è imputabile ad una presenza di ossidi di manganese. Usato anche nella scultura a tutto tondo soprattutto nelle scene dionisiache. Fu usato sia in Grecia che a Roma. Si estraeva da Capo Matapan, in Grecia.

Serpentino - (marmor lacedaemonium) chiamato anche porfido verde di Grecia, è un marmo dal fondo verde scuro con macchie di verde più chiaro. Si estraeva in Grecia, vicino Sparta. Ormai esaurito. Molto usato nei pavimenti cosmateschi realizzati nelle chiese facendo a pezzi i marmi di serpentino del tempio pagano. 

Stellaria dell’Adia - calcare con impronte di cefalopodi, proveniente dall’Asia minore; questo litotipo è chiamato anche Marmo Astroide e risulta abbastanza raro. Plinio lo cita come gemma in una sua opera.

Tasio - bianco e lucente, con grana grossa e cristalli traslucidi, si estraeva nell'isola di Thasos in Grecia, utilizzato per sculture di personaggi di rango imperiale, impiegato nel Foro Traiano, forse per le statue dello stesso Traiano, e per il rivestimento delle esedre dietro i portici.




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