VITELLIO






Nome completo: Aulus Vitellius Germanicus
Nascita: Nuceria Alfaterna, 24 settembre 15 a.C.
Morte: Roma, 22 dicembre 69
Predecessore: Otone
Successore: Vespasiano
Regno: 69 d.c.

Non si conosce l'origine della famiglia di Vitellio. Per alcuni i Vitellii discendono da Fauno, rè degli Aborigeni e da Vitellia adorata come una dea, pertanto a Roma furono ammessi nell'ordine dei patrizi: per altri il capostipite fu un liberto.

Il padre Lucio Vitellio era stato console e governatore in Siria sotto Tiberio. Il figlio fu console nel 48 e poi proconsole in Africa, fattosta che nel 68 Galba, che evidentemente di lui si fidava, lo fece comandante dell'esercito della Germania Inferiore.

Vitellio aveva vissuto la fanciullezza a Capri presso Tiberio, e si era fatto molti amici per il suo carattere gaio e i suoi modi originali e avventati. Fu amico di Caligola con cui gareggiava in spericolate corse di cocchi, di Claudio con cui giocava a dadi e di Nerone per le bravate notturne. Ebbe due mogli: Petronia e poi Galena.
Era pigro, smodato nel cibo e nel bere, allegro e sconsideratamente prodigo, al punto di cadere in mano agli strozzini.

Amico di Tito Vinio, ottenne per mezzo di lui il governo della Germania inferiore, e per i debiti dovette affittare la grande casa che possedeva e lasciando moglie e figli in una casa modesta presa in affitto.

Con i soldati era prodigo ma privo di polso, per cui non rispettarono nè i suoi ordini nè la disciplina. Però questi lo amavano per questa liberalità, per cui dopo solo un mese lo acclamarono imperatore.



I BATTAGLIA DI BEDIACRUM

Nella prima le legioni di Vitellio si scontrano con quelle di Otone il 16 aprile 1969 nella valle del Po a Bedriacum e Otone si suicida.

Vitellio si trovava nella Gallie quando gli giunse la notizia della battaglia presso Bedriaco e del suicidio di Otone. Così s'imbarca su una nave parata a festa e, messosi in viaggio sulla Saóne, si diresse alla volta di Lugdunum.

Qui gli vennero incontro Cecina e Valente e i capi dell'esercito di Otone. Proculo e Paulino, per aver salva la vita, gli dissero di aver vinto loro a Bedriaco e Vitellio gli credette. Tre giorni dopo, il 19 aprile, il Senato riconosce Vitellio imperatore.

Mentre le legioni germaniche vittoriose si abbandonano a saccheggi e a devastazioni nella valle del Po, Vitellio, lasciata Lugdunum, scende in Italia. Era famoso per la sua ghiottoneria: il suo viaggio fu una interminabile serie di banchetti costosissimi, tutti a carico delle città.



IL REGNO

Entrò in Roma in abito da guerra, al suono delle trombe, tra le aquile e le insegne, alla testa delle truppe che tenevano le spade sguainate. Il fratello Lucio Vitellio diede in onore di lui un grandioso banchetto in cui furono, tra gli altri cibi, serviti duemila pesci scelti e settemila uccelli.

Intanto a Roma era in corso la celebrazione dei ludi ceriali: i pretoriani e le coorti urbane prestarono giuramento di fedeltà al nuovo imperatore, il popolo gremì il Foro applaudendo e, siccome Vitellio era stato da Galba mandato in Germania e veniva considerato come una sua creatura, si posero fiori sulle immagini di Galba e sul luogo dove era stato ucciso. Vitellio il 18 luglio 1969 dove viene insignito dal Senato del titolo di imperator nel mese di agosto.

Vista la fine di Galba, Vitellio si circondò di truppe fedeli. La legione dei marinai spagnoli venne mandata in Spagna; molti centurioni delle legioni illiriche vennero messi a morte e le legioni stesse rimandate verso il Danubio; la XIV Legione, famosa per la repressione della rivolta britannica, essendo più turbolenta delle altre, fu inviata in Britannia.

Il corpo dei pretoriani fu sciolto e ricostituito in sedici coorti di mille uomini ciascuna attingendo alle fidate legioni germaniche; anche le coorti urbane furono sciolte e rifatte con legionari del Reno.

Coi suoi nemici politici Vitellio volle esser clemente, risparmiando la vita al fratello di Otone, e lasciando console Mario Celso, ma fu severissimo con gli astrologhi e coi suoi creditori.
"Non risparmiò -scrive SVETONIO- quasi nessuno degli usurai che avevano reclamato da lui cinicamente il loro avere... Ne mandò al supplizio uno nel momento in cui veniva a salutarlo; poi, improvvisamente, ordinò che tornasse indietro e, mentre tutti lodavano la sua generosità, egli comandò che fosse giustiziato sul posto per godere della morte. Implorando due figli di un condannato la grazia del loro padre, fece morire anche loro. Un cavaliere romano, che veniva condotto a morte, gli disse: "Ti ho fatto mio erede"; Vitellio volle leggere il testamento e, avendo costatato che il cavaliere lo aveva nominato erede insieme con un liberto, fece uccidere lui e il liberto".

Delle faccende dell'impero egli si curò molto poco e lasciò che se ne occupassero Valente e Cecina. Fu per per merito di costoro se due moti di rivolta, uno nella Mauritania, l'altro nella Gallia, furono stroncati sul nascere. In Mauritania venne ucciso il procuratore imperiale Lucio Albino che col nome di Juba voleva farsi rè della provincia; in Gallia un certo Maricco aveva raccolto intorno a sé alcune migliaia di aderenti proponendosi di dare la libertà alla sua patria, ma la ribellione fu prontamente repressa da alcune coorti romane aiutate dagli Edui.

Vitellio invece dedicava tutto il suo tempo alle feste e ai banchetti nei quali, durante il breve spazio di pochi mesi, sciupò circa novecento milioni di sesterzi. Spesso egli si faceva invitare a pranzo, e ogni pranzo non costava meno di quarantamila nummi. Scrive TACITO "....tutta l'Italia, dall'uno all'altro mare, fu saccheggiata perché il grande ghiottone avesse squisite vivande; e le più autorevoli persone delle città e le città medesime andarono in rovina a furia di imbandir mense".

Rimase famoso un piatto che Vitellio fece presentare in un banchetto e che per la sua straordinaria grandezza fu chiamato lo scudo di Minerva: era pieno di fegati di certi pesci chiamati scauri, di cervelli di fagiani e di pavoni, di lingue di fenicotteri e di animelle di murene pescate nel Mediterraneo dalla Siria alla Spagna.
Scrisse a ragione uno storico che se Vitellio fosse rimasto più a lungo a capo dell'Impero questo sarebbe stato divorato.
Lungo però non poteva essere il suo impero. Il popolino, è vero, era contento di lui per le feste che dava e scontento non era il Senato, la cui autorità era cresciuta; ma il Senato e il popolo contavano pressoché niente come Sostegno di un imperatore, le cui sorti riposavano sul favore dell'esercito.

Vitellio aveva l'appoggio dei pretoriani e delle legioni della Germania, ma era malvisto dalle milizie che erano state favorevoli ad Otone, specialmente da quelle dislocate nelle regioni danubiane e dalle legioni della Siria.
Queste ultime temevano di essere trasferite dall'Oriente in Germania; era insistente questa voce e loro non potevano tollerare che solo le legioni germaniche si arrogassero sempre il diritto di eleggere l'imperatore. Anch'esse facevano parte dell'esercito e non erano da meno delle legioni del Reno e della Spagna o di quei pretoriani che comodamente vivevano a Roma, anzi avevano reso grandi servigi all' impero con la vittoriosa guerra della Palestina e per ultima cosa avevano alla testa del loro esercito il più rinomato generale del tempo: Vespasiano.

Su Vespasiano corsero gli sguardi delle milizie d'Oriente, indignate dal vedere l'impero sotto la direzione di un ignobile ghiottone. Il primo di luglio del 69 Tiberio Alessandro, che comandava le due legioni d'Egitto, proclamò Vespasiano imperatore e a lui fece prestare dalle milizie il giuramento di fedeltà; il 9 dello stesso mese le legioni di Giudèa giurarono pure queste nelle mani del loro generale, poi il loro esempio fu immediatamente seguito da quelle di Siria, il cui governatore, Licinio Muciano, aveva caldeggiato l'elezione di Vespasiano. A lui giurarono fedeltà anche le legioni della Mesia, della Pannonia e della Dalmazia; Soemo re della Sofene, Erode Agrippa II e Antioco della Commagene si schierarono per il nuovo imperatore e Vologeso, re dei Parti, offrì all'esercito di Vespasiano un aiuto di quarantamila arcieri, che però furono rifiutati.



VESPASIANO

Vespasiano non era di nobile famiglia; il suo avo Tito Flavio Petronio, di Rieti, aveva partecipato col grado di centurione nell'esercito di Pompeo alla battaglia di Farsalo e, tornato in patria, aveva fatto il banchiere: Sabino fìglio di questo, era stato riscuotitore d'imposte in Asia, poi aveva esercitato l'usura in Elvezia, dove era morto lasciando la moglie Vespaia Polla e due figli, Sabino e Vespasiano. Quest'ultimo era nato a Falacrine, presso Rieti; giovine cadetto in Tracia era poi stato nominato tribuno militare; creato questore, era stato mandato a Cirene e sotto Caligola aveva ricoperto la carica di pretore. Dalla moglie Flavia Domitilla aveva avuto tre figli, Tito, Domiziano e Domitilla.

Sotto Claudio aveva comandato una legione in Germania, poi era passato in Britannia e al comando di Aulo Plazio aveva preso parte a numerose battaglie, ricevendo in premio del suo valore gli ornamenti trionfali e il consolato. Aveva tenuto da proconsole il governo della provincia d'Africa, aveva accompagnato Nerone in Grecia e si trovava qui quando venne mandato a comandare le legioni della Palestina a fare stragi di Ebrei.
Eletto dai suoi soldati imperatore, Vespasiano tenne consiglio di guerra con Muciano a Berito (Beirut). Fu stabilito che Vespasiano sarebbe andate in Egitto e in Africa, che Tito sarebbe rimasto in Giudea a terminare la guerra contro gli ebrei e che Licinio Muciano, attraverso la Cappadocia e la Frigia, avrebbe marciato verso l'Italia. Il re dei Parti promise che non avrebbe molestati i confini della Siria. Poi si diede da fare con alacrità a raccoglier denaro e a preparare armi.

Mentre in Oriente si discutevano i piani e si facevano i preparativi, le legioni della Pannonia e della Dalmazia, che con entusiasmo si erano schierate con Vespasiano, desiderose di vendicare su Vitellio la sconfitta di Bedriacum, accettavano la proposta di Antonio Primo detto Becco di Gallina, comandante della XIII Legione, e stabilirono di non aspettare l'arrivo di Muciano ma di marciare subito verso l'Italia. Furono sollecitate le legioni della Mesia a mettersi in cammino e perché i confini di questa regione nell'assenza delle truppe non venissero molestati dalle popolazioni sarmatiche si diede posto nelle legioni ai principi dei Sarmati Jazigi. Anche Sidone e Italico, re dei Suebi, vollero partecipare all'impresa.

Il primo a muoversi fu Antonio Primo cui era stato dato il comando della spedizione. Questi desiderava giungere prima di Muciano per ottenere una posizione di privilegio. Antonio partì con due legioni e con la cavalleria, superò  le Alpi, e nel Veneto occupò Aquileja, Padova e Vicenza, guadagnò alla sua causa tre coorti vitelliane che stavano sulle rive del Po e conquistò Verona.

Preoccupato dagli avvenimenti, Vitellio aveva dato ordine alle legioni della Britannia, della Germania, delle Gallie e della Spagna di accorrere in Italia, ma nessuno  si era mosso aspettando che la guerra si delineasse in favore dell'uno o dell'altro imperatore; poi Vitellio comandò di raccogliere truppe in Italia e mandò Cecina con otto legioni a combattere Antonio.



LA FINE DI CREMONA

Cecina presidiò Cremona con due legioni, e con le altre sei pose il campo ad Ostiglia; però non era più convinto di Vitellio. Qui gli giunse la notizia che la flotta di Ravenna, comandata da Lucio Basso, si era ribellata passando ad Antonio Primo. Allora fece segrete trattative con Antonio e spinse anche alcuni centurioni dalla parte di Vespasiano.

Le legioni però si rifiutarono di abbandonare Vitellio, legarono Cecina chiamandolo traditore, cercarono due nuovi capi e, levato il campo da Ostiglia, si diressero alla volta di Cremona per unirsi alle altre due legioni.

Se avessero avuto il tempo di congiungersi, le forze di Vitellio avrebbero forse avuto ragione di Antonio Primo, ma questi con rapidità sorprendente marciò su Cremona, attaccò le due legioni che la difendevano e le costrinse a riparare dentro le mura.

Avuta notizia di quella sconfitta, le sei legioni di Ostiglia affrettarono il passo e giunti a Cremona, attaccarono il nemico. All'alba le legioni di Vitellio, decimate dalle milizie di Antonio, si ritirarono nel campo, sotto le mura della città; ma vennero attaccate e si chiusero dentro le mura Cremona.

Gli ufficiali dell'esercito vinto decisero di trattare con Antonio, liberarono Cecina perché si recasse al campo avversario e ottenesse che la città non venisse saccheggiata. Invece quarantamila uomini, dopo aver distrutte le ville circostanti, entrarono a Cremona e per quattro giorni la saccheggiarono orribilmente. Antonio aveva dato ordine che non si facessero prigionieri i cittadini cremonesi, ma solo i soldati, invece fu una strage, dopodichè la città venne data alle fiamme.



LE ULTIME RESISTENZE

Fabio Valente si trovava a Pisa con le milizie che conduceva verso il Po quando gli giunse la notizia della sconfitta e della distruzione di Cremona. Allora pensò di passare nella Gallia e continuare di là la guerra. Imbarcatesi con le truppe, fece vela verso la Provincia Narbonese, ma il procuratore di questa regione, amico di Vespasiano, lo fece catturare e uccidere. Il suo capo venne mandato ad Arimino (Rimini) e mostrato alle legioni vitelliane che la difendevano.

Ormai Vitellio non poteva fare assegnamento che sulle coorti dei pretoriani, sulla flotta di Miseno e su poche altre truppe, che sarebbe stato difficile alle legioni germaniche forzare i valichi delle Alpi guardati dalle soldatesche pannoniche. L'imperatore ordinò che quattordici coorti pretorie andassero  in Umbria per ostacolare la discesa di Antonio. Il campo fu posto a Mevania (Bevagna) dove anche Vitellio si recò; ma vi rimase poco.

Saputo che la flotta di Miseno si era ribellata e i marinai avevano occupato Terracina e Puteoli, fece levare il campo e si mise in marcia verso Roma. A Narni lasciò i due prefetti del pretorio con parte delle truppe, e col resto andò a Roma. Appena giunto, mandò il fratello in Campania per domare la ribellione e fece arruolare soldati tra la popolazione di Roma. Nel frattempo Antonio Primo giungeva a Corsule, a dieci miglia da Narni. I Pretoriani lasciati da Vitellio, non vedendo possibilità di vittoria passarono al nemico; i prefetti fuggirono a Roma.



LA SECONDA BEDIACRUM

Nella seconda battaglia di Bediacrum sono in lotta l'esercito di Vespasiano con quello di Vitellio che però era rimasto a Roma, lasciando il comando ai generali. Il 24-25 ottobre 1969 si svolge la seconda battaglia di Bedriacum, dove l'esercito di Vitellio, che manca di disciplina e di formazione, è sconfitto e fugge a Cremona
Vitellio decide di dimettersi ma i pretoriani non si arrendono per tema di essere sostituiti o uccisi da Vespasiano per cui continuarono a combattere.Vitellio allora si vide perduto e per mezzo del Prefetto della città Flavio Sabino, fratello di Vespasiano, concluse con Antonio un accordo col quale, rinunzia all'' impero, gli veniva concesso di vivere da ricco privato in una villa della Campania, con l'incredibile somma di cento milioni di sesterzi. .

Era il 18 dicembre del 69 e per festeggiare l'accordo, Antonio si fermò ad Otricoli per i Saturnali.
Quel giorno stesso Vitellio abbandonò la casa dei Cesari sul Palatino per andare al Senato a deporre le insegne e il potere e recarsi all'abitazione del fratello. Già tutta la città sapeva dell'abdicazione, il console Quinzio Attico aveva pubblicato un editto in lode di Vespasiano e pieno di insulti contro Vitellio mentre la casa di Flavio Sabino (fratello di Vespasiano) era piena di senatori e cavalieri e custodita dalle coorti urbane e dai vigili.



LA FINE DEI PRETORIANI

Ma i pretoriani a Roma, e il popolino che amava Vitellio per la prodigalità e le feste, avevano protestato alla rinunzia di Vitellio chiedendo di fare annullare l'accordo. Vitellio e fu costretto a tornare alla casa dei Cesari. Flavio Sabino volle fare rispettare i patti e uscì con le scarse truppe di cui disponeva, ma ebbe la peggio e a stento col nipote Domiziano, il console Attico e un drappello dei suoi riuscì a salvarsi rifugiandosi nella rocca capitolina dalla quale spedì messi ad Antonio Primo per informarlo del tradimento.

I pretoriani posero l'assedio alla rocca, malmenarono un messo che Sabino inviava a Vitellio per ricordargli i patti, poi diedero l'assalto alla fortezza e per la rupe Tarpea giunsero al tempio di Giove e lo incendiarono. Atterriti dalle fiamme, alcuni tra i difensori della rocca, fra cui Domiziano, riuscirono a fuggire, gli altri invano si opposero con accanimento alla furia dei nemici che, penetrati nelle mura, fecero strage dei seguaci di Vespasiano.

Flavio Sabino e Quinzio Attico, ricoperti di catene, furono trascinati davanti al palazzo dei Cesari, e al cospetto di Vitellio, impotente a frenare l'ira popolare, il fratello di Vespasiano fu trucidato e il suo cadavere gettato nei rifiuti. Intanto Antonio Primo accorse in aiuto di Sabino, ma appresa l'orribile fine decise di vendicarlo. Vitellio impaurito cercò un nuovo accordo ma inutilmente.

Mille cavalieri al comando di Petilio Ceriale furono mandati a roma, ma a Porta Salaria furono ricacciati dai pretoriani. Avanzava intanto il grosso dell'esercito di Antonio diviso in tre corpi: uno lungo il Tevere, l'altro per la via Flaminia, il terzo per la via Salaria.

Quest'ultima colonna incontrò la maggiore resistenza: i pretoriani, protetti dai giardini, si difendevano accanitamente, ma quando videro che la cavalleria di Antonio, entrata da porta Collina, minacciava di prenderli alle spalle, si ritirarono, sempre combattendo verso il Campo Marzio, dove la lotta continuò sanguinosa. I pretoriani  si ridussero al loro campo di porta Nomentana, dove tutti poi perirono con le armi nel pugno il 20 dicembre del 69.



LA MORTE DI VITELLIO

Mentre furiosa ferveva la lotta alle porte della città, Vitellio si teneva nascosto nel palazzo imperiale. All'annunzio che il nemico si avvicinava andò all'Aventino dove sorgeva la casa del fratello; due soli uomini lo accompagnavano, il cuoco e il fornaio. Per via gli giunse la notizia che una tregua era stata conclusa ed egli si lasciò ricondurre alla reggia, che trovò deserta.

Ma falsa era la notizia e si facevano sempre più vicini il rumore delle armi e le grida dei vincitori. Allora Vitellio, abbandonato da tutti, sì cinse una fascia piena di monete d'oro, si rifugiò nella cella del portinaio, legò un cane davanti alla porta e dietro questa mise il letto.

I suoi nemici lo trovano, gli legano le mani dietro la schiena e gli pongono un cappio intorno al collo, trascinandolo seminudo per il Forum. Narra Svetonio che al Foro gli annodarono i capelli dietro la nuca come si soleva fare ai delinquenti. Alcuni gli alzarono il mento con la punta della spada perché la sua faccia si vedesse meglio; altri gli gettarono addosso dello sterco chiamandolo ghiottone; altri gli rinfacciarono i suoi difetti fisici, poiché era di altissima statura, il viso paonazzo dal troppo bere, il ventre buzzo e un fianco debole per una ferita riportata guidando un cocchio con Cajo Caligola.

Venne colpito e deriso, e infine ucciso sulle scale Gemoniae. Poi viene appeso ad un gancio e trascinato nel Tevere, il 20 dicembre 1969.
Si narra che le sue ultime parole rivolte a un soldato che lo picchiava fossero: "Eppure ero il tuo imperatore."
Vitellio aveva cinquantasei anni.





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