L'ARTE GRECA A ROMA



DIONISO (Fidia)


ARTE GRECA IN GRECIA

"Musarum historiaeque patria, Graecia, fuisti"
"O Grecia, tu fosti sempre la patria delle Muse e della storia"

I Greci fecero della ricerca estetica un culto e un'espressione dell'anima, purtuttavia con grande attenzione alle forme e alle proporzioni del reale, specialmente dell'anatomia umana, nonchè nella prospettiva dello spazio e nei volumi. Ma questa attenzione tecnica non impoverì l'ispirazione bensì, come in Leonardo da Vinci, la matematica e la tecnica si sposavano alla creatività e bellezza della natura, comprese le sue deviazioni. Per i romani non solo era naturale accostare opere d'arte in stili diversi, ma anche nella medesima opera, assorbendo da più fonti diverse iconografie, diversi linguaggi formali e diversi temi. Su queste basi si sviluppò il classicismo europeo, attingendo dall'arte greca del periodo compreso tra il 1000 a.c. e il 100 a.c. L'arte greca quale forma artistica storica e autonoma nasce dopo la fine della civiltà micenea trovando una sua nuova via stilistica e tecnica.

Gli scultori e pittori greci erano artigiani che apprendevano il mestiere a bottega, spesso presso il padre o un parente visto che i mestieri si tramandavano, ma potevano anche essere semplici schiavi. Sebbene alcuni di essi divenissero ricchi e famosi, non avevano il prestigio sociale di poeti o letterati; solo in epoca ellenistica (dopo il 320 a.c.) divennero una categoria rispettata.
Scrive la Richter a proposito della costruzione dell'Eretteo sull'Acropoli di Atene"Ci rimane una iscrizione riferentesi al secondo periodo di lavori, cioè dopo il 409, con i nomi di circa centotrenta operai, tra schiavi, stranieri ivi residenti e liberi cittadini; tutti, compreso l'architetto, ricevevano il compenso giornaliero di una dracma."

Anche se le firme dei ceramisti greci comparvero sui vasi fin dal VI sec. a.c., gli autori rimanevano più artigiani che non artisti. Plinio racconta come Zeusi e Parrasio amassero sfoggiare la propria ricchezza e ostentare la propria attività come soprattutto intellettuale. Di questi pittori Plinio narra un aneddoto secondo cui i due fecero una gara di bravura. Zeusi dipinse dell'uva in maniera così naturalistica che degli uccelli vennero a beccarla. La vittoria sembrava sua, così disse a Parrasio di scostare la tenda che copriva il suo quadro, ma questa risultò essere una tenda dipinta. Così Zeusi perse la gara perchè lui aveva ingannato gli uccelli, ma Parrasio aveva ingannato lui.
Ma l'aneddoto dimostra che la pittura era vista più come un'abilità riproduttiva che non  un'interpretazione artistica, comunque per i greci un lavoro di tipo manuale era inferiore a un lavoro mentale. Nel periodo ellenistico invece l'interesse per l'arte divenne segno di cultura, per cui disegnare o modellare divennero passatempi degni, dando luogo alle collezioni private e al mercato dell'arte.
Secondo Aristotele: «Ad ogni produzione nell'arte preesiste l'idea creatrice che gli è identica: per esempio l'idea creatrice dello scultore preesiste alla statua. Non vi è in questo campo una generazione casuale. L'arte è ragione dell'opera, ragione senza materia».

Partendo dalla perfezione corporea dell'uomo si giungeva alla divinità che è in lui. È l'immagine dell'eroe greco, un giovane nudo, in piedi, come già in età arcaica, con una gamba ferma e tesa e una leggermente piegata a riposo, a cui fanno riscontro un braccio a riposo e uno più teso nel gesto misurato. Azione e riposo si invertono tra braccia e gambe formando il famoso "chiasmo" (incrocio) dalla forma dalla lettera greca "x" (chi). Oppure della Dea in armi con la veste leggera e ondeggiante, che nella sua calma tensione esprime una forza divina.
La scultura greca aveva come soggetto privilegiato la figura umana ma in epoca ellenistica produrrà statue anche di bambini, vecchi e animali però con un realismo, una meticolosità e insieme una leggerezza impensabili nei periodi precedenti.



SCULTORI GRECI


Policleto

DORYPHOROS (Policleto)
Policleto, attivo tra il 465 e il 417 a.c. circa, prima nel Peloponneso e poi ad Atene, è considerato l'iniziatore della fase classica della scultura, grazie alla sistemazione razionale degli studi sull'armonia e sulla proporzione umana nel suo Canone, un trattato perduto ma noto da citazioni in fonti successive. Durante la creazione del Doriforo, una delle sculture più replicate dell'antichità, effettuò una serie di misurazioni su giovani arrivando a stabilire un modulo proporzionale, come quello architettonico, che regolasse le misure anatomiche. Inoltre approfondì il tema del chiasmo, ovvero il ritmo incrociato che genera opere eleganti e sciolte, di estrema naturalezza.
Tra i suoi capolavori, oltre al Doriforo, il Diadoumeno, in cui si raggiunge già quel sublime equilibrio tra naturalismo e idealizzazione: gli uomini raffigurati sono reali (tema della mimesis, "imitazione" della natura), ma privi di imperfezioni.


Fidia

Fidia, Iris (440-432 a.c. circa)
Fidia, contemporaneo di Policleto, fu tra gli scultori più influenti della sua epoca. Ateniese, già formatosi come bronzista di successo, venne incaricato da Pericle di soprintendere alla decorazione scultorea del Partenone. Dopo aver realizzato una colossale Atena sull'Acropoli, si dedicò al simulacro del nuovo tempio, e poi ai frontoni, alle metope e al fregio interno della cella. In queste opere dimostrò la capacità di costruire figure dinamicamente mosse e di grande vitalità, che interagiscono liberamente con lo spazio circostante[4].
Il suo panneggio tipico, a "effetto bagnato", aderisce al corpo con pieghette vicine e mai schematiche, che creano innovativi effetti di chiaroscuro. Grande innovatore, cercò soluzioni sempre diverse, come nella celebre statua di Zeus crisoelefantina già a Olimpia.


Prassitele

Verso la fine del V secolo a.c. si andavano aprendo conflitti come la guerra del Peloponneso che portarono, dopo alterne vicende, alla sconfitta di Atene, impossibilitata a imporre una sua autonomia. Ne seguì una situazione caratterizzata dall'instabilità, con il susseguirsi di scontri tra coalizioni guidate ora da Atene, ora da Sparta, ora da Tebe: nessuna di queste città riusciva però a prevalere definitivamente sulle rivale, né a conviverci in pace. Successivamente, l'intervento macedone del 354 a.c. portò a ulteriori mutamenti.
La produzione artistica del IV sec. a.c., su uno sfondo socio-politico così cambiato, riuscì a mantenere quelle caratteristiche di equilibrio e perfezione che furono riconosciute fin dall'età antica. Il primo scultore importante del nuovo corso può essere indicato in Prassitele, che conobbe il suo acme tra il 364 e il 361 a.c. Predilesse il marmo e diede alle sue opere un ritmo aggraziato e sicuro, che supera la tradizionale importazione verticale delle figure, alla ricerca di linee sinuose, che spesso necessitano di un appoggio per non sbilanciarsi. Tra le sue opere più famose, l'Apollo sauroctono, l'Afrodite Cnidia (primo nudo femminile dell'arte antica) e l'Hermes con Dioniso: in questi lavori si vedono divinità colte in momenti quotidiani di grande naturalezza.


Skopas

Skopas, attivo tra il il 370 e il 330 a.C. circa, fu più rivoluzionario, introducendo elementi che ebbero poi una vasta risonanza soprattutto durante l'ellenismo.

IRIS (Fidia)
Già in opere frammentarie, come i resti dei frontoni del tempio di Atena Alea a Tegea, si nota una maggior infossatura delle orbite oculari, che danno all'espressione una maggiore ombreggiatura e quindi intensità, nonché un'accentuazione patetica dei sentimenti (sguardi rivolti verso l'alto, bocche semiaperte).
La sua opera più celebre è la Menade danzante (330 a.C. circa).

L'agitazione che pervade tutta la figura della menade viene resa dall'impetuosa torsione a vortice che, dalla gamba sinistra, passa per il busto e il collo sino alla testa, gettata all'indietro e girata, a seguire lo sguardo, verso sinistra; il volto è pieno, bocca naso e occhi sono ravvicinati, questi ultimi schiacciati contro le forti arcate orbitali per conferire maggiore intensità all'espressione. Il totale abbandonarsi del corpo alla passione è sottolineato anche dalla massa scomposta dei capelli, dall'arioso movimento del chitone che, stretto da una cintura appena sopra la vita, si spalanca nel vortice della danza, lasciando scoperto il fianco sinistro, e dal forte contrasto chiaroscurale tra panneggi e capigliatura da una parte e superfici nude dall'altra. Le braccia, perdute, dovevano seguire la generale torsione del corpo.


Lisippo

Plinio il Vecchio espresse su Lisippo, artista di corte di Alessandro Magno, un giudizio che racchiude molto dell'opinine di cui esso godeva nel mondo antico ed è ancora oggi in massima parte valido: «È fama che Lisippo abbia contribuito molto al progresso dell'arte statuaria, dando una particolare espressione alla capigliatura, impicciolendo la testa rispetto agli antichi, e riproducendo il corpo più snello e più asciutto; onde la statua sembra più alta. Non c'è parola latina per rendere il greco symmetria, che egli osservò con grandissima diligenza sostituendo un sistema di proporzioni nuovo e mai usato alle statue "quadrate" degli antichi. E soleva dire comunemente che essi riproducevano gli uomini come erano, ed egli invece come all'occhio appaiono essere. Una sua caratteristica è di aver osservato e figurato i particolari e le minuzie anche nelle cose più piccole ».
È chiaro come Lisippo andò oltre il canone di Policleto, introducendo in scultura quegli accorgimenti prospettici che già venivano usati in architettura. Per i Greci infatti la visione si materializzava attraverso sfere successive che si propagavano dalla forma dell'occhio e che influenzavano la percezione degli oggetti stessi, deformandoli. In questo senso va motivata la riduzione della testa, rispetto alla misura tradizionale di 1/8 del corpo, e accentuando lo slancio dei corpi snelli e longilinei.
L'Apoxyómenos, con la sua proiezione delle braccia in avanti, è considerata la prima scultura pienamente tridimensionale dell'arte greca, che per essere apprezzata appieno richiede che lo spettatore vi faccia il giro attorno.
Inoltre, in qualità di ritrattista del sovrano, Lisippo è considerato il fondatore del ritratto fisionomico e individuale che, riproducendo l'aspetto esteriore del soggetto, ne suggeriva anche le implicazioni psicologiche ed emotive. Fino ad allora infatti il particolare senso collettivo delle città greche aveva frenato l'interesse verso la rappresentazione dell'individuo e tutti i ritratti dei secoli precedenti (come quelli di Pericle, di Socrate, di Eschilo...) sono da considerarsi dei puri "tipi" ideali (l'eroe, il filosofo, il letterato)



ARTE GRECA A ROMA

A causa delle ampie vittorie militari in Grecia e Magna Grecia, le grandi quantità di monete d'oro e d'argento e i ricchi bottini di guerra portarono a un affinamento del gusto e della cultura. Le opere d’arte greche portate in processione come bottino nel trionfo dei generali Marcello, Flaminino, Emilio Paolo, Lucio Mummio e Pompeo erano incredibilmente belle, talvolta eseguite persino in materiali preziosi. Per giunta un gran numero di artigiani greci, architetti, precettori, medici e artisti si trasferirono a Roma, ma soprattutto arrivarono scultori e pittori che aprirono molte botteghe d'arte.

APOLLO DEL BELVEDERE (Leocares)
Così, nonostante la resistenza della fazione conservatrice di Catone, una rapida ellenizzazione mutò per sempre l’Urbe producendo una buona commistione di modelli greci e romani.  I romani non avevano incontrato resistenza nella conquista greca, dato che i greci temevano moltissimo l'invasione persiana e sapevano che nessuno avrebbe osato toccarli una volta passati sotto la protezione di Roma. Inoltre sapevano che i Romani erano molto ricchi e grandi estimatori del bello, così molti scultori greci si trsferirono nell'Urbe per far fortuna, e fortuna fecero.

La superiorità militare, politica e civile dei romani dovette riconoscere la superiorità culturale dei greci, superiorità filosofica, matematica, ma soprattutto artistica. Come testimoniò Orazio, quando scrisse che la Grecia sconfitta aveva sottomesso il fiero vincitore Graecia capta ferum  victorem cepit. All'inizio la cultura ufficiale romana avversò l'arte dei greci temendo potesse infiacchire l'animo romano, ma poi finì per conquistare tutta la nobiltà romana.

Purtroppo solo una piccola parte della grande produzione scultorea greca è giunta fino a noi. Molti dei capolavori descritti dalla letteratura antica sono andati perduti, distrutti o mutilati dal cristianesimo intollerante, o ci sono noti solo tramite copie di epoca romana. La ragione per cui sono spariti gli originali greci è che nella torma di statue che abbellivano Roma e le case private, per un originale greco esistevano molte copie marmoree, anch'esse molto costose ma non come gli originali.

L'uso "personale" dell'arte nell'arte romana permise poi l'arte del ritratto, che si sostituì all'astrazione formale delle teste nelle statue greche. L'aggiungere teste realistiche a corpi idealizzati, se avesse fatto rabbrividire un greco di età classica, era però ormai praticato dagli artisti neoattici della fine del II secolo a.c., per committenti soprattutto romani. Si può dire che la ritrattistica romana non idealizzata ma di grande sensibilità ed espressione, divenne un'arte raffinatissima e tutta romana.



ETA' REGIA

Nell'età protostorica e regia non vi è ancora l'arte "romana" (cioè con caratteristiche proprie), ma solo una produzione artistica romana dalle caratteristiche italiche, con notevoli influssi etruschi.

Presso l'emporio vicino all'attraversamento del fiume, il Foro Boario, è stato scavato un tempio arcaico, nell'area di Sant'Omobono, risalente alla fine VII - metà VI sec. a.c., con resti di età appenninica che documentano una continuità di insediamento per tutta l'epoca regia.

Sotto Tarquinio Prisco viene edificato sul Campidoglio il tempio della triade capitolina, Giove, Giunone e Minerva, nel 509 a.c., contemporaneamente alla cacciata del re e l'inizio delle liste dei magistrati. La data di fondazione del tempio poteva essere stata verificata dagli storici romani successivi grazie ai clavi, i chiodi annuali infissi nella parete interna del tempio. I resti del podio del tempio sono ancora parzialmente visibili sotto il Palazzo dei Conservatori e nei sotterranei dei Musei Capitolini.

Le sculture in terracotta che lo adornavano, caratteristiche dell'arte etrusca, sono andate perdute ma non dovevano essere molto diverse dalla scultura etrusca più famosa della stessa epoca, l'Apollo di Veio ;dello scultore Vulca, nel santuario di Portonaccio a Veio. Anche l'architettura del tempio sul Campidoglio è di tipo etrusco: un alto podio con doppio colonnato sul davanti sul quale si aprono tre celle.
Tra le opere più imponenti della Roma arcaica ci furono inoltre la Cloaca Maxima, che permise l'insediamento nella valle del Foro, e le Mura serviane, delle quali restano vari tratti.

Solo tra la fine del IV e l'inizio del III sec. a.c. l'arte figurativa acquisisce un carattere proprio, come la Cista Ficoroni, in bronzo finemente cesellato col mito degli Argonauti, coll'iscrizione "Novios Plautios med Romai fecid", "Novio Plautio mi fece a Roma". Ma la cista è prenestina, l'autore  osco-campano, la decorazione a bulino greca, con sbalzo di tipo italico. insomma un po' di tutto che poi troverà i suoi inconfondibili canoni.



ETA' REPUBBLICANA

L'arte prettamente "romana" fu dovuta in grande parte a maestranze greche e ellenistiche, che si importò sostanzialmente con conquista della Magna Grecia, della Grecia ellenica, della Macedonia e dell'Asia Minore. A Roma nacquero due partiti, uno filoelleno e progressista,  capeggiato dal circolo degli Scipioni innovatori in ogni campo, compresa la libertà accordata alle donne, e uno tradizionalista e filoromano capeggiato da Catone il Censore, che avversa le innovazioni, i lussi, e la libertà alle donne.
Comunque la domanda di sculture greche crebbe immensamente,  dando luogo al gigantesco mercato delle copie e delle opere ispirate ai modelli classici del V e IV secolo a.c., uno stile nuovo chiamato "neoatticismo".

APOXYOMENOS (Lisippo)
In particolare fu sotto il governo di Silla che si notano i primi passi dell'arte romana, che si sviluppò originalmente soprattutto in tre campi: l'architettura, il ritratto fisiognomico e la pittura. Il ritratto sarò poi un'innovazione, fuori da qualsiasi tradizione e prettamente romano.

Nel 212 a.c. Viene conquistata la ricchissima città di Siracusa, e inizia la conquista della Magna Grecia e dell'Asia minore. Si determina un enorme afflusso di opere e artisti, soprattutto greci, a Roma.
Inizialmente tutti questi oggetti sono considerati di lusso, possedere opere greche o servirsi di questi artisti diventa indice di ricchezza e prestigio sociale. Prevale l'uso di decorare le case e i giardini patrizi con opere d'arte, finchè si arriva al commercio, al mercato dell'arte, trattato da amatori e collezionisti. Ma per i romani più tradizionalisti continua il pregiudizio sull'arte e sul suo potere di corruzione dei costumi.

Dopo l'incendio dell'83 a.c. venne ricostruito in pietra il tempio di Giove Capitolino, con colonne marmoree venute da Atene e con la colossale statua crisoelefantina di Giove, sembra di Apollonio di Nestore. Il tempio non solo è immenso ma di grande bellezza e di gran lusso, visto che si sostituiscono ai legni la pietra e il marmo. Nel 78 a.c. venne costruito il bellissimo e scenografico Tabularium, in mattoni e travertino, che metteva in comunicazione il Foro Romano col Campidoglio e fungeva da archivio statale. Le arcate partivano da grossi pilastri su cui vennero addossate le semicolonne, esattamente come nel tempio di Ercole Vincitore a Tivoli.

Insomma al tempo di Silla le strutture lignee con rivestimento in terracotta o in tufo stuccato, di stile etrusco, lasciarono il posto agli edifici in travertino o in altre pietre locali. A Roma si rinnovò totalmente la tecnica muraria, venne costruita la grande rete viaria, nonchè ponti, gallerie e acquedotti. Le città vennero costruite o ricostruite secondo lo schema romano ortogonale del cardo e del decumano.

Nella II parte dell'età Repubblicana:(dal V al II sec. d.c.)
Giungono a Roma artisti greci che aprono le loro botteghe e producono opere più raffinate di stile ellenistico.
Nello stesso momento, Roma inizia la sua espansione (conquistando nuovi territori). Quindi affluiscono a Roma opere dai paesi conquistati come bottini di guerra portati dai condottieri vittoriosi (trofei di guerra). Gradualmente si diffonde la moda dell'accumulo di opere e oggetti d'arte (collezionismo eclettico): possedere opere d'arte diventa uno status-simbol per le famiglie ricche e nobili. Inoltre si producono molte copie di opere greche.
Anche i templi cominciano a riempirsi di sculture: sono statue di divinità provenienti dai i dei paesi di conquista, i romani cambiano loro il nome e li pongono nei loro templi.
Le opere che giungono a Roma in numero sempre maggiore
- sono considerate semplici trofei di guerra,
- oppure assumono significato religioso (es. Le statue di divinità)
- o assumono un significato simbolico, come ad esempio la lupa capitolina, opera etrusca, ma conservata per la sua tradizione di simbolo di Roma.

Nell'ultimo secolo dell'età repubblicana si forma un'arte tipicamente romana (l'arte romana vera e propria comincia di qui): si producono soprattutto ritratti (personaggi celebri) e rilievi storici (imprese di guerra). Lo stile è molto realistico.



ETA' IMPERIALE  (va dal I sec. a.c. al IV sec. d.c.)

Dal 31 a.c., con l'imperatore Augusto inizia un periodo di grande sviluppo economico e culturale, oltre che politico e militare (l'impero di Roma conquista tutto il mediterraneo. Gli imperatori promuovono una grandiosa diffusione di tutte le arti: pittura, scultura architettura; è il momento delle opere più grandiose. Nell'architettura si usa molto il marmo e i materiali preziosi. I più famosi monumenti romani corrispondono all'età imperiale.

Il concetto di decoro inteso come apparenza, potere, ricchezza, ma anche cultura, sapienza, caratterizza questo periodo e alla fine supera quello di austerità, tipico delle fasi iniziali della storia di Roma. L'esigenza di ''decoro'', in età imperiale porterà  a costruire opere monumentali e celebrative.

Comunque, in generale, scultura e pittura sono affidate a schiavi, artisti solitamente appartenenti ai popoli vinti, perchè considerate attività manuali, indegne di un cittadino romano. Si tratta infatti di opere anonime.
L'architettura invece è molto più considerata, perchè ha funzioni di utilità pubblica  e rappresentanza, ed esistono architetti romani, come ad esempio Vitruvio.
Per questo i romani curano molto le architetture, sia nella monumentalità (grandiosità, imponenza), sia  nella solidità: sono costruzioni resistentissime, molte di esse sono usate ancora oggi.



SCULTURA

Solo durante la dinastia giulio-claudia si ebbe un graduale attenuarsi dell'influenza neoattica permettendo la ricomparsa di un certo colore e calore nella produzione scultorea. Si recuperò, in particolare, la scultura greca del V secolo a.c., Fidia e Policleto, nella rappresentazione delle divinità e dei personaggi illustri romani, fra cui emblematici sono alcuni ritratti di Augusto come pontefice massimo e l'Augusto loricato, quest'ultimo rielaborato dal Doriforo di Policleto.

APOLLO (Prassitele)
Il trattato di Plinio ha conservato i nomi di un certo numero di scultori greci vissuti appunto nel II secolo a.c., Molti di essi dovevano, perciò, essere stati attivi a Roma stessa, oppure vendevano i loro prodotti ai Romani pur continuando a risiedere in Grecia.

Nel tempio di Apollo Medico c’erano una statua di Apollo con Latona, Diana e le nove Muse, opera di Philiskos di un’altra statua di Apollo nudo, opera del medesimo artista, Apollo con la cetra dell’ateniese Timarchides.

Nel tempio di Giove Statore c’era la statua di Giove, opera di Polykles e Dionysios, un Pan ed Olimpo lottanti di Heliodoros, la Venere che si lava di Doidalsas, e un’altra in piedi di Polycharmos (Plinio). Si tratta di artisti ateniesi, rodii o di ascendenza greco-asiatica che, in base a documenti letterari ed epigrafici, sappiamo aver vissuto nell’arco del II sec. a.c.: forse attivi anche a Roma.

E’ il caso di Polykles. Plinio cita una seconda volta un Polykles inserendolo tra i grandi scultori in bronzo fioriti durante la 156 a Olimpiade (156-153 a.c.). Da un’epistola di Cicerone si desume che a questo artista vada attribuita anche una statua colossale di Ercole che era sul Campidoglio a fianco di una statua equestre di Scipione Emiliano, dedicata probabilmente non molto dopo la sua nomina a censore nel 142 a.c.

E’ ormai opinione comunemente accettata che la statua di Ercole sia stata dedicata nella medesima occasione; è verosimile, perciò, che l’Ercole Capitolino sia coevo con le sculture realizzate da Polykles e dal fratello Dionysios nei templi di Giove Statore e di Giunone Regina, Il tempio di Giove Statore è stato dedicato, infatti, insieme con il portico che conteneva ambedue gli edifici sacri, da Quinto Cecilio Metello detto il Macedonico dopo il 148 a.c., a seguito della sua vittoriosa campagna militare contro Andrisco e la riduzione della Macedonia a provincia romana.

Una famiglia di artisti ateniesi che faceva capo a Timarchides ed ai figli Polykles e Dionysios era romana. Questa medesima famiglia, originaria del demo ateniese di Thorikos, sulla base di Pausania e di una ricca serie di documenti epigrafici, risulta presente ad Atene e in altre località della Grecia, tra cui Elateia, dove tre fratelli, Polykles, Timokles e Timarchides, avevano realizzato la statua di culto di Athena Kranaia. E’ stato recentemente proposto, con una certa attendibilità, di identificare due di essi con il Timarchides autore dell’Apollo con la cetra e con il bronzista Polykles fiorito durante la 156a Olimpiade.

I figli di Timarchides, l’uno di nome Polykles e l’altro Dionysios, avrebbero poi lavorato a Roma nella porticus Octaviae, mentre il figlio di quest’ultimo Polykles, di nome Timarchides come il nonno, talvolta insieme con lo zio Dionysios, avrebbe realizzato una serie di sculture verso la fine del II secolo a.c. ad Atene e a Delo, tra le quali è conservata la celeberrima statua acefala di un mercator romano di nome Gaius Ofellius Ferus.

Per un caso fortunato, sono giunti fino a noi numerosi frammenti di statue di culto dal territorio romano e italico, prevalentemente teste di marmo, che permettono comunque di avere un’idea su come i Romani avessero revisionato le proprie immagini divine uniformandole all’universo artistico e figurativo greco. Di misure che vanno da una volta e mezzo fino a cinque volte il vero, esse dichiarano una dipendenza da schemi figurativi desunti per lo più dalla tradizione dei grandi scultori posteriori a Fidia, sebbene non manchino opere a carattere più patetico, sulla linea della produzione greco-asiatica.

Vedi la Giunone Cesi,  la statua votiva di un tempio, eseguita con grande verosimiglianza a Roma stessa, e non trasferita a Roma da una sede greca. Il suo corpo massiccio, ma non privo di raffinati sbilanciamenti e contrasti di movimento che si riverberano anche sul corposo panneggio, con la sua felice, naturalistica esecuzione di pieghe, è partecipe della tradizione asiatica, forse pergamena, ma imitata in modo pesante, senza la drammatica effervescenza delle sculture poste a decorazione del Grande Altare, mentre la testa, così vicina ai modi della testa dell’Afrodite di Milo anche se un poco più piena, si colloca ormai nell’alveo dell’incipiente classicismo.
Alla metà circa del II sec. a.c.è databile sia la Giunone Cesi, sia l’Afrodite di Milo, da un lato il sereno mondo classico, dall’altro ruotando in modo ricercato i corpi secondo pose complesse e qualche volta artificiose, un movimento che si accentuerà nel rinascimento, vedi Michelangelo, e oltre, particolarmente nel Canova..

La tendenza al massiccio allargamento dei volti, la gelida purezza delle superfici statiche, denotano un definitivo superamento della fase ellenistica più matura. Le medesime caratteristiche sono
presenti nel più grande acrolito romano finora rinvenuto, la testa della Fortuna huiusce diei del tempio B, circolare, dell’area sacra di largo Argentina.

HERMES (Prassitele)
La statua della Fortuna Huiusce Diei, pur essendo datata tra la fine del II e i primi anni del I sec. a.c., è esemplare della prima soluzione. Il tempio fu dedicato da Lutazio Catulo all’indomani della vittoria di Vercelli sui Cimbri del 101 a.c. L’immagine della Dea era in piedi. Poiché la testa è alta, con il collo, 1,46 m, si può ricostruire una figura alta otto m circa. Nella sua prima fase il tempio era un monoptero colonnato del diametro di 19,20 m, al cui interno era la cella era di 11 m. In questa cella circolare, poco illuminata, di misura ridotta, la statua di culto dominava totalmente lo spazio.
Quando poi un altro Quinto Lutazio Catulo, discendente di colui che aveva dedicato il tempio, decise di inserire nella cella altre tre statue attribuite a Fidia, due in hymation ed un colosso nudo, si decise di intervenire sul tempio trasformandolo in un monoptero pseudoperiptero.

Il confronto tra i due colossi dimostra la ormai totale intercambiabilità del modello romano e del modello greco, ambedue partecipi dello stesso ambiente culturale. Anche una statua colossale di Veiove, proveniente dal tempio omonimo sul Campidoglio, con le ue superfici morbide e porcellanate simili a quelle di un Apollo giovanile, con il suo panneggio che ricade ad ampie falde regolari, è databile alla fine del II sec. a.c.

A Roma si attesta l’immagine della Giunone Lanuvina, ricostruibile in base alla monetazione repubblicana e ad una testa colossale rinvenuta a Lanuvio ed ora dispersa.
Alla base del monte Circeo si rinvenne nel 1938 la testa colossale di una Dea, sicuramente Circe visto che aveva la raggiera sulla testa come Helios, e Circe era appunto figlia del Sole. Anche questa dispersa.
Le statue di culto romane di questo periodo erano di solito più grandi del vero, da una volta e mezzo circa fino al caso, in sé eccezionale ma certamente non unico, della Fortuna huiusce diei, pari a circa cinque volte il vero.

Le più antiche statue di culto eseguite in materiali meno pregiati, come il legno, ed eventualmente ricoperte con foglie o lamine d’oro o di metallo pregiato, restarono a fianco delle nuove e più lussuose in rapporto indipendente. La prassi di affiancare vecchia e nuova statua di culto è documentata anche a Roma, forse per
immediato riflesso della maniera greca.

Nel tempio di Veiove sul Campidoglio, a partire dal 193 a.c. c’era un simulacrum del dio, secondo Plinio, di cipresso (Plin., Nat. Hist., 16, 216). Ma, durante gli scavi di Antonio Maria Colini, fu rinvenuta all’interno del tempio la statua colossale in marmo raffigurante Veiove, opera di età tardo-repubblicana, che doveva essere verosimilmente la statua di culto collocata sul podio della cella del tempio. Vuol dire, perciò, che in età tardo-repubblicana e poi in età imperiale ci fossero nel tempio di Veiove un simulacrum di cipresso e una statua colossale di marmo.

Nel tempio di Apollo Sosiano c’era probabilmente non solo la statua di culto colossale, di cui si vede il possente podio nel frammento di lastra della Forma Urbis Severiana, e che potrebbe essere stata opera dell’artista ateniese Timarchides, ma, dall’età augustea in poi, doveva esserci anche un Apollo in legno di cedro trasferito da Gaio Sosio a Roma da Seleucia Pieria (Plin., Nat. Hist., 13, 53).

In età repubblicana, invece, sembra che ci fosse una statua di culto di legno (un bretas), che nel 129 a.c, durante le lotte politiche che seguirono la morte di Scipione Emiliano, con la possibile perdita di potere da parte dei nobiles che rifiutavano di procedere alla distribuzione delle terre italiche secondo il disegno di legge di Tiberio Gracco, pianse per tre giorni, mentre cadevano pietre dal cielo, che arrecarono danno a numerosi templi e uccisero anche uomini. I Romani, dietro suggerimento di haruspices, deliberarono di fare a pezzi la statua e di gettarla in mare (Cass. Dio, 24, 84, 2).
Di questi prodigi non mancavano precedenti. Per tre volte, durante le guerre prima contro Antioco III, poi contro Perseo e infine contro Aristonikos (nel 190-88, nel 170-167, e nel 130 a.C.), una statua di Apollo a Cuma aveva pianto, dichiarando così la definitiva sconfitta dei Greci contro i Romani (Obseq. 28 [87]; Aug., Civ. Dei, 3, 11).



GLI DEI DI TERRACOTTA

L’utilizzo della terracotta non si concluse con l’arrivo a Roma delle opere d’arte greche e, poco più tardi, dei primi artisti greci e greco-asiatici. Da un santuario situato al I miglio della via Latina provengono, oltre alcune statue fittili di Muse e di fanciulle offerenti, di misura compresa fra i tre quarti e la metà del vero, e due erme di Dioniso barbato, anche una statua di Minerva seduta su un trono a testa e zampe leonine, con i piedi poggiati su un suppedaneo, grande quasi quanto il naturale.
Resta sintomatico dell’epoca il fatto che, mentre la statua di culto è in terracotta, le statue votive rinvenute nel santuario siano invece di marmo, e siano probabilmente di produzione greca, con grande verosimiglianza rodia.

DIADUMENOS (Policleto)
Durante il saccheggio di Ambracia in Epiro, il proconsole romano Marco Fulvio Nobiliore depredò la città di tutte le sue sculture, lasciando al loro posto solamente alcune opere in terracotta eseguite dal grandissimo pittore Zeuxis nella II metà del V sec. a.c. (Plin., Nat. Hist., 35, 66).

Le sculture di Ambracia, come il celebre gruppo di Eracle suonatore di cetra con le Muse, ornarono in modo adeguato il trionfo di Fulvio Nobiliore prima di essere dedicate nel tempio di Hercules Musarum, da lui stesso eretto con i proventi del bottino di guerra, e in altri edifici pubblici, non solo dell’Urbe.

Pasiteles, un artista vissuto nell’età di Pompeo e di Cesare, che fu nello stesso tempo scultore in pietra e in avorio, coroplasta, toreuta e scrittore di cose artistiche, dichiarò che la modellazione in argilla era la madre dell’arte della plastica in tutti i suoi aspetti: nella toreutica, nella scultura in marmo e nella scultura in bronzo, e, pur essendo sommo in tutte queste arti, a lui si deve, secondo Plinio, anche un Giove eburneo nella porticus Metelli, e non produsse alcuna opera senza averne realizzato un modello in creta.

Un altro artista coevo, Arkesilaos, celebre per i suoi proplasmata, cioè i modelli in argilla di opere in bronzo o in marmo, aveva realizzato per il Foro di Cesare la Venere Genitrice e, dietro richiesta di L. Lucullo, con il quale aveva una forte consuetudine di rapporti, la statua di Felicitas (forse destinata per il tempio omonimo nel Velabro, costruito dall’antenato Lucio Licinio Lucullo con la preda bellica della sua campagna militare in Spagna nel 151 a.c.) rimasta incompiuta per la morte dell’artista e del committente.

Non c’è dubbio, infatti, che Pasiteles ed Arkesilaos non avrebbero eseguito né venduto opere d’argilla se non ci fosse stato uno speciale interesse degli aristocratici romani verso questo tipo di produzione. La Felicitas era costata un milione di sesterzi, mentre il modello in gesso di un cratere di bronzo, sempre di Arkesilaos, era stato pagato da un cavaliere romano un talento. E’ significativo, tuttavia, che il risvegliato interesse per l’arte coroplastica abbia condotto ad un aggiornamento in grande stile delle decorazioni architettoniche in terracotta. Si trattava di una fertile produzione artigianale che non mostra soluzione di continuità dall’età arcaica fino ad età augustea. Ne sono un interessante esempio i frammenti delle sculture frontonali da un tempio della via Latina.

Se, tuttavia, le lastre di rivestimento fittile mantennero per secoli lo stesso repertorio decorativo, in età cesariana si avverte una volontà di totale aggiornamento dei modelli che, in taluni casi – si pensi alle c.d. lastre Campana rinvenute sul Palatino – raggiungono livelli artistici considerevoli, pari forse alle coeve sculture in terracotta (c’è da chiedersi se non si debbano a Pasiteles o ad Arkesilaos e la loro scuola la realizzazione dei prototipi, così alta è la qualità artistica di alcune lastre) e, come queste, con occhio attento ai rapidi mutamenti di gusto nella linea di un accorto eclettismo che diventa, in questa fase, linguaggio artistico autonomo.

Una pregevole statua femminile seduta in terracotta da Ostia era probabilmente la statua di culto di un sacello di II sec. d.c. dedicato a Fortuna/Iside. Così si potrebbero immaginare la Venere e la Felicitas di Arkesilaos: un gioco spumeggiante di pieghe memore della tradizione attica della seconda metà del V sec. a.c., ma su un corpo più leggero ed elastico, mediato da modelli più tardi. Sono fortunatamente conservati i magnifici frammenti di statue in terracotta provenienti dal Palatino nei quali si è voluto riconoscere qualcosa di simile ai proplasmata di Arkesilaos, il prototipo in creta dal quale potevano essere ricavati, nell’occasione, altre copie in bronzo o in marmo. Certo, poche opere in terracotta sanno produrre con tale perfezione la raffinatezza del bronzo, al punto da sembrare splendidi calchi di quelle sculture che i Romani dell’epoca consideravano tra i massimi capolavori dell’arte greca.



IL SENSO ARTISTICO

BRONZI DI RIACE
I Romani, tranne una limitata élite, mostrarono ancora per un certo tempo una diffidenza nei confronti dell’immenso patrimonio artistico greco. Sono celebri due aneddoti sul comportamento di Lucio Mummio nel 146 a.c., dopo la conquista e la distruzione di Corinto. Si narrava che Mummio non capisse assolutamente nulla di opere d’arte. Nella distribuzione del bottino di guerra si mostrò assolutamente disinteressato ai capolavori che Corinto aveva raccolto entro le sue mura in secoli di storia gloriosa.
Quando, tuttavia, messi all’asta alcuni quadri, Attalo III, re di Pergamo, offerse la cifra sbalorditiva di 600.000 denari per l’acquisto di un dipinto di Aristide di Tebe raffigurante Dioniso, Mummio si insospettì, congetturando che l’opera nascondesse qualche valore a lui ignoto. Perciò, ritirato il quadro dall’asta, lo condusse con sé a Roma, dedicandolo nel tempio di Cerere, Libero e Libera (Plin., Nat.Hist., 35, 24).



LE COPIE

Contrariamente a ciò che alcuni pensano, i romani capivano perfettamente la differenza tra originale e copia, tanto è vero che nell'urbe c'erano i negozi di antiquariato greco, come testimoniò Mecenate, grande collezionista di antiquariato.
Non mancarono esempi però di raffazzonature, pasticci e modifiche arbitrarie, come nel caso di un Pothos di Skopas, del quale esistono copie simmetriche usate per fare pendant nella decorazione architettonica. La passione roana per la scultura greca portò una massa di copie dell'arte greca, soprattutto del  periodo classico databile tra il V e il IV sec. a.c.

Il fenomeno iniziò nel II sec. a.c. soprattutto per la scultura, ma dovette riguardare anche la pittura, gli elementi architettonici etc. Le copie di statue greche di epoca romana hanno permesso la ricostruzione delle principali personalità e correnti artistiche greche, ma hanno anche perpetrato a lungo tempo negli studiosi moderni alcune idee errate, come la convinzione che le tipologie dell'arte greca fossero caratterizzate dalla fredda accademicità delle copie, o che l'arte romana stessa fosse un'arte dedita principalmente alla copiatura, falsandone la prospettiva storica.
Inizialmente la reppresentazione storica fu sempre un'esaltazione gentilizia di una famiglia impegnata in  imprese belliche, poi prese il sopravvento la narrazione di un evento di interesse pubblico, a carattere civile o militare. Il rilievo storico romano non è mai un'istantanea ma un susseguirsi ordinato di eventi e personaggi, che insieme danno una narrazione simbolica ma chiara.
Gradualmente il soggetto storico si cristallizzerà in alcuni temi, entro i quali l'artista aveva limitato motivo di inserire varianti, a parte quelle particolarizzazioni legate ai luoghi, ai tempi ed ai personaggi ritratti. Per esempio per celebrare una guerra vittoriosa si seguiva lo schema fisso della:
  1. Profectio, partenza 
  2. Costruzione di strade, ponti o fortificazioni 
  3. Lustratio, sacrificio agli dei 
  4. Adlocutio, incitamento delle truppe (allocuzione) 
  5. Proelium, battaglia 
  6. Obsidio, assedio 
  7. Submissio, sottomissione dei vinti 
  8. Reditus, ritorno
  9. Triumphus, corteo trionfale 
  10. Liberalitas, atto di beneficenza.
La società romana ebbe sin dalle origini un'arte patrizia, o "aulica", pià ricca e raffinata e un'arte plebea, o "popolare" meno costosa e più grezza,che, dopo il I sec. d.c., si estese alle province occidentali, non tanto perchè meno ricche ma perchè meno esigenti culturalmente. Queste due correnti, la cui importanza storica è stata riconosciuta solo nella II metà del XX secolo, coesistettero fin dagli esordi dell'arte romana e gradualmente si avvicinarono, fino a fondersi nell'epoca tardoantica, quando lo stile cambia assumendo staticità e canoni fissi che caratterizzerano un'epoca ma che sarà un'involuzione dell'arte.



PITTURA

L'uso di creare opere nello stile greco classico è denominato neoatticismo, improntato a un raffinato equilibrio, però non è esente da una certa freddezza di stampo "accademico", legata cioè alla riproduzione dell'arte greca classica idealizzata cos' da essere talvolta priva di slanci vitali. Ogni domus romana ebbe così le sue pareti dipinte, in vari tempi, secondo i quattro "stili pompeiani".

HERACLE (Lisippo)
- Il I stile si diffuse in tutta l'area ellenistica dal III-II secolo a.c. Detto stile strutturale o dell'incrostazione, si diffuse sia negli edifici pubblici che nelle abitazioni, imitando, talvolta con elementi in stucco a rilievo, il rivestimento delle pareti in opus quadratum e con lastre di marmo, detto crusta, da cui il nome "stile dell’incrostazione".

- Il II stile, quello delle finte architetture, non ha invece lasciato tracce fuori da Roma e le città vesuviane, databile dal 120 a.c. per le proposte più antiche, fino agli esempi più tardi del 50 a.c. circa. Tra il 30 e il25 a.c

- Il III stile, di tipo ornamentale, si sovrappose al II stile ed arrivò fino alla metà del I sec., sino all'epoca di Claudio. Appartiene al III stile la decorazione della Casa della Farnesina come quella della Casa del Criptoportico a Pompei. A cavallo tra la fine del regno di Augusto e l'epoca claudia si collocano gli affreschi della grande sala della villa di Prima Porta di Livia, con la veduta di un folto giardino, culmine della pittura di giardini illusionistici. Forse risale all'epoca di Augusto anche la famosa sala della villa dei Misteri, dove sono mescolate copie di pitture greche e inserzioni romane.

- Il IV stile, quello dell'illusionismo prospettico, documentato a Pompei dal 60 d.c., è molto ricco e fantastico. Le ricostruzioni di Pompei dopo il terremoto del 62 videro nuove decorazioni, per la prima volta nel cosiddetto IV stile, forse nato durante la decorazione della Domus Transitoria e della Domus Aurea.

In seguito la pittura, a giudicare da quanto ci è pervenuto, si inaridì gradualmente, con elementi sempre più manierati e sciatti; tenendo anche conto che per il periodo successivo al 79 non abbiamo più l'unico e straordinario catalogo pittorico delle città vesuviane sepolte.

Il Ritratto

Una grande innovazopne dell'arte romana a partire dall'epoca di Silla fu il ritratto "veristico", che nei condottieri mostrava il carattere duro del comando, e nei senatori i molteplici segni dell'età, ma che in realtà mostrava il vero volto della persona, imperatori compresi, sfuggendo a quella pericolosa tentazione che afflisse un po' le arti di qualsiasi era, di abbellire la gente di potere. Tra gli esempi più significativi del "verismo" c'è il patrizio del Museo Torlonia, o il Bruto dei musei capitolini.
Il ritratto romano repubblicano rientra nella tradizione pittorica romana, detta "pompeiana", perché studiata nei cospicui ritrovamenti di Pompei e delle altre città vesuviane sommerse dall'eruzione del 79, anche se il centro della produzione artistica fu sicuramente Roma.



ARCHITETTURA

Si discute se nell’occasione fosse stato ricostruito anche il tempio di Giunone Regina, già dedicato nel 179 a.c. da Marco Emilio Lepido, e se i lavori fossero stati ultimati immediatamente dopo il trionfo del 146 a.c., o quando il Macedonico assunse la carica di censore nel 131 a.c. Comunque sia, data la cronologia dell’attività di Polykles (e del fratello Dionysios), attestata indiscutibilmente dopo la metà del II sec. a.c., resta confermata l’identità del Polykles autore dell’Ercole Capitolino, ma è difficile poterlo identificare con il bronzista omonimo che ebbe il suo apice tra il 156 e il 153 a.c., dovrebbe essere di una generazione precedente.

Con il principato di Augusto ebbe inizio una radicale trasformazione urbanistica di Roma in senso monumentale. Nel periodo da Augusto ai Flavi si nota un irrobustirsi di tutti quegli edifici privi dell'influenza del tempio greco: archi trionfali, terme, anfiteatri, ecc. Nell'arco partico del Foro Romano (20 a.c.) nacque una forma ancora embrionale dell'arco a tre fornici. Risalgono a questo periodo i più famosi edifici per spettacoli: il teatro di Marcello (11 a.c.), l'anfiteatro di Pola, l'Arena di Verona, il teatro di Orange e poco dopo il Colosseo.
L'esempio più vicino a noi è il Ponte di Tiberio a Rimini, iniziato sotto augusto nel 16 d.c. e finito sotto Tiberio nel 21 d.c., forse su progetto di Vitruvio. Ancora oggi sopporta un traffico notevole ed è molto ben conservato. Quindi importantissima è la tecnica costruttiva in cui i romani sono veri maestri.



TOREUTICA e GLITTICA

Nel periodo di Augusto anche la toreutica e la glittica ebbero la migliore fioritura, con un notevole livello sia tecnico che artistico, con più naturalezza rispetto all'arte in grande formato.
La toreutica è l'arte di lavorare il metallo con decorazioni a incavo e/o a rilievo, tramite il cesello, lo sbalzo e l'incisione.
La glittica è una tecnica molto antica mediante la quale vengono incise pietre dure e gemme od altri materiali adatti. Sfruttando adeguatamente materiali costituiti da strati di differente colore, questa tecnica consente di realizzare cammei, sigilli, intagli o anche piccoli oggetti. È un'arte analoga all'oreficeria, ma ha per oggetto opere più grandi dei gioielli (vasi, coppe, vassoi, armi, ecc.). I metalli oggetto della toreutica sono l'oro, l'argento, il bronzo, l'ottone, il rame e varie leghe.
Tra i pezzi più pregiati il Tesoro di Hildesheim, la Gemma Augustea, il Cammeo di Augusto e Roma e il Grande cammeo di Francia (di epoca tiberiana).



RETAGGIO DELL'ARTE ROMANA

MENADE DANZANTE (Skopas)
L'arte romana fu per la prima volta nel mondo europeo e mediterraneo, un'arte universale, capace di unificare in un linguaggio dai tratti comuni una vastissima area geografica, che travalica anche i meri confini dell'impero.

Ciò implicò che l'arte romana, grazie alla sua diffusione, fosse nelle generazioni future il diretto tramite con l'arte antica. Per gli artisti europei la produzione romana venne sempre considerata come "una seconda e più perfetta Natura dalla quale trarre insegnamento; e grazie proprio ai monumenti ed alle opere d'arte romane si possono spiegare le rifiuriture "classiche" di civiltà come quella carolingia, gotica o rinascimentale.

L'arte greca rimase infatti oscura fino alla fine del XVIII secolo, quando avvenne il suo riconoscimento teorico, mentre la sua conquista documentata si data al XIX secolo. L'arte romana invece rimase sempre nota durante i secoli successivi, influenzando profondamente le generazione successivi di artisti e committenti.



IL RINASCIMENTO

Dal Rinascimento poi, molte sculture sono inoltre state restaurate da artisti dell'epoca, a volte alterando l'aspetto e il senso dell'originale. Ad esempio l' Apollo citaredo, seduto su uno sperone roccioso, con il capo volto a destra a guardare la lira che regge con la stessa mano; il dio è vestito in porfiso, di chitone e di un ampio mantello i cui lembi poggiano sulle gambe. L'impiego del porfido, per il pregio intrinseco del materiale, e per l'uso esclusivamente imperiale delle cave, suggerisce che la statua dovesse essere destinata ad un tempio o ad un edificio privato dell'imperatore. Tutte le parti nude, cioè la testa e le mani, come pure la lira, erano originariamente in bronzo, e furono sostituite con quelle oggi visibili, in marmo bianco, dall'Albacini. Incisioni e testimonianze dell'epoca dicono che la statua rappresentava un soggetto femminile, cioè la personificazione di Roma, prima che lo stesso restauratore intervenisse ad alterarne le fattezze.

Infine, la visione della scultura antica assunta nei secoli passati è risultata distorta poiché ritrovamenti e studi scientifici a partire dal XIX sec. hanno dimostrato come la policromia di statue e architetture fosse la norma, benché solo in rarissimi casi essa si sia preservata fino a noi: le ricostruzioni moderne con calchi che riproducono i colori delle sculture, ricostruiti sulla base di analisi scientifiche, sono molto diverse da ciò che vediamo nei musei.
Non dimentichiamo che i Romani furono pittori raffinatissimi, e che se è vero che possiamo avere una pallida idea della pittura romana attraverso Pompei, è anche vero che Roma non copiò Pompei, ma che Pompei copiò Roma. Pertanto le statue venivano dipinte non con i colori vivaci e pure un po' vigliacchi che gli si rifanno al computer, ma con colori molto naturali e sfumati, da far apparire le statue come esseri viventi e le vesti come vesti e le armi come armi e così via. Insomma le statue sembravano vere.




ARTICOLI CORRELATI



0 comment:

Posta un commento

Post più popolari

 

Copyright 2009 All Rights Reserved RomanoImpero