LA TABERNA ROMANA






Tito Livio scrive di una battaglia che Marco Furio Camillo, il generale romano della Repubblica Romana fra il V e IV secolo a.c.., ebbe con le tabernae di Tusculum nel Lazio:
"Montato il campo nei pressi delle porte della città, Camillo desiderando sapere se la stessa apparenza di pace che si avvertiva in campagna, regnasse anche nei pressi di quelle mura, entrò in città, dove ammirò le porte aperte e la moltitudine di mercanzia in vendita nei negozi e gli artigiani ognuno impegnato nel proprio mestiere, le scuole che risuonavano le voci degli scolari, le strade piene di gente con donne e bambini mescolati tra la folla e diretti là dove i loro impegni li chiamavano.."
Insomma il frugale romano incontrò il raffinato etrusco, perchè la zona era quella, e ne apprezzò le merci e i negozi.

La bottega romana fu in un certo senso importata tanto dagli etruschi quanto dai greci, e almeno in principio partecipava spesso della duplice natura dell'officina e del negozio vero e proprio, e questo si rispecchiava nell'arredamento delle botteghe a carattere in prevalenza artigianale, come quella del faber tignarius (falegname), del faber ferrarius (fabbro ferraio), del marmorarius (marmista), ecc. che, a quanto si rileva nelle raffigurazioni, sono forniti esclusivamente di semplici sgabelli e dei necessari mezzi di lavoro: incudini, fornaci, mulini, vasche, ecc.

La taberna era una sorta di ristorante o trattoria, tipicamente dotata di una sola stanza con volta a botte. La taberna nacque inizialmente come deposito ed era, in genere, la bottega degli artigiani, aperta verso la strada; si passò poi alle tabernae vinarie e a quelle che si specializzarono nella consumazione del vino e del pasto.
Caratteristiche fondamentali dell'arredamento delle tabernae (botteghe), come del resto delle abitazioni soprattutto delle insulae (isolati), erano l'essenzialità e la semplicità, sia dei mobili che di arredi, dovute soprattutto alla ristrettezza degli ambienti. Si fa presente inoltre che i Romani utilizzavano preferibilmente, come materiale dei mobili, marmo e metallo, più durevoli del legno, pur esso usato in arredamenti di minore qualità.

Quel che contava nella taberna era conservare la merce pronta per la vendita e sostenerla durante l'atto dell'acquisto. Da ciò la presenza in tutte le tabernae di armadi (armaria) e di banchi (tabulae o mensae).
Era poi elementare tattica di cortesia offrire al cliente la possibilità di fare con comodo i suoi acquisti: donde la necessità lungo i muri di panche e di sedili (sellae) di cui d'altra parte an­che il padrone doveva servirsi nelle sue lunghe permanenze nella bottega. Le tabernae sono documentate archeologicamente anche da alcuni rilievi “di mestiere”, vere e proprie insegne che, inserite presumibilmente nelle facciate delle insulae, segnalavano la presenza del venditore. Queste insegne erano semplici ma in genere di buona fattura, con la raffigurazione della merce di cui si trattava, perchè mentre i Romani erano più o meno tutti scolarizzati con schiavi compresi, c'erano molti stranieri che non capivano una parola di latino.

POMPEI
In definitiva le tabernae avevano un bancone di pietra, con cinque o sei contenitori murati, rivolti verso la strada; accanto al banco vi era un fornello con una casseruola piena di acqua calda; nel retro c'erano la cucina e le sale per la consumazione. Avevano una finestra in alto che dava luce al soffitto in legno del deposito ed un grande vano di apertura sulla strada.

All'infuori di questi fondamentali tipi di mobili, con le loro varianti e i loro completamenti (mensole, nicchie, casse, tavolini, soppedanei, cuscini, ecc.), l'arredamento della bottega non comprendeva altro, se non particolari di ornamentazione: intagli a carattere geometrico, torniture varie nei sostegni dei tavoli e delle sedie, borchie metalliche, rivestiture policrome di marmo e di affreschi nei banchi in muratura e nei loro annessi. Talvolta gli affreschi erano sontuosi, magari espletati in un larario, oppure erano sostituite da mosaici.

Inoltre la suppellex (cioè mobili, quadri, tendaggi, vasellame, candelabri, lucerne e bracieri) più fragile, è andata molto spesso distrutta durante gli scavi stessi.

La documentazione figurativa è di notevole documentazione, ma anch'essa può trarre in inganno perché il più delle volte, trattandosi di rilievi funebri, sono di tecnica imperfetta, molto esemplificati e con poca prospettiva. Inoltre tali rilievi posti sulle tombe come un'insegna della bottega del defunto, mentre c'informano della vita artigianale e industriale dell'Italia e delle Gallie, risultano assai scarsi nei paesi danubiani e nella Spagna e vengono addirittura a mancare nell'Africa e nella Britannia, lasciando quindi una grave lacuna a questo proposito.

Le Tabernae erano situate al piano terra delle insulae, gestite in genere da liberti, oppure in luoghi pubblici come mercati e fori, con grossi volumi di affari, come quelle ancora visibili nei mercati di Traiano, a Ostia antica e negli scavi di Pompei ed Ercolano. Vi si vendevano prodotti agricoli o artigianali come frumento, pane, vino, oltre a cesti, vasi, bronzi, pentole, vetri e gioielli.

Il genere prodotto o venduto era indicato sulla facciata dell'edificio con un dipinto o con una placca in argilla a rilievo. Sulla soglia di una casa di Pompei era scritto: Salve lucru (salve ricchezza). I Romani non si vergognavano di ambire ai soldi, non possedendo il moralismo religioso potevano anzi scherzarci su. Erano in genere attività familiari, ma vi lavoravano anche gli schiavi. Spesso vi venivano impiegati i liberti, che si dedicavano ad attività commerciali, di frequente troppo colti per dedicarsi al lavoro della terra, e senza grandi fondi a disposizione. Quando il padrone li liberava, rimanevano al suo servizio con uno stipendio, oppure gli si concedeva una cifra per impiantare un piccolo commercio, cioè la bancarella o la Taberna. Ma talvolta gli schiavi stessi erano stipendiati, in riconoscimento delle loro qualità e della fedeltà.

Nella casa dei Vettii a Pompei ci sono affreschi di amorini e psycai, genietti, intenti in varie attività: giocano al tiro a segno, fanno i fiorai e coronari intenti al trasporto di rose su un caprone guidato da un genio giardiniere, vendono e confezionano corone. fabbricano e smerciano profumi, sono addetti alla forgia e al cesello di ninnoli e suppellettili, sono addetti alla tessitura, alla preparazione del pane, alla raccolta delle ciliegie, e altri sono intenti alla vendemmia fino alla preparazione del vino. Come dire che quei genietti rappresentavano l'ingegno, la laboriosità e l'inventiva dei Romani.

Come oggi i negozi dei quartieri popolari erano più scarni, ma nei quartieri più ricchi, con prodotti più costosi, davano il meglio di sè e facevano parte dell'arredamento delle tabernae le insegne e la decorazione, sia pittorica che scultorea, oltre agli scaffali, gli armadi, i forzieri, i tavolini, le sedie, i tappeti e le tende. A volte le tabernae avevano nomi fantasiosi, come Felix Fenix che giocava sull'assonanza delle due parole (fenice felice).

A Roma, come probabilmente in altre città dell'Impero, alcune strade prendevano il nome proprio dalle botteghe specializzate nella vendita di determinati prodotti, come ad esempio il vicus Unguentarius e il vicino vicus Thurarius presso la basilica Iulia nel Foro, dove avevano il loro negozio Cosmo e Nicera, famosi myropolae cioè profumieri, che avevano dato il loro nome a due profumi, il Cosmianum e il Nicerotianum; oppure il vicus Vitrarius situato all'inizio della via Appia, dove si concentravano le botteghe dei rivenditori di oggetti di vetro e il vicus o clivus Argentarius presso il Foro di Cesare con le botteghe dei cambiavalute e il vicus Sandaliarius con botteghe di calzolai.

Le aperture dei negozi erano essenzialmente di due tipi, o ad apertura intera, o con un bancone sull'entrata del negozio su cui si poggiava la merce, una specie di vetrina dietro cui spesso, per esporre di più, si poggiava un tavolo dove si aggiungeva la mercanzia, che lasciava libero il passaggio per una stretta porta. Questo tipo di vetrina persistè in tutto il medio evo e oltre, e ancora oggi è visibile nei negozi del centro storico di Scanno.



LE BOTTEGHE

Gli Ostelli:
Mansiones
Cauponae
Tabernae
Mutationes

Botteghe di commestibili:
Pistrinum. Laniarium.
Taberna fructuarii.
Taberna piscariis.
Caupona, thermopolium, taberna vinaria.

Botteghe d'abbigliamento:
Taberna lanarii, lintearii et vestiarii. Taberna sutrina. Taberna gemmarii.

Botteghe di vario genere:
Taberna tonstrina.
Taberna unguentaria et medicina. Taberna argentaria.
Taberna libraria.





OSTELLI

Mansiones

C'erano le Mansiones, da cui il termine italiano Magione, e il termine inglese Mansion, lussuose stazioni di sosta gestite dallo stato per dignitari, ufficiali dell'esercito, politici importanti o ambasciatori. Occorreva un documento di riconoscimento per accedervi, erano molto grandi e con ricche rifiniture. Avevano cubicoli singoli e bagni singoli con terme comuni. Erano a spese dello stato, come riconoscimento d'onore ai dignitari che venivano accolti col loro seguito, anche di schiavi.


Cauponae

Poi c'erano le Cauponae, ostelli privati, ma soprattutto una sorta di ristoranti per mangiare e bere, spesso vicine alle mansiones, ma di rango meno lussuoso. A Pompei ne sono state rinvenute diverse, specie lungo le vie più trafficate, con un ambiente aperto sulla strada, spesso dotato di un'insegna sulla facciata, come nel caso della Caupona di Euxinus con l'immagine di una Fenice, o di quella di Sittius, presso Porta Ercolano, con l'immagine di un elefante con un pigmeo. Le immagini di solito erano dipinte sulla facciata, oppure su tavole di legno. Da cui l'usanza medievale delle insegne sulle locande, da cui, come al tempo dei Romani, la locanda prendeva il nome.

Dentro vi alloggiava un bancone in muratura in cui erano inglobati contenitori di coccio per gli alimenti, una serie di mensole a gradini in muratura per conservare in bella mostra stoviglie e bicchieri, un fornello per riscaldare i cibi e in genere un piccolo forno per cuocere pizze e focacce.
Potevano avere però anche altre stanze,  sale da pranzo per ospitare gli avventori o triclini sotto pergolati per pasti all'aperto.


Caupona di Vetutius Placidus

Il nome di Vetuzio Placido compare, insieme a quello della moglie Ascula, nei manifesti elettorali dipinti sulla facciata come su alcune anfore di terracotta. La sia caupona dispone di un grosso ambiente sulla strada, in Via dell'Abbondanza.

Il locale è occupato da un bancone in muratura a ferro di cavallo con ben undici dolia (olle) per conservare cibi e bevande. Un fornello sul bancone serviva per riscaldare i cibi, e a destra dell'ingresso c'era una scala che scendeva in una piccola cantina.

Sulla parete di fondo, tra due porte che conducono a una sala da pranzo, nel giardino retrostante posto all'interno dell'abitazione, c'è un dipinto che rappresenta un larario, con al centro un Genio che sacrifica su un altarino pieghevole; ai lati due Genietti in tunica corta versano vino da un vaso in un secchiello; sul fondo le due divinità che proteggono l'attività commerciale: Mercurio con sacchetto di monete e caduceo e Bacco coronato di edera e poggiato a un tirso, mentre abbevera con una tazza di vino una pantera.
Sotto due serpenti, simboli della Dea Terra che guardano un'ara. Tra le numerose anfore di terracotta, interrate nel retrostante giardino, alcune in bronzo, e, in uno dei dolia del bancone, una piccola fortuna in monete di bronzo.


Mutationes

Infine le Mutationes, stazioni di servizio per veicoli e animali, si trovavano a intervalli di 12-18 miglia, i cosiddetti postiglioni, dove si potevano comprare i servizi di carrettieri, maniscalchi e di equarii medici, cioè veterinari specializzati nella cura del cavallo, oppure cambiare i cavalli presi in affitto dalla "mutatio" precedente e farsene dare di freschi, oppure consegnare o ricevere la posta.
Ve me erano parecchie soprattutto sulle vie consolari.





BOTTEGHE ALIMENTARI

Tabernae vinarie - Popinae - Cauponae - Thermopolii

Erano i locali pubblici dell'antica Roma, per mangiare, per bere e pure per dormire. I poveri, dal momento che spesso non avevano un posto nelle loro insulae dove cucinare, si nutrivano nelle taverne, dove i ricchi non andavano mai.

La taverna era la sala da pranzo del povero, vi aleggiavano odori pesanti ed era possibile ordinare un bicchiere di vino miscelato con acqua bollente, salsicce all'aglio, piselli fritti o bolliti, pane plebeo. Bastavano due assi per poter mangiare in ogni momento del giorno, oppure per portare a casa dei piatti preparati.

La plebe romana e gli schiavi trovavano qui il loro unico pasto caldo della giornata. I principali alimenti dei romani erano radici, cipolle, cavoli, lattuga, porri tritati, fave, ceci, lupino, sesamo e cereali. Con il frumento facevano semole e farina, spesso consumate sotto forma di pappe. Il pane non veniva impastato tutti i giorni e assomigliava a delle gallette.


Taberna  vinaria

Nacque inizialmente come deposito e bottega degli artigiani, aperta verso la strada; si passò poi alle tabernae vinarie e a quelle che si specializzarono nella consumazione del vino e del pasto, era più che altro una bottiglieria in cui si poteva bere vino e mangiare ceci, rape o salagione.
Le tabernae avevano un bancone di pietra, con cinque o sei contenitori murati, rivolti alla strada; accanto al banco vi era un fornello con una pentola di acqua calda; nel retro c'erano la cucina e le sale di ristoro. Avevano una finestra in alto che dava luce al soffitto ed un grande vano di apertura sulla strada. Offrivano sia la vendita di prodotti artigianali che cibi cotti, vino e pane.

Le Tabernae divennero più lussuose, una delle migliori era la Tabernae Caediciae sulla via Appia. Aveva un grande magazzino con otri di vino, formaggio e prosciutti. Era dotata di ristorante o trattoria, in genere una sola stanza con volta a botte.

Aumentando l'impero aumentarono i traffici e il commercio per cui le Taberne proliferarono ovunque, ne troviamo i resti a Pompei, Ostia, Ercolano, e in molti altri siti, ma anche all'estero come a Corinto e Cartagine.

Nelle tabernae vinarie si vendeva anche e soprattutto il vino sfuso e quello infiascato più pregiato, naturalmente vini bianchi e rossi ma pure una specie di spumante delle coste orientali. Se ne vendevano di nostrani e di stranieri, ma i migliori in assoluto venivano dalla Campania. Non a caso il suolo italico fu chiamato anticamente Enotria, cioè terra di vini.


Popina

Corrispondeva alla nostra osteria dove si servivano a sedere, anche all'esterno, pasti caldi e fumanti (generalmente spezzatini caldi) accompagnati da bevande. Vapori e fumi fuoriuscivano dagli strumenti da cucina tipici delle popine, perennemente sul fuoco: la pentola per i cibi cotti (i cocta) e il calderone per l’acqua calda (la calda). L’attrattiva di questo tipo di locale non dipendeva solo dal fatto che vi si mangiavano i cibi cotti, ma soprattutto perché erano caldi accompagnati da bevande anch’esse calde.


Caupona

Simile ad un albergo, spesso con le stalle per i cavalli, offriva la possiblità di alloggiare e consumare cibo o vino. La caupona poteva ospitare gli avventori come a Pompei, che aveva per decorazione alcuni quadretti di gusto popolare e pure erotico. La stanza accanto era forse affittata ad ore e nella casa dell’oste vennero ritrovati i corpi di cinque donne riccamente ornate di gioielli che probabilmente erano le “mondane” (prostitute).

Numerose erano, lungo le vie e i portici della città, le botteghe e le osterie, come ad esempio la Caupona di Fortunato ad Ostia Antica, un piccolo locale in origine appartenente ad una casa benestante, e poi destinato alla vendita delle bevande, come si desume dalla presenza di un'iscrizione musiva pavimentale degli inizi del III sec.: (dicit) Fortunatus vinum e cratera quod sitis bibe [dice Fortunato: se hai sete, bevi dal cratere]. 


Thermopolium

Era un luogo di ristoro dove era possibile acquistare cibi pronti per il consumo. Era costituito da un locale di piccole dimensioni con un bancone nel quale erano incassate grosse anfore di terracotta, atte a contenere le vivande. Aveva probabilmente una funzione simile ai moderni fast food, con cibi sia crudi che cotti. Ne sono conservati resti negli scavi archeologici di Pompei ed Ercolano

Per secoli questi luoghi, frequentati prevalentemente dal popolo, furono il punto d'incontro tra persone di classi sociali e paesi diversi. Spesso erano anche malfamati, o luoghi dove si trattavano affari più o memo leciti.
Erano costituiti da uno o più ambienti. Importante era quello all’aperto sulla strada, fornito di un grande bancone in muratura sul quale spesso si trovava un piccolo fornello per scaldare l’acqua, ed erano poggiati contenitori di vario tipo. Nel bancone erano inoltre murati alcuni grandi orci per contenere il vino, e il loro numero indicava le tipologia offerte.

L’arredamento era essenziale: tavoli, sedie, sgabelli, panche di legno, e banconi in muratura. Qualche volta, nei locali migliori, le pareti erano abbellite da decorazioni a festoni o da drappi e ghirlande, se non addirittura affreschi che illustravano tipiche scene da osteria.
I proprietari, o gestori di tabernae e popinae, godevano di solito di una pessima fama: appartenevano ad una classe sociale di infimo rango, spesso erano schiavi affrancati o comunque di origine servile, molti dei quali provenienti dalla Grecia o dall’Oriente.

Le pietanze erano a buon mercato, e il vino costava ancora meno: quello servito normalmente era mescolato con acqua calda o fredda, a seconda delle stagioni, a volte “condito” con miele e spezie. Talvolta si servivano anche vini pregiati, più cari, ma più buoni dei vini “della casa”. Insieme al vino venivano servite focacce dolci, uova e formaggi, frutta fresca, verdure e ceci. I più pretenziosi potevano avere specialità quali cacciagione, pesce o funghi.


Pistrinum

I mulini sono composti da due macine di pietra vulcanica e una base di roccia per sostenerle. La pietra in basso (meta) è conica, mentre quella superiore (catillus) è vuota e di forma biconica.

In cima a quest’ultima sorgeva l’asse di rotazione, il quale, costretto da un’armatura di assi e azionata da due timoni sporgenti, frantumava il grano, versato lentamente dal di sopra. La farina si raccoglieva intorno alla pietra circolare alla base, su un’apposita lamina di piombo con i bordi rialzati. La mola era azionata a mano dagli schiavi o con l’aiuto di muli. La presenza di forni e botteghe per la vendita mostra come l’industria del pane fosse una delle attività fiorenti dell’epoca.

Gli apprestamenti per la panificazione erano completati da due grandi vasche, utilizzate per mescolare la farina con acqua e sale ed ottenere l’impasto.

Il processo di lavorazione terminava con la cottura nel forno. Il prodotto finito era qualcosa di molto simile nell’aspetto alle moderne pagnotte e ai panini. L’importanza che la produzione del pane aveva nell’economia ostiense di età medio-imperiale è confermata dall’esistenza di una corporazione dei fornai (il corpus pistorum) che ha continuato a vivere almeno fino alla fine del II sec. d.c.
Certamente a Roma la cosa andò su più vasta scala, basti ricordare il monumento funebre del ricco fornaio a Porta Maggiore a Roma. Il panettiere era detto Furnario.


Taberna Fructuaria o Pomararia

La coltivazione di ortaggi avveniva con ogni probabilità nei fertili terreni dell’entroterra (l’ager ostiensis), mentre sulla costa si sviluppò un sistema di piccoli appezzamenti di terreno coltivati a frutteto. Quasi ogni proprietario di un orto sulla costa vendeva poi la sua merce in una delle numerose taberne situate al piano terreno delle insulae o nei mercati. A Roma tuttavia vi erano sia i venditori dei prodotti propri che di quelli degli altrui campi, acquistati negli Horrea, i magazzini generali di allora.


Tabernae lanienae o laniarum

ospitavano la vendita delle carni, originariamente solo di pecora, compresa anche la vendita della lana, in seguito solo di carni, anche di altri animali.


Taberna Piscaria

Il pescato veniva probabilmente venduto nelle tabernae dei Pescivendoli, ad Ostia adiacenti al Macellum, caratterizzate da tavoli di vendita e vasche di marmo. Nei posti di mare erano in genere gli stessi pescatori a vendere il pesce nella taberna, mentre a Roma vi erano i grandi magazzini, gli horrea, da cui i pesci erano trasferiti nelle taberne.
Ad Ostia a fianco del Macellum, destinato al commercio delle carni, nel III sec. d.c. furono edificate due botteghe di pescivendoli, attrezzate con tavoli e vasche per il lavaggio. Il mosaico pavimentale di una delle due rappresenta un delfino che addenta un polpo, mentre la scritta sembra uno scongiuro: Inbide calco te, ossia "o invidioso, ti calpesto"


Taberna Frumentaria

Vi si vendeva principalmente il frumento, ma pure farro, miglio, sesamo, segale, farina di ceci, fave secche, lupini salati. Il frumento era la base del cibo dei meno abbienti, per fare minestre e focacce mentre il pane si comprava dal fornaio.


TABERNA DI POMPEI
Taberna Favaria



Ovviamente vi si vendevnno le fave, fresche o secche, per tutto l'anno. Erano una base per la mensa dei poveri perchè costavano poco e nutrivano molto.


Taberna Sementaria

Vi si vendevano le granaglie, si ricorda una bottega, tenuta da un'antica romana, preso porta trionfale. I semi andavano dai cereali ai legumi, ai semi di lino e così via.


Taberna Lagenaria

Vi si vendono frittelle cotte al momento, insieme a biscotti e dolci vari.


Taberna Conditaria

Vi si vendevano ogni genere di conserve, dalle marmellate ai prodotti dell'orto sott'olio o sottaceto. Non esistendo i frigoriferi se ne faceva largo uso. Ma soprattutto vi si vendeva il garum, di cui si producevano molte qualità, dalle più modeste alle più care.


Taberna Formatica

Vi si vendeva il formaggio e il latte. Il formaggio veniva fatto con latte di pecora, capra e di mucca e, più raramente, di asina e di cavalla. Della sua preparazione ci parla Columella; l’invenzione del formaggio è attribuita ad Aristeo, che sarebbe stato nutrito dalle Ninfe con cacio e che avrebbe da loro appreso l’arte di prepararlo. Gli antichi lo comprimevano con pesi e con pressoi speciali, lo salavano e lo ponevano poi in particolari canestri di vimini dove il formaggio, al riparo dal sole, seccava lentamente.


Taberna Olearia

L'olio italiano era considerato anche allora il migliore, sia di quello greco che di quello spagnolo. Quotatissimo il laziale e il campano. Fin da quei tempi i Romani a tavola usavano l'olio di oliva.


LAVORATORI DI GIOIELLI E OGGETTISTICA D'AVORIO



BOTTEGHE DI ABBIGLIAMENTO


Taberna Lanarii, Lintearii et Vestiarii

Vi si vendevano le lane, cardate e non, filate e non, tessute e non, bianche o colorate, a righe, con o senza bordi colorati, sia di lana che di seta. La taberna lintearii vendeva le stoffe di lino, decorate e non, e la Taberna vestiarii vendeva gli abiti, cioè le toche, le clamidi e ogni sorta di stoffe cucite. In genere nella taberna operava anche un sarto che eseguiva vesti su ordinazione. Il Linteario era sia colui che vendeva il lino, sia colui che lo tesseva.


Taberna Vestiaria Tenuaria

E' un negozio dove si tessono e si producono stoffe leggere, di seta, di velo e di merletto. Sono a volte intessuti d'oro e pertanto preziosissimi. Vi si trovano anche sciarpe, mantelli e copricapi.



Taberna Purpuarii

Il purpuario era colui che vendeva i tessuti tinti con la porpora. Si trattava di prodotti molto costosi, per cui in genere la taberna era addetta solo a questa speciale vendita, ma non è da escludere che in casi particolari potesse venire abbinata alla Taberna lanarii, lintearii et vestiarii. Di solito invece era esclusiva ma sempre con l'ausilio di un sarto, anche se di solito i ricchi avevano schiavi che sapevano tessere e cucire vesti.


Taberna Vestoria

Era il sarto, che in genere si trovava nelle taberne che vendevano stoffe, ma a volte era un'organizzazione particolare, con la scelta delle stoffe più costose, con bordi, nastri, retine e decorazioni pregiate, ma pure con cappellini, borse e ombrellini parasole, e soprattutto una fila di sarti e sarte che lavoravano all'unisono. Era un po' come la casa di moda di oggi, un articolo molto caro ed esclusivo.


Taberna Sagaria

Vi si effettua la vendita di mantelli, perloppiù di cuoio, che riparano dal freddo, e pure strofinati col grasso, che riparano dalla pioggia, o semplici mantelli di lana. Per i più raffinati i mantelli sono di cuoio colorato o con guarnizioni di pelliccia.


Taberna Quasillaria

Una taberna modesta, dove si provvedeva unicamente alla filatura della lana che veniva portata in balle dalla campagna per essere filata e poi tessuta.

Non di rado le donne per risparmiare acquistavano la lana e la facevano filare per poi magari tesserla al proprio telaio casalingo. Nei negozi la maggior parte delle inservienti, le quasillariae, erano donne, mentre i texitores erano uomini.


Taberna Staminaria

Provvedeva sia alla filatura che alla tessitura dei fili.


Taberna Siricaria

Vi si commerciavano i prodotti di seta, dalle tende alle stoffe per i vestiti, alle borse, ai cappelli, ai nastri, ai fazzoletti, ai ricami. Fu Cesare a lanciare la moda della toga di seta.


Taberna Centenaria

Vi si vendono stracci, è il negozio degli abiti usati.


Taberna Sutrina

Era il negozio del ciabattino, che faceva scarpe e le riparava. Le tabernae più modeste facevano sandali e ciabatte per casa, che i romani sappiamo che usavano, da buoni igienisti, togliendo le scarpe non solo a casa propria ma pure nelle case dove venivano invitati, portandosi le proprie.
Nelle tabernae più raffinate si facevano scarpe raffinate, col cuoio tinto, con ornamenti di borchie e catenelle, o col cuoio inciso, o con tarsie di cuoio diverso. Queste scarpe che andavano dai sandali agli stivali, avevano pelli migliori e più morbide, cucite con grande cura.


Taberna Tonsoria

Era tanto il barbiere quanto il parrucchiere, Gli Etruschi già prima del 1000 a.c. usavano i rasoi a forma lunata per seguire i contorni del viso, o fenestrati, con due lame unite al centro da una griglia. I romani si radevano accuratamente e si depilavano spesso e volentieri, la barba apparteneva ai barbari, i romani, militari inclusi, si radevano sempre e comunque.

LA FULLONICA
I Romani chiamavano i rasoi “novacula” o “culter tonsorium”; a Pompei ne sono stati ritrovati di bellissimi, con i manici di avorio o osso finemente scolpiti e dalle lame in ferro sottile a forma di trapezio. La prima bottega ufficiale di barbiere nacque a Roma nel 300 a.c.; il proprietario era un siciliano fatto venire nell’Urbe da Publio Licinio Mena.
Subito si diffusero molte altre botteghe di “tonsores”, che il poeta Giovenale accusava di “disturbo alla quiete pubblica” a causa delle urla raccapriccianti dei clienti feriti dal rasoio, ma anche perché i tonsores si improvvisavano dentisti o microchirughi, con prevedibili risultati.

I rimproveri dii Seneca a "questi giovani bellimbusti con barba e capelli luccicanti d'olio, che sembravano sempre appena usciti da un salotto alla moda" e che chiedevano consigli al tonsor "su ogni singolo capello" fanno capire due cose, che in ogni generazione i vecchi hanno criticato i giovani e che i romani tenevano alla moda. 
Per non parlare delle romane che si facevano elaborate acconciature sempre nuove e diverse. In genere avevano le schiave addette, ma per una nuova moda o un tonsor particolarmente bravo occorreva andare alla taberna, dove i capelli venivano anche colorati e acconciati anche con nastri, perle, catenine d'oro o fili dorati ecc.





TABERNE DIVERSE

Taberna Lapidaria

se ne è riscontrata a Roma una sull'Appia, con appunto molte lastre di iscrizioni funerarie. Si suppone eseguisse anche lavori diversi, con lastre di marmo magari per fontane, are ecc.


Taberna Clavaria

dove si fabbricano e si vendono chiodi, ma anche attrezzi vari.


Taberna Plumbaria

E' l'equivalente dell'idraulico, vi si fabbricano fistule e tubi di piombo e fornisce personale esperto di idraulica, cioè quelli che saldano a stagno, gli stagnini. Lamiere e barre di piombo erano d'altronde molto usate nell’edilizia, le pareti di pietra erano tenute insieme con morsetti di piombo. Il piombo in lamiere trovò la sua più frequente applicazione nella copertura dei tetti. Quando erano richieste basse temperature di fusione, il piombo veniva anche usato in bronzi economici, in sostituzione della stagno. Le tubazioni di piombo ebbero parte preminente nell’approvvigionamento idrico e anche le saldature col piombo furono comunemente praticate; le formule date da Plinio per le saldature eseguite con stagno e piombo ben reggano il paragone con quelle odierne.

Lo stagno fu principalmente utilizzato nella fabbricazione del bronzo, ma importante fu la sua lega col piombo utilizzata come materiale di saldatura per molte applicazioni e, sin dai tempi dei Romani, anche come peltro per vasellame e altri oggetti casalinghi. Il peltro romano era generalmente costituito dal 70 per cento circa di stagno e dal 30 per cento di piombo.

A Capua, verso la fine dell’età repubblicana, esisteva già un sistema produttivo di fabbrica, e grandi quantitativi di oggetti di rame e di bronzo, di fattura perfettamente uniforme, sono stati rinvenuti dappertutto in Italia e perfino in Germania, in Svezia e in Finlandia. A Capua il metallo era legato con stagno o zinco e quindi colato, lucidato e intagliato o fucinato. La produzione di semplici utensili da cucina e attrezzi agricoli richiedeva l’opera di diverse botteghe e i calderai erano allo stesso tempo artigiani e mercanti. Gli oggetti fuori uso erano rifusi e nuovamente colati e, per sopperire ad esigenze immediate, subivano la medesima sorte anche gli oggetti immagazzinati. I calderai erano ben organizzati; essi costituirono una potente corporazione nella stessa Roma, e a Milano una di queste corporazioni era formata da 1200 membri.


Taberna Argentaria

Le tabernae argentarie erano le sedi dei banchieri, precedute dai maeniana o ballatoi di legno; famosequelle del Foro romano a roma. La facciata fu adornata in varie riprese con gli scudi sottratti ai nemici vinti. Ricostruite dopo la distruzione subita nell'incendio del 210 a.c. presero il nome di tabernae novae (mentre quelle sul lato opposto della piazza, non toccate dall'incendio, erano chiamate tabernae veteres). Vi si vendeva in alcune le suppellettili in argento, preziose ed eseguite con rara maestria.


Taberna Vitraria

Vi lavorano gli abilissimi vetrai romani, che oltre al costoso vetro soffiato ne produssero tipi industriali a prezzi molto più accessibili, per vasi, brocche, bicchieri, ampolle e boccette, nonchè per vetrate per finestre. 


Taberna Lagunaria

Vi si vendono barattoli, bottiglie e fiaschi di vetro.


Taberna Coronaria

Vi si vendono le corone di fiori, ma pure altre composizioni floreali e le piante. E' il fioraio romano.



Taberna Herbaria

Vi si vendevano una sorta di medicine, impacchi, cataplasmi, decotti e tisane che costituivano la medicina popolare, in quanto i medici preferivano preparare da sè le loro medicine, talvolta come segreti personali, con spirito poco medico.


Taberna Vasaria (Pompei)

Aperta sul Decumano Inferiore, la taberna consta di un'unica stanza, con il mezzanino usato per abitazione (pergula). sembra non avere una cassa, e sulle pareti ad est e ad ovest ha due mensole.

Nel retro c'è una latrina, isolata da una parete di mattoni. Qui vennero trovate numerose anfore da vino, tutte dello stesso tipo e con iscrizioni in nero a caratteri greci.

Evidentemente non era una taberna che vendeva un tipo speciale di vino, contenuto in uno solo tipo speciale di anfora, ma un negozio che vendeva anfore e altri oggetti di terracotta, eseguiti in grandi quantità in molte taverne.laboratorio dell'antica Campania romana.
Ma i vasai facevano pure statuette di terracotta, o medaglioni, o oscillum, cioè medaglioni a doppia faccia che si appendevano nei giardini; ma anche vasi con bassorilievi in cui predominava lo stile ellenico, con menadi e ninfe.


Taberna Ferraria

Vi si lavorava il ferro, fondendolo, forgiandolo, battendolo e cesellandolo. Vi si creavano lanterne, pentole, cucchiai, coltelli, mestoli, padelle, catini, forzieri e scrigni, secchi da pozzo, ma pure cerniere per mobili, maniglie per porte, manici, serrature e catenacci per i portoni.

La fabbricazione delle armi era compito dello stato riguardo all'esercito, ma i privati erano liberi di acquistarne nelle varie fucine. I Romani importavano dall’Oriente il pregiatissimo “ferro serico”, e l’acciaio persiano, considerato secondo soltanto al ferro serico.Oltre a questa costosa importazione, rimaneva l’antico processo di cementazione, che consentiva di ottenere, mediante carburazione in una forgia, uno strato esterno di acciaio sul ferro saldato. I fabbri romani usavano questa tecnica con molta abilità ed erano in grado di produrre ottimo acciaio mediante la tempra, il rinvenimento e la ricottura. Dall’esame di alcune spade romane del IV sec. d.c. risulta che, per ottenere un buon taglio, erano usate le seguenti tecniche:

a) saldatura di una striscia di acciaio damaschino su entrambi i lati di una lama d’acciaio duro,
b) saldatura di bordi taglienti di acciaio duro su ferro,
c) cementazione superficiale mediante una lunga fucinatura

Nell’Impero Romano vi furono potenti corporazioni di fabri a Milano e a Brescia; entrambe usavano ferro norico e acciaio. Al tempo di Plinio, Como era famosa per la sua industria del ferro. A Populonia vi erano ancora alcuni fabbri ferrai, ma in buona parte il commercio del ferro si era spostato a Pozzuoli, dove, tuttavia, sembra che non sia esistita alcuna corporazione di fabri; probabilmente nelle fucine di questa località fu impiegata mano d’opera costituita da schiavi.


Taberna Tessaria Lignaria

Vi si producevano le tarsie, di marmo, di madreperla o di pietra dura o di legno, per decorare pavimenti e pareti, ma anche mobili, soprattutto letti e bauli. Mumurra, il generale di Cesare che abitava sul Celio a Roma, fu il primo a decorare le sue pareti con tarsie di marmo.


Taberna Thuraria

Vi si vendevano gli incensi in grani, oppure misti a olio, cera e grassi, come usava in Egitto dove si applicava come un corno sopra al capo, e in Grecia, che si appiccicava ai capelli sotto forma di due cornetti laterali, in modo che col calore del corpo si sciogliessero lentamente inondando i capelli e l'ambiente di profumi d'incenso.


Taberna Scriptoria

LE BOTTEGHE AI MERCATI TRAIANI
Il conduttore della Taberna Scriptoria aveva l'obbligo di scegliere le opere da riprodurre nei volumina, e a produrne necessariamente un certo numero, a selezionare gli scribi più accurati e veloci, a contrattare con autori e committenti sul prezzo dei materiali e della copiatura:

I testi potevano essere copiati su carta di papiro proveniente dall’Egitto, o su membrana, cioè carta di pecora, più costosa del papiro.

La pergamena (membrana o vellum in latino) prese nome dalla città di Pergamo (nell'Asia minore) dove, secondo Plinio il Vecchio, sarebbe stata utilizzata attorno al II sec. a.c., in sostituzione del papiro.
Era molto importante la qualità delle copie, l'inchiostro che non sbiadisse e che non venisse diluito, la pelle che venisse ben levigata ed essiccata, tutte lavorazioni che consentivano una carta più resistente e più leggibile.


Taberna Gemmaria

Plinio il Giovane pubblica la sua Storia Naturale in 37 volumi,di cui uno dedicato alla mineralogia (metalli, marmi e pietre decorative, minerali e gemme). Dall'oriente Roma imparò ad apprezzare le gemme usate per oggetti e gioielli di ogni genere, introducendo in ciò un lusso tanto raffinato quanto esecrato dai ben pensanti che lamentavano il decadimento dei costumi. Iniziò l'esecuzione dei cammei lavorati in forte altorilievo e i lavori in pietre dure a tutto rilievo. Il Gemmarius era quello che oggi chiameremmo il gioielliere, che si avvaleva per i suoi prodotti dei lavori degli orafi e dei tagliatori di pietre preziosi. I romani non usavano come noi oggi l'oro a 18 carati, ma a 22 carati, cioè l'oro più puro possibile, mescolato con rame e argento per il minimo che consentisse di indurirlo un minimo onde poterlo lavorare. Pertanto era molto costoso e solo i ricchi potevano permetterselo.


Taberna Auraturaria

Anche la doratura era un'arte e una produzione, si vendevano oggetti dorati o si doravano su ordinazione. Si doravano statue di bronzo o di legno, o pannelli di pareti, o oggetti in bronzo da toeletta. La produzione di oro in foglie era già in uso ma fu molto migliorata dai Romani, che erano in grado di produrre foglie di spessore circa doppio del limite più basso raggiunto nei nostri tempi: infatti da un’oncia di oro battuto si ottenevano circa 750 foglie di circa 25 centimetri quadrati.
L’oro veniva anche laminato per rivestire armi e armature da cerimonia, o medaglioni o altro. Veniva pure prodotto in fili per intesserlo nelle vesti femminili più pregiate. Per recuperare i fili d'oro una volta che la veste s'era rovinata si usava il processo d’amalgamazione che i romani conoscevano benissimo.

Per ciò che riguarda l'argento gli antichi Greci erano in grado di disargentare il piombo in modo tanto efficace da lasciare in esso solo lo 0,02 per cento del prezioso metallo. I fonditori romani riuscirono persino a migliorare tale record, raggiungendo un limite di circa 0,01 per cento.


Taberna Margaritaria

Era il negozio delle perle, in genere un negozio a sè, perchè il padrone si recava nei posti di mare o di fiume per acquistare le perle dai pescatori, appunto di mare o di fiume. Spesso le perle venivano montate sui gioielli, ma c'erano pure quelle piccole e irregolari, quelle che oggi si dicono "perle scaramaze" che venivano usate anche per decorare vesti, borse e cappellini. Oppure venivano usate nelle acconciature dei capelli.


Taberna Medica

Plinio:" I medici imparano a nostro rischio e pericolo e fanno esperimenti con la morte; soltanto il medico gode di impunità completa quando ha provocato la morte di qualcuno"

Quello che noi oggi chiamiamo lo studio del medico nell'antica Roma non si distingueva dalle altre botteghe del foro e gli archeologi sono in grado di identificare solo per i reperti di strumenti medici ivi ritrovati.

L'arredamento era piuttosto semplice: cassapanche e cassette per gli strumenti medici, le medicine, teli e bende, anfore con acqua, olio e vino, due sedie e sgabelli e spesso anche un lettino. Nella completa mancanza di ospedali civili, vicino all'ambulatorio vi era una specie di ospedaletto per la degenza e l'osservazione dei pazienti operati. Comunque i Romani furono bravi medici e soprattutto grandi chirurghi, purtroppo con l'avvento del medioevo tutta questa abilità e conoscenza scomparirà nel nulla con una decadenza spaventosa. Con il sorgere del Cristianesimo, il culto di Esculapio-salvatore, è sostituito dal Cristo, medico dell'anima e del corpo: il Vangelo si rivolge agli ammalati e si parla di guarigione come di divino intervento. La medicina religioso-cristiana combatte le formule magiche e promuove le preghiere, l'imposizione delle mani e le unzioni con olio santo e studi e ricerche scientifiche vengono considerati inutili.


Taberna Unguentaria

La moderna profumeria, con profumi nazionali e stranieri, a volte costosissimi, e, cone oggi, vi si vendevano anche i cosmetici, sia per mantenere la bellezza della pelle o curare la pelle imperfetta, sia per truccarsi. I Romani si profumavano abbondantemente, uomini e donne, Cesare disse infatti: "i miei soldati si profumano ma combattono bene"


Fullonica

All'interno di questa taberna troviamo grandi vasche (lacus), dove veniva conservata l'acqua che poi serviva per le varie operazioni; intorno alle lacus ci sono piccole vaschette in terracotta (pilae fullonicae) con dei muretti ai lati. In queste vaschette i fullones (gli addetti alla lavanderia) lavavano e coloravano le stoffe, servendosi dei muretti per appoggiarsi, mentre pestavano le stoffe per farle impregnare meglio (balletto saltus fullonicus). Le stoffe una volta trattate venivano messe ad asciugare su un terrazzo, di cui rimane visibile solamente la scala di accesso.




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