VENAFRUM - VENAFRO (Molise)



L'ANFITEATRO DI VENAFRO
"Venafri hiatu terra alte subsedit. Vultures canem mortuum laniantes occisi ab aliis et comesi vulturibus". (A Venafro si aprì una voragine e la terra sprofondò notevolmente).

(Giulio Ossequiente - De Prodigiis)

Si pensa che l'origine dell’insediamento sulle pendici del monte S. Croce sia molto antico, anche per la presenza di un santuario frequentato almeno a partire dal IV secolo a.c., che essendo meta di pellegrini, deve aver attirato ambulanti e poi botteghe con conseguenti abitazioni, insomma un centro turistico che deve aver influito non poco sullo sviluppo del centro.

Infatti, benché la sua fondazione sia leggendariamente attribuita a Diomede (eroe acheo ed omerico della guerra di Troia e quindi di origine greca, che non va però confuso con Diomede figlio di Ares), nella mitologia greca è figlio di Tideo e di Deipile, ma piuttosto la città nell'antico nome di Venafrum mostra le sue origini sannitiche

Di questo luogo di culto è visibile solo parte di un terrazzamento in opera poligonale, individuato a monte della città moderna, in una fortunata posizione che dominava la piana. Il centro risale senza dubbio al fiero popolo italico dei Sanniti, dove nel IV secolo a.c. combatterono aspramente contro Roma durante le Guerre Sannitiche.

All’inizio del III secolo a.c., finite le guerre, Venafro si presenta come il centro principale di questo settore della valle del Volturno ed entra nel sistema amministrativo romano, come praefectura, intorno alla metà del secolo.
PLANIMETRIA DELL'ANTICA VENAFRO
La città si romanizza con difficoltà, data l'avversione dei sanniti non solo verso i romani ma verso qualsiasi popolo straniero che tenti di averne il dominio. Infatti nell'89 a.c. Venafrum fu di nuovo teatro di uno scontro decisivo contro Roma dove guerreggiò il gruppo dei popoli della "Lega italica", nella cosiddetta "Guerra dei Socii" o "Guerra sociale". 

Qui, durante la guerra suddetta, il frentano Mario Egnazio, generale dei Sanniti, attaccò Venafro e sterminò l'esercito del console Lucio Giulio Cesare in un'imboscata presso Teano dei Sidicini, vicino Caserta, nel 90 a.c., la espugnò a tradimento e fece strage di sei coorti romane.   


Ma la vendetta di Roma non tardò, l'anno seguente l'esercito sannita venne attaccato dai romani che vinsero e uccisero il loro generale. Successivamente la città venne coinvolta nella guerra tra Gaio Mario e Lucio Silla, ma avendo parteggiato per il primo subì la distruzione da parte del secondo. 

SCALA DI ACCESSO AL TRIBUNAL DEL TEATRO
Con Giulio Cesare però Venafro venne ricostruita dai romani, e continuò a crescere e svilupparsi nel corso del I secolo a.c., raggiungendo  il momento di massimo splendore con la deduzione della colonia augustea, probabilmente nel 14 a.c., dove ai veterani romani vennero cedute le terre prossime alla città e i patrizi romani presero le più alte cariche del centro abitato.

La presenza dei romani fu decisiva per i costumi e l'assetto urbanistico della città. Si ebbe infatti una ristrutturazione urbanistica secondo l'antico sistema romano di assi stradali ortogonali e la costruzione dei più importanti edifici pubblici.  

Di conseguenza sorsero anche splendidi edifici privati con decorazioni e pavimenti musivi molto articolati.  Un cambiamento profondo si ebbe a partire dalla metà del IV secolo, a causa del terremoto che sconvolse il Sannio e la Campania.

La popolazione di Venafro abbandonò la cittadina e si spostò sull’altura orientale dell'area urbana dando vita al borgo medievale, abbandonando invece il settore occidentale del centro.

Grazie a ciò il centro sannita-romano non venne cancellato del tutto dagli edifici successivi.
Il tempo agì da copertura ricoprendo le antiche vestigia, si che oggi godono di una discreta conservazione e possono essere scavate con le moderne tecniche di ricerca archeologica.

LE MURA CICLOPICHE

LE MURA

La città disponeva di una notevole cinta muraria, costruita in opera incerta e visibile ancora in alcuni tratti. La cinta racchiudeva Venafro inglobando all’interno anche un settore del monte S. Croce. L’epigrafia conserva il nome di Caius Aclutius Gallus testimoniando il suo ruolo di magistrato straordinario preposto alla costruzione delle mura urbane, probabilmente intorno al 40 a.c.

Ma oltre alle mura romane vi sono le mura ciclopiche: 
"Assolutamente non si conosce nulla dell'origine e della funzione svolta nel passato dalle cosiddette mura ciclopiche. Chiunque abbia cercato di darne un'interpretazione si è smarrito in descrizioni fantasiose. Tra le ipotesi più valide troviamo quella che suppone si tratti di una villa o di un luogo di culto di epoca sillana (I secolo a.c.). 

I terrazzamenti ai vari livelli sono costituiti da muratura poligonale ad andamento rettilineo e nel ripiano più elevato sono di notevole grandezza mentre quelli inferiori sono costituiti da elementi anch'essi poligonali ma più rozzi. Il fatto che oggi tale luogo sia dedicato alla Madonna della Libera ci fa ritenere probabile che nel luogo vi fosse situato un tempio forse, dedicato alla dea Libera.

L'importanza di tale edificio dovette essere tale che quando al culto pagano si sostituì quello cristiano si volle conservare il ricordo della primitiva religione. A monte delle mura ciclopiche vi è una vasca di raccolta delle acque. Nessun cunicolo si intravede ad essa collegato, ma non è da escludere che la cisterna fosse collegata all'acquedotto romano."

(Remo di Chiaro)

E' più che probabile che la Madonna Libera derivi da un santuario dedicato alla Dea Libera, così come la cisterna può essere di origine romana. Riguardo alle mura ciclopiche però oggi vengono per lo più ricollegate al popolo dei Pelasgi, popolo ritenuto dai più preellenico e risalente al VII fino al V secolo a.c. Da notare il complesso che sorgeva sulle mura poligonali, riconducibile con tutta probabilità ad un antico santuario.

IL TEATRO ANCORA DA SCAVARE

IL TEATRO

Il teatro di Venafro venne edificato in età augustea sulle pendici del monte S. Croce, sulla stessa linea del terrazzamento dell’antico santuario repubblicano, che di per sè ripeteva lo stesso spettacolo scenografico dei più grandi santuari del passato, soprattutto laziali (vedi il tempio della Fortuna Primigenia a Palestrina). 

Il teatro comprende originariamente l’ima e la media cavea, separate da un passaggio semicircolare; la summa cavea viene costruita successivamente utilizzando un robusto sistema di sostruzioni che avevano anche lo scopo di contenere il terreno alle spalle. Come solitamente avveniva, nelle cavità delle sostruzioni trovavano posto le botteghe che vendevano cibo, bevande e souvenir.


Nel II secolo d.c. viene costruito ad ovest del teatro un grande ninfeo e successivamente dei complessi impianti idraulici finalizzati all’allestimento di raffinati giochi d’acqua nell’orchestra. I romani a avevano il vezzo, tanto nelle sontuose ville private che nei luoghi pubblici, di ospitare negli splendidi giardini dei giochi di zampilli che verranno poi copiati dalle meravigliose ville rinascimentali come ad esempio si vede tutt'oggi a Villa d'Este nel Lazio.


Il teatro, a differenza degli altri teatri dell'epoca, sfrutta la pendenza naturale del terreno, in un'area particolarmente protetta dai venti. Il fronte della scena è di circa 60 metri con una cavea capace di 3.500 spettatori.

le gradinate erano in pietra, purtroppo scomparsa essendo stato il teatro proibito, come tutti i teatri, dal culto cristiano che li riteneva diabolici. Pertanto utilizzato come cava naturale di pietre già lavorate usate per realizzare gli edifici di età successiva. Al livello dell'orchestra si è ritrovato un pavimento di lastre irregolari. 

Il terremoto del 346 d.c. porta all’abbandono del teatro e allo smantellamento di parte della decorazione architettonica e scultorea che viene raccolta all’interno di un ambiente del ninfeo stesso, probabilmente in vista di un successivo restauro che non avvenne mai. Già nel V secolo, infatti, alcune parti del monumento vengono utilizzate come ricovero e abitazioni private.

L'ANFITEATRO

L'ANFITEATRO

L’anfiteatro (il cosiddetto Verlascio o Verlasce) viene costruito nel corso del I secolo d.c. ponendolo, come d'uso, immediatamente all’esterno della città e si conserva grazie alla sovrapposizione di case rurali ai ruderi romani avvenuta nel corso del 1600. 

Si è così realizzata la caratteristica struttura ovale, interrotta in tre punti dalle vie di accesso allo spazio centrale, che dell’anfiteatro conserva la forma e tratti di muratura in opera mista. È stata inoltre rinvenuta l’iscrizione che caratterizzava ciascun ingresso del teatro e che ricordava il finanziamento di un membro della gens Vibia, una delle famiglie più importanti della Venafro di età imperiale.

Le necropoli della città romana si individuano lungo le vie che escono dalla città in direzione di Cassino, Teano e Isernia. Lungo la strada per Cassino, in particolare, sono visibili diversi monumenti funerari di particolare interesse. 

Si segnala inoltre la diffusione di resti di monumenti funerari isolati, al di fuori delle aree di necropoli, attestanti ancora l’uso di costruire il sepolcro all’interno dei propri terreni, ma solo per le grandi ville private.

L'ANFITEATRO

LE STRUTTURE DI VIA LICINIO

Le strutture di via Licinio appartengono probabilmente ad edifici privati di età imperiale. Alcuni ambienti conservano resti di pavimento in marmo e a mosaico; tra questi si segnalano alcune pavimentazioni in mosaico nero con tasselli di marmi policromi della seconda metà del I secolo a.c. Si ritrovano inoltre, come in via Carmine, terrecotte architettoniche con raffigurazioni di grifi affrontati.



L'EDIFICIO DI VIA CARMINE

L’edificio in via Carmine 10 ha restituito alcuni vasti ambienti pertinenti ad una ricca domus o ad un edificio pubblico con pavimenti musivi di particolare bellezza e pareti decorate con affreschi di III stile pompeiano, databili intorno alla metà del I secolo d.c. 

Il complesso, riportato in luce finora solo in parte, ha avuto una prima fase di vita in età tardo-repubblicana seguita da una ristrutturazione nel corso del I secolo d.c. Si individua un grande ambiente rettangolare con un’abside, forse originariamente rivestita di marmo, al centro della parete occidentale e due cisterne ai lati che servivano ad alimentare la fontana posta la centro dell’abside.

Il vano era pavimentato in mosaico nero punteggiato di bianco, con emblema centrale in opus sectile, realizzato con mattonelle quadrate di marmo, databile nella prima metà del I secolo d.c. Presso l’ingresso, sui due lati, il salone si allarga in due spazi rettangolari, dove i colori del mosaico si invertono.

A nord-ovest di questo vano si rinvengono altri due ambienti, uno con pavimento in cocciopesto e l’altro in opus spicatum. Alle spalle di quest’ultimo si conserva una latrina che ha restituito su tre lati il canale di spurgo in pietra calcarea bianca e il pavimento in opus spicatum.

A nord-est è stato invece riportato in luce un vano di forma rettangolare con pavimentazione a mosaico composta da due parti distinte, divise da una soglia decorata con una fila di esagoni adiacenti che includono una rosetta a sei petali. La prima parte presenta una zona a fondo bianco con, al centro, rosone prospettico bianco e nero, mentre la seconda è a fondo nero con fascia di raccordo bianca. 

Il pavimento è databile verso la metà del I secolo d.c. La stanza contigua ha un pavimento in cocciopesto con crustae marmoree di forma triangolare di diversi colori che insiste sul pavimento di una fase precedente, visibile in sezione.

Si possono così individuare tre fasi di vita dell’edificio: la prima, più antica, legata all’uso di blocchi di tufo sparsi nell’area ed utilizzati anche successivamente; la seconda individuabile negli apparati decorativi di III stile della sala absidata e la terza, infine, di poco successiva, che, mantenendo inalterata la sala absidata, realizza la pavimentazione di ambienti contigui ad essa, innalzandone il livello del calpestio. 

Le difficoltà di lettura e lo stato di conservazione dell’edificio sono dovuti ad interventi che iniziano già nel medioevo, quando, come al solito, la struttura viene utilizzata come cava per il recupero di materiale da costruzione.



RESTI DELL'ACQUEDOTTO
L'ACQUEDOTTO

Dell’acquedotto conosciamo numerosi tratti e possediamo l’editto che ne stabiliva le regole d’uso.

Costruito probabilmente tra il 17 e l’11 a.c. è lungo circa trenta chilometri e supera un dislivello di più di 300 m dalla captazione, alle sorgenti del Volturno, fino al punto di arrivo nella parte alta della città in corrispondenza di un castellum aquae (serbatoio), non individuato con precisione. 

La struttura è quasi completamente sotterranea, esce allo scoperto solo per attraversare corsi d’acqua o valloni per mezzo di ponti.

È in parte costruito in opera cementizia e in parte scavato nella roccia, con pavimento in laterizi, volta a tutto sesto e pareti rivestite con malta idraulica.

Lungo il percorso sono collocati dei cippi riportanti la prescrizione di lasciare liberi due percorsi di servizio ai lati della conduttura.



IL TEMPIO DELLA MAGNA MATER

Il tempio di Magna Mater non è stato ancora individuato con certezza perchè molto è ancora da scavare, ma doveva essere di una certa importanza viste le concessioni di terre fatte da Augusto e testimoniate dalle fonti e da documenti epigrafici.

Il culto era stato inizialmente collegato ad una sorgente di acque sulfuree lungo il corso del Volturno esistente, ma i resti individuati si riferiscono ad un complesso termale di età imperiale. Ciò lo fa escludere visto l'enorme rispetto di Augusto per gli antichi templi che fece sempre ricostituire e abbellire.

Successivamente si è pensato potesse sorgere dove è ora la cappella di Monte Vergine, al di sopra del castello. Qui è stato infatti individuato un grande terrazzamento, realizzato in opera cementizia, su cui doveva essere costruito un edificio pubblico, molto probabilmente un tempio. 

Se da un lato mancano elementi che possano rendere certa questa attribuzione dall’altro ne sostengono l’ipotesi la posizione elevata e la continuità del culto femminile. Peraltro ogni santuario cristiano veniva in genere impiantato su uno di culto pagano onde cancellarne l'esistenza.
OPUS SECTILE DELLA VILLA PRIVATA

LE VILLE RUSTICHE 

Il territorio di Venafro è caratterizzato dalla presenza di ville rustiche connesse allo sfruttamento agricolo con la produzione di grano, vino e soprattutto olio. Il complesso di Madonna della Libera è esemplificativo a tale riguardo, restituisce infatti una serie di terrazzamenti in opera poligonale con resti probabilmente pertinenti ad una villa della fine del II secolo a.c. 

Un’altra testimonianza importante proviene dal comune di Pozzilli, località Cerqueto, in cui è stata identificata una villa rustica sorta in epoca repubblicana, in uso per tutta l’età imperiale. Ha una parte destinata alle attività produttive con magazzini, ambienti di servizio, in cui erano collocati la macina per i cereali e il frantoio per la spremitura delle olive (trapetum) ed una parte residenziale decorata con pavimenti musivi e stucchi alle pareti.



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