PUBLIO PAPINIO STAZIO



ACHILLEIDE

Nome: Publius Papinius Statius
Nascita: Napoli, 40
Morte: 96
Professione: poeta


Publius Papinius Statius, ovvero Publio Papinio Stazio (Napoli, 40 – 96) è stato un poeta romano di una certa fama.

Figlio di un maestro di retorica, l'arte del bel linguaggio, quindi di padre molto colto, Stazio fu un poeta "professionista", che fece della poesia il suo lavoro e la sua vita.
Ancor giovanissimo compose versi e vinse un premio ai ludi Augustali di Napoli.

PUBLIO PAPINIO STAZIO
Si trasferì poi a Roma con il padre, che vi aveva trasferito la sua scuola, per cercare fortuna durante l'impero di Domiziano.
Qui si dedicò interamente alla poesia e Roma era il crogiolo dei poeti e degli scrittori, in quanto i romani prediligevano allietarsi con la poesia e gli scritti, particolarmente la gente d'alto lignaggio, e soprattutto durante i banchetti.

Nessun patrizio di discreta fortuna avrebbe rinunciato ad invitare ad un banchetto un poeta per allietare i suoi ospiti. Da un lato il padrone di casa, se la poesia era buona e quindi gradita, faceva un'ottima figura che gli dava lustro, dall'altro il poeta si faceva conoscere, procurandosi magari altri inviti che l'avrebbero reso più famoso, allo scopo soprattutto di vendere le sue poesie. 

Se un poeta diventava famoso il suo nome compariva nelle biblioteche, ma soprattutto nelle bacheche delle botteghe di libri. Papinio era gradevole nell'aspetto e nei modi per cui in poco tempo si rese famoso
 e si guadagnò, nelle recitazioni pubbliche e nelle gare poetiche, il favore del pubblico e dei grandi signori, che divennero suoi protettori.

Infatti quando la fama superava certi limiti subentrava il talent scout dell'epoca, il mecenate che provvedeva a mantenere e a lanciare ancor più il giovine di talento.
Le sue condizioni economiche erano peraltro modeste se, come riporta Giovenale, lo costrinsero a vendere a un attore una fabula satirica. Vero è però che sembra subì dei rovesci finanziari per motivi sconosciuti.

Stazio fu poeta d'ingegno duttile e versatile, ed iniziò componendo libretti per mimi e, oltre a lavorare al suo primo poema epico, la Tebaide. Compose poi alcune Silvae, componimenti lirici di scritti ad hoc in varie circostanze, spesso su ordinazione oppure spontanei e facilmente il suo stile scorrevole elegante incontrava il gusto del pubblico. Ottenne riconoscimenti e successo, recitando pubblicamente i versi della Tebaide.

Tuttavia, dopo alcuni rovesci finanziarie, nonostante le preghiere insistenti della moglie Claudia, una musicista, decise di abbandonare la città per far ritorno in Campania. Vi condusse lo stesso genere di esistenza di poeta mondano al servizio dei nobili romani, che in quella regione approdavano in massa per i loro soggiorni primaverili ed estivi.  Stazio si può definire un letterato professionista, che visse della propria attività.

Morì a Napoli nel 96.


Somnus

Crimine quo merui, iuvenis placidissime divum,
quove errore miser, donis ut solus egerem,
somne, tuis? Tacet omne pecus volucresque feraeque
et simulant fessos curvata cacumina somnos,
nec trucibus fluviis idem sonus? Occidit horror
aequoris, et terris maria adclinata quiescunt.
Septima iam rediens Phoebe mihi respicit aegras
stare genas. Totidem Oetaeae Paphiaeque recursant
lampades et totiens nostros Tithonia questus
praeterit et gelido spargit miserata flagello.
Unde ego sufficiam? Non si mihi lumina mille,
quae sacer alterna tantum statione tenebat
Argus et haud umquam vigilabat corpore toto.
At nunc heu! si aliquis longa sub nocte puellae
brachia nexa tenens ultro te, Somne, repellit,
inde veni! Nec te totas infundere pennas
luminibus compello meis - hoc turba precatur
laetior; extremo me tange cacumine virgae,
sufficit, aut leviter suspenso poplite transi.

Per quale delitto, o giovane dio, il più tranquillo di tutti, 
o per quale errore ho mai meritato, io misero, 
di essere privo, io solo, o sonno, dei tuoi doni? 
Tutto il bestiame è in silenzio e gli uccelli e le fiere, 
e le punte degli alberi, curvate, simulano un quieto sonno, 
e ai fiumi vorticosi manca il suono consueto. 
E' venuto meno l'orrore dell'oceano, 
e i mari riposano adagiato sulla terraferma. 
Ormai per la settima volta Febe tornando 
vede la rigidità delle mie guance sofferenti. 
Altrettante volte le stelle di Eta e di Pafo ritornano 
e altrettante volte la sposa di Titono passa accanto 
ai nostri lamenti e presa da compassione 
dissemina rugiada con una gelida sferza. 
Da dove troverò la forza? 
Neppure se avessi i mille occhi, 
che il sacro Argo teneva aperti alternativamente 
senza mai stare sveglio in alcun momento con tutto il corpo! 
Ed ora, ahimè, se qualcuno durante la lunga notte 
tenendo le braccia intrecciate di una ragazza, 
o Sonno, spontaneamente ti rifiuta, passa da lui a me! 
Non ti spingo a distendere completamente le tue ali sui miei occhi - 
di questo gente più fortunata ti prega; 
toccami con la punta estrema della tua verga, 
mi basta, o passami accanto leggermente volando sopra di me.

TEBAIDE


LE OPERE 


TEBAIDE

L'opera è in 12 libri e narra la lotta fra i due fratelli Eteocle e Polinice per la successione in Tebe al trono di Edipo. 

Secondo il mito Edipo non abbandonò la città dopo essersi accecato, ma si chiuse nel suo palazzo lasciando amministrare Il regno a Creonte, fratello di Giocasta.
I suoi figli, Eteocle e Polinice, pensavano solo al trono senza nessun rispetto nè per Edipo nè per il re. Allora li maledisse e pregò gli Dei affinché si uccidessero a vicenda.

Eteocle e Polinice, cresciuti, essendo gemelli regnarono a turno a turno, un anno alla volta. Ma quando Polinice doveva salire al trono, Eteocle lo fece esiliare, escludendolo dal trono. Polinice tentò di riconquistare il trono di Tebe, ma durante i combattimenti i due fratelli si uccisero a vicenda, compiendo la maledizione di Edipo. 

Al corpo di Eteocle furono tributati gli onori di difensore della città, mentre quello di Polinice fu lasciato a marcire insepolto, per ordine del re Creonte, (da cui l'Antigone di Sofocle, sorella dei gemelli)

L'opera riporta al Pharsalia, spesso chiamata Farsaglia in italiano (conosciuta anche come De bello civile), il poema epico del poeta Lucano. Il poema tratta della guerra civile tra Giulio Cesare e le forze del Senato comandate da Pompeo Magno. e in particolare della decisiva Battaglia di Farsalo (48 a.c.) ma c'è pure un'enorme sviolinata a Cesare..

Nell'epilogo Stazio dichiara di essersi rifatto come modello all'Eneide, ma in realtà i modelli furono diversi..
Si rifa un po' alla tragedia greca di Eschilo, ad alcuni poemi di cicli epici, all'Omero mediato da Virgilio, ad Euripide, Apollonio Rodio, e Callimaco. Per lo stile narrativo e la metrica si rifà un po' ad Ovidio, mentre nella sua immagine del mondo segue Seneca, con lo stesso gusto dell'orrido e tendenza al patetico, all'epoca un po' di moda. Nella sua visione la storia risulta dominata dalla "necessitas"più forte degli eventi, degli uomini e delle divinità .


ACHILLEIDE

L'Achilleide (Achilleïs) è un poema epico incompiuto, abbozzato verso l'anno 96, poco prima che morisse improvvisamente e pubblicato poi nel 92.

L'opera, di cui rimane l'intero primo libro e l'inizio del secondo, tratta delle vicende dell'eroe greco Achille dalla sua adolescenza ed educazione fino alla sua fine nella guerra di Troia. 

Si sofferma sulla sua educazione prima e sugli eventi della sua vita poi. Vi si narra dunque la giovinezza di Achille, la sua educazione con il centauro Chirone, il vano tentativo di sottrarsi alla guerra di Troia, il suo matrimonio con Deidamia. 

La narrazione giunge fino alla partenza dell'eroe per Troia. Sicuramente sarebbe andato oltre ma sopravvenne la morte dell'autore..

I versi rimasti hanno un tono romanzesco più che eroico, lo stile è scorrevole e vivace, ma pure più disteso della barocca e tortuosa Tebaide, tuttavia con una notevole componente moralista.


SILVAE

Le Silvae sono una raccolta di poesie in esametri, endecasillabi e metrica lirica. Trattasi di 32 componimenti divisi in cinque libri, con una prefazione in prosa per ogni libro. I soggetti della poesia sono vari, e forniscono agli studiosi una ricchezza di informazioni sulla Roma domizianea e sulla vita di Stazio stesso.

Poichè Silva era un termine usato dai poeti per indicare l'abbozzo di una poesia scritta velocemente in un momento di grande ispirazione, e poi adattata ad una metrica poetica si pensa che le Silvae siano state rielaborate partendo da brani di poesia scritti nel giro di pochi giorni.

Composte tra l'89 ed il 96. I primi tre libri sembrano essere stati pubblicati assieme dopo il 93 (un anno dopo la pubblicazione della Tebaide), ed il quarto libro fu probabilmente pubblicato nel 95. Si pensa che il libro 5 sia uscito postumo nel 96 circa. Alcuni studiosi pensano possa derivare dal perduto Silvae di Lucano.

Andavano molto all'epoca sia la poesia che la prosa panegirica. Stazio sembra essersi ispirato nella poesia a Catullo e molte delle sue poesie ne utilizzano la sua metrica preferita, gli endecasillabi, ed anche i temi trattati sono simili a quelli di Catullo, anche se con meno licenze. Attinse anche da Orazio, soprattutto nelle composizioni liriche e nell'epistolario. 

Ovidio si intravede come stile nella storia di Pan e molti degli exempla di Stazio nelle poesie derivano dall'Eneide. Dal lato greco, sappiamo dall'ode al proprio padre che Stazio apprezzava i canonici nove poeti lirici inseriti nel Canone alessandrino, con Callimaco e con le Pleiadi, i sette tragici alessandrini alla corte di Tolomeo II. Ma forse fu Pindaro che più influenzò Stazio; la sua poesia panegirica, i suoi esempi mitologici e
le sue invocazioni.

Le Silvae rappresentano l'unico esempio di poesia lirica del I sec. dell'età imperiale. Sono per lo più componimenti d'occasione per nascite, matrimoni, anniversari, e manifestazioni diverse. Sono anche frequenti le descrizioni di ville, giardini, oggetti d'arte, domus ecc., prezioso documento della vita romana.

Libro I
Dedicato a L. Arruntius Stella, un suo seguace poeta. Vi descrive il suo veloce stile di composizione, spera che la sua poesia sia abbastanza divertente e e fa un quadro sintetico delle poesie e del contesto in cui furono scritte.

Libro II
Dedica il libro ad Atedius Melior, e riassume i poemi contenuti focalizzandosi sulla perdita, sulla descrizione degli oggetti, e concludendo con un genetliaco.

Libro III
Dedicato al Pollius Felix. Stazio racconta la confidenza che ha ora con il proprio Silvae e l'aiuto fornitogli da Pollius nella composizione. Le poesie parlano di consolazione, descrizione, e terminano con un'esortazione alla moglie di Stazio ad andare con lui a Napoli.

Libro IV
Questo libro è dedicato nella prefazione a M. Vitorius Marcellus. Le metriche dei poemi del quarto libro variano molto rispetto a quelle dei primi tre. Stazio include una risposta alle critiche ricevute per i precedenti libri, dicendo che il quarto contiene più poesie degli altri, cosicché non pensino che le critiche lo abbiano convinto a non pubblicare più.

Libro V
Questo libro finale delle Silvae è dedicato a Flavius Abascantus, il quale viene lodato per il suo amore nei confronti della moglie Priscilla.

Lo stile di Stazio è fortemente elaborato, come spesso avvenne nel centro culturale greco di Napoli di cui probabilmente risentì parecchio. Gli esempi mitologici, le parole roboanti, e l'elaborata descrizione si moltiplicavano nelle lodi alle vite dei suoi protettori ed ai loro beni. Non manca una certa composizione retorica, quali epithalamium (sonetto per celebrare ed esaltare un matrimonio di amici o protettori, o anche su commissione), propempticon (un sonetto augurale per una buona giornata di qualcuno in genere in occasioni particolari, come un cambiamento o un viaggio), e genethliacon (sonetto augurale per il compleanno di qualcuno).

Egli fece anche parlare degli oratori mitologici per adulare in modo degno i suoi protettori e, qualcuno ha insinuato, per assolversi dalla responsabilità delle lodi esagerate. Non condividiamo la seconda, far parlare un personaggio mitologico, seppure la scena sia d'invenzione, da più prestigio al celebrato che se parlasse solamente Stazio.

Molti studiosi hanno fatto notare la tensione tra il metodo frettoloso di composizione di Stazio e lo stile lucido dei suoi pezzi, ed hanno sottolineato l'utilizzo fatto dal poeta dell'arrangiamento dei libri e della scelta della metrica in modo da trasmettere sottili significati.
Stazio descrive il suo metodo di scrittura nella prefazione del I libro, dicendo "mihi subito calore et quadam festinandi voluptate fluxerant cum singulti de sino meo prodiderint" ( fluiscono dalla mia penna nel caldo del momento, una sorta di piacevole fretta, emergendo dal mio seno uno per uno). Specifica che

nessuna poesia richiese più di due giorni per essere scritta. Quasi tutte le poesie sono dedicate ad un protettore e sono accompagnate da titoli considerati un'aggiunta successiva dell'autore.


DOMIZIANO
DE BELLO GERMANICO

Un poema sulle campagne germaniche di Domiziano, andato però perduto


AGAVE 


Mitica figlia di Cadmo la quale, morta la sorella Semele, insinuò che quella avesse falsamente vantato i suoi amori con Zeus.

Ma Dioniso, figlio di Semele, si vendicò facendo sì che Agave nell’esaltazione bacchica dilaniasse il figlio Penteo.

Il mito di Agave fu trattato da tragici greci e latini (Eschilo, Euripide, Pacuvio, Accio).

Sembra che Stazio ne avesse tratto una satira mimata in cui rappresentasse l'imperatrice Domiziana col suo amante Paride, un attore.


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