VIA SALARIA





SALARIA VETUS

La Via Salaria è via consolare romana che va da Roma al mare Adriatico, così chiamata perchè era la via del trasporto del sale.

Gli antichi Sabini inizialmente si procuravano il sale dalle saline del mare Adriatico, passando dal guado del Tevere alla Sabina, mentre la via Campana dalla foce raggiungeva, costeggiando la riva destra del fiume, il guado nei pressi del Foro Boario.

Le due vie formavano una via unica, già prima della fondazione di Roma dellVIII secolo a.c.



IL PERCORSO ANTICO

Dalle mura aureliane di Roma usciva attraverso la Porta Salaria, quindi si dirigeva verso Forte Antenne (Antemnae). Antemnae era un'antica città del Lazio la cui storia si lega ad episodi leggendari, come il fatto che fosse stata già conquistata da Romolo e che alcuni episodi la legano al famoso ratto delle Sabine.

Attraversato l'Aniene, tra il IV e il V miglio si giungeva ai colli di Villa Spada, dove sorge la Borgata Fidene (Fidenae), quindi proseguiva verso Settebagni (Septem balnea), dove, probabilmente, esisteva una antica villa romana e dove sono state rinvenute diverse tombe.
Poi si dirigeva verso la collina della Marcigliana Vecchia dove si trovava l'antico insediamento latino Crustumerium. Proseguiva superando Passo Corese e raggiungendo Fara in Sabina. Dalla Salaria, nei pressi di Ponte Buita si distaccava la Via Caecilia che raggiungeva Atri (Hatria), mentre la Salaria proseguiva e raggiungeva Rieti (Reate). Poco prima di Rieti, nei pressi di Trebula Mutuesca, la strada si divideva.

Un ramo della via consolare, la via Cecilia, si staccava dalla Salaria al 35° miglio da Roma volgeva a levante, scavalcava l'Appennino per raggiungere la piana di Amiternum proseguendo per il paese dei Pretutii e raggiungeva la costa adriatica. Da Rieti la Salaria risaliva il fiume Velino per raggiungere la vicina Cotilia (Vicus reatinus), località dove si trovano sorgenti di acque acidule, solforose e ferrose già sfruttate dai Romani che vi eressero un centro termale pubblico. In questa località infatti l'imperatore Vespasiano fece costruire un'imponente villa, usata poi anche dal figlio Tito.

Quindi passava per Antrodoco (Interocrium), ai piedi del Monte Giano, una mansio, cioè una stazione di posta di lusso romana. Fu un centro che vide tra i suoi ospiti l'imperatore Vespasiano e i suoi figli Tito e Domiziano. Fonti latine menzionano anche le proprietà benefiche delle sue acque solfuree, con sorgenti termali romane.
Il ramo principale della Salaria invece proseguiva a nord seguendo il corso del Velino attraverso le sue ripide gole, fino alle pendici del monte Terminillo, il cui superamento richiesero idee e soluzioni tecniche avanzate per gli ingegneri di Augusto, di Vespasiano e di Traiano.
Sorpassato l'Appennino centrale la via scendeva nella valle del Tronto, attraversando varie località tra le quali Pescara del Tronto, Acquasanta Terme con le sue terme di acque sulfuree, Quintodecimo. La Salaria raggiungeva poi Ascoli Piceno (Asculum) per poi giungere sul Mare Adriatico in località Castrum Truentinum alla foce del fiume, sulla riva destra (Martinsicuro). Alla foce del fiume sorgeva il centro abitato di Truentum, ricordata da Plinio il Vecchio.



LE VESTIGIA DELLA STRADA

In alcuni tratti la vecchia Salaria, costruita nei primi decenni del XX secolo, si sovrappone all’antica Salaria, ma di quest'ultima abbiamo ancora diverse vestigia:

  • Mansio ad Novas, l’odierna Osteria Nuova, era proprio un stazione di cambio dell’antica Salaria che univa, Roma (da cui distava circa 33 miglia) al municipio di Reate e proseguiva poi per Ascoli Piceno.
  • Al km 54,600, in prossimità della chiesetta della Madonna della Quercia, si individuano alcuni tratti dell’antica via Salaria.
  • Al km 53,800 si conservano invece due miliari.
  • Al km 53,300 si vede un tratto della crepidine dell’antica via conservato per più di 30 metri.
  • Al km, 52,000 c’è il viadotto dell’antica via Salaria detto Ponte del Diavolo.
  • Al km 47,400 ci sono alcuni tratti di muri, con tutta probabilità briglie di protezione dalla caduta di massi e dal precipitare delle acque.
  • Nella Val Roviano, in località Ponte Buita, sono ben visibili i resti di un viadotto dell’antica Salaria.
  • L’antico tracciato, lasciato l’altipiano di Osteria Nuova, scendeva al fosso Roviano per una ripida valletta, dove fino all’inizio del ‘900 si vedevano ancora le tracce del suo percorso.
  • Prendeva poi la direzione per Poggio San Lorenzo. Anche nel territorio di questo Comune si trovano molti importanti resti di quest’antica via.
  • Proseguiva poi per il territorio dell’odierno Comune di Torricella in Sabina. Anche all’interno del territorio di questo Comune ci sono mirabili resti dell’antica Salaria, basti pensare al Ponte Sambuco.


I MONUMENTI

La Salaria è tutto un monumento, ma tutto interrato, come del resto tutta Roma.
Piazza Fiume copre, nei sottopassaggi oggi chiusi. i resti di una una sostruzione della Salaria che qui superava la valletta che scendeva a destra in Via Nizza, via Dalmazia, e vicolo della Fontana.


Grotta dei Massacci

Ad Osteria Nuova, l'antica Mansio ad Novas, al XXXIII miglio, tra la strada provinciale Mirtense e l’attuale strada comunale vecchia Salaria, vi sono i resti di un monumento sepolcrale, la Grotta dei Massacci. L' edificio, con annessa una piccola chiesa, ha subìto diverse trasformazioni: da tomba a osteria, a casa colonica, pollaio-ovile ed infine officina meccanica.

L’edificio incorpora un imponente monumento funerario di epoca romana del II sec., il più importante della sabina, in opera quadrata con grossi blocchi di travertino locale, attribuito alla ricca e potente famiglia dei Brutti Presentes, importanti proprietari terrieri della zona.

L’antico monumento è visibile dall'esterno solo sul lato meridionale, ove si scorge un tratto dell’antico muro per una lunghezza di 7 m e un’altezza di m 9.

Alla camera funeraria, ambiente quadrato coperto da volta a crociera, si accede attraverso un lungo corridoio coperto da blocchi megalitici di travertino, che formavano una volta a sesto molto ribassato. Nelle pareti si aprono quattro nicchie che ospitavano sarcofagi; il pavimento in terra e ciottoli di fiume risale probabilmente al XIX secolo.

Recenti indagini hanno rilevato un basamento di forma quadrata di 30 x 30 m, realizzato anch’esso in grossi blocchi dello stesso materiale, che poggiano su di una platea in conglomerato cementizio.

L’area circostante, corrispondente al territorio di Frasso Sabino, Poggio Moiano e Scandriglia, faceva parte del municipio di Trebula Mutuesca (Monteleone Sabino) che fiorì particolarmente nel periodo compreso tra il regno di Adriano e quello di Antonino Pio.

Nei pressi della grotta vi era l’antico abitato di Vicus Novus, di cui rimane molto materiale archeologico: colonne, capitelli, frammenti architettonici e mosaici.


I Torracci

Poco lontano, attraversata la Via Mirtese, lungo l'antica Via Salaria verso Rieti, nel comune di Poggio Moiano, si osservano tre grandi sepolcri a torre della prima età imperiale, conosciuti come “Torracci”; il più alto misura 14,60 m con un basamento di 7,15 m.


Mausoleo di Lucilio Peto in via Salaria, 125

Scoperto nel Maggio 1886 durante la risistemazione dell’ex Vigna Bertone, il sepolcro risale al I sec. a.c.. Il tamburo, lievemente annerito, è in opera quadrata di travertino; sulla destra i blocchi sono addossati ad una robusta opera cementizia in scaglie di tufo e travertini che sorregge il tumulo.

Ha un tamburo circolare di 33,5 m di diametro rivestito in travertino, sormontato da un cono di terra che doveva essere ricoperto da alberi e che doveva arrivare a 16 m. Il pavimento originario del mausoleo dovrebbe essere almeno 10 m più basso dell’attuale piano stradale. L’ingresso alla camera era posto sul lato opposto alla strada mentre verso la Salaria era rivolta la targa in marmo della lunghezza di 5 m che riporta:

Da vivo Marco Lucilio Peto, figlio di Marco, della Tribù Scaptia, Tribuno militare, Prefetto dei fabbri, Prefetto della cavalleria.
Lucilia Polla, figlia di Marco, sorella.



Sepolcro di Quintus Sulpicius Maximus via Salaria

Durante il cannoneggiamento delle mura del 1870, venne gravemente danneggiata la porta Salaria, si che nel 1871 si decise di abbattere la porta rinvenendo, inglobato nelle fondamenta della torre cilindrica ad est della porta, il monumento funebre a Quinto Sulpicio Massimo ed anche un sepolcro a camera, ambedue del I sec. d.c.

L'originale cippo è ai Musei Capitolini - Palazzo dei Conservatori e i massi della tomba a camera ed una copia del sepolcro di Sulpicio Massimo furono inseriti all’interno di un piccolo giardino a poche decine di metri dalla originale ubicazione, all’angolo tra via Piave e via Quinto Sulpicio Massimo.

La tomba è realizzata con un alto piedistallo di travertino sormontato da un cippo di marmo alla cui sommità è un frontone con acroteri angolari; nel cippo è scolpita una statua raffigurante il giovane di 11 anni con a fianco il suo componimento e la sua storia in Latino e Greco. Nel 92 d.c. Domiziano aprì il terzo Certamen Quinquennale, una gara mondiale di ginnastica, sport equestri, musica e poesia, manifestazione che si sarebbe tenuta per tutta la durata dell’impero romano e di cui si avrebbero avute reminescenze ancora nel medioevo e nel rinascimento. Tra le gare alcuni concorrenti in poesia greca si sfidarono in un componimento improvvisato su un tema assegnato Versus Extemporales, cioè versi estemporanei ed il giovane Quinto Sulpicio Massimo vinse la gara, ma immediatamente dopo morì.

Ecco l'epigrafe:
"Agli Dei Mani.
Per Quinto Sulpicio Massimo, figlio di Quinto, della tribù Claudia, nato in Roma e vissuto 11 anni 5 mesi e 12 giorni.



Egli, alla terza celebrazione quinquennale dei giochi Capitolini, tra 52 poeti di Greco riscosse apertamente i favori che furono risvegliati dalla sua giovane età, il suo ingegno suscitò ammirazione e dipartì con onore. I suoi versi improvvisati sono incisi su questa tomba, a provare che i genitori non erano ispirati unicamente dal loro profondo affetto per lui.
Quinto Sulpicio Eugramo e Licinia Ianuaria, infelicissimi genitori, realizzarono per il tenerissimo figlio e per loro stessi e per i loro posteri”



Sepolcro di Cornelia in Via Salaria

Rinvenuto all’interno della torre ad ovest della porta Salaria al suo abbattimento nel 1871, il sepolcro lì rinvenuto, del I sec. a.c., venne collocato in Corso d’Italia a ridosso delle mura Aureliane, appena dopo via Lucania.
Si tratta del monumento funebre di una certa Cornelia, figlia di Lucio Scipio e moglie di Vatienus, di cui rimane parte del basamento di forma rotonda in opera cementizia rivestita con marmo e travertino, una parte del fregio raffigurante un bucranio ed una parte di scultura.


Colombario di via Salaria

Si vedono i resti delle sue pareti in laterizi nella pineta di villa Borghese in corrispondenza di via Pinciana, un sepolcro del II sec. d.c.


Catacomba di Panfilo via Paisiello

L’accesso è nei sotterranei della chiesa di Santa Teresa del Bambin Gesù in Panfilo. Si sviluppa su tre piani: un primo ed un secondo piano collegati tra loro, ed un piano intermedio. Il piano inferiore, a 20 mi sotto il suolo, è il più antico, del III sec. d.c.: è composto da una specie di decumanus ipogeo lungo circa 60 m, su cui si innestano altre gallerie.

Nel IV sec. vi fu aggiunta una nuova regione con altre gallerie: qui si trova il cubiculum duplex, con le spoglie del martire Panfilo. Il piano intermedio è composto da due ambulacri collegati da gallerie. Il primo piano, molto rovinato dalle costruzioni del sopraterra, è datato tra il 348 ed il 361.
Il livello più interessante è il terzo, con una pittura del VI sec., di Madonna col bambino con una iscrizione: l’opera fu gravemente danneggiata da un operaio della ditta costruttrice della palazzina sovrastante. In questo livello si trova il “cubicolo doppio”, realizzato per ospitare le reliquie di san Panfilo. Il primo ambiente, con copertura a crociera, ospita alcuni loculi sui lati e alcune forme (tombe terragne).
Nella parete di fondo c’è l’apertura che immette al secondo ambiente, che ha una copertura con volta a botte. Nella parte di fondo vi è un arcosolio con tomba a mensa, ossia col loculo scavato nel muro e chiuso da una lastra di marmo. Ai due lati della tomba vi sono due cattedre (o seggiole) scavate nella parete. Rinvenuti qui vetri, coppe, fiale, avori, bronzi e 64 monete traianee.
Il livello intermedio è caratterizzato da molte sepolture di bambini, con suppellettili, ancora ben conservate: campanellini, oggetti in avorio, statuette e bamboline.


Catacombe di Priscilla

L'ingresso è nel monastero delle Suore Benedettine di Priscilla. Il cimitero, scavato tra il II e il V sec., inizia da tre nuclei originariamente indipendenti e separati tra loro, dei quali i principali sono: un arenario, il criptoportico di una villa e l'ipogeo a carattere familiare degli Acilii Glabrioni.
Scavate nel tufo, si snodano per circa 13 chilometri in percorsi irregolari, ogni tanto interrotte da piccole stanze, i cubicoli, tombe di famiglia o sepolcri venerati.

Il corpo del defunto, avvolto in un sudario e senza una cassa, veniva adagiato nei loculi scavati nelle pareti delle gallerie. Le lastre di chiusura, in marmo o in terracotta, sono state quasi completamente asportate. Alcuni frammenti di iscrizioni in latino o in greco sono affissi sulle pareti o sui muri di sostegno eretti in zone pericolanti. Piccoli buchi tra una
tomba e l'altra servivano per appoggiare le lucerne a olio che illuminavano il percorso.

Il cubicolo Della Velata raffigura una giovane donna in ricca tunica e col capo velato, con le braccia alzate in preghiera. Ai lati scene della vita della defunta.

Al centro della volta è dipinto il Buon Pastore. Poi episodi dell'Antico Testamento: i tre giovani ebrei salvati dal fuoco, ol sacrificio di Isacco e Giona dal mostro. Le pitture sono datate alla 2° metà del III secolo.

Nella Cappella Greca Ambiente ntevoli pitture di stile pompeiano, finto marmo e stucchi, con tre nicchie per sarcofagi sul fondo e un bancone per refrigeri sul lato sinistro.
Ci sono il banchetto sacro, Gesù e Lazzaro, Noè, Mosè, Daniele tra i leoni, i tre giovani nella fornace e Susanna accusata dai vecchioni e salvata dal profeta Daniele, insieme a simboli pagani: le stagioni e la fenice che rinasce dal rogo.


Catacomba di Bassilla o S. Ermete in via Bertoloni

Fu impiantata su una villa romana con ninfeo, abbandonata agli inizi del III sec., e trasformata per usi funerari. Qui venne sepolto il martire Ermete, la cui cripta fu trasformata in basilica sotto il pontificato di papa Damaso I (366-384). Della basilica oggi restano l’abside con la cattedra ed un matroneo, mentre l’attuale copertura è dovuta ai lavori fatti eseguire dai Gesuiti alla fine del XVII sec.. Dalla basilica si accede alle gallerie della catacomba. Bassilla sarebbe la nipote di Gallieno martirizzata.


Ipogeo di via Livenza

L'ipogeo, del IV sec. d.c., venne alla luce nel 1923 durante i lavori per la costruzione di una palazzina, tra Via Livenza e Via Po, a 250 m dalle mura Aureliane. L'ipogeo, di notevoli dimensioni, fu in parte distrutto dalle fondazioni di una costruzione moderna: attualmente si conserva solo una piccola porzione trapezoidale del lato settentrionale. Originariamente l'edificio sotterraneo, a cui si accedeva tramite una scala oggi parzialmente ricostruita, presentava una pianta di m 21 x 7 con il lato corto meridionale absidato. L'aula, costruita in opus vittatum, era distinta in due ambienti che, separati da due gradini in travertino inquadrati da pilastri in muratura, venivano a trovarsi su piani diversi.

Le pareti laterali est e sud dell'ipogeo presentavano due porte: la prima immetteva in un vano mai esplorato, la seconda, ancora visibile, affiancata da due finestrelle lunghe e strette, risulta chiusa nella roccia. La parete di fondo settentrionale e' articolata in tre archi adiacenti. I due archi laterali, minori rispetto a quello centrale, davano l'accesso alla scala e ad un piccolo vano che immetteva in un secondo ambiente oggi perduto.

Sotto l'arco centrale sta una profonda vasca rettangolare, foderata in cocciopesto, con il fondo in bipedali, a cui si accedeva con quattro gradini alti ed irregolari. L'arco e' delimitato da transenne marmoree che insistono su una base di travertino. La vasca e' fornita di un sistema di adduzione e deduzione delle acque: tramite un tubo in terracotta l'acqua scendeva a cascatella e veniva fatta defluire dalla vasca con apertura a saracinesca collegata ad una conduttura di drenaggio scavata nel tufo.
Al centro del muro a ridosso della vasca, si apre una nicchia decorata nella fascia inferiore a finte lastre di marmo, mentre nel catino e' raffigurata una fontana dal bacino quadrato che raccoglie l'acqua sgorgante da un Kantaros.

Sull'orlo del vaso sono rappresentati due piccoli uccelli, il primo posto sulla sinistra con la testa girata all'indietro, il secondo, sulla destra, nell'atto di bere. Alle estremita' altri due uccelli tra elementi floreali. Sulla sinistra della nicchia e' raffigurata Diana, col capo ornato da un diadema con corona di lauro, con un corto chitonisco rosso con leggero himation rosa ed indossa alte calzature da campagna bianche con lacci rossi. Diana estrae con la mano destra una freccia dalla faretra e, con la sinistra, tiene l'arco; ai lati, in fuga, una coppia di cervi. Sullo sfondo un paesaggio silvestre di alberi ed arbusti.

Sulla destra della nicchia e' ritratta una ninfa, compagna di Diana, vestita con un corto chitone rosso e con il capo ornato da un diadema aureo. La donna, con la faretra sulle spalle, e' poggiata con il braccio sinistro ad un'asta, mentre con la mano destra accarezza il muso di un capriolo. La scena risolve lo sfondo con la stessa tecnica impressionistica a macchia. La parete dove si apre l'arco centrale, ed i muri posti ai lati della vasca sono riccamente ornati: la parte superiore presenta una decorazione mosaicata a piccole tessere di pasta vitrea, mentre inferiormente lo zoccolo e' dipinto a fresco. Resti di una decorazione geometrica sono visibili nell'infradosso dell'arco.

Lo zoccolo della parete occidentale conserva sulla sinistra parte della decorazione raffigurante una scena marina di amorini: in alto a sinistra sono raffigurati tre putti, uno seduto e due in piedi, nell'atto di gettare le reti da una piccola barca, mentre sulla destra un amorino nuota aggrappato al collo di un cigno dalle ali spiegate. Nella parte inferiore sono rappresentati altri due eroti, nell'atto di pescare, uno accovacciato su uno scoglio, l'altro mentre tira la lenza. Alcune anatre, raffigurate sugli scogli, completano il quadro.

La parete occidentale presenta una decorazione a mosaico di resta soltanto la parte inferiore con due personaggi, il primo vestito con una corta tunica è inginocchiato per bere da una sorgente che sgorga da una rupe, alle sue spalle il secondo, vestito con tunica e sandali, incede verso sinistra.
Si è ipotizzato un santuario della setta misterica greca dei Baptai che venerava la Dea Tracia Cotys, spesso assimilata ad Artemide e che praticava, durante le cerimonie sacre a carattere orgiastico, un bagno rituale in acqua fredda.


Catacombe di Massimo o S. Felicita

La catacomba è conosciuta col nome di catacomba di Massimo, dal nome del proprietario del terreno in cui fu scavata, e si articola su tre livelli: nel primo livello, il più antico, è posta la piccola basilica dedicata al martire Silano, della seconda metà del IV sec., con una pittura, scoperta nel 1884 e risalente alla fine del VII sec o inizi dell’VIII, di matrice bizantina, che ritrae Felicita circondata dai suoi sette figli. Di essa oggi rimangono pochi frammenti, a causa di una frana della parete.


Catacomba di Trasone o Ad Sanctum Saturninum

Il cimitero deriva il nome dal probabile proprietario del terreno e vi furono sepolti i coniugi Crisanto e Daria i quali furono vittime di una persecuzione sotto Valeriano.


Catacombe dei Giordani

Nell'area cimiteriale erano sepolti diversi martiri e i fratelli Marziale e Vitale i quali erano figli di S. Felicita. si può datare la catacomba tra la seconda metà del III secolo e la prima metà del V secolo: sono infatti state scoperte iscrizioni che riportano le date estreme del 269 e del 436. Essa è intitolata dei Giordani dal nome della famiglia proprietaria del terreno in cui fu scavata. Essa si dispone su più livelli, fino ad un massimo di cinque.


Catacombe di via Anapo

L'area cimiteriale, del III - IV sec. d.c., si sviluppa su due piani con affreschi di soggetto cristiano (Noè con l'Arca, Daniele e i leoni, Cristo e gli apostoli, il Buon Pastore).

La sua scoperta risale al 1578, quando alcuni operai che cavavano qui della pozzolana, assistettero ad un franamento del terreno e alla scoperta nel sottosuolo di questo luogo di sepoltura ricco di pitture, iscrizioni e frammenti di sarcofagi.

Non fu comunque rinvenuto qui alcun corpo, probabilmente a causa delle traslazioni dei defunti dalle catacombe ai cimiteri avvenute nel corso del IX sec..


Fidenae

Livio:
"La colonia romana di Fidene passò a Larte Tolumnio re dei Veienti. A questa defezione si aggiunse un delitto ancora peggiore; infatti, su ordine di Tolumnio, i Fidenati uccisero gli ambasciatori romani, venuti a chiedere il motivo della strana decisione; per questo presso il campo di battaglia dell' Aniene Romana ingenti forze armate si scontrarono con Veienti e Fidenati. La cavalleria dei nemici resisteva; lo stesso Tolumnio che cavalcava in prima fila davanti ai Romani continuava la lotta. Allora vi era tra la cavalleria romana il tribuno militare Cornelio Cosso, il quale riconobbe Tolumnio dal suo insigne abito regale.
- E' lui - urlò - che ha rotto il patto e infranto il diritto delle genti. Allora io lo offrirò come vittima sacrificale ai Mani. -
Cornelio trafisse con la lancia Tolumnio, il quale cadde da cavallo. Subito Cornelio balzò in piedi; stese di nuovo a terra con lo scudo il re che stava cercando di rialzarsi e lo inchiodò al suolo con la lancia. Allora vincitore mostrò sulla punta della lancia la testa mozzata del re; i nemici furono terrorizzati e si dettero alla fuga. -

Sulle pendici orientali della collina, lungo la via Salaria, fu costruita la curia fidenate, con un'iscrizione dedicata dal Senato di Fidene a M. Aurelius, qui scoperta nel 1889, insieme a resti di alcuni edifici.


Crustumerium

Secondo gli autori antichi, era una città affacciata sul Tevere tra Eretum e Fidenae; grazie a queste testimonianze, ne è risultato identificato il sito storico, segnato da molti materiali archeologici di superficie. Attualmente l'area della città antica è conosciuta, solo nelle grandi linee, grazie a ricognizioni di superficie e a sporadici scavi della Soprintendenza Archeologica di Roma (dal 1982) che hanno tuttavia permesso la scoperta di circa duecento sepolture ed il recupero di notevoli corredi tombali composti da ceramiche e bronzi. Nel 495 a.C. il loro territorio rientrò all’interno dell’ager romanus, fu creata così la XXI tribù: “La Clustumina”.


Terme di Cotilia

Le copiose sorgenti di acque acidule, solforose e ferrate attrassero i Romani, che vi stabilirono un vero e proprio centro turistico-termale.

Come testimoniano i resti delle ville degli imperatori Tito e Vespasiano e gli scritti di Varrone, Macrobio, Dionisio, Festo, Seneca, Vitruvio, Celso, Plinio, Catone, Tito Livio e Virgilio.


Fonte Cottorella

Già apprezzate dagli antichi romani e dall’imperatore Vespasiano che le usava come curative, sono di tipo oligominerali.

Durante il medioevo e oltre nomi illustri vi si recarono per giovarsi delle sue proprietà curative, da papa Gregorio IX, al principe Marcantonio Colonna, al Bramante.

La sorgente spunta dal Monte Belvedere a 400 m sul livello del mare e a 3 km dal cosiddetto "cancello di Roma", cioè dall'antica città di Reate (Rieti).



SPOGLI DEL 500

1558, 1 novembre. Giovanbattista de Filippi concede licenza di cavar pozzolana in una sua vigna fuori della porta Salaria, con riserva per gli oggetti di antichità.
« Indict prima die primo men 9bris 1558. Pont. pauli pape quarti anno eius 4". In pntia mei notij. Hec est quedam societas ad cavandum et vendendum puteolanam Inter do: Io bapt. dephilippis ro: dominum et pronum cuiusdam vinee site extra portam salariam et lacobum d. forlanis de orto ex altera et Antonium Georgij mediolanen ex altera Hinc est quod idem d. Io: Bap. dedit eidem lacobo et Antonio presentibus ad cavndum puteolanam in dieta eius vinea cum duobus pichionis et alias arbitrio ipsius d. Io : bap.et omnes expense fiende in dea Cava ac lucrum et damnum sit et esse debeat comunes inter ipsas partes videi: unum tertium prò quolibet. Item cum pactis che trovandosi in dieta Cava sassi minuti grossi tevertine marmori figure piombo oro metallo et qualsivoglia altra cosa similmente s' habia a dividere terzo terzo tra loro. Item con pacti che ciassc'uno di esse parti siano tenuti a pacare. »
 [Not, Giambattista Amadei, prot. 34, e. 405].


1555, 2 marzo. Giambattista Gargani concede licenza a ra.° Rocco di cavare pozzolana nella sua vigna fuori la porta Pinciana, con riserva per gli oggetti di antichità.
« Indictione XIII Die ij mensis martij. In presentia mei notarij Constitutus personaliter dfius Johannes baptista de garganis ro: ci: locavit magistro Roccho fabr. cavatori Idest quandam ipsius dni Johannis baptìste vineam sitam in urbe extra portam pincianam cui ab uno sunt bona heredum quondam Johannis Baptiste cavutij et fratrum, ab alio bona Jacobi scoparoli a duobus aliis lateribus vie publice Cum pactis et conventionibus infrascriptis inter ipsas partes inhitis videlicet.
Imprimis che tutte le bocche che vorrà fare nella vigna per cavar la pozzolana le habia da fare in luoco che non faccia nocumento alla vigna. Secondo che habia a pigliare la detta cava per cavare tutta la pozolana che vi sarà et lassare li suoi pilastri boni né possa lassarla lino ci sarà pozolana che habia a pigliare la vigna et potere cavare sotto di essa come si è detto per prezzo de scuti 1. de moneta che deba pagare la risposta alli frati di saiicta Maria in via.» 
[Not. Giambattista Amadei, prot. 3u, e. 86 e 117].

A questa medesima via Salaria appartiene altra licenza « cavar puteolanam » concessa il 12 giugno di questo stesso anno dai Canonici della basilica vaticana a Francesco di Pietro Aretino « in quodam petio terre posite extra poitam Pincianam prope monia urbis 1558, 1 novembre. » Giovanbattista de Filippi concede licenza di cavar pozzolana in una sua vigna fuori della porta Salaria, con riserva per gli oggetti di antichità.




RITROVAMENTI DELL'800

Costruendosi una fogna fuori delle mura della città, fra la porta Salaria e la Pinciana, sono stati ritrovati i seguenti oggetti :
- Arca sepolcrale in travertino contenente molte ossa umane sconvolte.
- Vaso ossuario fittile, alto m. 0,40.
- Cinque balsamarì di vetro.
- Due vasetti in terracotta.
- Lucerna fittile, rozza, con un lepre in rilievo.
- Piatto di simile lucerna, col busto di Giove e l'aquila. Fibula di bronzo.
- Borchia di bronzo.
- Si è pure rinvenuto un sarcofago liscio di marmo, tuttora chiuso, col suo coperchio a foggia di tetto con antetìsse agli angoli. Apertolo, si è trovato conteneva soltanto lo scheletro, avvolto nella parte superiore, entro il lenzuolo fimebre; ed una piccola moneta di bronzo presso la testa.
Provengono dallo stesso luogo i seguenti monumenti epigrafici :
- Cippo in travertino, alto m. 0,05, largo m. 0,30, terminato a semicerchio:
Nel terreno del sig. Adone Fellini, posto sulla sinistra della via Salaria, a m. 100 dalla porta, scavandosi per le fondamenta di una nuova casa, sono stati scoperti, in parte,
- due antichi mausolei dei quali restano in piedi le sole pareti perimetrali. Il primo, che è il più vicino alla porta, misura circa 10 metri di fronte, ed 8 metri di lato, ed è costruito con blocchi di tufo, lunghi in media m. 1,20 alti m. 0,59 e squadrati con molta cara. Ne rimangono otto ordini, murati con sottilissimo strato di colla di calce. Il nucleo interno è costruito a sacco con iscaglie di tufo.
- Ad 8 metri di distanza si è incominciato a scoprire lo spigolo di un secondo mausoleo costruito, come sembra, nella maniera istessa dell'antecedente.

Fra le porte Salaria e Pinciana si è posto mano agli sterri per la costruzione di una fogna, parallelamente alle mura della città. È stata raccolta fra le terre una testina di marmo, alta m. 0,06, che rappresenta un fanciulletto coi capelli corti e inanellati. Proviene dallo stesso luogo un manico di piccolo caldaio di bronzo, il cui diametro alla bocca doveva essere di m. 0,03.

Continuandosi i lavori del fognone lungo la via delle mura a sinistra della porta Salaria, si è raccolta, alla profondità di circa 4 m, una bella fibula di bronzo, intiera e benissimo conservata. È della forma detta a navicella, e misura m. 0,13 di lunghezza. Dalla medesima escavazione proviene un frammento di lucerna in terra rossa, ove è finamente rilevata nel piatto un'aquila, che col rostro afferra un serpente. Disterrato il monumento sepolcrale, che tornò in luce nello scorso mese per i lavori della fogna a sinistra della porta Salaria (cfr. Notizie 1890, p. 218), si è rimessa allo scoperto quasi tutta la fronte del medesimo e l'intiero lato sinistro. È di forma rettangolare, costruito con due ordini di parallelepipedi di tufa, ed ha base e cimasa scorniciate. La lunghezza totale della fronte, della quale conservasi soltanto il basamento, mancando tutta la parta superiore destra, misura m. 4,20; quella del fianco è di m. 5,10. L'altezza complessiva del monumento è di m. 1,67. Nell'ordine superiore dei parallelepipedi costituenti il vivo del sepolcro, è inciso sulla fronte a grandi e profonde lettere (alt. m. 0,18) il nome:
 Q_ TERENTILIVS • Q ■ F • CAj
 e nel lato sinistro, che è intiero, si legge in lettere più sottili (alt. m. 0,145):
 Q_: TERENTILIVS ■ CLF- CAM- RVFVS
 In vicinanza del luogo medesimo, demolito il muro di cinta di una vigna, si è trovato fra i materiali un lastrone di travertino, di m. 0,85 X 0,57, che porta scritto :
 m. ^ ?« e r e ;; / M si M • L • I S I D OÌors- m. lucretius w .\n:^ARGENTIL!!VS lu^RETlK- M • D~mì7^VMENA M • LVCRETIVS • M ■ L • HILARVS LVCRETI A -M-L-PHILEMATIO LVCRETIA-M-L- ANTIOCHIS ^IN-AGRRO- PED-XVI sic ìk- frvnt PED • XVI

Proseguito lo scavo per la stessa fogna lungo la via delle Mura, e verso porta Pinciana, si sono trovati i seguenti titoli sepolcrali:
 a) Cippo di travertino, terminato a semicerchio, di m. 0,06 X 0,30 : M- ATISTI D-L-SABDA Frammenti di piccole lastre marmoree:
 d) \tvs-HER HlC-IAC Camjìanla. IX. SANTA MARIA DI CAPUA VETEllK
Fu accennata nelle Notizie del corrente anno (p. 123) la scoperta di un torso di statua marmorea, avvenuta nella caserma Perella in S. Maria di Capua Vetere. Essendo stata quella scultura destinata al Museo Nazionale di Napoli, il sig. Direttore di quell'istituto, la descrive nel modo seguente.
« La statua si può convenientemente avvicinare a quella che esiste nell'Augusteo di Dresda, e viene riportata da Clarac (PI. (301 n. 1819). Però debbo osservare che mentre il torso capuano, pel partito delle pieghe sotto al braccio e sopra il ventre e per l'inclinazione delle spalle, per la movenza del braccio sinistro e il riattacco della mano destra sulle pieghe del manto, si rassomiglia perfettamente a quella di Dresda, ne ditferisce per il contorno del lato sinistro che è diritto e rigido ed assai meno bello.

«Il codice berlinese del Pighio contiene il disegno a colori di una volta  (f. 322) con parti istoriate, e gruppi e vignette e figurine di molta leggiadria. Il midaglione nel centro della crociera apparisce danneggiato dai primi violatori delk tombe romano, quando strapparono l'uncino e la catena ohe reggevano la lampada di bronzo. La cripta era rischiarata da tre feritoie, due sul lato destro, una sul sinistro, le quali devono essere state aperte dopo compiuta la dipintura del vano, perchè una delle figure principali viene da esso tagliata. Il i. 33o' contiene i dettagli a matita, in maggiore scala, di quattro gruppi: il f. 334 la riproduzione di due quadri oblunghi relativi al mito di Apollo: i ff. 335', 336' 337' altri particolari. Sotto ai due quadri oblunghi sono scritte le seguenti parole: « diese 3 figure erano disegnati in un foglio nel rovescio del quale stavano queste parole: in dorso standen dieso worte la grotta nella via Salaria», lo non ho mai trovata opportunità di visitare questa cripta dipinta, alla quale si accede traversando la grotta da vino del Casino di vigna Pallotta, posto a cavallo del bivio delle Tre Madonne: ma il comm. de Rossi, il quale vi penetrò giovinetto nel 1845, insieme al p. Marchi, me ne ha più volte tenuto parola. Il Seroux d' Agincourt riproduce negligentemente i soggetti degli affreschi nella Storia dell'Arte, Pittura, tav. IV, n. 12-16.» 




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