BATTAGLIA DI MAGNESIA



BATTAGLIA DI MAGNESIA 190 A.C.

Magnesia era una città posta a nord est. di Smirne, vicino al corso del fiume Gedis, sulle falde del monte Sipilo (Manisa Daǧ). Era la città più orientale dell'Eolia alla cui fondazione avevano avuto parte le Amazzoni; fece parte del regno di Lidia e poi soggiacque ai Persiani.

Detta anche battaglia del fiume Frigio, che diede ai Romani il dominio sull'Asia Minore, la battaglia di magnesia si combatté nella pianura Ircania o pianura di Ciro, nella pianura a nord di Magnesia ad Sipylum attualmente Manisa

La principale fonte d'informazione storica al riguardo è Tito Livio, il cui proposito era però di glorificare le virtù romane e che ha lasciato dati distorti sui numeri dei soldati e dei caduti in battaglia, recentemente riconsiderati e rivisti da vari studiosi, o almeno così si dice, perchè gli autori moderni non sono d'accordo. 

La questione è di 10000 romani in più o in meno per l'esercito di Antioco, comunque Livio traduce in gran parte da Polibio. 

LE BATTAGLIE CONTRO ANTIOCO (zommabile)
Importante anche la relazione di Appiano che dipende in parte da Polibio e da altri. 

Insomma si tratta più di Polibio che di Livio, che non è mai stato giudicato autore parziale, che è coevo ai fatti  (206 - 124 a.c.) e che soprattutto è greco e tenne sempre alla sua patria, tanto da tornarci e morire là, dopo essere vissuto a Roma.

Le fonti romane del tempo riportano che, al termine della battaglia, le perdite seleucidi ammontarono a circa 53000 uomini, mentre quelle romane furono di soli 300 soldati. 

Per quanto la battaglia di Magnesia sia stata una delle più importanti vittorie della storia romana, la stima dei caduti sembra un po' esagerata a fini propagandistici. 

Tuttavia i grandi generali romani hanno sempre limitato le perdite romane a poche centinaia di uomini rispetto alle migliaia di nemici. Le ragioni comunque risiedevano non tanto nel valore perchè anche i nemici erano determinati e coraggiosi, quanto nel poderoso addestramento dei militi romani, nella organizzazione precisa e ordinata fino all'ossessione e nella enorme bravura dei generali romani, grandi strateghi e con tattiche sempre innovative.

Generali: Publio Cornelio Scipione l’Africano (formalmente il fratello Lucio) contro Antioco III il Grande di Siria.  Il senato sceglie come generale il console Lucio Cornelio Scipione, ma si aggiunse spontaneamente il fratello Publio Cornelio Scipione, e sarà quest'ultimo l'autore della vittoria.



L'ANTEFATTO

Antioco III voleva profittare di Roma provatissima dalle guerre puniche, per riprendersi quello che il padre si era fatto togliere nei suoi tre anni di regno, oltre a liberare i greci prigionieri di Roma dopo le guerre macedoniche. Così dichiara guerra a Roma.

ANTIOCO IL GRANDE
Il giovane Scipione ha vinto a Zama Cartagine, ma si è anche lasciato sfuggire Annibale che è andato a rifugiarsi dal Re seleucida Antioco che lo accoglie benevolmente.

Così Antioco e Annibale con 10.500 uomini occupano l'isola di Calcide d’Eubea. I romani, allo stremo, si rivolgono al re macedone, cedendogli alcune città, a suo tempo da loro occupate, in cambio di una collaborazione.

Il primo generale è Manio Acilio Glabrione, che si era opposto in senato alla richiesta del console Gneo Cornelio Lentulo, che chiedeva per sé la provincia d'Africa, assegnata invece a Publio Cornelio Scipione.

Manio in un mese arriva con 20.000 fanti, 2.000 cavalieri e 15 elefanti, vince Antioco alle Termopili e riconquista tutte le fortezze perdute.
Antioco, ancora a corto di rinforzi, aveva infatti indietreggiato fino alle Termopili, per impedire ai romani l’accesso alla Grecia centrale e fu qui che Manio lo sconfisse. Poi arriva il secondo generale, Catone, con soli duemila uomini, ma anche lui è uno di quei generali abituati a vincere un nemico molto più numeroso. La tradizione è salva, Catone con un numero molto inferiore di uomini sconfigge Antioco e lo mette in fuga.

Poi Livio Salinatore, altro generale romano, insieme alle flotte di Pergamo e Rodi, (che sarà console nel 188,) sconfigge Antioco anche sul mare, ovvero sconfigge il suo l'ammiraglio Polissenida in una battaglia navale presso Corico.

Ora il senato di Roma si è tirato su di morale e vuole togliersi d'attorno Antioco una volta per sempre. Il popolo, che all'epoca ha molta voce in capitolo, vuole Scipione, che propone di portare la guerra in Asia come aveva fatto in Africa. I consoli per il 190 sono Caio Lelio e Lucio Scipione, rispettivamente migliore amico e fratello di Scipione. La nomina a generale è sicura.

ANNIBALE
È il gennaio del 191, a soli tre mesi dalla dichiarazione di guerra, Roma si è di nuovo agguerrita e mobilitata, e ora avanza contro Antioco. Questi intanto sbarca in Tessaglia e raccoglie nel suo esercito i guerrieri etoli.

Nel 190 a.c., i Romani traversano per la prima volta nella storia l'Ellesponto e non ci sono nemici che possano arrestarli, capaci di vincere ormai per terra e per mare. A fine aprile, un nuovo esercito romano di 13.000 fanti e 500 cavalieri si congiunge a quello di Glabrione e sconfigge subito gli Etoli poi volge ai Dardanelli.

Incalzato dai Romani, Antioco raccoglie le sue forze a Tiatira, arretra per una quarantina di km, sempre coi romani alle calcagna che vogliono dargli battaglia. L'inverno è vicino e i romani dovrebbero mettere su dei nuovi fortini, gli accampamenti invernali, con sortite continue per procurarsi viveri e merci.

Preferiscono risolvere la cosa immediatamente, per cui inseguono Antioco ovunque lui voglia, anche in un campo che lo avvantaggi, i generali confidano sulla loro abilità tattica anche in terreno sfavorevole.

Il re siriano varca il fiume Frigio, e si accampa finalmente fra questo e l'Ermo, è il luogo adatto alle manovre della sua cavalleria e dei suoi carri da guerra. E' battaglia.

Le forze romane sono decisamente inferiori a quelle dei seleucidi. Ed ecco i due schieramenti:

Esercito romano:

- le legioni al centro (4 legioni da 5.400 uomini l’una)
- cavalleria all'ala sinistra, protetta dal fiume Ermo
-  le truppe leggere (3000 uomini),  fra pergameni e achei, condotte dall'alleato asiatico, il re Eumene II di Pergamo, sulla destra.
- I Triari formano la retroguardia e tra questi e i principi vi sono sedici elefanti.
- 2000 volontari dalla Tracia e dalla Macedonia sono lasciati a custodire l'accampamento.
- 3.000 cavalieri romani; 500 guerrieri tralli e cretesi di riserva;  a presidio dell’accampamento
- 16 elefanti sahariani, piccoli e ben addomesticati.


Esercito siriano

-16.000 falangiti;
- 19.700 fanti di varie etnie, tra arcieri, frombolieri e lanciatori di giavellotto,;
- 12.500 cavalieri, di cui 6.000 catafratti il resto cavalleria leggera;
- 1.000 guardie del corpo a cavallo per il re e la corte appiedata, gli ‘Scudi d’Argento’;
- 1.200 arcieri a cavallo del Caspio e 2.500 a piedi;
- 3.000 fanti tralli e cretesi
-;54 elefanti asiatici, enormi e indisciplinati, cavalcati da quattro guerrieri più un conducente ciascuno;
- bighe e quadrighe falcate
- 20000 arcieri arabi a dorso di dromedario, con sottili spade lunghe un metro e ottanta.

- Esercito siriano, più di 70.000 uomini (secondo alcuni moderni sono 60000). 
- Esercito romano, circa la metà (poco meno). 
Vince l'esercito romano.


Passati i Dardanelli, i romani si congiungono nella Misia con il re alleato e amico Eumene II di Pergamo, e giunti al fiume Frigio si accampano sulla sua riva destra.

PUBLIO CORNELIO SCIPIONE
Poi, visto che Antioco non voleva dare battaglia, si trasferiscono sulla sinistra avvicinandosi al campo di Antioco, procedendo lungo la sponda del fiume.

Annibale intanto, pure in superiorità numerica, nell’agosto del 190, viene sconfitto dai Rodii, che gli affondano 42 delle sue 89 navi. Nel frattempo, gli Scipioni avanzano via terra.

Dopo un mese di temporeggiamenti, Antioco è senza alleati, intimoriti dall'avanzata romana. Allora offre la pace a condizioni disastrose. Ha in ostaggio un figlio di Scipione, ma questi rifiuta ugualmente la resa.

Gli dice che, se Antioco vuole restituirglielo, avrà la sua gratitudine solo in privato. Le cose sono due, o Scipione è ultra certo che Antioco non torcerà un capello al figlio, o del figlio se ne infischia totalmente.

Comunque Antioco rimanda il figlio a Scipione, forse sperando a una clemenza nell'eventualità della sconfitta.  Antioco gira parecchio prima di scegliere il campo adatto, e i legionari comprendono che ha paura, così cresce invece la loro voglia di battersi.

« Quando Publio Scipione era in Lidia, osservò che l'esercito di Antioco era demoralizzato dalla pioggia, che cadeva giorno e notte senza interruzione, che sia i soldati sia i cavalli erano esausti, che anche gli archi erano stati resi inutili dagli effetti dell'umidità sulle loro corde, invitò il fratello ad iniziare la battaglia il giorno successivo, anche se era consacrata a feste religiose. L'adozione di questo piano portò infatti alla vittoria. » (Frontino, Stratagemata, IV, 7.30.)



SCHIERAMENTI IN CAMPO


Schieramento seleucida

- 16.000 falangiti divisi in 32 file, in modo da ottenere uno schieramento stretto e profondo, con grande capacità di penetrazione. La falange è divisa in dieci sezioni, separate da due elefanti ciascuna.
- Le ali sono speculari: dal centro verso l’esterno, armi e corazze pesanti per arrivare ai frombolieri sulla destra, protetta dal fiume Frigio, e a generici fanti leggeri sulla sinistra.
- I catafratti sono coperti da bighe, quadrighe e dromedari arabi.

Antioco intendeva sfondare la legione romana con la cavalleria pesante, per poi distruggere le truppe in rotta mentre la falange avanzava. I carri da guerra avrebbero annientato la cavalleria romana. Il re seleucide guidò personalmente la carica sul lato destro e inizialmente riuscì nel suo intento di decimare i legionari nemici.
 

Schieramento romano:

- due legioni romane al centro,
- due italiche ai fianchi,
- alleati e cavalleria alle ali; quella sinistra, che si ritrova di fianco al fiume e davanti al re, consta di sole 120 cavalieri.


SCIPIONE

Generale ed uomo di stato, protagonista di un'epoca cruciale della storia di Roma. Dopo i successi conseguiti in Spagna, dove conquistò Cartagena (209) e sconfisse Asdrubale (208), portò la guerra contro i Cartaginesi in Africa, dove con la vittoria di Zama (202) pose fine alla seconda guerra punica. Ostacolato nella successiva attività politica dal partito dei conservatori, si pose a capo insieme al fratello Lucio della spedizione contro Antioco III.



LA BATTAGLIA

1) Le bighe e le quadrighe di Antioco partono per scompaginare gli ausiliari pergameni, ma il re Eumene, alleato dei romani e al comando della cavalleria, li evita facendo avanzare i suoi arcieri cretesi e frombolieri in ordine sparso.

2) Ora che i catafratti sono scoperti, la fanteria leggera romana si fa da parte per lasciare che li colpisca la cavalleria formata da (arcieri e frombolieri) che colpiscono i cavalli nemici, diffondendo il panico pure fra i dromedari, Era in effetti più facile e devastante colpire un cavallo che non un cavaliere, perchè il catafratto aveva un'armatura pesante che lo riparava, perchè l'animale non ha armatura, è più grande dell'uomo, e perchè si imbizzarrisce e fugge creando un caos nella truppa.
3) I cavalli che trascinavano ì carri falcati fuggono travolgendo sia le truppe ausiliarie al loro seguito, sia la cavalleria seleucide disposta sull'ala sinistra dell'esercito.
4) - La falange, stretta al centro dello schieramento selucide, su una profondità di 32 linee, si ritrova ora con il fianco sinistro scoperto, e arretra verso il proprio accampamento, incalzata da una pioggia di frecce e giavellotti scagliati dai legionari, vanificando l'uso delle sarisse dei falangiti (sorta di pila lunghissimi)
5) - La situazione è ancora pesante e Scipione ha un'idea (spesso l'Africano ha conseguito vittorie mediante le sue brillanti invenzioni), Ordina ai suoi di suonare tutto il suonabile e di fare il massimo rumore con spade e scudi. Il frastuono di tube, trombe, ferraglie e urla prodotto dai romani atterrisce gli elefanti da guerra posti al centro, che si imbizzarrirono e scompaginarono i ranghi dei combattenti, la temibile falange si sfascia.
6) - Molti opliti della falange fuggono incappando nelle zampe degli elefanti, oppure vengono centrati dai legionari che gli scagliano da lontano i loro giavellotti. I legionari sono addestratissimi ed hanno mira e lancio straordinari. Ogni giavellotto è un nemico ucciso.
8) - Intanto la riserva centrale siriana viene sorpresa alle spalle da  Enobarbo,
9) - Antioco però, a capo della cavalleria sulla propria ala destra, aveva nel sfondato il fianco sinistro dello schieramento romano, mettendo in fuga le truppe nemiche in direzione del loro centro e verso l'accampamento.
10) - Inizia l'inseguimento di Antioco sui romani verso il campo avversario, ma il campo era ben difeso da Marco Emilio, valoroso guerriero, che raggiunge i fuggitivi romani e ordina ai suoi di ferire sia i nemici che i fuggiaschi. Questi ultimi per non essere uccisi dai commilitoni tornano a combattere i siriani
11) - Intanto sul campo di battaglia la cavalleria seleucide aveva subito tali perdite da non poter completare la mossa a tenaglia in congiunzione con la cavalleria di Antioco sull'ala destra, dando tempo ai legionari di riorganizzarsi e tornare in formazione.
12) - Poi, la cavalleria Romana, rimasta integra per via della messa fuori gioco dei carri, attacca i catafratti scompaginati, facendone strage.
13) - Alla fine duecento cavalieri romani dell’ala destra riescono a farsi strada fino a Emilio. Alla loro vista Antioco fugge verso il proprio accampamento. Muoiono tutti e 16000 i falangiti, restano solo 400 nemici da far prigionieri.
Secondo la maggio parte delle fonti i Siriaci caddero o rimasero prigionieri 20.000, per quanto la tradizione, dimenticando i dispersi, dia un numero più che doppio; i Romani non registrarono che 350 morti, compresi i Pergameni. Comunque n’ecatombe, ma Annibale è fuggito.


Annibale

Annibale fugge coi suoi uomini rimasti e va alla corte di re Prusia di Bitinia, che gli concesse asilo purchè combattesse per lui gli Attalidi del regno di Pergamo, cosa che fece. Prusia però rimase neutrale durante la guerra tra Antioco III e la Repubblica romana. Secondo Polibio, invece, Prusia si schierò nel bel mezzo della guerra contro la lega etolica (190 a.c.) a favore di Roma. Quest'ultima versione sembra più plausibile, perchè Roma inviò Falminino come ambasciatore presso Prusia I re di Bitinia nel 183 a.c., per ottenere la consegna di Annibale, che per non essere consegnato si avvelenò, dopo sei anni di esilio da Cartagine.


La pace di Apamea

Antioco, quando si rese conto che il suo piano era fallito e non poteva più vincere, si ritirò riparando a Sardi e poi ad Apamea da dove nel 188 a.c. firmò la pace con i Romani. Pur avendo ancora un esercito numeroso, aveva perduto la fiducia dei militari e dei sudditi, per limitare i danni dovette così rinunciare alla Grecia che passò quindi al dominio romano. Roma lascia agli alleati gran parte dei nuovi territori: una Provincia così lontana non è gestibile, però si prende il regno di Pergamo a danno della Siria.

La mitica falange aveva perso con gli altrettanto mitici legionari romani. L’esercito romano impiegherà sei mesi a rientrare in Italia, a causa di ulteriori attacchi da parte dei barbari, Antioco morirà nel 187, un anno dopo la pace di Apamea, ammazzato mentre saccheggia un tempio.

Il comando romano era stato tenuto nominalmente da L. Cornelio Scipione poi detto Asiatico, il console del 190, ma nella battaglia sembra fu il fratello Publio a cui si deve il piano stesso della spedizione in Asia, a guidare le armate. Lucio Cornelio si era ammalato ed era rimasto addietro in Elea. Secondo altri però, il comando effettivo dei Romani fu tenuto dal legato Cn. Domizio Enobarbo, il console del 192, ma si sa che Cornelio Scipione fu tanto valido generale quanto invidiato e odiato dai suoi rivali romani.


Publio Cornelio Scipione

Rientrato a Roma, Scipione fu accusato dal suo avversario politico Marco Porcio Catone di avere accettato denaro da Antioco e subì un processo. Venne assolto dalle accuse, ma ne rimase così disgustato che si ritirò dalla vita pubblica sia civile che militare, anzi lasciò Roma e mai più vi tornò, ritirandosi nella propria villa di Literno, in Campania, dove morì poco più che cinquantenne. Tanto può l'invidia.



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