URBS SALVIA - URBISAGLIA ( Marche )



COME DOVEVA APPARIRE

Urbisaglia prende nome dalla romana Urbs Salvia o Urbisalvia, come risulta da lapidi rinvenute e dalle fonti. L'interpretazione del senso però non è univoca: secondo alcuni è Città dei Salvi, una gens romana che esercitò un notevole potere politico sulla città, ma secondo altri è la stessa familia a derivare il proprio nome dalla città.

Per altri storici il nome deriva da Urbs Saluia, cioè dedicata alla Dea Salus e in effetti sono emerse presso l'urbe delle sorgenti termali, una statua del Dio della medicina Esculapio,  riproduzioni della statua della ninfa Igea, il basamento e una statua della Dea Salus, nonchè laterizi, con la scritta  Salutis augusta salviensis, sicuramente derivati del tempio esistente nell'area del criptoportico. Non dimentichiamo che

Ottaviano eresse templi alla Salus Augusta, Urbs Salvia era come dire la città della Salute (come Dea).
Altri ancora  fanno derivare il suo nome da Orvesallia, di origine italica, trasformato da i romani in Urbs Salvia, nome che compare in alcuni documenti medievali.

L'ipotesi che Urbisaglia abbia avuto origini picene o italiche non è suffragata da alcun ritrovamento archeologico, ma è invece citata in vari modi:

  • da Strabone (63a.c. - 20 d.c.) come Pneuentia, 
  • da Plinio (23 d.c. - 79 d.c.) come Urbe Salvia Pollentini, 
  • nei Gromatici Veteres come Ager Urbisalviensis, 
  • da Claudio Tolomeo (138-180 d.c.) come Orsabaluia, 
  • nella Tavola peuntingeriana come Urbs Salvia,  
  • da Procopio da Cesarea (V-VI sec. d.c.) come Ourbisalia. 
Nei Libri Coloniarum dei Gromatici veteres si legge: Ager Urbis Salviensis limitibus maritimis et montanis lege triumvirali et loca hereditaria eius populus accepit (Il territorio di Urbs Salvia ha per confine i monti e il mare; è soggetto alla legge triumvirale e i luoghi appartengono alla popolazione per ereditarietà).



LA STORIA

Urbisaglia fu fondata verso la fine del II sec. a.c., e raggiunse il suo massimo splendore nella II metà del I sec. d.c., quando la Città divenne il principale centro culturale, sociale e politico della Valle di Fiastra.
La fondazione, o rifondazione, dovette coinvolgere, volente o nolente, una popolazione indigena perché i Romani non erano usi fondare nuove città ma subentrare in siti già esistenti dopo averli conquistati.

La città di Urbs Salvia apparteneva alla tribù velinal Le originarie tribù dei Ramnes, Tities e Luceres, che formavano il populus, furono aumentate nei secoli successivi portando il numero a trentacinque: quattro cittadine e trentuno rustiche. La tribù Velina venne istituita per ultima, insieme alla Quirina, nel 241 a.c., dopo la completa conquista del territorio dei Piceni e dei Pretuziani.

Urbs Salvia è la sola città in tutta la regione in cui siano attestati dei quattuorviri, menzionati da due iscrizioni d'età imperiale. Nei municipia, comuni forniti di cittadinanza romana, soprattutto dopo le guerre con la lega italica, questi erano i quattro magistrati elettivi che amministravano giustizia e potere esecutivo.

Ogni cinque anni, per il censimento, i quattuorviri diventavano quattuorviri censoria potestate o quattuorviri quinquennales, seguendo i principi romani dell'annualità e gratuità, potendo ciascuno compiere da solo qualsiasi atto d'ufficio, a meno del veto di un collega.

Dopo i lunghi anni di lotte civili  Augusto riportò la pace nell'impero, una lunghissima Pax Augusta che permise di chiudere  molto a lungo il tempio di Giano Quirino. Alcuni cittadini di Urbs Salvia parteciparono attivamente all'ascesa politica di Ottaviano Augusto;ricevendone onori e potere fino ai vertici dello stato romano, come consoli.

Così Urbs Salvia divenne un centro di scambi commerciali e di intense attività culturali e ludiche, e in età flavio-traianea la città conobbe una nuova fase di sviluppo edilizio e monumentale, attestato anche dal sorgere dell'anfiteatro e dall'ampliamento, o comunque ampia ristrutturazione del teatro,  corredato dal suo splendido porticus.

Infatti eccelsi personaggi urbisalviensi, che fecero carriera fino al rango senatorio, abbellirono la città con splendidi monumenti pubblici, tra cui il teatro, l'anfiteatro, i templi, le mura, le porte urbiche, i portici, l'acquedotto e le sue cisterne.

Le lapidi forniscono innumerevoli informazioni su politica, legislazione, commercio, costumi, società e organizzazione familiare. Infatti, risultano attestate numerose magistrature e cariche politiche esercitate nella città: quattuorviri, quinquennales, ædiles, flaminica Salutis Augusta, decuriones, ecc. Inoltre, una lapide esistente a Tolentino ma originaria di Urbisaglia, testimonia l'esistenza di un collegium fabrorum, guardati a vista dai romani perchè spesso fautori di disordine sociale o politico.



EVERGETISMO

Numerosi sono i casi di evergetismo documentati a Urbs Salvia dalle lapidi ritrovate, cioè di costruzioni fatte da privati di edifici di utilità pubblica come teatro, acquedotti, fontanili, templi, edicole, statue di culto, o per la distribuzione gratuita di grano, vino e olio, o per l'organizzazione di banchetti pubblici, o di spettacoli gladiatori.

Era il modo romano di farsi pubblicità per farsi eleggere alle elezioni delle cariche pubbliche, stranamente criticato da alcuni, benchè oggi accada più facilmente il furto dei beni pubblici che non l'elargizione al pubblico.

Ad esempio un praetor quinquennalis, dal nome sconosciuto per una lacuna del testo, fece costruire un impianto termale concedendone l'uso pubblico ai cittadini in perpetuum. Un mosaico a tessere bianche e nere, scoperto negli anni sessanta e subito ricoperto, accenna alla costruzione o restauro di un lavatio (bagno femminile) concessa in uso perpetuo e gratuito.
Una seconda iscrizione ricorda un certo Rutileius figlio di Caius, magistrato municipale, lasciò in dono 100.000 sesterzi, forse riservato all'area sacra del tempio principale della città, essendo citata la Dea Æquitas Augusta.

Un'altra lapide funeraria incompleta celebra un personaggio che ricoprì una carica pubblica nella provincia Narbonense, con diversi interventi: una costruzione elevata da solo con una porta a doppio battente, portici e magazzini a completamento di un tempio dedicato alla Magna Mater o a Minerva, una o più orologi ad acqua o meridiane solari, e diversi elementi complementari di arredo come bandiere, vessilli, statue e colonne.
Un liberto Gaio Fufio Gemino, donò un sacrum alle ninfe Gemini, forse una fonte o a un ninfeo.

Poco si conosce sulla Urbs Salvia dell’età medio e tardo-imperiale; nel V sec. la città viene saccheggiata dai Visigoti di Alarico e nel VI sec. subisce una devastante distruzione al tempo della guerra gotica.



DESCRIZIONE

L'assetto urbano della città era naturalmente romano, con un cardo e un decumano, dove il decumanus maximus coincideva perfettamente con il tracciato della Salaria Gallica. Centro della città era il foro, collocato frontalmente al tempio della Dea Salus, dove si amministrava la giustizia e l'amministrazione economica.

Chiusa da possenti mura  intervallate da robuste torri, è la più vasta città nelle Marche con ben 400000 m2, superata  solo dalla città di Ascoli, con un impianto urbanistico intatto e terrazzato, fornita di teatro, portici coperti, anfiteatro,  tempio della Dea Salus e  criptoportico, cisterne con i cunicoli dell'acquedotto, fonti e tombe a torre.

I frammenti dei fasti di Urbisaglia contengono gli stessi errori presenti nel testo di Roma, evidentemente copia di quello esposto al foro di Roma.
I fasti degli abitanti di Urbisaglia sono illustrati dalle pitture del criptoportico, dalle statue, le monete e i bronzetti che collezionisti ottocenteschi ritrovavano facilmente dopo ogni aratura.



CISTERNA DELL'ACQUEDOTTO

Sopra al Colle di San Biagio, nel punto più elevato della città antica, è collocato il serbatoio, che raccoglieva e decantava l'acqua dell'acquedotto per poi distribuirla alla città. Il serbatoio, a cui si accede tramite uno stretto corridoio, è formato da due gallerie comunicanti, rivestite di malta idraulica, della capacità di 1000 m3.
Sono ancora visibili le bocchette di immissione e di erogazione dell'acqua, nonché i pozzetti di ispezione (lumina), utilizzati per il controllo del livello e della qualità dell'acqua e per il ricambio d'aria.



EDIFICIO A NICCHIONI

L'Edificio a nicchioni, situato tra il sovrastante pianoro del Teatro ed il Foro, è una struttura di contenimento, realizzata presumibilmente nelle prime fasi di urbanizzazione, che fungeva da raccordo dei vari livelli terrazzati su cui si dislocava la città.
Era formato da un muro con sei ampie nicchie a funzione di controspinta al terreno retrostante, nascosto alla vista da un criptoportico, costituito da tre gallerie su due navate, due delle quali ancora visibili e decorate da affreschi parietali oggi scarsamente leggibili, che abbracciava la piazza antistante, terrazzata ad est e affacciata sul Foro. In prossimità dell'edificio si trovano i resti di un tratto stradale (con basoli e crepidines), che costituisce l’unica via romana fino ad ora scoperta nell’area urbana.



TEMPIO E CRIPTOPORTICO SALUS AUGUSTEA

Situato all'interno di un temenos, il complesso Tempio-Criptoportico dedicato alla Salus Augusta si apriva sulla Via Salaria Gallica, che costituiva il cardo maximus della città, e prospettava con grande effetto scenografico sull'area forense.

Il tempio, con sei colonne sulla fronte, misurava circa m 16 x 30, ed era dedicato alla Salus Augusta. Di esso si conservano attualmente solo parte del podio, privo dell’originale rivestimento di blocchi e lastre calcaree, e tracce dei muri divisori interni che delimitavano pronao e cella, questa con una parete di fondo semicircolare in cui doveva alloggiare il simulacro della divinità.

Al Tempio si accedeva originariamente con un'ampia scala centrale, poi, a seguito del crollo di un corridoio, con due scalinate ai latii che conducevano ad una piattaforma, dalla quale un'ulteriore scalinata centrale conduceva al pronao dove si affacciava l'ampio portale della cella.

Il complesso, delimitato da un ampio recinto sacro, si apriva sulla strada antistante, la Salaria Gallica, con un grande effetto architettonico e scenografico sul foro.

Il Tempio era inoltre circondato da un criptoportico, una struttura semisotterranea, dell’inizio del regno di Tiberio, I metà del I sec. d.c.,.costituito da quattro gallerie, di cui tre erano divise in due navate da pilastri centrali e rettangolari collegati da archi, lunghe 52 m, mentre la quarta, di 42 m, fungeva da corridoio di accesso.
Le gallerie erano completamente decorate da affreschi, ancora leggibili, soprattutto nella parte meridionale oggi visitabile.

I decori, del III stile pompeiano, erano divisi in tre fasce orizzontali. La fascia in basso era uno zoccolo dipinto a marmo con piccole formelle contenenti maschere delle Gorgoni. La fascia centrale è a pannelli raffiguranti trofei militari con elmi, scudi, lance, ecc., separati tra loro da listelli verticali decorati a candelabri. La fascia superiore, conservata solo in parte, presenta scene di caccia e raffigurazioni naturalistiche con animali esotici, nonché maschere lunari.

I muri perimetrali sono in opera mista, costituita da conci di pietra alternati a file di mattoni, raddoppiati all’esterno da un secondo muro e protetti all’interno, dalle infiltrazioni d’acqua e dall’umidità, da un pavimento in opus spicatum.



MURA

Le mura di Urbs Salvia sono tra gli esempi di fortificazioni meglio conservati delle Marche e si estendono per circa 2500 m, delimitando un'area di circa 40 ettari; di essa si conservano quasi integralmente il lato nord e in gran parte quelli sud e est, mentre quello ovest è andato perduto. La tecnica costruttiva è quella laterizia a doppia cortina, scandita da torri di guardia a pianta poligonale, distanti tra loro circa 40 m.

Due delle quattro porte che si aprivano lungo il percorso delle mura sono conservate: la Porta Nord, sulla Via Salaria Gallica, posta al fondo di un cortile di forma trapezoidale, cosa che consentiva una migliore difesa in quanto il nemico che avesse cercato di superare la porta poteva essere colpito non solo di fronte, dall’alto della cinta, ma anche dai due fianchi, da una posizione quindi fortemente dominante.. La porta orientale, sulla via che conduceva a Firmum, era detta anche Porta Gemina poiché a due fornici. Della Porta Gemina sono oggi visibili i resti, inglobati in una casa colonica del XIX sec.



TOMBE A TORRE


A pochi metri fuori dalla Porta Nord sono visibili due monumenti funerari a torre, di cui rimane solo il nucleo cementizio interno. Originariamente questi monumenti, i cosiddetti colombai con le urne contenenti le ceneri dei defunti, erano ricoperti di lastre di calcare bianco con un'epigrafe commemorativa del defunto.



ANFITEATRO

Collocato fuori le mura, a lato della Salaria Gallica, per facilitare l'affluenza del pubblico, e per non occupare spazi ormai preziosi all'interno della città, è uno degli anfiteatri romani meglio conservati nelle Marche. Come si legge nelle due iscrizioni conservate nel Museo archeologico statale di Urbisaglia, fu fatto erigere intorno all'81 d.c. da Lucio Flavio Silva Nonio Basso, uno dei personaggi emergenti di Urbs Salvia.

L'Anfiteatro, di forma ellittica, poteva contenere fino a 5000 spettatori, con una superficie di circa 5000 mq., on l'arena di 59 m e larga 35.

Realizzato in opera cementizia rivestita di laterizi, con alternanza di specchiature in opus reticolatum mixtum, si conserva per tutto il suo perimetro fino all'altezza del primo ordine di gradini, comprendendo il primo ordine di vomitoria (ingressi per il pubblico).

I due ingressi all'arena, riservati ai gladiatori e alle processioni che precedevano i giochi, in origine coperti a volta, sono disposti lungo l'asse maggiore nord-sud. Quello a sud è fiancheggiato da uno stretto corridoio nel quale si può riconoscere la Porta libitinensis, porta dedicata alla Dea Libitina,da cui uscivano i gladiatori uccisi nei combattimenti.

L’antico piano dell’arena è situato a circa un metro di profondità rispetto a quello attuale, e non presenta aldisotto gallerie o locali di servizio. Al contrario di quanto spesso indicato non vi sono elementi per supporre un suo uso per le naumachie, cioè per le battaglie navali. Nell'arena, inoltre, sono ancora visibili i condotti di immissione e deflusso dell'acqua, ambedue coperti a cappuccina, utilizzata per pulire l'arena dal sangue.

La cavea era formata da due o tre ordini di gradinate: probabilmente quella inferiore con i posti d’onore per i dignitari dello stato, quella mediana per i cavalieri. Quella superiore ai plebei, alle donne e agli schiavi. Vi si accedeva attraverso 12 vomitoria, coperti con volta a botte, che portavano direttamento alla gradinata inferiore, ed attraverso una serie di scale poste al di sotto di un corridoio anulare che circondava tutta la struttura.

Il muro esterno purtroppo è spesso mancante del rivestimento laterizio, lasciando a nudo il nucleo cementizio, poichè( gran parte dei mattoni fu prelevata nel Medioevo per la costruzione della Abbazia di Chiaravalle di Fiastra e del borgo di Urbisaglia. Presenta una serie di grosse nicchie semicilindriche e di speroni di cm 60 di spessore.

Le nicchie dovevano contenere statue statue, mentre altre avevano scalinate di accesso al piano superiore. I nicchioni trasmettevano la spinta della terra, per mezzo degli speroni, sui pilastri esterni, aumentando la stabilità della costruzione. All'esterno sono ancora visibili in fondazione i pilastri sui quali poggiavano le strutture dei piani superiori formando un ampio porticato esterno.

Due monumentali iscrizioni dell' Anfiteatro forniscono preziose indicazioni: il nome di Lucius Flavius Silva Nonius Bassus che fece costruire il monumento; il numero di spettatori che poteva accogliere, 5150; la data dell'inaugurazione, con sontuosi giochi, dopo l'81 d.c., le cariche ricoperte e, grazie alle notizie dello storico antico Flavio Giuseppe, le gesta da lui compiute a capo della XXI legione Rapax che culminarono nella conquista della celebre roccaforte di Masada in Palestina.

L'anfiteatro, degnamente restaurato funziona a tutt'oggi nella stagione estiva.



TEATRO

Il Teatro romano fu fatto costruire da Gaio Fufio Gemino negli anni precedenti il 23 d.c., addossato alla collina dove sorge il borgo medioevale, ed è situato su uno dei terrazzamenti più elevati.

E' uno dei più grandi d'Italia con un un poderoso muro di sostruzione in laterizi che delimitava e sosteneva il terrazzamento occupato dalla porticus post scaenam del Teatro stesso. Conserva tracce di pitture parietali, unico fra gli antichi teatri. Subì dissesti e restauri già in epoca antica a causa di frane.

Realizzato in opera laterizia con nucleo cementizio, mostra un fronte di 104 mt., con in cima un tempietto a pianta quadrata dedicato forse ad Apollo. Il corridoio anulare che circonda la cavea era utilizzato dagli spettatori per accedere ai tre ordini di gradinate ripartite in sei cunei, ma aveva anche lo scopo di reggere la spinta esercitata dalla collina retrostante e di drenare le infiltrazioni d'acqua. 

Dell’ampia scena, lunga 54 m, rimangono scarsi resti dei muri di fondazione, coperti in epoca recente con materiale cementizio di color rosa. La scena, certamente ornata da decori scultorei e statue, era dotata di due porte: la Porta regia, per l'entrata in scena degli attori protagonisti e la Porta hospitale, per gli attori non protagonisti.

E' stato pure rintracciato un camerino con latrina, e i pozzetti quadrati che ospitavano le armature lignee del sipario.
Nella scena  si notano inoltre le complesse canalizzazioni e gli alloggiamenti per i macchinari di servizio. L'ampio terrazzo retrostante il palcoscenico, sostenuto su tre lati da un erto muro, ospitava un ampio porticato quadrangolare, la cosiddetta Porticus post scaenam, di cui scavi recenti, ora purtroppo coperti, hanno rimesso in luce i plinti delle colonne in laterizio.

Una rete di condotti di scolo permetteva il deflusso delle acque e degli ambienti rettangolari erano disposti simmetricamente ai lati della scena per il deposito dei materiali necessari allo spettacolo e per l’accesso al teatro. 

La cavea, addossata in parte al pendio della collina ed in parte poggiante su sostruzioni, misura 85 m di diametro, con gradinate suddivise in tre settori separati tra loro da due corridoi anulari, che permettevano l’accesso e la distribuzione del pubblico alla cavea, proteggendo contemporaneamente l’edificio dai dissesti del terreno. L'orchestra, a semicerchio, che ospitava i musici, misura 27 m di diametro. 

Un'iscrizione dedicata nel Teatro a C. Fufius Geminus, murata nell'abside della chiesa di S. Donato di Montefano, quando Urbisaglia fu devastata per farne chiese ed edifici, è stata richiesta dal comune per riporla nel museo della città, ma finosra senza successo.



SCAVI

Dagli scavi effettuati al suo interno provengono numerose statue sparse in vari musei, tra le quali una copia del celebre Fauno in riposo di Prassitele, ora ai Musei Vaticani. Durante le campagne di scavo del XVIII sec., furono rinvenuti, tra l’altro, una testa di Apollo, due statue acefale una femminile ed una raffigurante un personaggio togato, conservate presso il Museo Archeologico statale di Urbisaglia.

Già negli anni Settanta del secolo scorso nell’area forense era stata portata alla luce la galleria Sud di un Criptoportico, decorato da pareti affrescate e disposto a cingere tutt’intorno su tre lati un grande edificio templare, dedicato alla Salus Augusta Urbisalviensium e costruito al tempo dell’imperatore Tiberio.


Dal 1995 la città è oggetto di regolari campagne di scavo da parte del Dipartimento di Archeologia dell'Università di Macerata. I lavori si sono attualmente concentrati nell'area a Sud del complesso Tempio-Criptoportico, dove sono stati rinvenuti tratti di strade basolate e due complessi edilizi definiti Edificio del Pozzo e Edificio delle Acque. Nell'area del Foro sono stati individuati resti significativi di porticati e di un probabile edificio termale.

Numerosi i reperti raccolti nelle campagne di scavo condotte a partire dal 1995: frammenti di ceramica comune e ceramica fine da mensa, anfore, lucerne, monete etc., che testimoniano la vita di Urbs Salvia, dalla fondazione della colonia di fine II sec. a.c. alla distruzione della città nel V sec. d.c.,.




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