APOTEOSI ROMANA



APETEOSI DI GERMANICO (FIG.1)

L'immagine della fig. 1 rappresenta l'apoteosi di Augusto, illustrata in tre fasce. Nella fascia inferiore si trovano barbari prigionieri. Al centro i personaggi all'epoca viventi della dinastia giulio-claudia: Tiberio al centro, con scettro e lituo, a fianco la madre Livia e la moglie Giulia Livia. Di fronte a lui vi è Nerone Cesare, figlio maggiore di Germanico, e alle sue spalle vi è Claudia Livilla, con il giovanissimo Caligola in uniforme militare.

Ai piedi del trono imperiale un barbaro seduto afflitto dalla sconfitta. Alle spalle di Tiberio e Livia ci sono Druso Cesare secondogenito di Germanico e la madre Agrippina maggiore che guardano l'avo Augusto.

In alto vi sono gli Dei, cioè Augusto al centro vestito da pontifex maximus, con Iulo, figlio di Enea e nipote di Venere quale capostipite della gens Giulia; alle sue spalle Druso minore, figlio di Tiberio, e  in groppa a Pegaso tirato da un Amorino, vi è Germanico, figlio adottivo ed erede di Tiberio morto in Siria nel 19.


APOTEOSI DI AUGUSTO


APOTEOSI ORIENTALE

Il prototipo dell'apoteosi fu quella di Ercole, ma era un fatto eccezionale nella religione greca dove la divinizzazione era istituzionalmente sostituita dall'eroizzazione del morto. Dopo la conquista di Alessandro Magno il mondo ellenistico mutuò dall'Oriente la divinizzazione dell'imperatore e ancor prima che Alessandro morisse gli furono dedicati molti templi. La pratica venne introdotta dapprima in Grecia e poco dopo anche in Egitto, dove era già il faraone era una divinità in Terra.

Quasi contemporaneamente l'apoteosi comparve anche in Siria, dove l'epiteto di Epifane, aggiunto al nome del monarca, significava appunto la manifestazione della divinità tra gli uomini. Non a caso il cattolicesimo ne mutuò il termine "epifania" per l'infanzia di Gesù Cristo. A Roma l'apoteosi fu introdotta per la divinizzazione di Giulio Cesare con un rito di cremazione del cadavere su una pira, dalla quale si faceva volar via un'aquila al momento dell'accensione, a simboleggiare l'anima dell'imperatore che veniva assunta in cielo. 

In genere la consecratio avveniva solo dopo la morte dell'imperatore, che da quel momento era gratificato del titolo di divus. Dopo la metà del sec. III fu ripristinato l'uso di conferire onori divini agli imperatori ancora viventi, ma con l'affermarsi del cristianesimo come religione di stato l'apoteosi degli imperatori scomparve sostituita da quella religiosa.

L'apoteosi di un imperatore era essenzialmente un atto più politico che religioso attuato dal successore dell'imperatore, anche se investiva ambedue i campi. Tale processo prevedeva la creazione di un'immagine di cera dell'imperatore riccamente vestito e seduto, esposta in pubblico per un certo numero di giorni, dopo di che veniva bruciata all'aperto su di una pira funeraria, a simboleggiare l'ascensione al cielo.

La tradizione ebbe inizio con la dichiarazione del Senato della divinizzazione di Giulio Cesare dopo la sua uccisione nel 44 a.c., atto che scosse l'opinione pubblica di Roma. Quando Augusto morì 58 anni più tardi, ricevette anche lui onori simili fornendo così un modello per tutti i futuri imperatori. Gli obiettivi dell'atto erano di rinforzare la maestà della carica imperiale e, più immediatamente, di associare l'imperatore in carica a un illustre predecessore. Pertanto Augusto non divenne Dio ma Divino.


APOTEOSI DI ERCOLE


ROMOLO-QUIRINO

Un precedente c'era: il primo re di Roma, Romolo, scomparve in un giorno di tempesta e fu assunto in cielo trasformandosi in una divinità, cioè nel Dio Quirino. In realtà questa divinità era sabina, tanto è vero che era il Dio delle curie, anche queste istituzioni di origine sabina che Roma fece proprie, così come la sedia curule, e curule fu l'appellativo delle magistrature romane che ebbero per comune insegna la sella curulis. Pertanto il defunto re Romolo e il Dio Quirino si fusero in un'unica identità, il che permise di fare del re un Dio, cosa non consentita dalle leggi romane.

Del resto i romani credevano che le anime o Mani dei loro antenati diventassero divinità; e pertanto i fanciulli adoravano i Mani dei loro padri, così era naturale che gli onori divini fossero pubblicamente conferiti ad un imperatore defunto, che era considerato come il genitore della patria. Non a caso vennero attribuiti a Cesare che fu nominato in vita "Pater Patriae".
Gli imperatori che non erano ricordati con benevolenza o non erano graditi ai loro successori, però non venivano divinizzati. Per esempio, Caligola e Nerone, considerati da molti contemporanei tiranni e violenti, non furono divinizzati dopo la loro morte.

Quando l'apoteosi divenne parte della vita politica romana nella tarda repubblica e nel primo impero, cominciò a essere trattata nei contesti letterari per deificare gli antenati di Roma o i nuovi imperatori.
Nell'Eneide, Virgilio raffigura la deificazione di Enea, dicendo che verrà accompagnato sulle scale del Paradiso pagano, e cita l'apoteosi di Giulio Cesare.

Quest' apoteosi dell' imperatore era solitamente chiamata "consecratio"; e dell' imperatore che riceveva l' onore dell' apoteosi si diceva "in deorum numerum referri" (entrato nel novero degli Dei), o che era stato consacrato "consecrari" (diventare sacro insieme a).
« Diede la vita a Enea Citerèa dalla vaga corona,
che con Anchise l'eroe si strinse d'amabile amore
sopra le vette dell'Ida selvosa, solcata di valli. »
(Esiodo, Teogonia)



APOTHEOSIS

L'apoteosi, o deificatio, era non solo l'esaltazione dei pregi di un individuo nell'espletazione di un suo compito o nell'intera vita, ma una vera e propria remunerazione a questi pregi e meriti che provocava  l'ascesa di un mortale fra gli Dei.

Per i Romani in particolare, significò l' elevazione di un imperatore defunto agli onori divini. Bisogna distinguere, perchè l'imperatore divinizzato non era un  Dio a tutti gli effetti, solo Augusto fece eccezione e divenne una divinità con i suoi templi e i suoi sacerdoti, ma Augusto fu amatissimo dai contemporanei e dai posteri, tanto amato che nemmeno il cristianesimo osò demonizzarlo come fece con quasi tutti i principali personaggi romani. Anzi lo cristianizzò inventando una sua visione cristiana di stampo miracolistico.

Questa pratica, che era comune in occasione della morte di quasi tutti gli imperatori, sembra che fosse originata dalla credenza dei romani che le anime o Mani dei loro antenati diventassero divinità, si che tutti i romani adoravano i Mani dei loro antenati.  Pertanto era logico che venissero pubblicamente conferiti gli onori divini ad un imperatore defunto, che era considerato, quando addirittura dichiarato pubblicamente, il "Pater patriae", il padre della patria.

L'apoteosi aveva in realtà origini orientali, o almeno era da lungo tempo già usata in oriente, dove i re o addirittura i "Re dei re" erano adorati come divini si che il popolo si prostrava di fronte al monarca. I romani al contrario non si prostravano nè di fronte all'imperatore nè di fronte agli Dei, la dignità del cives romanus era in tal senso adamantina, solo in epoca cristiana ci si piegò di fronte a imperatori e divinità avendo il cristianesimo attinto non alla religione romana occidentale ma da quella ebraica orientale, dove il singolo non contava di fronte al potere, fosse esso spirituale o temporale.

APOTEOSI DI GERMANICO (FIG.2)


OTTAVIANO

Anche Ovidio descrive l'apoteosi di Cesare nel libro XV delle Metamorfosi e attende la glorificazione di Ottaviano.

"Ottaviano/Augusto, come i suoi successori, aveva ben chiaro quale fosse il destino di tutti i mortali, ma sapeva altrettanto bene che, una volta rinsaldato il suo potere effettivo, prima con la non facile vittoria nel 36 a.c. su Sesto Pompeo a Naulochos e in seguito, nel 31 a.c., su Marco Antonio ad Azio, per i suoi incommensurabili benefici al mondo intero, avrebbe potuto ottenere onori "isotheoi" (come un Dio) nel mondo ellenizzato e una "consecratio" ufficiale dopo la morte a Roma stessa, seguendo una tradizione non priva di modelli esemplari, come potevano testimoniare i casi di Romolo/Quirino e Cesare. Era solo questione di tempo e di modi. 

Dopo Naulochos, quando era divenuto, secondo un epigramma di Cornelio Gallo, “maxima Romanae pars historiae”, Ottaviano si presentò ufficialmente in senato e davanti al popolo romano come colui che aveva definitivamente debellato le guerre civili, e come il campione della pace. Sulla base della statua dorata eretta in suo onore nel foro era scritto: 
“Ha restaurato la pace, per molto tempo turbata dalle discordie, per terra e per mare”. 

La pace, e l’abbondanza che scaturisce dalla pace, sarebbero divenuti i suoi slogan prediletti. Aveva 28 anni, e le città italiche, come ricorda Appiano, lo venerarono insieme con i loro dei: probabilmente, se bene si intende il testo, non da solo, ma associato al culto di altre divinità, cioè come synnaos o symbomos. È l’immagine del pacator orbis che ormai possiamo vedere nel tiberiano rilievo dal Sebasteion di Afrodisia.

A seguito della vittoria su Marco Antonio e Cleopatra ad Azio, il senato stabilì che si svolgessero feste in suo onore ogni quattro anni e cerimonie di ringraziamento agli dei il giorno del suo genetliaco e nell’anniversario dell’annuncio della vittoria navale, che i senatori e le vestali e tutti i cittadini gli andassero incontro in occasione dei suoi futuri ingressi in città, che avesse il diritto alla proedria, che gli fossero erette statue e che si celebrassero supplicationes in suo onore. 

A seguito della conquista di Alessandria, fu decretato che quel giorno fosse considerato fausto, che ad Ottaviano fosse assegnato il diritto di essere tribuno a vita, di salvare chiunque avesse invocato il suo aiuto dentro il pomerio e fuori Roma per una distanza di sette stadi e mezzo, di giudicare nei processi di appello, con un voto determinante come quello di Athena nel processo di Oreste davanti all’Areopago. 

Si decretò inoltre che i sacerdoti e le sacerdotesse pregassero anche in suo favore durante le supplicationes per il popolo e il senato, e che nei banchetti, sia pubblici che privati, fosse celebrato con libagioni. 

Poco dopo, al sopraggiungere delle informazioni sui felici eventi partici (Fraate, in lotta con Tiridate, e bisognoso della non belligeranza dei Romani per non aprire un nuovo fronte di guerra, aveva inviato come ostaggio un suo figlio a Ottaviano), il senato decise che il suo nome fosse aggiunto negli inni sacri a quello degli Dei (sappiamo ad esempio che il suo nome fu inserito nel carmen Saliare), che una tribù si chiamasse Iulia, che Ottaviano cingesse in tutte le feste la corona trionfale, che i senatori lo seguissero nel trionfo con le toghe purpuree, che il popolo facesse festa con sacrifici il giorno del suo ingresso a Roma, ritenuto sacro, che potesse eleggere sacerdoti in numero superiore a quello tradizionale, che finalmente si chiudesse il tempio di Giano....

APOTEOSI DI ANTONINO PIO E SUA MOGLIE FAUSTINA

Il suo culto che, stante l’attestazione di Appiano, e contrariamente a quanto si suppone di solito, si affermò rapidamente in Italia e nelle province, libere di celebrare lui, e in seguito i membri della sua famiglia secondo il loro gradimento, sarebbe divenuto un fondamentale collante dell’impero: si pregava l’imperatore o sull’imperatore si giurava, e sotto il suo sguardo vigile si svolgevano le transazioni commerciali ed i processi. 

Non meraviglia che, come afferma Appiano, ben prima che il divus Augustus fosse inserito, dal 14 d.c., nel novero delle divinità olimpiche, il culto dell’imperatore, associato a quello di altre divinità olimpiche o personificazioni come la Dea Roma o il genio del senato, oppure, come si vedrà, l’omaggio offerto direttamente al suo genius o al suo numen, fossero già ampiamente diffusi. Evitando probabilmente di offendere città amiche con un rifiuto rispetto ai costumi locali, il principe permise ai Greci di procedere al culto nel ruolo meno impegnativo e già da lungo tempo adottato per i sovrani greci, di associato al culto. 

Ciò è avvenuto ad esempio a Olimpia, dove Augusto fu venerato nel Metroon come synnaos di Cibele, a partire dagli anni immediatamente posteriori al 27 a.c. La scelta di questo tempio, dedicato alla Dea che simbolicamente commemorava le origini troiane di Roma, è sintomatica. Il principe, secondo uno schema iconografico già adottato dai sovrani greci, è raffigurato come Zeus stante, non solo in riferimento al Dio di Olimpia, ma anche secondo il comune raffronto tra il padre degli Dei (e sovrano indiscusso dell’Olimpo) e il reggitore assoluto dell’impero romano. Anche in Italia non mancavano forme di culto, già in età precoce. 

Templi al principe ancora vivente sono documentati ancor prima del 15 a.c. a Terracina e a Pola (dove Augusto è associato alla Dea Roma); a Benevento è testimoniato un Cesareo. Al 10 a.c. è databile il primo tempio del culto imperiale a Narona, in Croazia, mentre anteriore al 2 a.c. è l’Augusteo di Pisa.  Di datazione ancora discussa, ma comunque precedente alla sua morte, è il tempio destinato al suo genio a Pompei. 

C’è infine l’informazione di Svetonio che, durante il trasporto della salma di Augusto da Nola a Roma, il feretro fu deposto ad ogni tappa nella basilica o nel tempio principale della città. Potrebbe non avere torto Saliou quando suppone che codeste basiliche contenessero uno spazio dedicato al culto dell’imperatore, sia pure entro i limiti cui si è già accennato. 

A Roma, adeguatasi rapidamente, almeno nei più importanti testi letterari, a queste forme apologetiche che individuavano nel benefattore dell’umanità un emissario degli Dei, o Dio egli stesso, sembrava impossibile, al contrario, procedere ad un culto ufficiale controllato dallo stato, con riti e sacerdozi specifici, per l’innata ritrosia di un senato che non vedeva di buon occhio il predominio continuativo e duraturo di un magistrato sull’intera classe dirigente, se non in determinate occasioni sapientemente vincolate. 

Eppure, i versi dei poeti, alcune emissioni monetali e gemme in pietra dura o semipreziosa, specialmente del periodo compreso tra la vittoria di Naulochos e la vittoria di Azio, dichiarano, almeno in apparenza, una posizione meno moderata. 

È chiaro che in poesia l’assimilazione del principe a un Dio ricalca formulazioni retoriche che avevano i loro precedenti nell’ambiente delle corti greco-ellenistiche. In quanto produzioni a carattere non peculiarmente statale e rientranti in un genere specifico di ormai lunga tradizione, le apologie poetiche non sono affatto un documento ufficiale dell’epoca, ma rispecchiano, piuttosto, quello che poteva essere il sentire comune del popolo nei confronti del loro benefattore, secondo l’opinione che la “tangibilità” di benefici ottenuti rapidamente in vita per merito di un principe può valere talvolta assai di più della sostanziale “indifferenza con la quale gli Dei guardano tanto alle buone, quanto alle cattive azioni”, secondo un’amara constatazione di Tacito. 

Anche le gemme e i cammei rientrano in una produzione che non può defi nirsi strettamente “uffi ciale” e/o “pubblica”, in quanto destinata ad un ambiente colto, che sapeva leggere con il dovuto distacco i modi di assimilazione simbolica tra principi e Dei secondo una ormai usuale prassi di tradizione greca"

(Eugenio La Rocca)


CONSECRATIO

Quest'apoteosi dell' imperatore era solitamente chiamata Consecratio; e dell'imperatore oggetto dell' apoteosi si diceva "in deorum numerum referri", o che era stato consacrato "consecrari". Tale onore toccò per primo a Romolo, ammesso tra le divinità, ma dopo la sua morte, sotto il nome di Quirino (Plut., Rom. 27, 28; Liv., I, 16; Cic., de Rep., II, 10); ma nessun altro re di Roma ottenne lo stesso privilegio e nemmeno nel periodo repubblicano avvennero apoteosi, a parte quella di Giulio Cesare.

Giulio Cesare fu deificato dopo la sua morte per volere di Augusto che ne giustificò l'apoteosi attraverso le origini divine della gens Iulia a cui lui stesso apparteneva. Così vennero istituiti da Augusto giochi in onore del defunto divinizzato (Svet., Iul. Caes., 88); e altrettanto fu fatto per altri imperatori. L'apoteosi di un imperatore era anche un atto politico del successore dell'imperatore che appoggiava così l'operato del predecessore.

Così descrive la cerimonia Erodiano (V, 2)

"È costume dei Romani deificare gli imperatori che muoiono lasciando successori; e chiamano questo rito apoteosi. In questa occasione si vedono per la città forme di lutto unite a celebrazioni e riti religiosi. 
Onorano il corpo del morto secondo il rito degli uomini, con un sontuoso funerale; e dopo aver modellato un' immagine di cera il più possibile somigliante, la espongono nel vestibolo del palazzo, su un alto letto d'avorio di grandi dimensioni, ricoperto da un lenzuolo d' oro. La figura è pallida, come quella di un uomo malato. 
Durante buona parte della giornata i senatori siedono attorno al letto sul lato sinistro vestiti di nero; e le donne nobili siedono sulla destra, vestite con semplici abiti bianchi, come prefiche, senza ori o collane. Questo cerimoniale continua per sette giorni; e i medici si avvicinano uno ad uno spesso al letto, e guardando l' uomo malato, dicono che peggiora sempre di più. 
E quando ritengono che sia morto, i più nobili tra i cavalieri e giovani scelti dell' ordine senatoriale tirano su il letto, e lo trasportano lungo la Via Sacra, e lo espongono nel Foro antico. 
Palchi come gradini vengono costruiti su ogni lato; su uno sta un coro di giovani nobili, e su quello opposto un coro di donne di alto rango, che cantano inni e canzoni di encomio del defunto, modulate in una solenne e dolente melodia. In seguito portano il letto attraverso la città fino al Campus Martius, nella parte più larga del quale viene costruita una catasta quadrata di legname della misura più grande, a forma di camera, riempita di fascine e all' esterno ornata con tende intrecciate con immagini d' oro e d' avorio. 
Sopra questa una camera simile ma più piccola, con porte e finestre aperte, e sopra ancora, una terza e una quarta, sempre più piccole, così che si può compararla ai Phari. Al primo piano mettono un letto, e raccolgono incenso e ogni sorta di aromi, frutta, erba, succhi; perché tutte le città e le persone eminenti gareggiano nel contribuire con questi ultimi doni ad onorare l' imperatore. 
E quando è stato radunato un grande cumulo di aromi, c' è una processione di cavalieri e carri attorno alla catasta, con gli aurighi che indossano maschere per assomigliare ai generali e imperatori romani più insigni. 
Quando è stato fatto tutto questo, gli altri appiccano ad ogni lato il fuoco, che prende facilmente grazie alle fascine e agli aromi; e dal piano più alto e più piccolo, come da un pinnacolo, un' aquila viene lasciata libera di volare in cielo mentre il fuoco sale, aquila che i romani credono porti l' anima dell' imperatore dalla terra ai cieli; e da quel momento viene adorato con gli altri Dei."

APOTEOSI  DI TITUS PORTATO IN CIELO DALL'AQUILA
A conferma del racconto, sovente si osservano sulle medaglie coniate in occasione di un' apoteosi un altare con del fuoco sopra, e un' aquila, l' uccello di Giove, prendere il volo nell' aria. Le medaglie con questa raffigurazione sono sono state di grande aiuto per ricostruire la cerimonia dell'apoteosi, dove appare spesso la parola Consecratio mentre su alcune monete greche la parola ΑΦΙΕΡΩϹΙΣ.

Sul rilievo del basamento della Colonna di Antonina è rappresentata l'apoteosi di Antonino Pio e di sua moglie Faustina mentre ascendono verso gli Dei sorretti da un genio alato, Aion, simbolo dell'eternità. Il genio regge in mano i simboli del globo celeste e del serpente ed è affiancato da due aquile, che alludono all'apoteosi. Ai due lati, in basso, assistono alla scena la Dea Roma, in abito amazzonico e seduta presso una catasta di armi, e la personificazione del Campo Marzio, rappresentato come un giovane che sorregge l'obelisco importato da Augusto da Eliopoli ed utilizzato per la grandiosa meridiana del Campo Marzio.

Su un altro lato sono raffigurati i membri del rango equestre intenti a celebrare il decursius, la giostra a cavallo durante la cerimonia funebre, coi relativi vessilliferi, all'esterno, e un gruppo di pretoriani all'interno. Questo rito, che doveva aver avuto luogo attorno all'ustrinum dove si era svolta la cerimonia di cremazione, si era svolta in due tempi (prima la processione a piedi, poi la giostra a cavallo), ma nella raffigurazione è usato l'espediente della contemporaneità, collocando una parata dentro l'altra.

APOTEOSI DI ANTONINO PIO E FAUSTINA (BASE COLONNA ANTONINA)

L'Apoteosi dunque non era un processo automatico, soprattutto all'inizio dell'era imperiale. Gli imperatori che non erano ricordati con benevolenza o non erano graditi ai loro successori, generalmente non venivano divinizzati.

Gli imperatori che venivano divinizzati, venivano chiamati con l'appellativo di divus, titolo che precedeva tutti i loro nomi. Ma il divus, cioè il divino, non era però sinonimo di divinità. Attraverso la cremazione all'aperto dei resti mortali o di un simulacro dell'imperatore si simboleggiava la sua ascensione tra gli Dei della religione romana, ma solo in qualità di semidei. Tanto è vero che per onorare Cesare come divinità Augusto fu costretto a erigere un tempio a Quirino e inserirci la statua di Cesare.

D'altronde anche Romolo divinizzato fu associato al Dio Quirino per poter ricevere dai posteri la "devotio" riservata agli Dei. Perfino Augusto dovette associarsi per essere divinizzato addirittura da vivo alla Dea Roma e ad Apollo, condividendone onori e culto.

APOTEOSI DI SABINA (ARCO DI PORTOGALLO FIG.3)
Nel tardo impero, questo onore divenne invece associato in modo automatico agli imperatori defunti, si che diventò quasi un sinonimo della moderna espressione "fu". Il fatto che divus avesse perso molto in pratica il suo significato religioso lo si capisce dal fatto che venne attribuito anche ai primi imperatori cristiani dopo la loro morte (p.es., divus Constantinus), cosa inammissibile dato il culto dell'unico Dio.


LA CERIMONIA

Le cerimonie eseguite dai romani in occasione dell' apoteosi sono state minuziosamente descritte da Erodiano (V, 2):

"È costume dei Romani deificare gli imperatori che muoiono lasciando successori; e chiamano questo rito apoteosi. In questa occasione si vedono per la città forme di lutto unite a celebrazioni e riti religiosi. Onorano il corpo del morto secondo il rito degli uomini, con un sontuoso funerale; e dopo aver modellato un' immagine di cera il più possibile somigliante, la espongono nel vestibolo del palazzo, su un alto letto d' avorio di grandi dimensioni, ricoperto da un lenzuolo d' oro. 

L'APOTEOSI DI ENEA
La figura è molto pallida, come quella di un uomo malato. Durante buona parte della giornata i senatori siedono attorno al letto sul lato sinistro vestiti di nero; e le donne nobili siedono sulla destra, vestite con semplici abiti bianchi, come prefiche, senza ori o collane. Questo cerimoniale continua per sette giorni; e i medici si avvicinano uno ad uno accanto al letto, e guardando l' uomo malato, dicono che peggiora sempre di più. E quando ritengono che sia morto, i più nobili tra i cavalieri e giovani scelti dell' ordine senatoriale tirano su il letto, e lo trasportano lungo la Via Sacra, e lo espongono nel Foro antico. 

Palchi come gradini vengono costruiti su ogni lato; su uno sta un coro di giovani nobili, e su quello opposto un coro di donne di alto rango, che cantano inni e canzoni di encomio del defunto, modulate in una solenne e dolente melodia. In seguito portano il letto attraverso la città fino al Campus Martius, nella parte più larga del quale viene costruita una catasta quadrata di legname della misura più grande, a forma di camera, riempita di fascine e all' esterno ornata con tende intrecciate con immagini d' oro e d' avorio. 

Sopra questa una camera simile ma più piccola, con porte e finestre aperte, e sopra ancora, una terza e una quarta, sempre più piccole, così che si può compararla alle lanterne chiamate Phari. Al primo piano mettono un letto, e raccolgono incenso e ogni sorta di aromi, frutta, erba, succhi; perché tutte le città e le persone eminenti gareggiano nel contribuire con questi ultimi doni ad onorare l' imperatore. 

E quando è stato radunato un grande cumulo di aromi, c' è una processione di cavalieri e carri attorno alla catasta, con gli aurighi che indossano vesti da cerimonia, e maschere per assomigliare ai generali e imperatori romani più insigni. Quando è stato fatto tutto questo, gli altri appiccano ad ogni lato il fuoco, che prende facilmente grazie alle fascine e agli aromi; e dal piano più alto e più piccolo, come da un pinnacolo, un' aquila viene lasciata libera di volare in cielo mentre il fuoco sale, aquila che i romani credono porti l' anima dell' imperatore dalla terra ai cieli; e da quel momento viene adorato con gli altri dei."


I DIVINIZZATI, ovvero i DIVI

La data si riferisce al dies Natalis (N), il giorno della celebrazione di ciascun divo imperatore, come riportata nei calendari tardo-romani:

Giulio Cesare
Augusto (Natalis divi Augusti: 23 settembre)
Claudio (N divi Claudi: 10 maggio)
Vespasiano (N divi Vespasiani: 17 novembre)
Tito (N divi Titi: 30 dicembre)
Nerva (N divi Nervae: 8 novembre)
Traiano e Pompeia Plotina (N diviTraiani: 18 settembre)
Adriano e Vibia Sabina (N divi Hadriani: 24 gennaio)
Antonino Pio e Annia Galeria Faustina Maggiore (N divi Pii Antonini: 19 settembre)
Marco Aurelio e Annia Galeria Faustina Minore (N Marci Antonini: 26 aprile)
Lucio Vero (N Divi Veri: 15 dicembre)
Pertinace (N Divi Pertinacis: 1º agosto)
Settimio Severo (N Divi Severi: 10 aprile)
Alessandro Severo (N Alexandri: 1º ottobre)
Gordiano III (N Gordiani: 20 gennaio)
Gallieno (N ?)
Claudio il Gotico (N ?)
Aureliano (N Aureliani: 8 settembre)
Vittorino (divinizzato dal senato dell'Imperium Galliarum)


APOTEOSI DI NAPOLEONE

L'APOTEOSI DELL'ERA VOLGARE

Venuto meno il significato politico e religioso dopo la scomparsa dell'Impero romano, l'apoteosi rimase però una delle tipiche raffigurazioni artistiche della gloria.  Scomparve il termine dell'apoteosi ma rimase intatta la scena con la sua teatralità. Un personaggio come Napoleone che si vestiva di rosso, che portava l'ermellino e si laureava il capo esattamente come gli imperatori romani non poteva sfuggire all'apoteosi.

Dallo stile impero delle vesti e dei mobili, l'imperatore, che si sentiva molto Cesare, amò raffiguarasi come l'antico imperator romano. Non manca neppure l'apoteosi degli eroi della Repubblica Francese, copiando perfino il volo dell'aquila prettamente e storicamente romana.

Tipicamente nell'Apoteosi il soggetto glorificato viene rappresentato nell'atto di essere sollevato al cielo, praticamente nell'Olimpo. Ma il concetto, mutatis mutandis, sostituendo il Parnaso o l'Olimpo con il Paradiso cristiano, venne assunto pari pari dalla religione cattolica che fece assurgere in cielo Gesù, la Madonna e, nell'arte, parecchi santi.

Pertanto il concetto dell'apoteosi, condannato come atto di superbia dalla morale cattolica, diventa invece benedetto se usato per i miti cristiani, non solo di Cristo, ma della Madonna, che non è una Dea ma semplicemente una donna, e pure per i santi che vennero apoteizzati nelle chiese e nei conventi in magnifici affreschi parietali.

APOTEOSI DEI MARTIRI DELLA RIVOLUZIONE FRANCESE


DAMNATIO MEMORIAE

Il contrario dell'apoteosi dell'imperatore era la "Damnatio Memoriae," dove non solo l'imperatore non veniva divinizzato ma veniva cancellato nelle immagini e nelle iscrizioni pubbliche incise sulla pietra. Gli si toglieva così il privilegio non solo di venire onorati come Dei, ma di venire ricordati dai posteri e ricevere così il privilegio di essere annoverati tra i Mani, sia di Roma che dei congiunti. Pertanto essi non ricevevano più nè preghiere, nè offerte, nè sacrifici, e restavano soli e dimenticati dal mondo presente e futuro nel buio regno dell'Ade.





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