CARCERE MAMERTINO




Il carcere Mamertino, posto sul Clivio Argentario al di sotto della chiesa di San Giuseppe dei Falegnami, può essere considerata la più vecchia, e anche l'unica prigione di Roma. Oltre la Curia, il Carcere è il solo edifizio rimasto sul Comizio. Gli autori romani distinguevano il carcere, nel quale i malfattori arrestati erano tenuti fino a che il loro giudizio fosse pronunziato, dal Tulliano, prigione sotterranea nella quale avevano luogo specialmente le esecuzioni segrete. In effetti l'incarcerazione come pena era sconosciuta alla giustizia romana, che prevedeva multe, confische, esili e morte, ma non la detenzione a spese dello stato.

La somiglianza dei nomi aveva fatto considerare il Tulliano come costruito dal sesto re di Roma, Servio Tullio, mentre la costruzione del carcere si attribuiva al suo predecessore Anco Marzio:

"Da Anco Marzio, quarto re di Roma, deriva il nome di questo carcere. Varrone, dice che fu costrutto a piè del Campidoglio, ove era stata una cava di pietre. Questo orrido edificio è composto di grossi pezzi di peperino uniti insieme senza cemento, ed era diviso in due carceri, uno superiore e l'altro inferiore. Siccome anticamente non vi erano scale, calavansi i rei con una fune, per quel forame che si vede nella volta, ora chiusa da un'inferriata. La facciata verso oriente è ancora ben conservata, e su di una fascia in travertino che la corona, si leggono i nomi dei consoli surrogati nell'anno 22 dell'era volgare, cioè: Caio Vibio Rufino e Marco Coccia Nerva, i quali sembra la ristorassero per un decreto del senato; e tal fascia spetta forse a quell'epoca. L'ingresso di questo carcere era verso il Campidoglio e vi si ascendeva dal Foro per certe scale dette Gemonie, dai gemiti di coloro che vi si conducevano. Per questa medesima scala erano trascinati i cadaveri di quelli che avevano ivi ricevuto il supplizio per essere quindi gittati dal ponte Sublicio nel Tevere, dopo aver fatto loro percorrere il Foro ed il Velabro, spettacolo che mirava ad incutere terrore nel popolo."

Naturalmente i Romani non gettavano i cadaveri nel Tevere, perchè nell'igiene erano maestri e per chi non usufruiva di funerale c'era l'Ustrinum publicus dove si bruciavano i morti.

Il Tullianum viene sempre descritto come luogo squallido e tetro, mentre il carcere e specialmente le lautumiae, che servivano di succursale nel caso di un grande numero di prigionieri, erano prigioni più miti, infatti sembra che il poeta Nevio, nel 200 a.c., abbia scritto ben due commedie in carcere. In Roma non esistè mai altro che quest'unico stabilimento carcerario, il quale, le succursali comprese, era di estensione assai limitata. Ciò spiega il fatto, che il carcere era soltanto una prigione preventiva, non casa di pena.

"Nel fondo vi è una piccola sorgente in un pozzetto, che per tradizione si dice miracolosamente fatta scaturire dall'apostolo s. Pietro, quando vi fu detenuto più mesi, per battezzare i suoi custodi convertiti, Processo, e Martiniano con 47 compagni, poi coronati del martirio. Pare, che la facciata, ove è la scala, e la gran porta moderna, di travertino, fosse tutta rifatta dai consoli suffetti, C. Vibio Rufino, e M. Coccejo Nerva, nell'anno di Roma 775 per ordine del Senato.


Questa facciata ha palmi 40 di lunghezza. Se la iscrizione attuale era nel mezzo, siccome pare dalla proporzione; il Carcere non era più esteso di fronte: ma indietro chi sa quanto? Dalle descrizioni dei detti autori sembra, che piano superiore allo stato presente non vi fosse. La porta antica era verso il tempio della Concordia sulla salita dell'asilo, ove è ora la cordonata; e secondo Tito Livio all'anno 370 aveva un vestibulo.
Alla salita erano allora le scale gemonie. Su queste si gettavano i rei strozzati, nudi; tirandoli al di fuori del Carcere con un uncino, affinchè servissero di terrore. Se erano re prigionieri, o grandi capitani, si faceva questa esecuzione in frattanto, che il trionfante saliva fino a' piedi della scala di Giove Capitolino, dove si arrestava per averne l'avviso. Così avvenne di Simone figlio di Giora, capo degli Ebrei nel trionfo di Vespasiano, e di Tito, secondo Giuseppe Flavio.
Il P. Donati, ed altri antiquari hanno scritto, che vi si entrasse per un ponte di pietra. Ma questo ponte non era necessario, e non si saprebbe dove collocarlo, ingombrando lo spazio: è fondato unicamente sopra una falsa lezione di un passo di Vellejo Patercolo, nel quale hanno letto PONTEM, invece di POSTEM; facendo così rompere la testa a Fulvio Flacco sopra un ponte di pietra della porta del Carcere; invece di rompersela, battendola allo stipite di pietra della porta.
"



LA STORIA

Il carcere era formato da due piani sovrapposti di grotte scavate alle pendici meridionali del Campidoglio a fianco delle Scale Gemonie, verso il Comitium nel Foro. La più profonda, detta Tullianum, risale all'età arcaica, VIII-VII secolo a.c., scavata nella cinta muraria di età regia che all'interno delle Mura serviane proteggeva il Campidoglio. La seconda, successiva e sovrapposta, detta Carcer, è di età repubblicana.
Secondo Livio, fu fatto costruire da re Anco Marzio, e lo attesta accanto al Foro.

Dal re avrebbe preso il nome Mamertino, da Martius, per noi Marzio, ma sembra che Mamers fosse uno degli antichi nomi di Marte, oltre a quello di Mavor. Probabile vi fosse un tempio nelle vicinanze. Servio Tullio, dato l'aumento della cittadinanza, lo fece ingrandire, per cui è chiamato anche carcere Tulliano. Secondo i cristiani invece il nome Tulliano verrebbe da Tullus, polla d'acqua, fatta scaturire miracolosamente dagli Apostoli pietro e Paolo.

Sallustio, e Calpurnio Flacco ne fanno una terribile descrizione, molto fedele a ciò che è ancora riscontrabile, ma non peggiore delle carceri papaline di Castel Sant'Angelo o di San Leo dove per sette anni languì Cagliostro, prigioni senza porta, con una botola sul soffitto e una lastra di legno per letto. Vi erano due settori: l'interior, assolutamente privo di luce, e l'exterior, dove i prigionieri potevano ricevere a volte qualche visita. I condannati erano stretti da ceppi: i compedes ai piedi e le manicae ai polsi.

A livello del pavimento esiste ancora la bocca della sorgente cerchiata da un grande anello bronzeo, che si dice sgorgata miracolosamente per opera di san Pietro ma in realtà già esistente dal momento della costruzione del carcere. Non è escluso pertanto che fosse chiamato carcere tulliano per la sorgente che c'era all'epoca.

La parte frontale, giunta fino a noi, risalirebbe all’Età Imperiale, come testimonia l’incisione con i nomi dei consoli M. Cocceio Nerva e C. Vibio Rufino, tra il 39 e il 42 d.c. Questa parete avvolge una facciata più antica in mattoni di tufo di Grotta Oscura, il che confermerebbe l'origine in età regia. Recentemente è stato aperto un ingresso che raggiunge dopo un tratto una sala trapezoidale, realizzata in mattoni di tufo provenienti da Monteverde e dall’Aniene, di fine II secolo a.c.

Qui soffrirono e trovarono la morte:
  • Ponzio re dei Sanniti, il vincitore delle Forche Gaudine qui decapitato nel 290 a.c.
  • Quinto Plemenio già governatore di Locri nel 180 a.c.
  • Erennio Siculo, amico di Gaio Sempronio Gracco nel 123 a.c.
  • Il re della Numidia, Giuturna, nel 104 a.c.
  • Aristobulo re dei Giudei nel 61 a.c.
  • Lenulo e centego, i Catilinari, nel 60 a.c.,
  • il capo dei Galli, Vercingetorice, nel 49 a.c.
  • Seiano con i suoi figli nel 31 d.c.
  • Simone di Giora, difensore di Gerusalemme nel 70 d.c.


Tradizione dei santi Pietro e Paolo

L'agiografia cristiana medioevale fece della cella più bassa, resa accessibile mediante una strettissima scala, e della fonte d'acqua, il luogo in cui gli apostoli Pietro e Paolo, ivi imprigionati, battezzavano i convertiti cristiani compagni di cella.
Non esistono prove certe della permanenza dei due nel carcere. La tradizione è comunque molto antica e la trasformazione del carcere in chiesa, prima chiamata di San Pietro in carcere, si fa risalire al IV sec. per volere di papa Silvestro I.
Una leggenda di origine medievale narra che san Pietro, scendendo nel Tullianum, cadde battendo il capo contro la parete lasciando in tal modo la propria impronta nella pietra (dal 1720 protetta da una grata). Rinchiusi nella segreta, assieme ad altri seguaci, i due apostoli fecero scaturire miracolosamente una polla d'acqua e riuscirono a convertire e battezzare i custodi delle carceri, Processo e Martiniano, diventati martiri a loro volta.
Comunque i due apostoli non furono uccisi qui perché san Pietro fu condotto sul colle Vaticano e san Paolo alle Acque Salvie (l'attuale Abbazia delle Tre Fontane). Secondo un'altra leggenda furono i loro carcerieri redenti, che dovevano avere un poetre maggiore dei magistrati, a liberarli.
Inoltre a quanto scritto dallo stesso apostolo nelle sue epistole, Paolo a Roma durante il processo fu tenuto agli "arresti domiciliari" sotto sorveglianza, e non in un carcere sotterraneo incatenato ad una colonna. Uno spezzone di colonna romana è infatti conservata nel carcere a testimonianza della leggenda, come si vede nella foto.

  1. Chiesa di S. Giuseppe dei Falegnami
  2. Cappella del SS. Crocifisso
  3. Carcere
  4. Tullianum



DESCRIZIONE

Il Tullianum viene citato da molti autori dell'antichitàtra i quali Gaio Sallustio Crispo ne "La congiura di Catilina", per l'imprigionamento e morte dell' ex console Lentulo, di Cetego, Statilio, Gabinio e Cepario, descrivendolo così:
"Havvi nel carcere chiamato Tulliano un luogo circa dodici piedi sotterra; in esso, per un lieve pendio, da mano manca all'entrata si scende. Le pareti dintorno e la volta di quadrate squallide pietre, terribile ne fanno l'aspetto e buio e fetente".

Il carcere è formato da grosse pietre di peperino in opera quadrata, e di travertino, muri, e volte. Originariamente l’ingresso era una porticina sulla parete di destra, ora murata, aldisopra della pavimentazione odierna. Da questa si accedeva ai vani del carcere, dette Lautumiae, il che fa supporre fossero in epoca più antica delle cave di tufo. Vi dovevano infatti essere altri ambienti ricavati nelle cave di tufo, mentre dalla stanza trapezoidale un foro rotondo nel pavimento portava a un ambiente sottostante di pianta originariamente circolare, del diametro m 7 circa, ma poi interrotta da una parte, costruito in blocchi di peperino e coperto da una falsa cupola tronca. Di altri vani attigui alle Latumiae si è accertata l'esistenza, ma nessuno è ancora accessibile.

Il foro circolare doveva essere in origine l'unica via d’accesso all’area sottostante più angusta, sostituita da una scalinata fin da quando su una parte del carcere venne costruita la chiesa di "S. Nicola in carcere". Quest’area, chiamata Tullianum, era la più terribile per i prigionieri, riservata ai prigionieri di stato, il crimine più grave per i Romani, che venivano in seguito uccisi per strangolamento.
Il Carcer realizzato in epoca più tarda, sotto Servio Tullio nel VI secolo a.c. ha un ambiente di pianta trapezoidale di m 5 x 3,60, coperto da volta a botte, costruito in opera quadrata con blocchi di tufo rosso (detto "dell'Aniene") e blocchi di tufo giallo (detto di "Grotta oscura") nella seconda metà del II secolo a.c..
Nel pavimento scaturisce una vena d'acqua, ora quasi assente, ma che, secondo l'opinione comune, un tempo era sufficiente a riempire il Tulliano e a servire da pozzo per la rocca Capitolina. Si ritiene che l'acqua sovrabbondante scorresse nella Cloaca Massima per mezzo di un canale sotterraneo, la cui apertura (ora chiusa da una porta di ferro) si apre sulla parete a destra. Recentemente questa ipotesi fu messa in dubbio, perchè non esistono tracce di incrostazione, le quali non potrebbero mancare se il vano avesse contenuto per secoli le acque della fonte: invece, secondo altri, l'edifizio sarebbe un sepolcro arcaico a cupola, simile a quelli di Micene.



I NUOVI SCAVI

I vecchi scavi - "Sopra il Monte Tarpeio dietro il palazzo dei Conservatori verso il carcere Tulliano, so essersi cavati molti pilastri di marmo statuale con alcuni capitelli tanto grandi, che di uno di essi vi feci io il leone per il gran Ferdinando nel suo giardino alla Trinità sul Monte Pincio." Vacca, Mem. 64.

Il monumento, indicato a partire dall’età medievale come "Carcere Mamertino", era adibito a prigione di massima sicurezza dello Stato Romano. Risulta composto da due strutture sovrapposte: il Carcer la struttura superiore, il Tullianum quella inferiore. Il Carcer-Tullianum, pur essendo uno dei monumenti romani da sempre noti, risulta a tutt’oggi privo di uno studio specifico e approfondito che lo consideri anche in relazione con la topografia di età preimperiale della parte settentrionale del Foro Romano (Comitium) e del Campidoglio (Arx). L’occasione per colmare questa lacuna è stata offerta dalle indagini di scavo avviate dalla Soprintendenza Archeologica di Roma all’interno del complesso degli Oblati di Maria Vergine annesso alla chiesa di S.Giuseppe dei Falegnami. I lavori sono stati condotti nell’ambito degli interventi programmati in occasione del Giubileo del 2000. Nuovi ed importanti dati storico-archeologici sono emersi dalle operazioni di scavo. Altri se ne potranno aggiungere con il proseguimento, auspicato, delle ricerche archeologiche.

 
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