SABINI ( 3000 - 290 a.c.)




LE ORIGINI

La Sabina è antichissima nel suo abitato, con ricchi insediamenti preistorici, in cui sono stati rinvenuti moltissimi attrezzi in selce e in diaspro di vari colori risalenti al Paleolitico, dal 60.000 al 30.000 a.c.
L'area di insediamento era compresa tra l'alto Tevere, il Nera e l'Appennino marchigiano, in corrispondenza dell'odierna provincia di Rieti e della confinante regione dell'alto Aterno in provincia dell'Aquila.

I Sabini derivavano per migrazione dagli antichi Umbri, dello stesso ceppo etnico dei Sanniti e dei Sabelli, detti safineis, safinim e safina, da cui derivano i nomi Sannio e Sabina, o dal culto dei Sevini, come citò Plinio, o da Sabo, figlio di Sanco, antico Dio sabino. Parlavano una lingua che aveva molti punti in comune con l'osco e con la lingua umbra.

Successivamente, nel 3.000 a.c., si evidenziano i resti dell'antica città Eretum, sulla collina di Casacotta a Montelibretti. La sua necropoli ha rivelato una ricca tomba della seconda metà del VI sec., con i resti di un superbo carro in legno con decorazioni in bronzo e in ferro incise e cesellate, un trono in terracotta e quattro calderoni in bronzo. Il defunto era stato sepolto con il rito dell'incinerazione e con uno scettro e un lituo. Il massimo sviluppo si ha dall'VIII al VI sec. a.c..

Questi popoli raggiunsero l'odierna sabina intorno al X - IX sec. a.c., fondando diverse città:

  • Reate, odierna Rieti, con resti del tempio di Rea Silvia.
  • Nurcai, o Norcai.
  • Trebula Mutuesca, ora Monteleone sabino, con un tempio alla Dea Feronia.
  • Cures Sabini, vicino al fiume Tevere e la Salaria, grande centro economico, arrivando ad occupare ben 30 ettari. Fu la residenza del re sabino Tito Tazio, sotto il cui regno avvenne il ratto delle Sabine ed il successivo accordo di coabitazione tra Romani e Sabini. Dette anche i natali al II re di Roma, Numa Pompilio, e al IV, Anco Marzio, suo nipote. Ebbero un decadimento con la sconfitta ad opera di Tarquinio il Superbo.


VER SACRUM

Sembra che per l'antico uso sabino del ver sacrum, si consacravano i nati nello stesso anno di una grave calamità naturale ad una divinità, e una volta ventenni dovevano abbandonare le proprie terre per fondare nuove città. Così si sarebbero generate le successive popolazioni sannitiche e sabelliche, alcune delle quali avrebbero infatti conservato nel nome la divinità a cui erano consacrati o un animale simbolico ad essa associato.

Anche se diversi hanno ipotizzato che all'origine il rito prevedesse la mattanza degli nuovi nati in primavera, animali e perfino dei neonati, non c'è cenno di questa usanza, e un popolo non deve essere cruento solo perchè primitivo. Invece si narra dell'offerta delle primizie agli Dei, e della partenza dei giovani per altre terre da colonizzare. Così la popolazione non cresceva troppo a spese delle risorse del terreno circostante e si espandeva l'arca d'influenza sabina includendo nuovi territori.

Al giovani designati come fondatori di una colonia, obbligati a compiere il sacrificio allontanandosi dalle loro famiglie per il bene della comunità, veniva assegnato un animale sacro che li avrebbe guidati nel viaggio: da questo avrebbero ottenuto guida e protezione e ne avrebbero derivato il nome.

Così, mediante il ver sacrum, dall'originario ceppo sabino si vennero a formare i Piceni, a cui era stato assegnato come animale-guida il picchio (picus) e si erano stabiliti nella zona orientale dell'Appennino mediano, gli Irpini, che avevano come animale simbolico il cinghiale (hirpus), stanziatisi nella zona centro-meridionale della dorsale appenninica, gli Equicoli, il cui animale totemico era il cavallo (equus), insediatatisi nella vallata intermedia fra il fiume Salto ed il Turano, i Vultures, che, guidati da un avvoltolo (vultur), dettero il nome alla regione del Volturno. Per gli Dei si ebbero Vesta per i Vestini e Marte per i Marsi e i Mamertini.



SABINI CONTRO ROMANI

Da tempo antichissimo i Sabini occuparono la fertile valle del Velino e vi si stabilirono scendendo man mano verso il basso Tevere fino a Roma. La Sabina tiberina era naturalmente più ricca ed evoluta, con guerrieri ornati di bracciali e anelli d'oro, mentre la Sabina montuosa, di Rieti, Norcai, e Amiternum era più povera e basata sulla pastorizia.

TITO TAZIO
I Sabini del Tevere, per lungo tempo gli unici Sabini noti ai Romani, furono un popolo importante, socialmente e moralmente, famoso per la giustizia e l’onestà, al punto che un aneddoto riportato da Cicerone riferisce che a Roma era frequente fingersi sabini per guadagnare la pubblica stima e ottenere consensi.

I Sabini dovevano molto della loro prosperità alla vicinanza del Tevere e alla via Salaria, fondamentali vie di comunicazione che facilitarono i rapporti commerciali, ma anche gli scambi culturali con altre popolazioni come Umbri, Etruschi e Romani. Lo storico Quinto Fabio Pittore 260 a.c.- 190 a.c., riferisce che i Romani cominciarono ad apprezzare la ricchezza quando governarono i Sabini, mentre Dionigi
di Alicarnasso, riprendendo da Fabio nella sua opera Antichità di Roma, ricorda che al tempo della fondazione di Roma i Sabini non erano meno amanti delle raffinatezze degli Etruschi.



IL RATTO DELLE SABINE

Secondo la tradizione, attestata da Varrone e da Tito Livio e ripresa da Virgilio nell' Eneide, Romolo ed i suoi compagni approfittarono dei ludi in onore del Dio Conso per invitare i Sabini e rapire le donne. Questo generò una guerra, che fu risolto grazie alle sabine.
Secondo alcuni il ratto avrebbe avuto la funzione rituale di una cerimonia arcaica, "ut more ferarum", come ironizza Orazio, caratteristica dei Sabini. D'altronde in alcune zone del sud Italia fino a un mezzo secolo fa c'era il ratto della futura sposa attraverso la "fuitina", la fuga cui seguiva il matrimonio riparatore.

Nei secoli successivi il rito nuziale di Roma, legato alla tradizione sabina divenne la confarreatio, il pasto rituale che gli sposi consumavano dividendosi la stessa ciambella di farro, un cereale povero, più antico del grano, coltivato fin sulle alture appenniniche abitate dai Sabini.

Comunque Romani e Sabini condivisero donne e poteri anche tra i re, Romolo ed il sabino Tito Tazio, a cui seguì Numa Pompilio, anch'egli sabino, grande legislatore e moralizzatore dei costumi.
Tito Livio (59 a.c. – 17 d.c.) - “Ab Urbe condita”:

"Arrivò moltissima gente, anche per il desiderio di vedere la nuova città, e soprattutto chi abitava più vicino, cioè Ceninensi, Crustumini e Antemnati. I Sabini, poi, vennero al completo, con tanto di figli e consorti. Invitati ospitalmente nelle case, dopo aver visto la posizione della città, le mura fortificate e la grande quantità di abitazioni, si meravigliarono della rapidità con cui Roma era cresciuta.
Quando arrivò il momento previsto per lo spettacolo e tutti erano concentratissimi sui giochi, allora, come convenuto, scoppiò un tumulto e la gioventù romana, a un preciso segnale, si mise a correre all’impazzata per rapire le ragazze. Molte finivano nelle mani del primo in cui si imbattevano: quelle che spiccavano sulle altre per bellezza, destinate ai senatori più insigni, venivano trascinate nelle loro case da plebei cui era stato affidato quel compito. Si racconta che una di esse, molto più carina di tutte le altre, fu rapita dal gruppo di un certo Talasio e, poiché in molti cercavano di sapere a chi mai la stessero portando, gridarono più volte che la portavano a Talasio perché nessuno le mettesse le mani addosso.
Da quell’episodio deriva il nostro grido nuziale. Finito lo spettacolo nel terrore, i genitori delle fanciulle fuggono affranti, accusandoli di aver violato il patto di ospitalità e invocando il dio in onore del quale eran venuti a vedere il rito e i giochi solenni, vittime di un’eccessiva fiducia nella legge divina. Le donne rapite, d’altra parte, non avevano maggiori speranze circa se stesse né minore indignazione. Ma Romolo in persona si aggirava tra di loro e le informava che la cosa era successa per l’arroganza dei loro padri che avevano negato ai vicini la possibilità di contrarre matrimoni; le donne, comunque, sarebbero diventate loro spose, avrebbero condiviso tutti i loro beni, la loro patria e, cosa di cui niente è più caro agli esseri umani, i figli. Che ora dunque frenassero la collera e affidassero il cuore a chi la sorte aveva già dato il loro corpo.
Spesso al risentimento di un affronto segue l’armonia dell’accordo. Ed esse avrebbero avuto dei mariti tanto migliori in quanto ciascuno di par suo si sarebbe sforzato, facendo il proprio dovere, di supplire alla mancanza dei genitori e della patria. A tutto questo si aggiungevano poi le attenzioni dei mariti (i quali giustificavano la cosa con il trasporto della passione), attenzioni che sono l’arma più efficace nei confronti dell’indole femminile."

Il popolo dei sabini aveva ancora un retaggio matriarcale, come gli Etruschi, per cui all'epoca si facevano rispettare, ecco i contratti che le sabine sottoposero ai romani per accordare i matrimoni:
  • non dovranno mai lavorare per i loro mariti, salvo filare la lana;
  • per la strada gli uomini dovranno cedere loro il passo;
  • nulla di sconveniente sarà detto a loro o in loro presenza;
  • nessun uomo potrà mostrarsi nudo davanti a loro;
  • i loro figli avranno una veste speciale (praetexta) e un ciondolo d'oro (bulla aurea).
Sicuramente fecero adottare le usanze sabine, perchè i romani, in qualità di discendenza indoeuropea, e come tutti i popoli indoeuropei, sottomettevano le donne; peccato che questi diritti vennero poi dimenticati.
T. Livio: "Non viene pattuita solo la pace, ma anche la fusione dei due popoli. Il regno diventa uno solo. Furono istituite anche le tre centurie di cavalieri, Ramnensi da Romolo, Tiziensi da Tazio e, quanto ai Luceri, è incerta l'origine. Da allora i due re esercitarono il potere non solo in comune ma anche in perfetta concordia."



LA PRIMA GUERRA

La prima grande guerra fra i Romani e i Sabini fu combattuta nel 290 a.c. I Romani, guidati dal console M.C. Dentato, vinsero e sottomisero la città di Cures, dove gli scavi hanno portato alla luce un edificio di epoca arcaica con vari ambienti. Le necropoli, come per gli Etruschi, erano situate sui costoni dei colli.

CIPPO DI CURES
Cures, la capitale dei Sabini (da cui proviene la parola Curia) decadde per la sconfitta prima e poi nel 174 a.c. per un forte terremoto, però poi vi si stabilirono i Romani con numerose e splendide ville intorno al II secolo a.c., come quella dei Casoni, attribuita a Varrone, vicino al'odierno Poggio Mirteto. Erano le Ville Rustiche, dedite alla vinicoltura, olivicoltura e allevamenti, soprattutto per il mercato di Roma.

Nei primi tempi della repubblica romana, di Reate, il cui nome è legato alla Dea Madre Rea Silvia (poi declassata a Vestale), non si sa nulla fino al 290 a.c., quando il console Curio Dentato la conquistò. Si menziona Rieti ai tempi di Annibale, perchè restò fedele a Roma combattendo al comando di Scipione.

Plinio il Vecchio: "Tra i Sabini gli Amiternini, gli abitanti di Cures Sabini, Forum Decii, Forum Novum, i Fidenati, gli Interamnati, i Norcini, i Nomentani, i Reatini, i Trebulani, sia quelli soprannominati Mutuesci che i Suffenati, i Tiburtini, i Tarinati".
Inoltre Plinio segnala che "I Sabini secondo alcuni sono chiamati Sebini a causa della loro religiosità e pietà" (dal greco sébomai = venero).

La ricerca di pascoli di pianura li spinsero verso il Lazio e a venire quindi in urto con i Romani, ma poi, insediatisi sul colle Quirinale, si fusero con i gruppi latini del colle Palatino: le due etnie dettero origine alla città di Roma. Infatti molte famiglie sabine furono incluse nelle cento gentes originarie ricordate dallo storico Tito Livio, i cui capi andarono a costituire il nucleo del futuro Senato di Roma.

TRONO DI ERETUM
Così nacque la leggenda del ratto delle Sabine che ispirò tanti artisti, pittori e scultori, la figura di Tito Tazio, re assieme a Romolo, e gli altri re Numa Pompilio e Anco Marzio, come pure il nome dei Tities, una delle tribù originarie del popolo romano. Furono sabine le antiche famiglie della gens Curtia, la gens Pompilia, la gens Marcia, la gens Claudia, e molti tratti del costume, dei culti e riti di Roma risalgono ai Sabini. Ma il ratto era poi una leggenda? Si sa che Romolo dette asilo a chiunque volesse abitare all'Urbe, quindi gente disperata, o esiliata o fuggitiva per crimini, dunque molti uomini soli, qualcosa di vero potrebbe esserci stato.

Il sabino Pompilio detto Numa, che fu il secondo re di Roma, inserendo nel nuovo Codice delle leggi gli antichissimi riti, che governavano la sua comunità da sempre, mitigò gli aspri costumi dei romani attraverso le più miti usanze sabine, e organizzò politicamente la società romana. I Sabini, rimasti nell'entroterra appenninico, continuarono nel V secolo a.c. la loro pressione sul Lazio, con altre infiltrazioni nella zona tra il Tevere e l'Aniene.

La vittoria su di loro da parte dei Romani avvenne dopo un lungo periodo di pace nel 290 a.c. con una campagna guidata dal console Manio Curio Dentato: sul loro territorio vennero distribuite terre in abbondanza a cittadini romani, ai quali si assimilarono i Sabini, accolti poi nel 268 a.c. nella cittadinanza romana con l'inclusione di due nuove tribù, la Quirina e la Velina.



LA RELIGIONE

PRINCIPALI NECROPOLI SABINE
L' antico popolo dei Sabini, stanziato in epoca preromana lungo la dorsale appenninica, come riferirono Marco Terenzio Varrone e Plinio il Vecchio aveva una grande religiosità, da cui derivava l'obbedienza alle leggi ed il rispetto della parola data.
Ogni aspetto della vita e delle forze della natura veniva concepito come sacro e divino, in cui gli Dei esercitavano la protezione su uno o più aspetti del ciclo vitale degli elementi, ma la Dea Madre da cui tutto discendeva, compresi gli Dei, era Vacuna, divinità dei campi e della natura, associata poi alla Dea Vittoria.

Il culto di questa divinità fu attestato sopratutto tra la fine dell'età repubblicana e la prima età imperiale. Lungo la via Salaria, tra le attuali cittadine di Cittaducale e Castel S. Angelo, si trova il Lago di Paterno, un tempo lacus Cutiliae, alimentato da una sorgente salutare e sacra a Vacuna. Al centro dello specchio d’acqua c'era, come narra Varrone, un’isola galleggiante formata da incrostazioni calcaree su residui vegetali, su cui aveva sede il culto delle Lymphae commotiles, le ninfe oracolari, così chiamate dallo spostarsi dell'isola.

Un altra divinità venerata nella sabina, come attestato le epigrafi di Trebula Mutuesca "Monteleone Sabino" e in tutta l'area centro-italica, era Feronia, Dea della fertilità e agricoltura, il suo principale santuario, Lucus Feroniae, si trova nei pressi di Fiano Romano. Tra le divinità locali Sanctus e Pater Reatinus, o Sabo, o Sanco, al quale erano eretti templi sopra le colline.

Ma la Dea più venerata fu Vacuna, più tardi associata alla Dea romana Vittoria o Vesta, rappresentata come una donna dal seno nudo alla quale dei genietti alati porgevano delle fiaccole accese: i templi della Dea Vacuna, tra cui è famoso quello di Cutiliae, si trovavano in prossimità di acque sorgive e presso di essi gli schiavi venivano affrancati.
Questo stesso rito veniva compiuto presso i templi della Dea Feronia, la divinità sabina che proteggeva le messi e le nascite, come la dea greca Demetra o la romana Cerere.

Una divinità celebrata perché proteggeva le attività dei campi e della pastorizia era anche la Dea Matura, tutelare delle prime ore del giorno, associata con l'Aurora. Il re di origine sabina Numa Pompilio impose a Roma gli onori al Dio Termine, nume tutelare dei confini, ed alla Dea Fede, che vigilava sul rispetto dei patti. Sia il Dio Termine che la Dea Feronia vennero adottati nel culto religioso romano



LA CULTURA

I sabini Marco Porcio Catone e Marco Terenzio Varrone tracciarono vie pragmatiche per consolidare le conoscenze offerte dalle artes liberales.
Catone negli ammonimenti al figlio Marco, ad Marcum filium, traccia i precetti educativi messi in pratica da un padre nei confronti del proprio figlio, e documenta inoltre nel Carmen de moribus i valori a cui s'ispira.

Varrone compila invece una serie di manuali scientifici in cui sotto il titolo di Disciplinarum libri saranno riunite le sette discipline canoniche, a cui aggiunge lo studio della medicina e dell'architettura.
Negli ultimi anni della sua vita compone i Disciplinarum libri novem, opponendo allo spirito speculativo greco il senso della razionale praticità romana.

A Cassiodoro dobbiamo la conservazione di molti frammenti dell'opera di Varrone : "Scire autem debemus, sicut Varro dicit, utilitatis alicuius causa omnium artium existisse principia", cioè dobbiamo essere consapevoli che tutte le scienze sono state fondate per l'utilità degli uomini.
I nove libri delle Disciplinae, trattazione sulle arti liberali, del 34 - 33 a.c., costituiscono la sintesi dei suoi studi ed il suo testamento spirituale, a cui affida il conseguimento della virtus, fine ultimo di ogni scienza.


Nessun altro popolo antico, a dire degli storici, li eguagliò in giustizia, probità, amore per la patria, frugalità e pudore. Le donne sabine erano reputate per modello dell'onestà e della prudenza, così come cita Orazio, negli Epodi. Secondo Plutarco e Dionigi di Alicarnasso erano numerosi e bellicosi ai tempi del primo re: Romolo. Poiché discendevano dagli stessi Spartani, tanto che i loro villaggi erano privi di mura di difesa.



I SABINI IMPERIALI

Vespasiano, Tito e Domiziano furono imperatori di origine sabina, ma anche Appio Claudio, capostipite della famiglia Claudia, era originario della città sabina di Regillo, e tra gli imperatori della dinastia giulio-claudia figurano Augusto, Tiberio, Caligola, Claudio e Nerone. Molte persone della gens Claudia avevano come soprannome Nerone che, come informa Svetonio, in lingua sabina significa forte e valoroso.

Dopo Nerone venne Galba, poi Otone, poi Vitellio. Sulla famiglia dei Vitelli così narra il celebre storico Svetonio: “Ci resta un opuscolo di Quinto Elogio, dedicato a Quinto Vitellio questore del divo Augusto, in cui si sostiene che i Vitelli, discesi da Fauno, re degli Aborigeni, e da Vitellia, venerata in molti luoghi come una divinità, avrebbero dominato su tutto il Lazio; che un loro ultimo ramo si sarebbe trasferito dalla Sabina a Roma e sarebbe stato accolto nel ramo senatorio…”.

Dopo Vitellio vennero i Flavi, e dopo ancora l’imperatore Nerva, nativo della città sabina di Narni. Anche diverse imperatrici erano sabine, come Poppea Sabina moglie di Nerone o Vibia Sabina, moglie di Traiano.




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