TITULUS EQUTIUS



BASILICA SAN MARTINO AI MONTI

Il titolus romano era la lastra di marmo su cui era segnato il nome del proprietario e che si applicava su un edificio per indicarne la proprietà. L'uso si è conservato fino ai primi del '900 per certi palazzetti liberty o nei palazzi per designare un condominio, quindi una proprietà e non una locazione. In seguito il nome designò una proprietà della Chiesa. Sembra che all'epoca del Titulus Equitius la Chiesa ne contasse a Roma già 24 di tituli.

ABSIDE ROMANA
Il titulus era una proprietà edificata, per cui l'idea che la Chiesa di San Martino fosse stata edificata su un terreno donato da un certo benefattore chiamato Equitius non risponde a realtà, anche perchè sotto la chiesa non solo c'è l'antica cripta paleocristiana, ma pure un'abitazione precedente e pagana.

Entrando nella chiesa di San Martino e San Silvestro, nota come San Martino ai Monti, le cui bellissime decorazioni risalgono alla metà del 1600, si percorre la navata centrale fino alla scalea, che scende nella cripta al di sotto dell'altare. Da questo locale, attraverso una porticina sulla sinistra, si scende un'ulteriore scala e ci si trova finalmente all'interno del 'Titolo Equizio, quindi alla proprietà di un certo Equitio, o Equizio, nome romano piuttosto diffuso, la cui proprietà è passata poi per qualsiasi ragione alla chiesa paleocristiana.

I tituli ecclesiastici erano pertanto proprietà edilizie che venivano poi destinate e trasformate per farne un luogo di ritrovo e successivamente una chiesa.

SAN MARTINO RIUTILIZZA NUMEROSE PARTI ROMANE
Non dimentichiamo che le riunioni del paleocristianesimo richiedevano la pubblica confessione dei propri peccati. Umiliarsi in pubblico rafforzava il legami coi fratelli e scongiurava la dannazione. da qui si comprende la necessità di luoghi separati e protetti.

La chiesa si trova nella zona che dal tempo della Roma Serviana era chiamata Esquilina, ossia la III Regio, dedicata agli Dei egizi Iside e Serapide, secondo la divisione dei quartieri fatta da Augusto. 

In questa zona venne edificata la Domus Aurea di Nerone, le imponenti Terme di Tito e di Traiano e le Sette sale, e qui era il lago di Orfeo, che doveva trovarsi all'inizio del Clivo Suburrano, odierna Via dei Selci, che insieme al Vicus Sabuci (Viale del Monte Oppio) costeggia le mura della Basilica di San Martino.
Dunque una zona ricca e importante, con abitazioni di pregio, tutte aldisotto degli edifici odierni. Una zona dove a scavare si troverebbero molte sorprese, sia scultoree che architettoniche.

Vicino alla chiesa, lungo via Equizia (la strada che la fiancheggia), si notano vari blocchi di tufo  provenienti dalle Mura Serviane che distavano appena 300 m. che furono riutilizzati nell’Alto Medioevo come sostruzioni della chiesa.

RESTI SERVIANI
All'epoca il rispetto dei monumenti e dell'arte non esisteva, mentre i romani apprezzavano e pagavano salato l'antiquariato, con la caduta dell'impero cadde totalmente la cultura e le opere d'arte vennero calcinate e distrutte. Tutto ciò che era stato prima del cristianesimo del resto era pagano e pertanto da cancellare.

Entrando nella chiesa,  si percorre la navata centrale fino alla scalea, che scende nella cripta al di sotto dell'altare. La cripta appartiene alla chiesa precdente, ma da quest'ambiente, attraverso una porticina sulla sinistra si scende un'ulteriore scala, una ventina di gradini molto antichi, che ci conducono all'interno del Titolo Equizio. L'ingresso al titolo però doveva  al lato dell’abside, sullo slargo prospiciente le due torri della piazza San Martino ai Monti, quindi sul lato destro del clivus in salita.

Da notare che all'epoca l'edificio era almeno al livello stradale, se non sopraelevato, mentre ora sta nei sotterranei. Niente di strano, l'epoca romana nel sottosuolo di Roma va dai 6 ai 12 m e talvolta anche 18m.



Il TITULUS

Si tratta di un edificio in laterizio della prima metà del III secolo d.c. formato da un grande ambiente centrale di m 11 x 18, suddiviso da 6 pilastri in due ali di tre campate ognuna, con volta a crociera ed un vestibolo che con tre porte si apriva sulla strada, o almeno così si pensa, perchè il basolato della strada non è stato rinvenuto, e soprattutto ci sarebbe ancora da scavare.

RIPRODUZIONE MEDIEVALE
Sembra infatti strano che il locale avesse bisogno di tre porte sulla strada a meno che si trattasse di un magazzino, un'horrea, con merci che dovevano essere caricate sui carri per consegnarle alle varie destinazioni, cioè ai negozi.

Sono state queste tre porte sull'esterno che hanno fatto presupporre l'uso del magazzino, tuttavia non suffragato da altre prove.

L'edificio sembra far parte delle vicine terme ed adibito in seguito a scopi commerciali, forse un mercato coperto o magazzini. Ma dalla pianta potrebbe essere stata una basilica, o comunque un edificio pubblico.

Alla fine del III sec. o agli inizi del IV l'edificio venne poi utilizzato per il culto cristiano, secondo alcuni  sotto papa Fabianus, regnante dal 236 al 250 d.c., ma l'attribuzione sembra decisamente errata. Fu infatti  Papa Silvestro a rilevare il Titolo Equizio sistemando il locale ad uso cristiano per i riti e le riunioni della comunità di questa zona.

Il cristianesimo, al contrario di tutte le religioni conosciute prima, si basava sul principio della conversione.

Tutti dovevano essere d'accordo che quella era l'unica religione, un principio del tutto sconosciuto ai pagani, che rispettavano ogni fede e ogni religione.

Alcuni pensano che l'edificio venne utilizzato proprio perchè si trovava al centro dei culti orientali pagani, come quelli di Mitra, Iside e Serapide, contro cui i Cristiani lottavano strenuamente. Insomma era come una battaglia politica per le elezioni, ma con toni ancora più violenti.

Comunque nel periodo pre-costantiniano non c’erano basiliche cristiane ma luoghi privati per riunirsi, dato che la diffusione del messaggio e la conversione, ma pure il dibattito sui vari e spesso discordanti testi erano l’unica ragione degli incontri senza ritualità che richiedessero strutture e architetture particolari, come poi accadde per le chiese.

La leggenda dei convegni clandestini dei cristiani nei cunicoli sotterranei delle catacombe è totalmente infondata, l'aria non era respirabile essendo luoghi sotterranei con le pareti piene di tombe e dentro queste cadaveri in decomposizione.

I riti venivano celebrati all’aperto o in luoghi privati, né c’erano ragioni di clandestinità, a Roma tutti i culti erano ammessi, e quello cristiano era almeno tollerato.

Tutto questo a parte le ondate persecutorie di Diocleziano tra la fine del III secolo e l’inizio del IV. Roma aveva raggiunto un milione mezzo di abitanti, e c’èra il divieto di seppellire i morti nell’area urbana per cui venivano inumati ai margini delle grandi strade consolari, quindi le catacombe erano tutte fuori città, un viaggio che richiedeva almeno la carrozza.

Tra la fine del III sec.e l’inizio del IV il titulus dunque venne impiegato  per le assemblee del cristianesimo delle origini, fino a quando si passò dalle sedi private alle basiliche pubbliche edificate sopra quelle pagane, finché divenne la basilica dei santi Silvestro e Martino. Niente di nuovo, tutte le chiese antiche di Roma nascono su un tempio pagano.



I DUE TITOLI

In questo edificio si tenne il Sinodo del 499 e quello del 595, ma mentre nel primo Sinodo il nome del Titolo era Equizio, nel secondo fu S. Silvestro, creando il dubbio che si trattasse di due diversi Titoli. In realtà, nell'arco di tempo tra un Sinodo e l'altro avvenne la conversione dei titoli  a nomi di santi.

Papa Simmaco intanto ampliò il Titolo nel VI sec., includendo nell'edificio una cavea del III sec, scoperta per caso nei lavori di restauro del 1930 e la cui utilizzazione rimane ancora un mistero, ma sicuramente parte di un teatro antico.

Alcune zone del pavimento conservano frammenti di mosaico a tessere bianche e nere, che insieme a motivi ornamentali affrescati su alcune delle volte, sembrano appunto risalire agli inizi del III sec. quando l'edificio era ancora adibito ad usi pagani.

Essendo vicini alle Terme, potrebbe essere stata un’area ad esse aggregata, oppure utilizzata come mercato o magazzino, o luogo di riunione a scopi civili. Poi, tra la fine del III secolo e l’inizio del IV fu impiegata per le assemblee del cristianesimo delle origini, fino a quando si passò dalle sedi private alle basiliche pubbliche edificate sulle vestigia più antiche, finché divenne la basilica dei santi Silvestro e Martino.

Il primo che realizzò il Titolo, cioè la destinazione a culto, non fu necessariamente Equizio, perchè magari lui ha semplicemente venduto la proprietà a dei cristiani. Il titolo però fu designato da papa Silvestro col nome del precedente proprietario, “Titolus Equitii”, così come oggi uno compra Villa Clementina e le lascia il nome, anche se quella villa non appartiene più a Clementina. Ma il nome esatto è Titolus Equitius e non Equitii, perché sarebbe come chiamare Villa di Clementina la Villa Clementina.

Che si tratti di un unico titulo e non di due appare chiaro dal Liber Ponificalis, dove si legge che papa Silvestro  fece una chiesa con un proprio Titolo, quindi a suo nome, nei pressi delle Terme di Diocleziano, vicino alla Fontana di Orfeo.

Forse; come per la “Basilica della Neve” a Santa Maria Maggiore, contrapposta a Giunone Lucina per la fertilità e maternità, così sperava che il nuovo titolo a lui intestato avrebbe sostituito il culto degli Dei orientali: Mitra, Iside e Osiride, come Santa Maria in Lucina sorse sul tempio di giunone Lucina, o i Santi gemelli Cosma e Damiano ebbero il loro tempio sopra quello dei gemelli Dioscuri.

E’ probabile che papa Silvestro cambiasse nome al Titolo Equizio dandogli il suo nome quando ci fu la cristianizzazione ufficiale dei siti privati. Con papa Simmaco del 498-514, e il Sinodo del 499, venne aggiunto da papa Simmaco il santo Martino a Silvestro, nella basilica da lui fatta costruire sopra al Titolo Equizio. Fu qui, secondo la tradizione, che Silvestro si incontrò con Costantino per perorare la religione di stato cristiana che avrebbe impedito per sempre i culti pagani.

Superata la fase dei martiri del Cristianesimo con la fine delle persecuzioni, per creare santi si ricorrerà ad altre benemerenze, come la santità dei confessori, di monaci ed eremiti, vescovi ed evangelizzatori, fino ai cavalieri di Dio e ai sovrani regnanti, tutti coloro che in qualche modo si erano prodigati per la diffusione della fede. Pertanto non vi saranno più nei Titoli i nomi dei proprietari che all’inizio avevano messo a disposizione le proprie abitazioni, ma avranno nomi di santi di queste categorie.

L'edificio divenne così un un punto di ritrovo e di propaganda importantissimo per la chiesa cristiana, che proprio in quegli anni si andava organizzando burocraticamente in modo da poter raggiungere in maniera capillare tutte le comunità romane e spingerle alla conversione.

Poi papa Sergio II tra l’840 e l’847 rifà dalle fondamenta la basilica di Silvestro e Martino e del Titolo Equizio non si fa più parola. Iniziano le lotte di potere tra le famiglie patrizie romane che ambiscono collocare un familiare sul seggio pontificio che assicura oramai potere e ricchezza. Così papi e antipapi vengono eletti dalle diverse comunità dissenzienti, e troviamo Lorenzo al Laterano e Simmaco a Santa Maria Maggiore, due sedi e due papi.

Finalmente la situazione si stabilizza e ulteriori lavori vengono eseguiti ad opera di Sergio II nel IX sec., che ordinò la costruzione della Basilica soprastante e contemporaneamente restaurò e ornò il Titulus. Nel XIII sec. poi i pilastri che dividono l'ambiente vennero rinforzati ed ampliati onde coprirli di pitture celebrative in seguito al restauro e all'ingrandimento dell'edificio soprastante il Titolo. Nel 1637 il Priore Antonio Filippini adattò purtroppo uno dei locali del Titolo a cappella dedicata in onore di S.Silvestro, togliendole gran parte delle decorazioni originali.



TUTTO DA ESPLORARE

Tornando nella prima sala gli occhi vanno alle pareti in laterizio e alle volte a crociera, i cui archi in parte sono interrotti dai pilastri molto larghi nei quali in epoca successiva sono stati inglobati i pilastri romani iniziali.

Una parte dell’ambiente doveva essere un cortile aperto sovrastato da un’area chiusa, forse un'area che metteva in comunicazione ambienti diversi, un'area di comunicazione il cui utilizzo prima della costruzione della basilica deve essere stata intenso e continuo, con molti segni del tempo e rimaneggiamenti, con una piccola abside che reca aggiunte medioevali.

Restano comunque originari senza dubbio la grande nicchia dove  c'era un'ara o una statua, il mosaico e alcuni affreschi sulla volta di stile leggero e pagano, insomma le famose grottesche copiate nel Rinacimento da Raffaello e da Michelangelo, i geni che si raccomandarono al papa per porre termine al vandalismo cristiano sui reperti romani.

I corridoi sono alti e oscuri, fino ad ora sono stati reperiti nei sotterranei ben 13 ambienti, con mura a tufelli e ad opus listatum, con colonne spezzate e coricate, marmi decorati, bassorievi consunti e pezzi di mosaico a tessere romboidali bianche e nere.

Ma c'è di più, il percorso sembra terminare in un vestibolo murato, e, dai pochi sondaggi eseguiti, si sa che questi sotterranei conducono a un ulteriore più basso livello di sotterranei, ancora mai scavato, che mantiene nascoste e inalterate le ricchezze del luogo, un posto tutto da scoprire, che potrebbe rivelare posti strabilianti, se ci dessero il permesso di scavare, ma la Chiesa difficilmente lo accorda. Come provasse  un certo disagio a scoprire le sue radici pagane.


MICHELE STEFANO DE ROSSI

DEL LARARIO E DELL'ISEO SCOPERTI NELL'ESQUILINO PRESSO LA CHIESA DI S. MARTINO AI MONTI (Tav. Ili, IV, V)

"I lavori di sterro, che si eseguiscono pel prolungamento della nuova via dello Statuto, sotto la fiancata sinistra della chiesa di S. Martino ai Monti, hanno dato occasione a scoperte segnalatissime, tanto in fatto dei vetusti sepolcreti che occupavano a grande profondità quella parte dell'Oppio;  quanto anche in ordine ai sovrapposti edifizi di Roma nella età imperiale. Intorno ai primi, si avrà in questi fogli medesimi una relazione del ch. sig. cav. prof. Michele Stefano de Rossi, con un catalogo dell'arcaica suppellettile quivi rinvenuta; relazione, la quale sarà proseguita e compiuta in appresso.

Le scoperte dei monumenti riferibili a tempi assai più recenti; ed in ispecie gli avanzi di una casa di qualche splendidezza e decoro, sono stati presi a disamina e studiati dal eh. collega, prof. Enrico Stevenson, il quale ne avrebbe qui stesso prodotto un'accurata descrizione ed un commento, se una prolungata indisposizione di salute non gli avesse impedito di condurre a termine l' intrapreso lavoro.

Siccome peraltro la scoperta del larario conservatissimo di detta casa, e quella del mitreo domestico, rinvenuto pressoché intatto nei sotterranei della medesima, hanno destato in modo singolare la erudita curiosità e l'attenzione del pubblico, cosi mi è parso opportuno di non differire più a lungo la pubblicazione di questi due monumenti; e tanto più, essendone già da qualche tempo apparecchiati i disegni, che furono ricavati sul luogo ed eseguiti con lodevole perizia in litografia, per mano del pittore sig. Luigi Ronci.

Io dunque, lasciando intatto il campo al prelodato collega, per lo scritto che vorrà compiere e divulgare in appresso, quando ancora tutta la iconografìa del luogo sarà stata riconosciuta e delineata, mi ristringerò ad esibire le tavole di cui si tratta, corredandole di qualche brevissima annotazione, e di un elenco degli oggetti di scultura, che si trovarono, o al posto, fuori di posto, nell'interno del larario.

La tavola n. IlI ci offre la veduta prospettiva di esso larario, o cappella domestica, sacrarium addossato ai muri del cavedio, ed avente a fianco una porticina, per cui si scende nel mitreo sottoposto. Si sa che nelle case, le quali non aveano peristilio, il sacrario si facea nel cavedio, o nell'atrio. Siccome ognuno vede, il larario ha la forma di una edicola, sormontata dal suo frontone ed isolata, tranne la parte posteriore, aderente, come dicemmo, alle pareti del cortile.

Molto sovente, com'è notissimo, i larari prendevano appunto la forma di edicola, come si vede in Pompei: e noi ne abbiamo anche in Soma un bellissimo esempio in quella casa antica del Trastevere, che nel secolo III dell'era volgare era occupata dallo escubilorio della coorte VII dei vigili, reso poi carissimo agli epigrafisti dalle iscrizioni, che quei militi vi lasciarono incise su per gli intonachi delle pareti. Il larario transiberino, peraltro, è costruito semplicemente di buona opera laterizia destinata a rimanere scoperta; mentre quello di cui trattiamo, appartenuto certamente ad una casa più cospicua, ostentava e materiali più ricercati, ed una decorazione più sontuosa.

La casa di cui fece parte questo sacrario, sebbene sia fondata sopra costruzioni più antiche, tuttavia nella massima parte delle sue strutture si palesa edificata circa il tempo di Costantino, poco innanzi; siccome ha giudicato l'illustre collega comm. Lanciani di un altro fabbricato poco discosto, anzi forse formante in origine tutto un corpo con questo.

I mattoni bollati che ne furono estratti comprendono un largo intervallo di tempo: poiché ve ne ha taluno dell'età degli Antonini, mentre poi non ve ne mancano della cristiana officina Claudiana, e di quelli ben noti del re Teoderico. Ma intorno a ciò tratterà di proposito il collega Stevenson in altra occasione. Venendo adunque al larario, le riproduzioni accuratissime che ne diamo mi scusano al tutto dallo estendermi nella sua descrizione. La tavola III rappresenta, come dissi, la edicola nello stato in che fu rinvenuta, veduta alquanto di fianco. La tav. IV e V, che contiene anche la sezione del mitrèo, lo esprime di fronte ed in proporzioni alquanto maggiori.

Tanto all'esterno, quanto all'interno avea un ricco rivestimento di lastre marmoree, delle quali rimangono qua e là poche tracce; ma di cui ben si veggono sull'intonaco le impressioni delle commissure. La volta della edicola era dipinta di rosso: dipinti a diversi colori erano pure gli stucchi delle cornici che adomano, sì la nicchia principale dov'è la statua della Fortuna-Iside, e sì le minori laterali, di forma quadrata, ov'erano disposte le immagini dei Lari e dei Penati. Il pavimento di marmi (Uthostroton) è formato di tanti segmenti romboidali, alternati di marmo bianco e di nero. L'allezza totale della edicola è poco più di tre metri. Faccio seguire la descrizione e qualche nota sugli oggetti che vi furono rinvenuti.

- 1. Iside-Fortuna, statua minore alquanto del vero. Marmo pentelico; alta, compresa la pianta, m. 1,50. Conservazione quasi perfetta, mancando soltanto un dito della mano sinistra, e la punta del cornucopia. Mantiene qua e là, ma specialmente nel volto, chiarissime tracce della doratura. Era posta nella nicchia principale del larario. La figura insiste sulla gamba dritta: è vestita di tunica, con mezze maniche abbottonate, cinta sotto il seno da uno strofio, e di manto, che dalla spalla sinistra, girando dietro il dorso, scende sul fianco dritto, e di colà è richiamato sul braccio sinistro, che regge il cornucopia colmo di frutta, e sormontato  dal vomere : il braccio dritto abbassato stringe il manubrio del timone poggiato sul globo, ed insieme un mazzolino di spighe e di papaveri.

La dea ha la testa cinta di stefane (ghirlanda), la quale è sormontata dal disco lunare posto fra due serpenti; e dal disco suddetto si erge un gruppo di spighe. Ha i capelli divisi sulla fronte e riavviati verso l'occipite, dove formano un nodo, che lascia due ciocche pendenti sulle spalle. Il tipo della figura è airincirca il medesimo che si trova sovente adottato dall'arte greco-romana per rappresentare la Fortuna; e dì cui esistono ben molti esemplari, e due bellissimi nel museo vaticano {Museo pio-dem. II, tav. XII; mus. Chiar. li, tav. XIV).

 Che la statua rappresenti Iside-Tiche non accade dimostrarlo, poiché lo pongono fuori di dubbio, da una parte, il governale appoggiato sul globo; dairaltra, il mazzolino di spighe che la dea porta in mano, e sulla stelane (Isis fugifera caelestis Orell. 1894); ma specialmente il disco lunare accostato dai due serpenti : questo è speciale caratteristica d' Iside, la quale espressamente le venne appropriata da Apuleio; e perciò un tale " Cuius media super fronte plana rotonditas in modum specali, vel immo argomentnm Lunae, caodidam lumen emicabit, dextra laevaque sulcis insurgentium viperarum cohibita" (Àpul. Metam. XI, p. 360; ed. paris. 1688).

Questo ornamento distingue parecchie sue immagini; come, per esempio, un busto vaticano; uno della villa Albani; e la testa antica riadattata della nota statua del Belvedere al vaticano; alla quale, essendo stati modernamente aggiunti gli attributi di Igia, fu da E. Q. Visconti denominata Iside Salutare. La causa di questa estensione che prese il culto della Fortuna, deità di cui si burlavano i filosofi "nos tenos facimus Fortuna deam, caeloque locus" si dee riconoscere col Friederichs nelle circostanze del politeismo già scosso dalle fondamenta; e nello scetticismo di molta parte degli uomini, che più non prestavano fede agli antichi dei, ma tutto attribuivano alla fortuna ed al caso.

La rappresentanza di Iside Fortuna già incomincia a comparire nelle pitture pompeiane. Ella si trova fra i Penati dei larari domestici; ed a questo uso devono aver servito le molte statuette in bronzo di questa duplice divinità, che si rinvennero in Ercolano ed altrove. Nel nostro larario ella tiene il luogo principalissimo, come quasi la regina dei Penati del Museo pio-clem. VI, tav. 17.  Maffei Dissertata ecc. VII, pag. 144 tav. 1 ; cf. Visconti Museo pio clem. VI, tav. xvn. Museo pio-cleìn. VII, pag. 25. Il sommo espositore del museo suddetto si appoggiò, è vero, per darle quella denominazione ad una iscrizione girateriana di dubbia fede (LXXXIir, 16; cf ind. orell, pag. 30); ma produsse ancora una testimonianza di Dioduro di Sicilia (I, 25) che recisamente attrìbuisce ad Iside la invenzione e la presidenza dell'arte medica presso gli Egizii.

Così Tibnllo infermo favellando alla dea dice: nam posse tenderi picla docet templis multa tabella tuis (I. Ili, 27) : e Giovenale: "pictores quis nescit ab Iside pasci" alludendo alle numerose tavolette votive che si facevano dipingere. 11 eh. sig. dott. Flasch, dopo aver pensato ad altre appropriazioni, che non vennero approvate, ha poi voluto dare a quella figura il nome di Igia (Ann. dell' Inst. 1873 pag. 6-9): ma la testa antica adattata alla statua è indubitatamente d'Iside, siccome dimostra l'ornato caratteristico della corona che porta i due serpenti e il disco lunare, rappresentato quivi dal suo noto geroglifico, la Gorgone. ' Helbig Tafetn zu vandgem. U (n. 78) ; Jordan Ann, delTIst. 1872, tav. d'agg. C fig. 3.  Jordan 1. e. pag. 36.  Priederichs
Baust. I, n. 860; II, n. 1979-1987 ; cf. Culrac Musée de sculpL 986, 2671.

- 2. Giove Serapide: statuetta sedente del tipo consueto. Marmo lunense, alta m. 0,25. È acefala, e mancante di parte delle braccia, delle quali il sinistro era sollevato e si appoggiava allo scettro. Il nume siede sul suo trono a largo dorsale, con suppedaneo sotto i piedi. È vestito di tunica discinta, e di manto, che parte dal braccio sinistro e passando dietro il dorso scende a coprire le gambe. Presso la gamba dritta sta Cerbero. Stile trascurato.

- 3. Giove Serapide: busto con suo peduccio. Marmo lunense, m. 0,48. Ha il petto vestito di tunica, con manto sulla spalla sinistra. Il tipo del volto, e lo stile della barba e dei capelli ricordano il Giove di Otricoli, il medio, in forma di kalathiskos, distaccato dalla testa, e fatto a incastro, per esservi inserito, porta intagliati arbusti di alloro. Il peduccio è profilato di due tori ed una gola. La testa manca della punta del naso. Il busto è infranto al petto.

- 4. Giove con corona di quercia: attributo del Giove di Dodona in Epiro. Testa distaccata, come sembra, da un busto. Marmo greco, m. 0,18. Ha i capelli sollevati alquanto dalla fronte, e cinti di corona di quercia; pel tipo ricorda un noto busto del museo di Parigi (MuUer und Wies. Denlt. der alt. K. II, tav. I, n. 4). La barba è meno ricca e prolissa che nel busto precedente. Manca della punta del naso.

- 5. Diana triforme: triplice statuetta del tipo consueto (Clarac Mus, de soulpt. pi. 564, B). Le tre figure addossate sono acefale, e mancanti delle mani : conservano tracce di policromia. Marmo lunense, m. 0,32. 

- 6. Venere: statuetta del tipo della medicea. Presso la gamba sinistra è il delfino cavalcato dal putto. Manca della testa, della parte media del braccio sinistro, e della gamba dritta, dal ginocchio fin sopra il piede. Lavoro trascurato. Marmo greco, m. 0,48.

- 7. Marte: Torso di statuetta virile ignuda, di bello stile e fino lavoro. Manca della testa, delle braccia, della gamba sinistra, della coscia e gamba dritta. I piedi, che posano ambedue a terra, sono conservati insieme col plinto. Suiralto della coscia dritta resta un attacco del marmo, che doveva puntellare il braccio alquanto distaccato dal fianco: il braccio sinistro dovea essere piegato al gomito. Può darsi che la figura rappresentasse Marte; ed infatti ricorda, pel tipo e per la positura, il noto Marte borghesiano del museo del Louvre. Del resto, la immagine del mitologico progenitore di Romolo difficilmente sarà mancata nei romani larari, anche in tempi relativamente tardi. In quello ricordato più sopra dello escubitorio della coorte VII dei vigili nel Trastevere, la figura di questo nume vi è dipinta nella spalla dell'arco.

- 8. Ercole: statuetta acefala. Marmo lunense; alta, compresa la pianta, m. 0,33. Oltre la testa, manca la mano sinistra, la parte anteriore del braccio dritto, e la gamba, dritta dal ginocchio fino al piede. Due bende, che ornavano probabilmente la corona atletica, pendono sulle spalle, come si osserva in qualche altra immagine di Ercole, ed in molti ermi che lo rappresentano in età giovanile. Presso il piede sinistro è una testa di toro, e su quella l'eroe dovea appoggiare la clava, che reggea con la mano sinistra, e di cui rimane qualche segno presso la gamba. Un largo tronco serve di sostegno alla gamba dritta: il braccio destro era distaccato dal fiancete sorretto da un puntello. 
Sebbene manchino la testa e la spoglia leonina, la quale è ordinario, ma non indispensabile attributo dell'Alcide, e quantunque le proporzioni del corpo non sembrino avere quella esuberante atletica robustezza, che distingue per solito la figura di Ercole, con tuttociò il soggetto è abbastanza chiarito dagli indizii della corona agonistica, ed anche più dalla testa di toro già sottoposta alla clava: particolarità che sovente si osserva nelle figure di questo nume {Museo pio^lem, II, tav. a 1 n. 1; si vegga anche un rilievo nel cortile ottagono dello stesso museo, n. 79 ; ed un sarcofago Torlonìa, n. 420, in cui Ercole dopo la conquista dei pomi sta con la clava appoggiata ad un bucranio). 

- 9. Ercole
erma architettonica. Ha la barba divisa in grandi ciocche, e la testa cinta da corona tortile, cui sono innestate  alcune foglie: i nastri della corona si ripiegano dietro le orecchie, e lasciano i lembi pendenti sulle spalle. Gli occhi sono incavati, per ricevere le pupille di altra materia. Marmo lunense; m. 0,18. 

- 10. Ercole
Altro simile, molto corroso. Ambedue questi piccoli ermi, sebbene siano stati trovati nei loculi del larario, sembra tuttavìa che, almeno in origine, non dovessero essere destinati a tale uso, ma piuttosto per una decorazione architettonica. Altrettanto dicasi dell'oggetto seguente. 

- 11. Arianna, o Baccante
piccolo erma architettonico di giallo antico, assai danneggiato; alto m. 0,15. Ha i capelli ornati di pampini, e cinti da una benda; gli occhi sono incavati. 

. 12. Dea madre
Frammento di statuetta rappresentante una deità muliebre assisa su di una seggiola, con dorsale lavorato a traforo. Manca della testa, delle gambe e delle braccia, ed è assai danneggiata dal fuoco. Marmo lunense; alta m. 0,12. 

- 13. Statua egizia
Metà inferiore di statua accoccolata, con le ginocchia strette contro il petto, di stile egiziano (Veggasi p. e. E. Q. Visconti Op. Var. Ili tav. V). Marmo lunense; alta, compresa la pianta, m. 0,24. 

- 14. Cippo di Horus
Uno dei così detti cippi del dio Horus. È una di quelle piccole stele che si usavano come talismani, e rappresentavano la vittoria del giovane e benefico dio sopra i coccodrilli, i serpenti, ed altri animali venefici; e che si credeva potessero preservare dagli animali suddetti, in virtù delle magiche formolo che vi erano incise. Nella fronte vi sta espresso il dio Horus, il quale calpesta due coccodrilli, e nelle mani stringe una gazzella, un leone ed uno scorpione. Ài suoi lati si ergono dei serpenti. Nella parte superiore si vede il capo del mostruoso dio Bes, che rappresenta il principio maligno. La parte posteriore è tutta occupata da svariate leggende geroglifiche, che ricorrono ancora nella grossezza della pietra, ed in alcune parti della fronte. Basalto verde, alquanto danneggiato dal fuoco. Alto m. 0,16 X m. 0,10. Sarti divulgato nel Bullettino. 

- 15. 16, 17. Basi
Tre piccole basi quadrate di marmo, una delle quali sormontata da plinto rotondo: sul piano vi si veggono i fori che servivano a ricevere i perni. Non ha dubbio che vi fossero sopra delle figurine di bronzo, e probabilmente quelle dei due Lari e del Oenio. 

- 18. Aquila
Antefissa di marmo. Vi è scolpita di alto rilievo un'aquila ad ali spiegate, con fulmine negli artigli. Marmo lunense; m. 0,30. 



- 19-22. Quattro lucerne di cattiva fabbrica e di tempi assai tardi. Vi si rinvenne ancora un frammento di colonna di bigio morato; e qualche pezzo di statua di grandezza naturale; oggetti che non poteano certamente aver luogo nel piccolo larario. 


IL MITREO

Per la porticina posta dietro il larario, dal piano del cavedio sì discende nel mitrèo. Mi sembra evidente, che per avere lo spelèo mitriaco, il padrone di casa dovè fare il sacrifizio della sua cantina. Vi si discende per due capi di scale, l'uno di 9, l'altro di 7 scalini, divisi da un pianerottolo (v. Tav. IV e V). Nelle scale e nel sotterraneo si osservano delle costruzioni, di tempo molto anteriore a quello, cui accennano il larario, ed altre dipendenze della casa. Vi è del buon reticolato e della cortina assai regolare. 

Disceso il primo capo di scale, e presso l'orlo del pianerottolo, si trovano, a dritta e a sinistra, collocati entro due piccole nìcchie, i due consueti ministri assistenti di Mitra, l'uno con face alzata, l'altro con face abbassata;  simbolo di varie cosmiche vicende, ma specialmente dell'equinozio di autunno, e dell'equinozio di primavera, e strettamente collegati con le dottrine dei misteri di Mitra. Sembra che questi due geni lampadofori dovessero, per disposizione ieratica, stare alquanto discosti dal santuario propriamente detto, ossia dal luogo dove si venerava il mistico sacrifizio del toro; perocché anche nell'insigne mitrèo discoperto in Ostia, dove ogni cosa fu trovata al suo posto, le statue de due geni suddetti stavano collocate presso i due grandi scaglioni laterali, a metà di spazio fra la porta e l'altare.

Ma nel piccolo spelèo domestico, del quale ora parliamo, sarebbe vano di ricercare quella conformazione, e quei particolari, che noi sappiamo essere state proprie dei templi e degli spelèi di Mitra destinati al culto pubblico, almeno edificati bella posta, e di maggiore grandezza. Questo nostro è un mitrèo di ripiego; un'angusta cella quadrata, in una parete della quale, di fianco alla scala, è collocato in alto, sopra una tavola di marmo sostenuta da due mensole, il rilievo con la rappresentanza del Mitra tauroctono, la quale adombrava la parte più essenziale di quel mistico insegnamento. 

Dinanzi alla immagine del nume sacrificante, e posti sulla medesima tavola che la reggeva, si trovarono, più o  meno conservati i sette foculi o pirèi, allegoria dei sette pianeti del sistema solare, ed insieme dei sette gradi delle iniziazioni mitriache. Appiè del piccolo santuario sta collocata in terra l'ara, che non potea mancare dinanzi a Mitra; essa è formata di un capitello ionico volto sossopra e incavato, cui serve di sostegno un pilo riquadrato.

Quattro buchi quadrati si osservano nella stessa parete, e ve n' erano anche altri due, che furono poi occupati dalle due mensole, sulle quali posa la tavola di marmo che indicammo più sopra. Cotesti buchi erano, come sembra, praticati per gli usi della cantina, e doveano esservi incastrati degli assi, e sopra questi adagiata una tavola da posarvi sopra commestibili, od altro. 

Cambiato il luogo in mitrèo, furono poste in quei buchi delle lucerne, che vi durano ancora. La voga grandissima che prese in Roma il culto di Mitra nel III e IV sec. d.c, dà facilmente ad intendere, come potesse lo spelèo mitriaco essere divenuto quasi una parte accessoria della casa. Pressoché infinito è il numero dei monumenti dì questo culto discoperti nell' interno della città.

Come uno degli ultimi, e dei più sontuosi, può citarsi lo spelèo che Tamesio Augenzio Olimpio fece a sue spese nel Campo Marzio (se ne scoperse la iscrizione nel 1867, nel gittarsi le fondamenta del palazzo Marignoli) edificato fra l'anno 382 ed il 392, siccome ha dimostrato l'illustre prof. Henzen, con validi ed ingegnosi argomenti. Né questo nostro è il primo caso di trovare il mitrèo annesso ad una privata abitazione.

La medesima osservazione si era già fatta in qualche casa della colonia ostiense: e basta ricordare quivi quella domus nei sontuosi avanzi della quale fu creduto in principio di riconoscere le terme ostiensi di Antonino Pio, e che ora taluni credono abbia potuto appartenere al noto personaggio ostiense P. Lucilio Gamala; della quale abitazione ho rammentato il conservatissimo e singolare spelèo mitriaco, da me stesso pubblicato ed illustrato, nel volume citato degli Annali dell'Istiuto dì Corrispondenza Archeologica. Annunzio, che tanto il larario, quanto il mitrèo, sono stati conservati, per cura della nostra Commissione.



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