DOMUS DI CALIGOLA



RICOSTRUZIONE DEL PALAZZO DI CALIGOLA

DOMUS GAII

Plinio fu il primo ad usare il termine Domus Gai per la reggia di Caligola, o Domus Caligolae, che non era però un palazzo ma un complesso di edifici posti a sud del tempio dei Castori e della fonte di Giuturna.

In base alle fonti letterarie e agli scavi si può avere una buona ricostruzione del palazzo imperiale di Caligola che, situato nell’angolo nord-ovest del Palatino tra Tempio dei Dioscuri, Vicus Tuscus, Horrea Agrippiana e Domus Tiberiana, si innalzava su più piani.

Il gusto sobrio di Augusto era ormai un ricordo e la reggia già raddoppiata da Tiberio fu successivamente ampliata da Caligola verso il Foro Romano, poi completato da Nerone ed infine restaurato da Domiziano.

Era formato in gran parte dal palazzo che fece già costruire l’Imperatore Tiberio, con una facciata sul Foro ed una sul Velabro, a cui Caligola aggiunse alcune infrastrutture sul lato del Foro, che vennero chiamate ‘Palazzo di Caligola’.

Il palazzo dell'imperatore Tiberio era stato il primo ad essere costruito sul Palatino, probabilmente sua casa natale, unendo già alcune dimore di età tardo-repubblicana. Questo complesso doveva svilupparsi su livelli differenti tra il percorso della via Nova a nord, il clivo Palatino e la Domus Flavia a est, la Casa di Livia e il santuario della Magna Mater a sud e il Clivo della Vittoria a ovest, fino a comprendere le sottostanti fabbriche tra le quali è la chiesa di S. Maria Antiqua per la quale era stata demolita una considerevole area.

Purtroppo nulla infatti rimane dell’alzato dell’edificio, i cui piani erano forse collegati da gradini in legno oggi scomparsi.
Forse il piano terra aveva funzione di servizio e magazzini, mentre al primo piano, nell’Hermaeum, stavano le stanze principali.

Il palazzo comprendeva un atrium e una piscina, a cui era associata, si pensa, un triclinium posto a sud o ad est, in cui l’imperatore svolgeva tutte quelle attività legate alla sfera sociale.

L’exhibitio e l’adoratio avevano luogo invece nel tempio trasformato in vestibulum.

PALAZZO DI CALIGOLA (sinistra), TEMPIO DELLA VITTORIA (destra)

LE FONTI

Svetonio narra che Caligola estese parte del suo palazzo fino al Foro e trasformò il Tempio di Castore e Polluce nel suo vestibolo.

Diodoro Cassio narra che Caligola tagliò il Tempio dei Castori tra le due statue e costruì l’entrata del suo palazzo.
La costruzione di Caligola è ricordata, come detto, da Plinio come Domus Gai.

Per Svetonio, l’edificio si affacciava sul Foro giusto nell’angolo nord-ovest del Palatino, per permettergli di seguire comodamente gli eventi da un triclinio, il che conferma la sua posizione all’angolo settentrionale e occidentale del Palatino.

Svetonio e Cassio Dione affermano che Caligola usò il tempio come vestibulum del palazzo, aprendo un passaggio tra i simulacri degli Dei  e collocando se stesso come una divinità tra le statue dei Dioscuri.

Il fatto che l’asse del tempio incroci il punto centrale dell’atrium potrebbe rispecchiare un progetto che prevedeva l’allineamento di tempio-atrium-tablinum, tenendo conto del percorso seguito da Caligola per recarsi dal tempio alla sua dimora.

Tra il piano della cella e quello dell’atrium c’è un dislivello di 6 m. che permetteva all’imperatore di apparire improvvisamente a chi stava nell’atrium. Nulla rimane di questo collegamento, che si suppose in legno.

Giuseppe Flavio poi, narrando della morte di Caligola, riferisce che era formato dall’unione di diversi edifici: la Domus Tiberiana, la Domus Gelotiana e l’Hermaeum, e in effetti nomina tre luoghi: un teatro provvisorio di legno, il palazzo stesso e l’area palatina.

Il complesso era formato da una enorme sala, risalente a Domiziano, e da un immenso atrio che immetteva in un'altra grande sala.



IL PONTE

Procedendo verso est si trova una rampa che fa da raccordo tra il Foro Romano e il Palatino.

Al di sotto dell’atrio è stato scoperto un ambiente più antico, con vasca rettangolare tipo impluvio, i cui bolli laterizi si riferiscono a Caligola (37- 41 a.c.).

DOMUS TIBERIANA
Secondo molti studiosi questo edificio sarebbe l’ampliamento del palazzo imperiale fatto da Caligola e tramandatoci da Svetonio e Cassio Dione.

Il teatro, in cui dovevano svolgersi i giochi in onore di Augusto fondati da Livia, doveva essere vicino al palazzo per permettere a Caligola di ritirarsi durante le rappresentazioni usando una via che dopo l’aggressione si riempì di soldati in pochissimo tempo.

Infatti, come è vero, i soldati, saliti di corsa al piano superiore, trovarono Claudio nascosto in un luogo che Svetonio chiama Hermaeum.

Svetonio parla esplicitamente di un ponte costruito da Caligola per collegare il Palatino al Campidoglio, parallelo alla Basilica Giulia e il cui unico scopo era forse quello di avvicinare l’imperatore al Dio Giove.

Notizia  confermata da Flavio Giuseppe il quale ricorda come Caligola una volta si fermò sul tetto della Basilica Giulia e gettò monete al popolo, quindi doveva esistere una struttura che consentisse di raggiungere il tetto, forse il ponte.

Mancando le prove degli scavi, si è ipotizzato che un ponte di legno unisse il palazzo di Caligola con il Tempio dei Castori, cavalcando una strada che divideva il palazzo di Caligola dal Tempio, ma lo scavo ha dimostrato che questo ponte non è mai esistito e che invece di due ambienti esisteva una sola struttura.

Gli scavi precedenti  avevano evidenziato l’orientamento obliquo delle fondazioni del Palazzo, ma lo scavo attuale dimostra che tale andamento prosegue fino ad incontrare il Tempio ed a circondarlo sul lato orientale.

I resti delle reti fognarie, dello stesso periodo del palazzo di Caligola, confermano che il palazzo proseguiva fino al Tempio e che la strada, in quel periodo, non esisteva più.

L'imperatore dunque aveva espropriato spazi pubblici e perfino strade, atteggiamento ben diverso da quello di Augusto che prestava grande attenzione agli allineamenti stradali a nord del suo foro e mai avrebbe espropriato spazio pubblico.

Inoltre il palazzo di Caligola a ridosso ed intorno al Tempio dei Castori sottintendeva una stretta relazione con gli Dei a cui si percepiva affine.

In effetti fra le sostruzioni del palazzo di Caligola se ne osservano due molto più grosse delle altre, che sembrano appartenere a un tempio che per alcuni è dei Castori, per altri è di Giove, per altri ancora è l'Ermeo Palatino.

Dalla pianta Capitolina poi esso corrisponderebbe al tempio rotondo della Dea Vittoria, tempio già iniziato da Augusto che Caligola portò a termine, ma non solo, perchè, associato al palazzo, vi fece costruire un tempio dedicato a se stesso con la sua statua in oro che ogni giorno veniva addobbata con la stessa veste che indossava l'imperatore.

Svetonio sostiene che il tempio si trovava nella domus tiberiana, ora parte della domus imperiale di Caligola.

Si suppone che il palazzo di Caligola si estendesse nell'angolo nord del Palatino dove oggi è Santa Maria Antiqua.

Ora secondo Diodoro Cassio, dopo la morte di Caligola, l’imperatore successivo, Claudio, restituì il tempio dei Castori agli Dei, evidentemente con lo smantellamento di quella parte del palazzo di Caligola che si accostava e circondava il Tempio.

Le tracce di questa risistemazione sono evidenti nella prima trincea dove sono stati trovati i resti della ristrutturazione di una strada presso la parte orientale del Tempio.

Dunque probabilmente il tempio esisteva ma gli interventi di Claudio, che desiderava cancellare le tracce di un così inviso predecessore, fece riportare tutto allo stato "quo ante".

Secondo A.Carandini il palazzo si articolava in parti che traevano il nome dai membri della casa imperiale che li avevano edificati, tra cui la Domus Germanici che, situata sul Palatino sopra gli Horrea, sappiamo annessa alla casa di Tiberio-Caligola.



DESCRIZIONE

Un complesso di edifici, a sud del tempio dei Castori e della fonte di Giuturna, che raccordano il Foro Romano col Palatino, di epoca domizianea, comprendente la chiesa di S. Maria Antiqua, confina ad est con la Domus Tiberiana, a sud con gli Horrea Agrippiana, a ovest con il Vicus Tuscus e a nord con il tempio dei Castori.

E' costituito da una grande sala di fine epoca domiziana e da un atrio quadrato, dal quale si accede a una sala, e al di sotto del quale c'è l'ambiente più antico, con vasca rettangolare e i bolli laterizi dell’epoca di Caligola (37- 41 a.c.).

Questo è orientato, come un altro ambiente situato sotto la sala, secondo un asse est-ovest come i retrostanti Horrea Agrippiana.

Questo edificio potrebbe essere l’ampliamento del palazzo imperiale fatto da Caligola e tramandatoci da Svetonio e Cassio Dione.

Sappiamo da Giuseppe Flavio, che esso era formato dall’unione di diversi edifici. Ne facevano parte la Domus Gelotiana e l’Hermeo Palatino anche se il nucleo principale del palazzo era costituito dalla Domus Tiberiana.

L'uccisione dell'imperatore narrata da Flavio Giuseppe menziona tre luoghi: un teatro mobile di legno, il palazzo stesso e l’area palatina.

Il teatro, in cui dovevano svolgersi i giochi in onore di Augusto fondati da Livia, doveva essere vicino al palazzo per permettere a Caligola di ritirarsi durante le rappresentazioni usando una via di collegamento a lui riservata.

Purtroppo è impossibile stabilire una completa mappa delle strutture in quanto nulla resta dell’alzato dell’edificio, i cui piani erano forse collegati da gradini in legno oggi scomparsi.



GLI SCAVI del 900

CALIGOLA
Gli scavi condotti da Giacomo Boni nel 1900-1901 rivelarono strutture antecedenti l’età domizianea, tra cui una piscina rivestita di marmo sul cui fondo fu rinvenuta una lastra su cui era inscritto [ger]MANICI F

Si pensò che la piscina fosse dell’età di Caligola, ma forse i materiali rinvenuti nella vasca erano derivavano da uno dei tanti saccheggi di età medioevale.

Tra il 1983 e il 1988 ulteriori scavi che hanno portato alla luce delle strutture tardo repubblicane, quindi anteriori a Caligola, situate nell’area successivamente occupata dall’aula domizianea.

In seguito alla loro distruzione, evento che interessò tutti gli edifici repubblicani situati nella zona, queste strutture furono coperte da un pavimento in opus spicatum forse di età augustea.



IL GRANDE ATRIO

Durante questi stessi scavi emerse un atrium tetrastilo rivolto verso il Vicus Tuscus e altri ambienti a sud e ad ovest.

I muri delimitanti sui  quattro lati ci hanno rivelato il più grande atrium romano a noi noto, di ben  26,5 m x 22,3, con muri in blocchi di travertino e fondazione in opus caementicium.

I muri sono di massicci blocchi di travertino con una fondazione in opus caementicium. Non vi sono tracce dell’impluvium ma doveva esserci dato alcune canalette che dalla zona delle colonne centrali si dirigevano verso una fogna secondaria.


Nessuna delle quattro colonne sostenenti l’atrium si è conservata tranne parti dei quattro plinti formati da quattro blocchi di travertino incassati in una fondazione in opus caementicium.

Se ne conserva solo un blocco del plinto dell’angolo sud-est e nell’angolo nord-est  se ne è dedotta la presenza per un un ribassamento della superficie.

Non vi è traccia di una pavimentazione ma la sua originaria esistenza è confermata dal ritrovamento di strati di opus caementicium che hanno coperto superfici più antiche, quindi della preparazione per un pavimento di lastre marmoree.

A sud un tablinum, con un muro che lo traversa presso l'apertura verso l’atrium, potrebbe essere un pavimento sopraelevato raggiungibile a mezzo scale.

Ancora a sud dell’atrium è stato rinvenuto il muro settentrionale degli Horrea Agrippiana, e poichè la fondazione di questo muro è stata intaccata dalla parte dell’atrium per mettere in opera i blocchi del muro gaiano, si è potuta stabilire l’anteriorità degli Horrea rispetto all’atrium.
Fu poi successivamente ricostruito col  rifacimento domizianeo.

Ad est del muro orientale dell’atrium si trova una fondazione in opus caementicium, forse del perystilium che cingeva la piscina orientata, come l’atrio, in direzione est-ovest. Misura 25x8 m., è profonda 1,5 m.

Sui lati lunghi si alternano nicchie semicircolari e rettangolari, mentre i lati brevi presentano dei gradini.

Su tre lati, alla stessa distanza dal bordo della piscina, si trovano fondazioni in travertino per colonne e tratti di mura pertinenti al perystilium.

L’area a nord dell’atrium, in gran parte distrutta dall’aula domizianea, è però parzialmente illustrata su un frammento della Forma Urbis, con una facciata porticata verso il tempio dei Castori e la fonte di Giuturna a nord, ma a sud i muri della facciata hanno il medesimo allineamento dell’atrium; pertanto l’area era triangolare.

L’asse principale dell’atrium, est-ovest, suggerirebbe l’entrata al complesso dal Vicus Tuscus.



LA CISTERNA

Nell’angolo nord-ovest della collina le strutture domizianee hanno nascosto alcune sale appartenenti ad una grande cisterna a tre piani per rifornire la piscina.

A nord un muro in opus caementicium largo 2,5 m. e alto 15 m., per contenere la pressione dell’acqua, continua a est nella facciata verso il Foro.

Questo muro senza porte o finestre ha una fondazione inferiore alta 2,80 m. fatta con materiale scadente e malta friabile; una fondazione superiore alta 2,60 m. a blocchi irregolari di tufo; poi sopra ancora un muro in mattoni.

A sud, il tufo della collina forma il piano inferiore e i muri della Domus Tiberiana quello superiore.
I due piani inferiori avevano un corridoio con volta a botte su cui si aprivano, da ambo i lati, tre stanze a volta.

Il piano superiore invece doveva essere costituito da una enorme vasca a cielo aperto. Sulle volte, in pietra pomice, tufo e calcestruzzo, si conservavo i segni delle centine.
L’acqua doveva scendere attraverso aperture rettangolari nelle volte, passando da una stanza all’altra per piccole porte. Successivamente  oltre alla piscina, furono aggiunti dei muri a sud dell’atrium e nella zona del tablinum.

L’unico reperto d'epoca è un gruppo di ceramiche rinvenuto in uno strato originario dell’atrium.

Anche se la maggior parte di questi reperti è di età augustea, vi è un frammento di lucerna con voluta disegnata sulla spalla,  e un frammento di lucerna con semivoluta che consentirebbero di attribuire il deposito al periodo di Caligola.

Successivamente la Domus Gai subì delle modifiche: oltre alla piscina, la cui cronologia è ancora incerta, furono aggiunti dei muri a sud dell’atrium e nella zona del tablinum.

Della parte decorativa rimane un tratto dell’elegante balcone romano ad archi ribassati, su mensole di travertino, a cui  in seguito venne addossato un edificio da Traiano. Se ne deduce che il complesso domizianeo e l’aggiunta traianea testimoniano una continuità di funzione di questo complesso di edifici.

E’ probabile che Domiziano abbia adattato e in parte ricostruito il palazzo di Caligola secondo lo stile dell’epoca e secondo un diverso orientamento, per adeguare l’edificio al nuovo fronte del Palatino.

In seguito ad esso venne addossato il nuovo edificio di Traiano, testimoniando la continuità dell'uso del complesso di edifici.



SANTA MARIA ANTIQUA

Nel VI d.c. la zona situata a sud della piscina diventò purtroppo la chiesa di S.Maria Antiqua con relative demolizioni e saccheggi.

Comunque S. Maria Antiqua, in qualità di chiesa cristiana, venne abbastanza conservata nell’enorme aula monumentale scoperta (forse perchè se ne arrestò il completamento) con pareti decorate da nicchie rettangolari e semicircolari (presumibilmente un grandioso vestibolo o una sala di ricevimento che fungeva da entrata ai palazzi imperiali), cui si affiancano, sul lato est, due grandi ambienti quadrangolari contigui e comunicanti tra loro.

Infatti nel 552 i Bizantini, conquistata Roma, ripristinarono, oltre a mura e acquedotti, anche i vecchi palazzi imperiali e usarono un'aula rettangolare e l'antistante quadriportico per fondare una sorta di "cappella palatina" dedicata alla Madonna.

L'ambiente settentrionale con pareti articolate da nicchie era il probabile atrio, quello meridionale, accessibile anche dalla grande aula tramite un ambiente di disimpegno, costituito da un peristilio sul cui lato sud si aprono tre stanze accostate doveva costituire, sempre al tempo di Caligola, il luogo di udienza e forse di soggiorno tricliniare.

La costruzione di una chiesa nel Palatino "esorcizzava" il paganesimo: una leggenda infatti narrava che in quel luogo papa Silvestro I avesse ucciso un "dragone", allusione al culto di Vesta, effigiata con un "dragone", cioè col serpente, nell'attiguo tempio a lei dedicato.

Nel cortile quadrato che fungeva da vestibolo si trovano i resti di un impluvium risalente all'epoca di Caligola e lungo le pareti nicchie, forse per statue di imperatori. A sinistra della chiesa una rampa sale al Palatino.



SCAVI 2008

La Repubblica (Online Edition) 05.01.2008
Nel criptoportico del Palatino

Del togato, che giace ancora accanto al cumulo di terra che l'ha sepolto, si spera di ritrovare almeno la testa. 
Mentre è certo che proprio tra uno di questi criptoportici scavati nelle viscere del Palatino trovò la morte per mano dei suoi pretoriano Caligola il 14 gennaio del 41 d.c.
Bellezza e ferocia, storia e archeologia, architettura e natura, si sovrappongono nel cuore della Città eterna. 

IL PASSAGGIO AL PALATINO
Ci siamo calati nel buco nel terreno che scende a nove metri sotto gli "Horti" che i Farnese nel XVI secolo fecero costruire spianando le rovine della dimora di Tiberio e riempiendo di terra i criptoportici che collegavano le case di d'Augusto con il Foro romano: i passaggi segreti - architetture tanto semplici quanto utili, imponenti, spartane - del palazzo degli imperatori."

All’inizio del regno di Caligola, il Palatino aveva un aspetto ibrido. Da una parte le case della famiglia del Princeps,che non costituivano un corpo organico, essendo separate ancora da strade.

Dall’altra, quelle dei privati cittadini. Caligola realizza pienamente il progetto augusteo, con una serie di espropri e di riorganizzazione dello spazio architettonico, trasformando lo spazio in un complesso unitario, la Domus Gaii, centrato su un enorme peristilio e sostituendo ai vicus dei criptoportici e lo amplia ideologicamente.

Con un ponte in legno, che usava come pilone centrale il templum novum Divi Augusti, per sottolineare la sua continuità con l’antenato, collega la sua domus al tempio di Giove Capitolino: il princeps ha la sua legittimità grazie al rapporto diretto con il divino, rafforzato con la trasformazione del culto della Magna Mater sul Palatino da pubblico a privato e dinastico, con l’inclusione del suo tempio nella Domus Gaii

Inoltre, come racconta il buon Svetonio e conferma l’archeologia, prolungò una parte del palazzo fino al Foro e trasformò il tempio di Castore e Polluce bel suo vestibolo, sedendosi spesso tra i due fratelli divini, in modo da offrirsi all’adorazione dei passanti.



Il Princeps, assieme ai Dioscuri, si arroga il potere di dominare il vento e il mare, altro tema della propaganda di Caligola.

Il secondo intervento, sempre nell’ottica del Princeps signore degli elementi e dominatore della Morte, ipostasi di Osiride, è quello della villa cesariana di Nemi, adiacente alla lucus nemorensis.

Oltre a equipaarare Diana a Iside, Caligola, con i ninfei e della ritualità arcaica, riprende un tema tipico della mitologia latina: la lotta tra l’eroe civilizzatore (Pico, Romolo, Caligola stesso) contro l’araldo del caos primigenio (Fauno, Remo, il rex nemorensis)

Il terzo intervento fu il cosiddetto Gai et Neronis, costruito da Caligola in una parte dei giardini della villa materna, gli horti Agrippinae, dove adesso sorge San Pietro

Circo che ha anche un valore simbolico, richiamando con le corse dei carri, il percorso del sole nel cielo e che Caligola, per riaffermare il suo ruolo cosmologico, dedicò a Cibele.



E' certo che proprio tra uno di questi criptoportici scavati nelle viscere del Palatino trovò la morte per mano dei suoi pretoriano Caligola il 14 gennaio del 41 d.c. 

Bellezza e ferocia, storia e archeologia, architettura e natura, si sovrappongono nel cuore della Città eterna. 

Ci siamo calati nel buco nel terreno che scende a nove metri sotto gli "Horti" che i Farnese nel XVI secolo fecero costruire spianando le rovine della dimora di Tiberio e riempiendo di terra i criptoportici che collegavano le case di d'Augusto con il Foro romano: i passaggi segreti - architetture tanto semplici quanto utili, imponenti, spartane - del palazzo degli imperatori.

Il soprintendente Angelo Bottini scende per la prima volta a vedere lo scavo che, iniziato a settembre e diretto dall'archeologa Maria Antonietta Tomei, sta rapidamente liberando dalle tonnellate di terra il tunnel che corre parallelo al criptoportico di Nerone. 

Ma svuotati dai detriti sono anche i passaggi laterali che, di volta in volta, gli operai dell'azienda "Consorzio Italia" trovano scendendo fino al pavimento, a cinque metri dalla chiave di volta. 

E in uno di questi anfratti - tra le volte che minacciano di crollare sotto la spinta delle radici degli alberi, giunte a scardinare fin quaggiù mattoni e malta - la terra usata come riempitivo ha restituito la statua acefala di un membro dell'élite imperale che volle farsi rappresentare bello come un dio greco. 

E la cui foto il 10 dicembre è stata mostrata durante la conferenza stampa per la riapertura (il 2 marzo prossimo) della Domus d'Augusto.

Bottini si piega per analizzare la statua. "Guardi soprintendente, ci sono ampie tracce di rosso sul appanneggio" sottolinea la Tomei liberando il vestito dalla polvere. "Già, anche la scultura nell'arte romana risplendeva di "rosso pompeiano".
 

Accanto al corpo, gli archeologi i primi di dicembre hanno trovato anche tre ali di marmo, "la suggestione è che appartengano alle Nike che fungevano da acroteri sul tempio della Vittoria". 

Verrebbe voglia di togliere la terra oltre il collo mozzo del togato, e cercare le altri parti di queste o di altre meravigliose statue. 

"Non si può "sgrottare", rischiamo di fare la fine dei topi", avverte la Tomei: "Lo scavo deve essere stratigrafico, partire dall'alto".

E si sporge nel buio della caverna creata dal crollo del criptoportico "che la mancanza di tegole bipedali ci permette di datare a una fase pre neroniana, forse all'età augustea o al tempo di Caligola", precisa l'archeologa della soprintendenza.

"Questo scavo dimostra che la casa di Augusto era molto più estesa di quanto immaginiamo. E mettere in sicurezza dai crolli immanenti la domus del suo successore Tiberio, significa salvare tutto il Palatino, che è un luogo ancora tutto da scoprire".

Il colle cede e i percorsi sotterranei rischiano di franare l'uno nell'altro. Per questo, con la consulenza dell'ingegner Giorgio Croci, si stanno facendo lavori di scavo e di consolidamento. 

Un primo intervento l'ha realizzato il vecchio Dionisio. L'operaio sorride soddisfatto e mostra il muro di mattoni che ha tamponato il crollo di una volta. "L'ho fatto come lo facevano gli antichi romani, dottò. Reggerà".
(fonte: http://storiaromana.blogspot.it/2008/01/il-tunnel-segreto-di-augusto-con-gli.html )



DOMUS TRANSITORIA

Si pensa che Nerone si ispirò  per la Domus Transitoria alla Domus Gaii anche nella decorazione della sua Domus. 

Degli ambienti disposti attorno ad un grande peristilio oggi non resta più nulla, mentre rimangono 18 ambienti costituiti da stanze rettangolari coperte a volta e costruite interamente in laterizio: risalgono all'epoca di Nerone, probabilmente ricostruite dopo l'incendio del 64.

Il lato orientale della "Domus" è caratterizzato da un criptoportico, lungo circa 130 metri, anch'esso attribuito all'età neroniana: il corridoio, con finestrelle a bocca di lupo disposte su un lato della volta, conserva ancora resti degli intonaci parietali a motivi geometrici, stucchi della volta con amorini tra motivi vegetali e pavimenti a mosaico.

Probabilmente però la parte più caratteristica della "Domus", ed anche la più ampia dell'intero complesso ancora visibile, è costituita dal lato settentrionale, quella rivolta verso il Foro Romano.

DOMUS TIBERIANA VERSO IL FORO


IL SEGUITO 
Questi ambienti, di una superficie di circa m 150 x 120, si svolgono in salita lungo il "Clivus Victoriae" e vi si possono distinguere due fasi: alla prima, risalente al periodo di Domiziano e costituita da una serie di ambienti chiusi in facciata da un loggiato su mensole di travertino e delimitato da transenne di marmo, si appoggiarono le successive strutture databili all'età adrianea, che scavalcano la via con grandi arcate.
Graffiti incisi sull'intonaco di questi ambienti, con liste di conti e nomi di monete, fanno ipotizzare che essi furono anche utilizzati dal fisco imperiale, forse per la diffusione delle nuove monete; nella fase più tarda gli ambienti vennero adoperati come magazzini.

L'edificio, in seguito sede preferita degli imperatori Antonini, ospitò anche una biblioteca e l'archivio imperiale, che bruciarono durante il regno dell'imperatore Comodo (176-192 d.c).
Nell'VIII secolo d.c. la "Domus Tiberiana" venne utilizzata anche come residenza da papa Giovanni VII.
Dalla fine del secolo X seguì le sorti del resto della domus, con l'abbandono prima e le spoliazioni poi, avvenute principalmente verso la metà del Cinquecento, con il riuso dei materiali per la costruzione di chiese, palazzi o torri.

Nel XVI secolo quello che rimaneva del Palazzo imperiale venne fatto a pezzi e sepolto sotto gli Orti Farnesiani, per quella fanatica volontà di cancellare ogni traccia del passato pagano, pur ispirandosene quasi involontariamente.

Nel 1542 infatti il cardinale Alessandro Farnese, nipote di Paolo III, acquistò le rovine della "domus", le riempì di terra ed incaricò il Vignola di disegnargli un giardino: nacquero così i famosi "Horti Palatini Farnesiorum".

L'architetto allestì il giardino su tre terrazze, in pratica all'uso romano, con viali, fontane, rampe e scalinate, fino a giungere alle caratteristiche "Uccelliere gemelle" unite al centro dalla loggia.

Proprio a causa degli Orti Farnesiani furono obliate queste splendide dimore quasi completamente ricoperte dai giardini e quindi inaccessibili. i primi scavi sistematici furono effettuati nel Settecento dal Bianchini, mentre al periodo tra il 1861 e il 1870 risalgono le indagini del Rosa; tra il 1882 e il 1886 vennero scavati i versanti nord e ovest del colle. Per lungo tempo considerati dagli studiosi come edifici pertinenti all’imperatore Tiberio, i pur numerosi avanzi murari in esame vengono oggi interpretati come relativi a un insieme edilizio appartenente a varie epoche, con progetti sempre nuovi e genialmente integrativi del vecchio.
Il declino dei giardini iniziò con i nuovi proprietari, i Borbone, che vollero trasportare a Napoli statue e marmi a causa del rinnovato interesse artistico e storico per le opere classiche, smantellando le strutture rinascimentali.


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