TITO






Nome completo: Titus Flavius Vespasianus Caesar Augustus
Nascita: Roma, 30 dicembre del 39
Morte: Aquae Cutiliae, 13 settembre del 81
Predecessore: Vespasiano
Successore: Domiziano
Figli: Giulia
Dinastia: Flavia
Padre: Vespasiano
Madre: Flavia Domitilla maggiore
Fratelli: Domiziano, Flavia Domitilla
Regno: 79-81 d.c.

A Vespasiano successe il figlio Tito che il padre stesso aveva designato. Svetonio lo definì "amore e delizia del genere umano", e Tacito "felice nella sua brevità". Fu un buon Imperatore.
Tito nacque nel 41, e fu educato da Britannico cui lo legava un'amicizia profonda.

Di lui dice Svetonio:
Aveva un bell'aspetto, pieno di dignità e di grazia; una forza straordinaria sebbene non fosse molto alto e avesse il ventre grosso; una grande inclinazione a tutte le arti della guerra e della pace. Una memoria meravigliosa, molta abilità nel maneggio delle armi e dei cavalli, una conoscenza profonda delle lettere greche e latine, ed una sorprendente facilità nello scrivere poesie in queste lingue e nell'improvvisare. Si intendeva anche di musica; cantava e suonava con leggiadria e perizia.

Sposò Arrecina Tertulla, figlia di un ex Prefetto della Guardia pretoriana, che morì dopo un anno. Sposò poi la nobile Marcia Furnilla, da cui ebbe la figlia Giulia. La famiglia di Marcia era però legata agli oppositori di Nerone, e fallita la congiura di Pisone divorziò dalla moglie. Non si risposò.

Tribuno militare valoroso in Britannia e in Germania, espugnò Gerusalemme riportandone un trionfo e un arco a Roma.

Durante la I guerra giudaica 66-70), nell'assedio di Tarichee, Tito stava per affrontare i giudei con seicento cavalieri scelti, ma si accorse che il numero dei nemici era di molto superiore, per cui chiese rinforzi a suo padre e, nel frattempo, pronunziò una famosa adlocutio ai suoi soldati:

« Romani, vi chiamo Romani poiché inizierò questo mio discorso ricordandovi qual è la vostra patria, in modo che sappiate chi siete e chi sono invece coloro che stiamo per affrontare. Mi fa piacere vedere l'ardore che vi anima, ma non vorrei che qualcuno temesse la grande sproporzione numerica tra noi e loro. A costoro ricordo chi siamo noi e chi sono i nostri avversari. siamo gli unici che, anche in tempo di pace, continuiamo nelle esercitazioni militari, per risultare migliori nei confronti dei nostri avversari in guerra. 
A cosa poi servirebbero le continue esercitazioni se dovessimo preoccuparci della disparità numerica quando dobbiamo affrontare un nemico non adeguatamente preparato alle arti militari? Ricordatevi che combatterete in condizioni di superiorità, poiché voi siete armati in modo "pesante", loro invece "alla leggera"; voi siete a cavallo, loro a piedi; voi avete dei comandanti (centurioni), loro non ne hanno; tanto che questi vantaggi generano come effetto quello di moltiplicare il nostro numero, mentre i loro svantaggi ne riducono drasticamente le forze. 
Le guerre non si vincono con enormi masse di uomini, anche se bellicose, ma con il valore, anche di pochi. Questi ultimi, infatti, possono manovrare facilmente e darsi sostegno vicendevolmente, al contrario gli eserciti giganteschi possono procurarsi danni più di quanto possano riceverne dal nemico. I Giudei sono guidati dal loro ardore, dal coraggio e dalla disperazione, aiutano quando le cose vanno bene, ma svaniscono quando si scontrano con dei piccoli insuccessi. A noi sono di guida il valore e la disciplina che, [...] anche nelle avversità, rimane fino all'ultimo. »
(Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, III, 10.2.473-484.)

A Gerusalemme ebbe una relazione con Berenice di Cilicia, figlia di Erode Agrippa I e se ne innamorò portandola a Roma.
Ricoprì più volte la carica di console durante il regno del padre, fu anche Prefetto della Guardia pretoriana e questore; era stato sempre al fianco del padre nel governo dell'impero.

Ma Tito non aveva una buona fama. Lo ritenevano avido per le tasse esose mentre governava col padre, crudele in guerra e dissoluto in pace. Salito al trono però cambiò vita, cominciando con l'abbandono di Berenice, che gli costò gran dolore.

IL SACCO DI GERUSALEMME
Rinunciò agli attori, ai ballerini e alle notti di baldoria, rifiutò i doni che di solito si facevano agli imperatori, aiutò con le proprie sostanze quanti si rivolgevano a lui.

Diceva: "Non è giusto che alcuno vada via scontento dopo una udienza avuta con un principe" e ricordandosi, una volta nel porsi a tavola di non aver beneficiato nessuno quel giorno, esclamò: "Ecco una giornata perduta!".

Ottenne il favore del popolo con elargizioni, spettacoli e gentilezza. Nelle terme da lui costruite ammise la plebe anche quando vi era lui a prendere il bagno; diede spettacoli gladiatori e naumachie, terminò la costruzione del Colosseo e lo inaugurò con grandiose feste che durarono cento giorni: in un solo giorno fece combattere nell'arena cinquemila belve.



LA GIUSTIZIA
  • Abolì i processi di lesa maestà;
  • punì i delatori;
  • prescrisse che in una medesima accusa non ci si potesse valere di leggi diverse.
  • prescrisse che trascorso un certo numero di anni, non si indagasse più sulla condotta passata dei defunti.
IL TRIONFO DI TITO
Non emise una sola sentenza di morte.
A due patrizi che avevano congiurato contro di lui Tito li rimproverò e li invitò a pranzo, poi li fece sedere ai suoi fianchi in uno spettacolo di gladiatori e per mostrare che non temeva di essere ucciso mise nelle loro mani due spade perché le esaminassero.

Suo fratello Domiziano, che più volte tentò di mettergli contro le truppe, fu trattato da Tito con affetto considerandolo il suo successore.
Fece costruire delle Terme nel sito dove si trovava la Domus Aurea, restituendo l’area alla città.

Nel 76 una nube gigantesca sormontò il Vesuvio e l'aria echeggiò di cupi boati, il naturalista Plinio, ricevendo richieste di aiuto, fece mettere in mare le quadriremi per salvare gli abitanti in fuga. Sulle navi cadeva una pioggia rovente di cenere e di lapilli; Plinio approdò a Stabiae e lì vide la lava che colava a valle come un torrente.

L'aria era irrespirabile a causa dei gas venefici che si sprigionavano dai lapilli del Vesuvio. Plinio tentò di fuggire, ma morì asfissiato. Con lui perivano Stabia Ercolano e Pompei.
Saputo il disastro, Tito mandò dei consolari in Campania con viveri e denari e per soccorrere i danneggiati ordinò che a questi venissero distribuite le sostanze dei cittadini senza eredi periti nell'eruzione del Vesuvio.

Nell'80 un terribile incendio scoppiò a Roma distruggendo i teatri di Pompeo e di Balbo, la Biblioteca di Augusto, le Terme di Agrippa, e sei templi, fra cui il Pantheon e quello di Giove Capitolino.
Dopo l'incendio venne la peste, e Tito si prodigò per tutti attingendo dalle casse dello stato ed ai suoi beni privati.

Nella villa di Rieti, dove era morto Vespasiano, nell'81, a 41 anni e dopo due anni di regno, moriva Tito.
Si disse fosse morto di malaria, contagiato dai malati a cui faceva visita, ma altri sostennero che suo fratello Domiziano l'avesse fatto avvelenare dal suo medico.





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