LA FALANGE ROMANA



FALANGE MACEDONE


LA FALANGE MACEDONE

« Dai Tirreni [i Romani presero] l'arte di fare la guerra, facendo avanzare l'intero esercito in formazione di falange chiusa » (Ateneo di Naucrati, I Deipnosofisti o I dotti a banchetto)

La più antica raffigurazione di una formazione a falange si trova in una stele sumera, dove le truppe di Lagash (città sumera) sono armate con lance, elmi e larghi scudi che coprivano tutto il corpo; anche la fanteria egizia utilizzò questo tipo di tattica militare. Tuttavia, gli storici non sono ancora d'accordo sul fatto che la formazione greca si sia ispirata o meno a questi precedenti modelli.

Comunque la falange greca venne utilizzata negli eserciti mercenari fin dai tempi del faraone Psammetico I, il fondatore della XXVI dinastia. Successivamente subì molte modifiche, fino a generare la popolarissima falange macedone.

Questa era una particolare formazione tattica dell'esercito macedone, introdotta da re Filippo II di Macedonia, padre di Alessandro Magno, nella sua riforma delle forze armate. I successi di Filippo II prima e di Alessandro poi crearono intorno alla falange macedone un mito di invincibilità che durò per molti secoli.

Nella falange macedone vi erano due schieramenti fondamentali:
  • Gli hypaspistai (portatori di scudi dei compagni), un corpo di opliti d'élite con armatura, scudo greco, l'aspis, ed erano armati di picca e spada. Divisi in chiliarchie di un migliaio di uomini;
  • I pezeteri, il cuore della falange, protetti da armature pesanti e da schinieri, armati con la lunghissima picca macedone che obbligava a portare lo scudo sulla spalla sinistra. 
Lo schieramento della falange era rettangolare, con la fronte al nemico: le lunghe picche delle prime file venivano puntate orizzontalmente davanti alla falange, mentre quelle dei compagni più arretrati venivano tenute in alto e abbassate solo nell'impatto con il nemico, quando le file della falange si comprimevano. In questo modo le prime picche colpivano il nemico e costringevano chi riusciva ad evitarle a restare in mezzo alle loro aste, diventando bersagli della fila successiva. Schiacciati gli uni contro gli altri, gli uomini della falange si proteggevano vicendevolmente con gli scudi portati sulla spalla.

Il principale difetto dello schieramento era la vulnerabilità ai fianchi. Gli hypaspistai dovevano infatti proteggere i fianchi dei picchieri sfruttando la loro rapidità per armi da lancio o nel corpo-a-corpo. Ulteriore protezione veniva dalla cavalleria degli etèri, ai fianchi dello schieramento.



Uno dei luoghi comuni è che l'oplita greco fosse più addestrato e disciplinato del militare persiano. In realtà l'oplita nasce tra la fine del sec. VIII e l'inizio del VII per l'impossibilità del piccolo proprietario terriero greco di addestrarsi con continuità.

C'era anzi la convinzione dell'inutilità e della nocività dell'addestramento, tanto è vero che  Pericle rimprovera gli spartani di dedicarvi troppo tempo. L'oplita è un ottimo militare, un eccezionale esempio di economia di sforzi, ma non un modello di organizzazione. Per fare un oplita servono soprattutto molto denaro per l'equipaggiamento e forza bruta per sostenerne il peso (dai 15 ai 20 kilogrammi), mentre si possono minimizzare la necessità dell'addestramento, dell'organizzazione e del coraggio personale.

 Era assolutamente indispensabile, però, il legame e la fiducia tra i soldati., il cittadino greco dedicava grandi risorse materiali, dotandosi in primo luogo di una panoplia difensiva completa e costosissima, che aveva come elemento principale l'Oplon, un ampio scudo rotondo, sempre riccamente decorato e personalizzato.



LA FALANGE ROMANA

Dai ritrovamenti archeologici risulta che il primo esercito romano, quello di epoca romulea, era costituito da fanti che avevano preso il modo di combattere e l'armamento dalla civiltà villanoviana della vicina Etruria.
L'esercito era formato da gruppi di uomini in grado di armarsi e mantenersi da soli, in quanto membri delle gentes aristocratiche, che avevano inoltre un certo seguito di clienti, bisognosi di protezione ma anche capaci di combattere per conquistarsi un bottino o una ricchezza. I combattimenti si facevano a  piedi, anche se gli aristocratici si spostavano a cavallo.

I guerrieri combattevano prevalentemente a piedi con lance, giavellotti, spade, in genere in bronzo, raramente in ferro, pugnali ed asce, mentre solo i più ricchi potevano permettersi un'armatura composta da elmo e corazza, gli altri una piccola protezione rettangolare sul petto, davanti al cuore.

I più indigenti, non potendo permettersi a protezione del proprio corpo nessuna armatura completa, ma solo scudi in legno, venivano schierati nelle file più arretrate. I più poveri, dotati di sole armi da lancio, o di scuri, erano invece utilizzati all'inizio dello scontro, per provocare e disturbare il nemico schierato con continui e fastidiosi lanci di proiettili da lontano, oppure all'inseguimento del nemico in fuga, dopo uno scontro vittorioso.



LA LEGIONE ROMANA

Secondo Livio, sarebbe stato Romolo a creare, sull'esempio della falange greca, la legione romana, formata da 3.000 fanti e 300 cavalieri, disposta su tre file, con la cavalleria ai lati. Ogni fila di 1.000 armati era comandata da un tribunus militum, mentre gli squadroni di cavalleria erano alle dipendenze dei tribuni celerum.

Il comandante dell'esercito era il re, con un luogotenente, il magister populi, il quale nominava un proprio sottoposto: il magister equitum. Nel VI sec. a.c., Servio Tullio riforma l'esercito di Roma: tutti gli uomini, non solo gli aristocratici, in grado di pagarsi un armamento completo con scudo, corazza, schinieri, elmo, lancia e spada in metallo, potevano combattere e guadagnarsi non solo una parte del bottino ma anche una carica politica nella città.

Quelli che erano inferiori a un certo censo, i proletarii, potevano combattere solo con armi rudimentali, fuori dallo schieramento della falange e senza ottenere ruoli politici.

Gli scudi erano di forma prevalentemente rotonda (i clipeus, abbandonati secondo Tito Livio attorno alla fine del V sec. a.c.).

Plutarco narra che una volta uniti tra loro, Romani e Sabini, Romolo introdusse gli scudi di tipo sabino, abbandonando il precedente di tipo argivo e rafforzando le precedenti armature, il che fu la base dell'adottamento non solo della Falange romana ma della Testuggine romana.

Infatti la copertura che potevano offrire gli scudi rettangolari non aveva paragone con quella offerta dagli scudi tondi, permettendo con un tempismo e una sintonia eccezionale, consentite da un addestramento militare eccezionale, un muro inespugnabile di metallo che rimbalzava la maggior parte dei colpi nemici, tanto nei combattimenti che negli assedi.

Con il crollo della monarchia la legione venne comandata da due consoli. Nei comizi centuriati i ceti benestanti disponevano sempre di più voti, coi quali potevano eleggere i magistrati, i comandanti militari e dichiarare la guerra o la pace. Si votava infatti per centurie, non individualmente, e i più ricchi erano distribuiti in un maggior numero di centurie.

Queste assemblee si tenevano fuori del pomerio, al cui interno non si potevano portare armi. le proposte venivano presentate dai magistrati e i cittadini si limitavano a votarle, senza discuterle.

Tabella dei cittadini romani censiti come abili alle armi:

Anno 393-392 - censiti  150.000
Anno 340-339 - censiti  152.573
Anno 339-338 - censiti 165.000
Anno 294-293 - censiti 262.321
Anno 288-287 - censiti 271.224
Anno 280-279 - censiti 272.000
Anno 276-275 - censiti  287.222

Durante la guerra decennale contro Veio, conclusasi nel 396 a.c., fu introdotto il soldo, un contributo dei cittadini alle spese di vestiario e di armamento dei soldati. Ogni romano diventava abile alle armi a 17 anni, quando indossava la toga virile ed entrava a far parte degli iuniores, dove vi restava fino a 46 anni, dopodiché apparteneva ai seniores, cioè alla riserva, richiamabile per una guerra in casi di particolare pericolo.



PIRRO E LA FALANGE

Il re Pirro utilizzava uno schieramento ellenico di tipo falangitico, molto temibile per i Romani, e siamo agli inizi III sec. a.c.. Nonostante le iniziali sconfitte subite dalla Repubblica romana, anche il re subì grandi perdite da cui il famoso detto "vittoria di Pirro". Pirro schierava la sua falange attraverso unità miste di elefanti da guerra, formazioni di fanteria leggera, unità di élite e la cavalleria, tutte a sostegno del corpo principale di fanteria. L'utilizzo di tutte queste componenti permise ai Greci della Magna Grecia di sconfiggere i Romani finchè questi non ne fecero tesoro riuscendo definitivamente a battere le falange ellenica nel 168 a.c.



LA FALANGE OPLITICA


Riforma di Servio Tullio (580 a.c. circa)

Tito Livio racconta quale fosse l'ordine di marcia dell'esercito romano in territorio nemico, ovvero l'agmen quadratum, che prevedeva in testa e in coda  le due legioni consolari, ai lati le ali dei socii e al centro i bagagli di tutte le unità ( impedimenta delle legio I e II e delle due ali). Quest'ordine di marcia fu utilizzato fin dall'inizio della Repubblica, anche durante le guerre sannitiche, la guerra annibalica, la guerra giugurtina, e la battaglia di Carre. Mettere i bagagli al centro significava infatti evitare le scorribande nemiche che sottraevano parte dei bagagli, quindi armi, vettovaglie ecc., importantissime per la prosecuzione della guerra.

Con il predominio etrusco a Roma e la riforma di Servio Tullio, il nuovo esercito, di stampo etrusco-greco, fu reclutato tra i cittadini romani secondo il loro ceto sociale, tra le cinque differenti "classi". L'esercito comprendeva corpi di opliti, la fanteria pesante, di velites, truppe leggere, e la cavalleria.


Opliti

Gli opliti della prima fila formavano una parte di scudi rotondi parzialmente sovrapposti, in modo che il loro fianco destro venisse protetto dallo scudo del vicino, armati di lancia e spada, con scudo, elmo e corazza.I comandanti romani erano spesso in prima linea, per dimostrare il proprio coraggio ai propri soldati, e incoraggiarli nella battaglia, rischiando spesso la morte.

L'obiettivo era di far cedere lo schieramento opposto e spezzarne le file. Le formazioni più arretrate si accalcavano e spingevano la prima fila contro la prima fila nemica. Qui l'avanzamento coraggioso del singolo combattente era pericoloso, potendo portare alla rottura dello schieramento con conseguenze disastrose. La fuoriuscita dalle linee del proprio schieramento era colpa gravissima, infatti nel 340 a.c., come narra Livio, il console Tito Manlio Torquato punì il proprio figlio con la decapitazione, per aver disobbedito agli ordini, spingendosi con grande coraggio oltre le file romane e mettendo a rischio l'integrità del proprio schieramento.


Truppe leggere

Le truppe leggere comprendevano fanti leggeri e tiratori e dovevano provocare il nemico, disturbarlo e disorganizzarlo prima dell'urto degli opliti. I fanti leggeri erano armati di giavellotti, difesi da uno scudo rotondo, indossavano un elmo ma non usavano corazza né piastre pettorali. I tiratori potevano essere arcieri o frombolieri e portavano al fianco una piccola spada, pugnale o coltello per la difesa personale, ma non avevano alcuna protezione. Vanno anche ricordati gli ascieri, che operavano insieme agli opliti con il compito di tagliare le lance della formazione avversaria: essi usavano inizialmente un'ascia ad una mano nel periodo villanoviano, per poi passare a quelle a due mani ad un taglio o bipenni. La loro protezione era affidata ad un elmo e a una protezione pettorale, piastre o corazze.


La cavalleria

La cavalleria si basava sulla mobilità e aveva compiti di avanguardia ed esplorazione, di scorta, nonché per azioni di disturbo o di inseguimento al termine della battaglia, o infine per spostarsi rapidamente sul campo di battaglia e prestare soccorso a reparti di fanteria in difficoltà. I cavalieri usavano briglie e morsi, ma le staffe e la sella erano sconosciuti: non è quindi ipotizzabile una cavalleria "da urto". Quei cavalieri che, nelle stele funerarie appaiono armati di lancia e spada, protetti da un elmo, magari con scudo e piastra pettorale, erano molto probabilmente una sorta di fanteria oplitica mobile.


Armi e Armature

Lo scudo di grandi dimensioni poteva essere rotondo in bronzo con due maniglie (di tipo argivo) oppure rettangolare con bordi arrotondati e rinforzo verticale centrale. L'elmo di bronzo poteva avere o meno la cresta ed era inizialmente di tipo villanoviano, con la famosa cresta metallica, o di tipo Negau a morione; successivamente si usarono elmi a campana e, a seguito dei contatti con le città greche, di tipo calcidese (con paraguance e paranuca e le orecchie scoperte), corinzio (a copertura quasi totale, con paranaso ed una sola fessura centrale per gli occhi e parte della bocca) ed etrusco-corinzio (senza paranaso e con apertura leggermente più aperta. La protezione alle gambe era per gli schinieri di bronzo,  solo per gli opliti armati più pesantemente.

TESTUGGINE


FORMAZIONE DA COMBATTIMENTO

Un primo esempio di " testuggine" (testudo) fu menzionata da Tito Livio nel corso dell'assedio di Veio e di quello di Roma degli inizi del IV sec. In questa situazione i soldati romani serravano le file e si avvicinavano tra loro, quasi fossero delle tegole di un tetto che ripara dalla "pioggia di dardi e frecce", sovrapponendo gli scudi, tenendoli di fronte a loro ed alzati sulle loro teste. Sembrava di vedere un carro armato vivente, che avanzava sotto i colpi degli arcieri nemici, limitando al minimo le perdite. Ovviamente la testuggine era una formazione lenta, che era spesso utilizzata negli assedi, per avvicinarsi alle mura avversarie, oppure in battaglia in campo aperto, quando si era circondati da ogni lato, come accadde nella campagna partica di Marco Antonio.

Questo tipo di formazione era usato soprattutto in fase di assedio alle mura di una fortezza nemica. Viene ricordata ancora da Livio durante le guerre sannitiche o da Gaio Sallustio Crispo durante la guerra giugurtina. E perché fosse efficace, necessitava di grande affiatamento di reparto, coordinazione nei movimenti ed esercitazioni specifiche.

« Descriverò ora la formazione a testuggine e come si forma. I bagagli, la fanteria leggera ed i cavalieri sono collocati al centro dello schieramento. Una parte della fanteria pesante, armata con gli scudi concavi semicircolari, si dispone a forma di quadrato (agmen quadratum) ai margini dello schieramento, con gli scudi rivolti verso l'esterno a protezione della massa. Gli altri che hanno gli scudi piatti, si raccolgono nel mezzo e stringendosi alzano gli scudi in aria a difesa di tutti. Per questo motivo, in tutto lo schieramento si vedono solo gli scudi e tutti sono al riparo dalle frecce nemiche, grazie alla compattezza della formazione.  I Romani ricorrono a questa formazione in due casi: quando si avvicinano ad una fortezza per conquistarla; o quando, circondati da ogni parte da arcieri nemici, si mettono in ginocchio in contemporanea, compresi i cavalli che sono addestrati a mettersi sulle ginocchia o a sdraiarsi a terra. così fanno credere al nemico di essere sfiniti e quando i nemici si avvicinano, si alzano all'improvviso e li annientano. »
(Cassio Dione Cocceiano, Storie, XLIX, 30.)




L'ASSEDIO

« Gli armati sbucarono nel tempio di Giunone che sorgeva sulla rocca di Veio: una parte aggredì i nemici che si erano riversati sulle mura, una parte tolse il serrame alle porte, una parte diede fuoco alle case dai cui tetti donne e schiavi scagliavano sassi e tegole. Ovunque risuonarono le grida miste al pianto delle donne e dei fanciulli, di chi spargeva terrore e di chi il terrore subiva. »
(Tito Livio, Ab Urbe condita)
Appartengono a questo periodo i primi assedi subiti dalla città di Roma ad opera degli Etruschi di Porsenna e dei Galli di Brenno, da cui i Romani evidentemente appresero nuove tecniche per occupare le vicine città etrusche e latine. Risalirebbe, infatti, al 396 a.c. il primo importante assedio ad opera dei Romani tramandatoci dagli antichi scrittori latini: la caduta di Veio, dove si racconta che Camillo si diresse su Veio, fece costruire alcuni fortini ed una galleria che doveva arrivare fino alla rocca, passando sotto le mura nemiche. 

Gli scavatori furono divisi in sei squadre che si avvicendavano ogni sei ore. Dopo giorni e giorni in cui gli assalti romani erano stati sospesi, con sommo stupore degli etruschi, il re di Veio stava celebrando un sacrificio nel tempio di Giunone quando gli assaltatori romani, che avevano quasi terminato lo scavo e attendevano di abbattere l'ultimo diaframma, udirono il presagio dell'aruspice etrusco: la vittoria sarebbe andata a chi avesse tagliato le viscere di quella vittima. 
I soldati romani uscirono dal cunicolo, iniziarono l'attacco e prese le viscere le portarono al loro dittatore. Nello stesso tempo fu sferrato l'attacco generale di tutte le forze romane contro i difensori delle mura. Così, mentre tutti accorrevano sui bastioni, In una pausa dei combattimenti Camillo ordinò, per mezzo di banditori, di risparmiare chi non portava armi. Il massacro si arrestò e si scatenò il saccheggio.



IL METUM GALLICO

Roma, al principio del IV sec. a.c. aveva sviluppato una disciplina e organizzazione militare senza precedenti, uscendo vittoriosa nel 396 a.c. dalle guerre con Veio. La caduta di Veio aveva comportato l'alleanza offerta a Roma da Caere (Cerveteri), per cui quando i Galli Senoni attaccarono la città di Clusium (chiusi), questa chiese aiuto a Roma, che accorse.  I Romani fronteggiarono i Senoni in una battaglia campale presso il fiume Allia (390 - 386 a.c.) I Galli, guidati da Brenno, sconfissero un'armata romana di circa 15.000 soldati e incalzarono i fuggitivi fin dentro la stessa città, che fu costretta a subire una parziale occupazione e un umiliante sacco, prima che gli occupanti fossero scacciati o, secondo altre fonti, convinti ad andarsene dietro un pesante riscatto.

Nel 225 a.c. i romani dovettero ancora affrontare i Galli, il famoso METUM GALLICO, il terrore che sempre costellò gli incubi dei romani.. In seguito a questi eventi i Romani potrebbero aver adottato un nuovo tipo di elmo (chiamato di Montefortino, che venne utilizzato fino al I sec. a.c. dall'esercito romano,), uno scudo protetto da bordi in ferro ed un giavellotto tale, da conficcarsi e piegarsi negli scudi avversari, rendendoli inutilizzabili. Plutarco racconta, infatti, che 13 anni dopo la battaglia del fiume Allia, in un successivo scontro con i Galli (databile al 377-374 a.c.), i Romani riuscirono a battere le armate celtiche, scongiurandone l'invasione. 

Polibio:
« Camillo portò i suoi soldati giù nella pianura e li schierò a battaglia in gran numero con grande fiducia, come i barbari constatarono, non più timidi o pochi in numero, come si aspettavano. Questo distrusse la fiducia dei Galli, che credevano di poter attaccare per primi. Poi i velites attaccarono, costringendo i Galli ad entrare in azione, prima che avessero preso posizione con lo schieramento abituale, al contrario schierandosi per tribù, e quindi costretti a combattere a caso e nel disordine più totale. Quando Camillo condusse i suoi soldati all'attacco, il nemico sollevò le proprie spade in alto e si precipitò all'attacco. Ma i Romani lanciarono i giavellotti contro di loro, ricevendone per contro i colpi sulle parti dello scudo  protette dal ferro, che ora ricopriva gli spigoli, fatti di metallo dolce e temperato debolmente, tanto che le loro spade si piegarono in due; mentre gli scudi nemici furono perforati e appesantiti dai giavellotti. I Galli allora abbandonarono le proprie armi e cercarono di strapparle al nemico, tentando di deviare i giavellotti afferrandoli con le mani. Ma i Romani, vedendoli così disarmati, misero mano alle spade, e ci fu una grande strage dei Galli in prima linea, mentre gli altri fuggirono nella pianura; le cime delle colline e dei luoghi più elevati erano stati occupati in precedenza da Camillo, e i Galli sapevano che il loro accampamento poteva essere facilmente preso, dal momento che, nella loro arroganza, avevano trascurato di fortificarlo. Questa battaglia, dicono, fu combattuta tredici anni dopo la presa di Roma, e produsse nei Romani una sensazione di fiducia verso i Galli. Essi avevano potentemente temuto questi barbari, che li avevano conquistati in un primo momento, più che altro credevano che ciò fosse accaduto in conseguenza di una straordinaria disgrazia, piuttosto che al valore dei loro conquistatori. »
(Plutarco, Vita di Camillo, 41, 3-6.)

Sia Livio che Cesare raccontano che, durante la battaglia di Sentino del 295 a.c. e la conquista della Gallia del 58-50 a.c., questi conoscevano già la tecnica-tattica della testuggine, da cui forse i Romani l'avrebbero appresa:
« distava otto miglia una città dei Remi di nome Bibrax. I Belgi appena giunti, cominciarono ad assaltarla con grande impeto. Per quel giorno a stento si poté resistere. Questa è la tecnica d'assalto usata in modo similare da Galli e Belgi: una volta circondate tutte le mura, con un gran numero di armati da ogni parte, cominciano a tirare pietre sul muro ed il muro viene liberato dai difensori; fatta poi la testuggine, danno fuoco alle porte e scavano il muro. E ciò facilmente gli riusciva, poiché essendo così numerosi nel tirare pietre e proiettili, nessuno poteva rimanere sulle mura. »
(Cesare, De bello Gallico)

Ci vorrà Cesare, in 8 anni di guerre oltre confine, per sconfiggere definitivamente i temuti galli e annientare il Metum gallicum.

"Cesare, conclusa la guerra contro i Belgi, decise di attraversare il Reno per incutere timore ai Germani, che avevano fatto la guerra insieme ai Galli contro i Romani. Ma non riteneva fosse sicuro traghettare l’esercito al di là del fiume. Anche se la costruzione di un ponte presentava grandissima difficoltà, a causa della larghezza, della forza della corrente, della profondità del fiume, il condottiero Romano intraprese l’impresa immane e in dieci giorni la concluse. Condotto poi l’esercito al di là (del fiume), lasciato un robusto presidio ad entrambe le parti del ponte, mosse verso il territorio dei Sigambri, che fra tutti i Germani erano i più ostili ai Romani. Allora da molte città vennero a lui ambasciatori che chiedevano pace ed amicizia, ai quali rispose con generosità. Ma i Sigambri, preparata la fuga, erano usciti dai loro territori ed avevano portato con sé tutte le loro cose. Il condottiero dei Romani però, dopo pochi giorni, dati alle fiamme tutti i villaggi e reciso tutto il frumento, dopo avere trascorso diciotto giorni al di là del Reno, portate a termine tutte le operazioni per le quali aveva preso la decisione di far passare al di là l’esercito, soddisfatto si ritirò in Gallia e tagliò il ponte".



L'ADDESTRAMENTO

Fu questo l'arma migliore dei romani in ogni epoca, dalla repubblica all'impero. Ai barbari non mancava il coraggio e l'abnegazione che non erano inferiori a quello romano, ma mancava la forza di volontà coltivata attraverso la ferrea disciplina. In più questa ferrea disciplina non era fine a se stessa, ma era mirata non solo alla vittoria ma a salvaguardare la vita dei soldati romani. Per questo le truppe romane la seguirono con grande fervore, consci che da questa poteva derivare non solo la salvezza di Roma ma quella loro personale.

I più grandi strateghi nell'addestramento dei soldati furono senza dubbio Gaio Mario e Cesare che infatti compirono imprese straordinarie con un numero di soldati quasi sempre inferiore a quello nemico, per la straordinaria macchina da guerra che avevano costruito attraverso l'addestramento puntiglioso e pesante dei propri uomini. Addestramento che poterono far rispettare seppure faticosissimo grazie alla venerazione che i soldati ebbero verso questi due straordinari e carismatici comandanti.

Sia Mario che Cesare fecero uso delle più svariate tecniche di guerra, incluse ovviamente la falange e la testuggine. Ma per capire cosa fosse l'addestramento bisogna comprendere cosa fosse necessario ad esempio affinchè un drappello di soldati fossero simultanei e pronti all'ordine del centurione di entrare in formazione testuggine:

  • bloccandosi tutti allo stesso istante, 
  • alzando lo scudo insieme a quello del vicino per non intralciarlo e non esserne intralciato, 
  • alzandolo allo stesso istante e con la stessa velocità dell'altro per non intralciarlo e non esserne intralciato, 
  • alzarlo in modo da giungere ad aver coperto il volto ma non gli occhi e alla stessa altezza dello scudo vicino per non intralciarlo e non esserne intralciato, 
  • ad alzarlo superiormente senza colpire il compagno anteriore e posterore, ad abbassarlo ai lati sempre con movimenti accuratamente precisi, veloci e misurati, per non lasciare spazio alle lance e alle frecce che potevano insinuarsi negli spazi vuoti, così precisi da riparare pure durante i movimenti.
Una tale sicronia si otteneva solo con un allenamento costante, preciso ed estenuante, fino a trasformare i soldati in macchine da guerra. Non a caso si diceva che un soldato romano valeva 10 soldati barbari.


SCUTUM


SCUDO REPUBBLICANO
I greci usarono soprattutto gli scudi argolici di forma rotonda. Tramite gli Etruschi lo scudo greco rotondo passò ai Romani (clipeus), che lo adottarono in forme più ridotte di quelle dell'antico scudo quadrangolare, usato invece dai sabini e dai sanniti. Accanto ai tipi in pelle con rinforzo di piastre metalliche e tutti in bronzo, i Romani elaborarono per la fanteria un'ottimo scudo di vimini intrecciato con rivestimento di metallo o cuoio.

Lo Scudo romano repubblicano (Scutum), era eseguito in legno con bordature in ottone e umbone centrale in acciaio. 
Originale ritrovato a Mainz (Germania).
Aveva misure di cm 126 x 88. Come si vede era più convesso e stondato di quello imperiale.

Altri scudi romani rotondi furono la leggera parma e la cetra, quest'ultimo diffuso nelle colonie dell'Impero.  I Velites portavano uno scudo tondo, i legionari usarono lo scutum sannitico, di forma rettangolare convessa, in legno rivestito di panno o cuoio con guarnizioni metalliche. Nel basso Impero lo scudo romano si sviluppò in forma circolare allungata.

SCUDO LEGIONARIO
Lo scudo del legionario romano di forma rettangolare introdotto a partire dal tardo I sec. d.c. e in uso sino al III sec. circa.
Veniva realizzato con più strati di legno incollati tra loro e rivestito in cuoio con i bordi rinforzati in bronzo. Dello stesso materiale era anche l'umbone centrale a protezione dell'impugnatura. 
Lo strato esterno era infine in tessuto, dipinto con colorazioni e simboli differenti a seconda dell'unità che rappresentava.

Lo scudo romano da Centurione era anch'esso in legno con bordature in ottone e umbone centrale sempre in ottone, ma di forma ovale. Di cm 173 x 75.
Dunque più lungo ma più stretto di quello del normale legionario, anche perchè il Centurione comandava la Centuria e non doveva formare la falange, nè tanto meno la testuggine coi propri compagni d'arme.



 LA TESTUGGINE

L'introduzione dello scudo rettangolare fece si che i romani trasformassero la falange romana in un'altra geniale formazione tattica: la testuggine. (o Testudo)

SCUDO CENTURIONE
Lo schieramento, apparentemente semplice, era in realtà molto complesso, richiedendo un eccezionale coordinamento collettivo. Era ideato appositamente per un drappello di legionari, armati con il gladio e, in particolare, con l'ampio e robusto scudo quadrangolare in dotazione alle legioni.

Si svolgeva così: i soldati della prima fila tenevano gli scudi alzati a protezione frontale, con lo scudo che arrivava sotto agli occhi, in modo da formare una barriera senza interruzioni. Lo stesso facevano i componenti laterali dello schieramento, coprendo il fianco e tutta la testa.
All'interno della testuggine, a partire dalla seconda fila e a file alternate, perchè ogni scudo orizzontale copriva due uomini, gli scudi venivano tenuti sollevati in modo da proteggere in alto i fanti sottostanti sia della fila immediatamente precedente che di quella immediatamente successiva.

Con questa formazione si poteva avanzare fino al contatto con le prime file nemiche riparandosi da frecce e proiettili e occultando il reale numero dei componenti, magari con un effetto sorpresa. Grazie alla protezione che offriva, questa formazione era particolarmente usata durante gli assedi. Nello schieramento, di forma rettangolare o quadrata, si susseguivano più file di fanti pesanti, dotati dei caratteristici grandi scudi rettangolari e allineati spalla a spalla.

In questo modo si presentava al nemico una massa compatta e protetta in modo impenetrabile (gli unici lati vulnerabili erano quello posteriore e quello inferiore, corrispondente alle gambe dei soldati) somigliante al carapace delle tartarughe, da cui il nome di testuggine.

I legionari potevano così marciare in modo sicuro e agevole, senza affaticarsi, fino a una distanza minima dalle linee nemiche, quando lo schieramento veniva rotto e si iniziava il combattimento corpo a corpo.

Ovviamente la testuggine era una formazione lenta, che era spesso utilizzata negli assedi, per avvicinarsi alle mura avversarie, oppure in battaglia in campo aperto, quando si era circondati da ogni lato, come accadde nella campagna partica di Marco Antonio.

Viene ricordata ancora da Livio durante le guerre sannitiche o da Gaio Sallustio Crispo durante la guerra giugurtina. Ma questa figura bellica per essere realizzata e restare efficace al massimo, richiedeva anzitutto un grande affiatamento di reparto, ma anche una perfetta coordinazione nei movimenti che solo dei soldati precisi, razionali, ordinati, obbedienti e nello stesso tempo valorosi e tenaci come i romani potevano ottenere.

Se i soldati rispondevano ottimamente agli addestramenti dei comandanti si dovette anche alla estrema capacità di questi ultimi, sia nell'ideare, che nel partecipare all'addestramento, sia nel conquistarsi l'animo dei combattenti.





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