DOMUS DI VIA GRAZIOSA



CIRCE
La Domus di Via Graziosa a Roma, sull'Esquilino, è un'abitazione dell'epoca repubblicana, molto particolare per essere stata decorata da una serie di affreschi con paesaggi dell'Odissea.
Essa fu rinvenuta nel 1828 in occasione di lavori di scavo per la costruzione di un edificio in una strada che oggi non esiste più e a cui si è in parte sovrapposta l'attuale via Cavour. La villa aristocratica risale al 40 - 30 a.c., per altri 50 - 40 a.c., con una pittura ancora in loco perchè già sbiadita e altre otto in buono stato.

Queste otto pitture vennero distaccate, restaurate e regalate per qualche misteriosa ragione allo stato Vaticano, così che oggi si trovano alla Biblioteca Apostolica Vaticana.

Un questi affreschi vi sono raffigurati diversi momenti della leggenda di Odisseo, con grande aderenza al testo omerico, e con dovizia di particolari, anche molto minuti.

I primi sei dipinti rappresentano scene di Ulisse all'incontro con i Lestrigoni, popolo leggendario di giganti antropofagi, l'episodio a cui è dedicato lo spazio maggiore nell'intero ciclo. Segue poi l'avventura con la maga Circe. Gli ultimi due riguardano la Nekyia, cioè l'evocazione dei defunti, compiuta da Odisseo, per consiglio e con l'aiuto di Circe, per interrogare l'anima di Tiresia sul proprio ritorno in patria.

Alla serie appartiene anche il frammento di un altro riquadro, attualmente conservato nella sede di Palazzo Massimo del Museo Nazionale Romano, raffigurante l'episodio delle Sirene. 

Sappiamo dalle fonti letterarie, e dalle copie della pittura vascolare greca, che già in epoca più antica di quella di quella romana non erano esistite rappresentazioni pittoriche della Nekyia: particolarmente famosa era la composizione che Polignoto di Taso, della metà del V sec. a.c., che creò insieme a una raffigurazione della presa di Troia per ornare l'interno della Lesche a Delfi, un edificio eretto dagli abitanti di Cnido come sala di riunione.

L'abitazione fu scoperta nel XIX secolo e i pannelli raffiguranti episodi dell'Odissea erano collocati nella parte alta della parete dell'ambiente principale, secondo una disposizione già usata nei rilievi nilotici dell'atrio della villa dei Misteri di Pompei. Di certo la posizione degli affreschi li proteggeva da eventuali incidenti casuali.

I soggetti sono le "Ulixis errationes per topia" citate anche da Vitruvio, cioè i viaggi di Ulisse con sfondo di paesaggi. L'uso di questi paesaggi rompeva la monotonia di una parete, sfondandola prospetticamente in maniera illusionistica.

Il termine topia è utilizzato molte volte ma noi siamo nel contesto della rappresentazione immaginata e l'importante è dipingere "ab certis locorum proprietatibus", cioè « tratti caratteristici dei luoghi ».

I topia sono delle rappresentazioni ideali: non si tratta di dipingere un luogo preciso ma un'immagine tipica di una riva, di un monte, d’una falesia o di una scena mitologica. Di solito si ricorre a una villa con le sue esedre, i suoi passaggi coperti, i suoi porticati, le sue passeggiate ma non siamo in un giardino. 

Un secolo più tardi Plinio il Vecchio (Storia Naturale) riprende le stesse parole di Vitruvio per parlare dell'opera topiaria nel contesto di rappresentazioni analoghe.

I LESTRIGONI

I DIPINTI

Questi paesaggi con scene dall’Odissea vennero scoperte il 7 aprile del 1848 su un muro in opera reticolata di un portico all’interno della domus di via Graziosa. I pannelli furono poi acquistati dal Comune di Roma e donati pochi anni dopo al Pontefice Pio IX.

Gli affreschi furono distaccati da Pellegrino Succi e affidati al momento del dono al Pontefice al restauro di Ettore Ciuli, che in larga parte li ridipinse a tempera; tali ritocchi ottocenteschi, che riempirono le lacune, pur senza intaccare troppo l’iconografia delle singole figure, hanno soprattutto fortemente compromesso i rapporti cromatici anche delle parti originali, tanto che al rifacimento vanno addebitate l’accentuazione dell’effetto atmosferico e la transizione repentina dei colori. 

Nelle operazioni di distacco il ciclo fu diviso in otto scomparti, con il taglio a destra e sinistra dei pilastri interni; gli otto pezzi furono poi ricongiunti a due a due in modo tale da formare quattro quadri rettangolari.



DESCRIZIONE

Il primo dei due affreschi presenta una scena divisa in due parti. A sinistra la nave dei Greci, con la vela rigonfia e i remi in movimento, si sta avvicinando al paese dei Cimmeri, dove era l'ingresso al regno dei morti; a destra, al di là di un grande arco roccioso che occupa la porzione centrale della pittura, si svolge il colloquio di Odisseo con l'indovino tebano, di fronte a uno stuolo di anime vestite di lunghi abiti.

L'unione di due scene differenti nello stesso spazio pittorico era una soluzione compositiva molto usata nella pittura antica, nota agli studiosi come "narrazione continua". Veniva usata per ragioni di spazio o per ragioni celebrative (raccogliere varie imprese dell'eroe), talvolta solo per migliorare la scena in senso scenico ed epico. L'esempio più importante è quello della colonna traiana e pure quello della colonna antonina.

Spesso nelle domus si ricorreva alla pittura delle pareti con scene mitologiche, che appartenevano alla loro religione. I cristiani non fecero altrettanto nelle loro case, perchè le scene religiose nel cattolicesimo sono riservate solo alle chiese. Ci si può chiedere come mai questa differenza e la risposta sta nel contenuto delle mitologie.

Mentre i miti pagani sono variegati e diversi, talvolta avventurosi ed epici, talvolta violenti, spesso a lito fine ma talvolta no. I miti cristiani sono invece molto cruenti, perchè a parte alcune scene del Vangelo, come le nozze di Cana e pochi altri, il resto verte sulla passione del cristo e sulla passione dei santi, una sequela di martirii che poche persone giudicherebbero piacevoli avere in casa.

Per i pagani avere dipinti epici era rievocare antichi valori, discendenze di cui andare orgogliosi o divinità capricciose come esseri umani ma che non facevano paura, anzi spesso erano divertenti.



ASSALTO DEI LESTRIGONI

Particolarmente dinamico è il pannello dell' Assalto dei Lestrigoni, con figurette disseminate in un vasto paesaggio, comprendente una visuale aerea e riempito di rocce e alberi, con pastori ed animali. Una Topia, come dire una specie di Arcadia, solo meno tranquilla.

Secondo Omero, nella terra dei Lestrigoni la notte è così breve che il pastore che esce sul fare del mattino per portare il gregge al pascolo incontra il pastore che rientra perché sta calando la sera (Odissea).

I toni e i colori sono armonizzati, con una tecnica di tipo quasi "impressionistico", secondo un metodo che venne ampiamente usato fino a tutta l'epoca medio-imperiale nella decorazione di fregi minori e di pinakes a sportello.

La rappresentazione è minuziosa, col nome di ciascun personaggio scritto vicino in greco, affinchè tutti gli ospiti potessero comprendere e ammirare, un sistema adottato anche dagli Etruschi.

La datazione degli affreschi risalirebbe alla metà del I sec. a.c. circa, quando si afferma l'omerismo, riprendendo modelli orientali del II sec. a.c., come la casa del Criptoportico, la casa di Ottavio Quartione, il portico del tempio di Apollo, e le Tabulae Iliacae.

Nel dipinto non vi è traccia della spiaggia e dei boschi di pioppi e salici sacri a Persefone che i Greci avrebbero dovuto trovare nel luogo del loro approdo. L'ambiente roccioso e cosparso di vegetazione palustre nel quale l'evocazione ha luogo è cupo, illuminato soltanto dalla luce che penetra attraverso l'arco.

In realtà Ulisse non entrò nel mondo dei morti, ma si fermò alla confluenza del Piriflegetonte e del Cocito nell'Acheronte per evocare le anime, attirandole col sangue degli animali sacrificati, l'unico mezzo per consentire loro di riacquistare la parola. 

Dietro all'eroe si scorgono due compagni che tengono a testa in giù l'ariete sacrificato per Tiresia, in modo che il sangue si raccolga nella fossa appena scavata, secondo le prescrizioni di Circe, che aveva raccomandato di uccidere appunto un ariete e una pecora nera. 

L'indovino, con un lungo bastone nella mano sinistra, è davanti al suo interlocutore e gli racconta il destino che lo attende. In mezzo alle ombre compaiono alcune donne, fra le quali si può riconoscere sicuramente Anticlea, la madre di Odisseo, mentre le altre sono anime di donne celebri. 

Lo studioso austriaco Bernard Andreae suppone che nelle tre figure a destra, un poco discoste dalle altre, si debbano riconoscere Agamennone, Achille e Aiace Telamonio, anch'essi incontrati nell'Oltretomba dal protagonista. 
In alto, accoccolata su una prominenza rocciosa, si intravede l'anima di Elpenore, lo sfortunato compagno che, ubriaco, era morto precipitando dal tetto della casa di Circe. A sinistra, sulle pendici dell'arco, sono sdraiate altre due figure maschili, forse personificazioni della spiaggia dei Cimmeri.



LA NEKYIA

Il secondo quadro della Nekyia è di dimensioni ridotte rispetto agli altri, perché collocato accanto a una porta che interrompeva la parete. Gli affreschi infatti erano collocati negli spazi lasciati liberi da una fila di pilastri, anch'essi dipinti. 

Vi sono rappresentati tre personaggi celebri nel mondo antico per le punizioni che erano costretti a subire in eterno, a causa delle colpe che avevano commesso, insieme ad altre figure non ben identificate. 

Anche qui la parte centrale della pittura è occupata da un grande arco roccioso, sotto il quale è sdraiata e legata al suolo una figura gigantesca, quella di Tizio, tormentata da un avvoltoio che ne divora il fegato. 

Sopra il pendio c'è Orione, intento alla sua caccia senza fine, con un laccio in mano e brandendo la mazza di bronzo ricordata da Omero.

Poco più in basso è Sisifo, alla prese col masso che rotola giù quando ha ormai raggiunto la cima della montagna. I tre personaggi sono accompagnati da iscrizioni coi loro nomi, però imprecise e mal conservate; nel caso di Sisifo e Tizio si ha addirittura l'impressione che le didascalie siano state scambiate. 

Nella parte anteriore della pittura compaiono alcune ragazze, di cui non si trova traccia nel racconto omerico: sono le Danaidi, anch'esse condannate ad affaticarsi per l'eternità in un lavoro inutile, quello di rovesciare acqua in un recipiente bucato, secondo una leggenda elaborata in epoca più tarda e testimoniata soprattutto in ambito latino. 

Quattro di esse sono impegnate intorno a un grande contenitore a forma di lunga cassa, mentre una quinta si sta riposando, accoccolata ai piedi dell'arco roccioso con la sua anfora stretta fra le mani. Tutto il luogo all'intorno è cosparso di irti cespugli e canneti.

Il secondo quadro della Nekyia riguarda Ulisse all'ingresso del mondo dei morti, che richiama dalle ombre l'indovino tebano Tiresia.

A sinistra la nave dei Greci, con la vela rigonfia e i remi in movimento, si avvicina al paese dei Cimmeri, dove era l'ingresso al regno dei morti; a destra, al di là del grande arco roccioso, Ulisse parla con Tiresia, di fronte a uno stuolo di anime dei morti. L'unione di due scene differenti nell'identico affresco era molto usato e denominato dagli studiosi "narrazione continua".

L'ambientazione rocciosa e palustre è cupa, come si addice all'ingresso degli Inferi, illuminato appena dalla luce che penetra attraverso l'arco. 

Questo non è il mondo dei morti ma solo il suo ingresso dove Ulisse attira le anime col sangue degli animali sacrificati.

I personaggi sono identificati, come d'uso frequente, da didascalie greche che ne riportano i nomi, anche se la scena è di per sè molto chiara. 

Dietro Ulisse due compagni tengono a testa in giù l'ariete sacrificato per Tiresia, affinché il sangue coli nella fossa appena scavata, secondo le prescrizioni di Circe. Tiresia, con un lungo bastone nella mano sinistra, narra al re di Itaca il destino che l'aspetta.

In mezzo alle ombre compaiono alcune donne, fra le quali si può riconoscere sicuramente Anticlea, la madre di Ulisse, e a destra, un poco discoste dalle altre, Agamennone, Achille e Aiace Telamonio. 

In alto, su una prominenza di roccia, si intravede l'anima di Elpenore, lo sfortunato compagno ubriaco, precipitato dal tetto della casa di Circe. A sinistra, alla base dell'arco, sono sdraiate altre due figure maschili, che dli studiosi interpretano come personificazioni della spiaggia dei Cimmeri.
Alla serie di via Graziosa può essere senza dubbio assegnato anche il frammento di un altro riquadro, attualmente conservato nella sede di Palazzo Massimo del Museo Nazionale Romano, raffigurante l'episodio delle Sirene.

Così come appare di mano simile questo affresco che raffigura la fuga di Ulisse da Polifemo che tenta di vendicarsi lanciando massi nel mare per affondare la nave del fuggiasco.

Sappiamo dalle fonti letterarie, e dalla pittura vascolare greca, che già in epoca più antica non erano mancati affreschi che rappresentavano la Nekyia.

Famosa era la composizione che Polignoto di Taso, del V sec. a.c., creò insieme a una raffigurazione della presa di Troia per ornare l'interno della Lesche a Delfi, un edificio eretto dagli abitanti di Cnido come sala di riunione.



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