SENECA





Nome: Lucius Annaeus Seneca
Nascita: 3-4 a.c. Cordova
Morte: 65 d.c. Roma
Gens: Annea
Padre: Lucio Anneo Seneca il vecchio
Madre: Elvia
Professione: filosofo, drammaturgo, senatore e questore romano



"Non è tuo ciò che la fortuna ha fatto  tuo".
(Seneca)


LE ORIGINI

Lucio Annèo Seneca, figlio di Seneca il Vecchio, (54 a.c. – 39 d.c.), nacque a Cordova, capitale della Spagna Betica, in data incerta, l'1, il 3 o il 4 a.c, come si evince in modo non chiaro in alcune sue opere. Appartenne alla familia Hispaniensis degli Annaei, nonostante il nome non originaria della Spagna, ma discendente da immigrati italici, trasferitisi nella Hispania Romana nel II sec. a.c., durante la sua colonizzazione.

Suo padre, Seneca il Vecchio, come narra Tacito ( 58 – 120) negli Annales, era di rango equestre e autore di alcuni libri di Controversiae e di Suasoriae (retoriche sulle quaestiones infinitae); scrisse anche un'opera storica andata perduta. Durante il principato di Augusto si trasferì a Roma, dove si appassionò alla retorica.

Sposò una certa Elvia da cui ebbe tre figli:
- il primogenito Lucio Anneo Novato, che prese il nome di Lucio Giunio Gallio Anneano dopo l'adozione da parte dell'oratore Giunio Gallio. Questi fu politico e retore romano, intraprese la carriera senatoria e diventò proconsole sotto Claudio.
- il secondogenito su Seneca.
- il terzogenito fu Mela, padre del  poeta Lucano (39 – 65), che si dedicò agli affari. 

Così scrive Seneca alla madre parlando dei suoi fratelli:
« Volgiti ai miei fratelli, vivendo i quali non ti è lecito accusare la fortuna. In entrambi hai quanto può allietarti per qualità opposte: uno, con il suo impegno, ha raggiunto alte cariche, l'altro, con saggezza, non se ne è preso cura; trai sollievo dall'alta posizione dell'uno, dalla vita quieta dell'altro, dall'affetto di entrambi. Conosco i sentimenti intimi dei miei fratelli: uno ha cura della sua posizione sociale per esserti di ornamento, l'altro si è raccolto in una vita tranquilla e quieta per aver tempo di dedicarsi a te. »
(Consolatio ad Helviam, 18, 2)

Noto come Seneca o Seneca il giovane, fu un filosofo, drammaturgo, senatore e questore romano, e importante esponente dello stoicismo, che dette all'impero anche alcune innovazioni.
"Per l'uomo non ci sono certezze e la fortuna non lo conduce necessariamente alla vecchiaia: lo congeda a suo piacimento". 
(Seneca)



LA GIOVINEZZA

La sua giovinezza non fu spensierata, essendo soggetto a svenimenti e forti attacchi d'asma:
« La mia giovinezza sopportava agevolmente e quasi con spavalderia gli accessi della malattia. Ma poi dovetti soccombere e giunsi al punto di ridurmi in un'estrema magrezza. Spesso ebbi l'impulso di togliermi la vita, ma mi trattenne la tarda età del mio ottimo padre. Pensai non come io potessi morire da forte, ma come egli non avrebbe avuto la forza di sopportare la mia morte. Perciò mi imposi di vivere; talvolta ci vuole coraggio anche a vivere. »
(Epistulae ad Lucilium, 78, 1-2)

Seneca ricevette a Roma un'accurata istruzione retorica e letteraria, secondo i desideri del padre anche se avrebbe preferito studiare filosofia. Seguì quindi gli insegnamenti di un grammaticus ma lo considerò tempo perso (Epistulae ad Lucilium, 58,5), mentre seguì volentieri la scuola cinica dei Sestii con il maestro Quinto Sestio, che raccomandava ai suoi adepti una vita semplice e morigerata, lontana dalla politica.

Studiò poi con il maestro Papirio Fabiano, oratore e filosofo, il neopitagorismo di Sozione di Alessandria, da cui apprese i principi delle dottrine di Pitagora (580 - 495 a.c.) e la pratica vegetariana; da cui venne distolto però dal padre che non amava la filosofia e dal fatto che l'imperatore Tiberio proibisse di seguire consuetudini di vita non romane. Seguì pure:lo stoicismo di Attalo, stoico con tendenze ascetiche, fatto giustiziare da Seiano, sotto Tiberio.

« Sestio riteneva che l'uomo avesse abbastanza per nutrirsi anche senza spargere sangue, e che divenisse un'abitudine alla crudeltà lo squarciare gli animali per il piacere della gola. Aggiungeva poi che bisogna limitare gli incentivi alla dissolutezza; concludeva che gli alimenti di varia qualità sono contrari alla salute e dannosi al nostro corpo. »
(Seneca)
Come i pitagorici, anche i neopitagorici si astenevano dalla carne e credevano nella reincarnazione tra animali, uomo compreso.
« Non credi che le anime siano assegnate successivamente a corpi diversi, e che quella che chiamiamo morte sia soltanto una migrazione? Non credi che negli animali domestici o selvaggi o acquatici dimori un'anima che un tempo è stata di un uomo? Non credi che nulla si distrugge in questo mondo, ma cambia unicamente sede? Che non solo i corpi celesti compiono giri determinati, ma anche gli animali seguono dei cicli, e che le anime percorrono come un circolo? Grandi uomini hanno creduto a queste cose. Perciò, astieniti da un giudizio e lascia tutto in sospeso. Se queste teorie sono vere, l'astenersi dalle carni ci mantiene immuni da colpa; se sono false, ci mantiene frugali. Che danno deriva dal credere in esse? Ti privo degli alimenti dei leoni e degli avvoltoi. »
( Sozione di Alessandria)

Purtroppo Tiberio si impicciava pure di ciò che mangiassero i suoi sudditi, tanto per il piacere del dominio totale, ma il padre di Seneca non era da meno:

« Sozione spiegava perché Pitagora si era astenuto dal mangiare carne di animali e perché in seguito se ne era astenuto Sestio. Le loro motivazioni erano diverse, ma entrambe nobili. [...] Spinto da questi discorsi, cominciai ad astenermi dalle carni, e dopo un anno questa abitudine non solo mi riusciva facile, ma anche piacevole. Mi sentivo l'anima più agile e oggi non oserei affermare se fosse realtà o illusione. Vuoi sapere come vi ho rinunciato? L'epoca della mia giovinezza coincideva con l'inizio del principato di Tiberio: allora i culti stranieri erano condannati e l'astinenza dalle carni di certi animali era considerata come segno di adesione a questi culti. Mio padre, per avversione verso la filosofia più che per paura di qualche delatore, mi pregò di tornare agli antichi usi: e, senza difficoltà, ottenne che io ricominciassi a mangiare un po' meglio. »
(Epistulae ad Lucilium, 108, 17-22)

Seneca seguiva pertanto la scienza della psiche e del corpo, ritenuti tra loro indissolubilmente legati:
"Lo spiritus deve mantenere una certa temperatura ed una certa tensione per funzionare correttamente: si tratta di concetti direttamente derivati dalla filosofia stoica ed applicati alla fisiologia medica. C'è però un'altra conseguenza derivante da una tale impostazione: dato che per la filosofia stoica il corpo e l'anima non sono sostanzialmente differenti, poiché entrambi sono costituiti dalla materia di cui è fatto l'universo intero (il fuoco - pneuma), è facile per un medico stoico postulare che i mali dell'anima si trasmettano immediatamente al corpo e viceversa; non c'è quindi alcuna difficoltà nel giustificare i disturbi somato-psichici e quelli psicosomatici". 

Infatti Seneca afferma quanto segue:

« Non vedi? Se lo spirito langue, si trascinano le membra e si cammina a fatica. Se è effeminato, la sua rilassatezza si vede già nell'incedere. Se è fiero e animoso, il passo è concitato. Se è pazzo o preda all'ira, passione simile alla pazzia, i movimenti del corpo sono alterati: non avanza, ma è come trascinato »
(Epistulae ad Lucilium, 114, 3)



SOGGIORNO IN EGITTO

"Un malfattore può  avere la fortuna di rimanere nascosto; ma non ne ha mai la certezza".
(Seneca)
Verso il 20 d.c. Seneca si trasferì in Egitto, dove la medicina era più evoluta, visto che i greci l'avevano imparata dagli egiziani e i romani l'avevano imparata dai greci, per curare le crisi di asma e la bronchite ormai cronica da cui era ormai perennemente afflitto. 
« L'assalto del male è di breve durata; simile ad un temporale, passa, di solito, dopo un'ora. Chi, infatti, potrebbe sopportare a lungo quest'agonia? Ormai ho provato tutti i malanni e tutti i pericoli, ma nessuno per me è più penoso. E perché no? In ogni altro caso si è ammalati; in questo ci si sente morire. Perciò i medici chiamano questo male "meditazione della morte": talvolta, infatti, tale mancanza di respiro provoca il soffocamento. Pensi che ti scriva queste cose per la gioia di essere sfuggito al pericolo? Se mi rallegrassi di questa cessazione del male, come se avessi riacquistato la perfetta salute, sarei ridicolo come chi credesse di aver vinto la causa solo perché è riuscito a rinviare il processo. »
(Epistulae ad Lucilium, 54, 1-4)

Qui fu ospite del procuratore Gaio Galerio, marito della sorella di sua madre Elvia e qui studiò sia la geografia che la religione egizie, come racconta nelle Naturales quaestiones (IV, 2, 1-8). Forse Seneca se ne era andato da Roma anche per prudenza, visto che Tiberio aveva sciolto la setta dei Sestii di cui facevano parte due dei maestri di Seneca.



IL POLITICO

Tornato dall' Egitto, nel 31 iniziò l'attività forense, divenne questore e poi senatore. Acquisì una notevole fama come oratore, tanto da suscitare l'invidia di Caligola, che nel 39 lo voleva eliminare,anche per le libertà civili che voleva accordare. Si salvò grazie ad un'amante del princeps, la quale affermava che comunque sarebbe morto presto a causa della sua salute.

« Anche il nostro corpo non trema di per sé, a meno che una qualche causa non faccia tremare l'aria (spiritus) che vi circola. Quest'aria, la paura la contrae; la vecchiaia l'illanguidisce; le vene, irrigidendosi, la indeboliscono; il freddo la paralizza, oppure un accesso di febbre le fa perdere la regolarità del suo corso. Infatti, fintanto che l'aria scorre senza ostacoli e normalmente, il corpo non presenta tremore. Ma qualora si presenti qualcosa che impedisce la sua funzione,allora, incapace di mantenere ciò che con la sua energia teneva teso, scuote, indebolendosi, tutto quello che aveva potuto sostenere quando era integra. »

Con la successione di Claudio imperatore non andò meglio, perchè nel 41, l'imperatore, istigato dalla moglie Valeria Messalina, lo condannò all'esilio in Corsica con l'accusa di adulterio con la giovane Giulia Livilla, sorella di Caligola, che venne invece esiliata a Ventotene e poi uccisa.

Nel 49, Agrippina minore, divenuta moglie di Claudio dopo l'assassinio di Messalina, riuscì ad ottenere il suo ritorno dall'esilio e lo scelse come tutore del figlio Nerone. Secondo Tacito la scelta sarebbe stata dettata anche dall'opinione pubblica che appezzava molto Seneca.
Quando Nerone fece uccidere la madre, Seneca approvò l'esecuzione come male minore, ma dopo i cinque anni di buon governo Nerone si allontanò da Seneca che, donando a Nerone tutti i suoi averi e dedicandosi interamente ai suoi studi e insegnamenti.si ritirò a vita privata. Tuttavia Seneca, forse
implicato in una congiura di palazzo, venne costretto al suicidio dall'imperatore.

« Ma come la natura certuni fa proclivi all'ira, così molte cause capitano che hanno la stessa facoltà della natura: alcuni la malattia o l'ingiuria fatta ai loro corpi li ha portati a ciò, altri la fatica e la continua veglia e le notti affannose e i rimpianti e gli amori; tutto quanto d'altro ha nuociuto al corpo o all'animo dispone la malata volontà alle lamentele »
(De ira, 2, 20, 1)



IL FILOSOFO

Seneca dette molto allo stoicismo romano: suoi allievi furono Gaio Musonio Rufo (maestro di Epitteto) e Aruleno Rustico, nonno di Quinto Giunio Rustico, che fu uno dei maestri dell'imperatore filosofo Marco Aurelio. Maturò una visione stoica, ma anche epicurea (distacco dal volgo per l'elevazione spirituale).
L'uomo, secondo Seneca, deve innanzitutto conformarsi alla natura e, contemporaneamente, obbedire alla ragione, vista come ratio, lògos, divino principio che regge il mondo. La razionalità comporterebbe:

- Trionfo sulle passioni:
- Sopportazione del dolore
- Libertà dalla superstizione.
- Esame di coscienza sul proprio comportamento (dottrina pitagorica).
- Il sapiente riconosce ciò che è parte della ratio e cosa no, distinguendo desideri e passioni.- Raggiungimento della libertas interiore attraverso la ragione che rende felici. La sapienza dunque è un mezzo per raggiunge la libertà interiore e non una conoscenza fine a sé stessa. In accordo con Aristotele, lo studio dei fenomeni della natura consente all'uomo di conoscere la ratio, di cui fanno tutti parte, e attraverso questi, assimilarsi in essa.



LA MORTE STOICA

La morte di Seneca descritta da Tacito somiglia molto a quella di Socrate nel Fedone e nel Critone di Platone, a dimostrare che lo stoico muore senza paura nè rimpianti. Seneca si rivolge agli allievi e alla moglie Lollia Paolina, mentre lei vorrebbe suicidarsi con lui, Seneca la spinge a non farlo, ma lei insiste. Il saggio deve giovare allo stato, res publica minor, ma, piuttosto che compromettere la propria integrità morale, deve essere pronto all'extrema ratio del suicidio. La vita non rientra in quei beni di cui nessuno ci può privare, come la saggezza e la virtù, ma come la ricchezza, gli onori, gli affetti che il saggio è pronto a restituire quando la sorte li chiede indietro o quando egli decida in piena ragione.

A questo punto Tacito, che lo aveva criticato per la sua connivenza col governo di Nerone, ora lo elogia:
« Se avessero di questa conservato ricordo, avrebbero conseguito la gloria della virtù come compenso di amicizia fedele. Frenava, intanto, le lacrime dei presenti, ora col semplice ragionamento, ora parlando con maggiore energia e, richiamando gli amici alla fortezza dell'animo, chiedeva loro dove fossero i precetti della saggezza, e dove quelle meditazioni che la ragione aveva dettato per tanti anni contro le fatalità della sorte. A chi mai, infatti, era stata ignota la ferocia di Nerone? Non gli rimaneva ormai più, dopo aver ucciso madre e fratello, che aggiungere l'assassinio del suo educatore e maestro. »
(Tacito, Annales, 62)
Racconta Tacito che non potendo fare testamento dei restanti beni (requisiti anch'essi da Nerone, che mandò un centurione a sequestrargli le tavolette dei lasciti), lasciò in eredità ai discepoli l'immagine della sua vita, richiamandoli alla fermezza per le loro lacrime, dato che esse erano in contrasto con gli insegnamenti che lui aveva sempre dato loro. Il vero saggio deve raggiungere infatti l’apatheia, apatia, ovvero l'imperturbabilità che lo rende impassibile di fronte ai casi della sorte. Dopo il discorso ai discepoli, Seneca compie l'atto estremo: « Dopo queste parole, tagliano le vene del braccio in un solo colpo. Seneca, poiché il suo corpo vecchio ed indebolito dal vitto frugale procurava una lenta fuoriuscita al sangue, si recise anche le vene delle gambe e delle ginocchia. »
(Publio Cornelio Tacito, Annales, XV, 6)

Ma non fu cosa facile: con l'aiuto del suo medico e dei servi, si tagliò  le vene, prima dei polsi, poi, poiché il sangue, lento per la vecchiaia e lo scarso cibo che assumeva, non defluiva, per accelerare la morte si tagliò anche le vene delle gambe e delle ginocchia, ricorrendo anche ad una bevanda a base di cicuta, veleno usato anche da Socrate. Tuttavia la lenta emorragia non permise al veleno di entrare rapidamente in circolo; così, secondo la testimonianza di Tacito, si immerse in una vasca di acqua calda per favorire la perdita di sangue, ma alla fine raggiunse una morte lenta e straziante, che arrivò, secondo lo storico, per soffocamento causato dai vapori caldi, dopo che Seneca fu portato, quando fu entrato nella tinozza, in una stanza adibita a bagno e quindi molto calda, dove non poteva respirare. 

I soldati e i domestici invece impedirono a Paolina, priva ormai di sensi, di suicidarsi, proprio mentre Seneca stava assumendo il veleno:
« Nerone però, non avendo motivi di odio personale contro Paolina, e per non rendere ancora più impopolare la propria crudeltà, ordina di impedirne la morte. Così, sollecitati dai soldati, schiavi e liberti le legano le braccia e le tamponano il sangue; e, se ne avesse coscienza, è incerto. Non mancarono, infatti, perché il volgo inclina sempre alle versioni deteriori, persone convinte che Paolina abbia ricercato la gloria di morire insieme al marito, finché ebbe a temere l'implacabilità di Nerone, ma che poi, al dischiudersi di una speranza migliore, sia stata vinta dalla lusinga della vita. Dopo il marito, visse ancora pochi anni, conservandone memoria degnissima e con impressi sul volto bianco e nelle membra i segni di un pallore attestante che molto del suo spirito vitale se n'era andato con lui. 
Seneca intanto, protraendosi la vita in un lento avvicinarsi della morte, prega Anneo Stazio, da tempo suo amico provato e competente nell'arte medica, di somministrargli quel veleno, già pronto da molto, con cui si facevano morire ad Atene le persone condannate da sentenza popolare. Avutolo, lo bevve, ma senza effetto, per essere già fredde le membra e insensibile il corpo all'azione del veleno. Da ultimo, entrò in una vasca d'acqua calda, ne asperse gli schiavi più vicini e aggiunse che, con quel liquido, libava a Giove liberatore. Portato poi in un bagno caldissimo, spirò a causa del vapore e venne cremato senza cerimonia alcuna. Così aveva già indicato nel suo testamento, quando, nel pieno della ricchezza e del potere, volgeva il pensiero al momento della fine. »

(Tacito, Annales, XV, 64)
I troppi metodi di suicidio messi in atto da Seneca e il discorso, la cicuta, poi la libagione alla divinità, somiglia troppo alla morte di Socrate, tanto più che Tacito descrive in termini simili quasi tutte le morti dei filosofi e dei sapienti Trasea Peto, Catone Uticense, Petronio Arbitro e Marco Anneo Lucano, nipote di Seneca e anche lui coinvolto nella congiura. La morte di Seneca, comunque, così eccelsa nella sua esemplarità, accomunò nell'immaginario collettivo Seneca ad altri filosofi classici.

SENECA


LE OPERE

I Dialoghi

I Dialoghi di Seneca sono dieci, distribuiti in dodici libri:

- Ad Lucilium de providentia;
- Ad Serenum de constantia sapientis;
- Ad Novatum De ira;
- Ad Marciam de consolatione;
- Ad Gallionem de vita beata;
- Ad Serenum de otio;
- Ad Serenum de tranquillitate animi;
- Ad Paulinum de brevitate vitae;
- Ad Polybium de consolatione;
- Ad Helviam matrem de consolatione.


I TRATTATI

Il De beneficiis e il De clementia, di carattere etico-politico nell'impegno di Seneca a fianco di Nerone.


-  De beneficiis (Sui benefici) 

del periodo 54-64 in sette libri, tratta il concetto di "beneficenza" come principio di una società fondata su una monarchia illuminata. Seneca si è già reso conto del fallimento dell'educazione morale di Nerone, infatti il trattato è rivolto ad Ebuzio Liberale, un amico che Seneca frequentò soprattutto dopo il suo ritiro a vita privata.

Seneca scrive di gratitudine e l'ingratitudine; il rischio dei favori reciproci, dati dai rapporti clientelari tra i cittadini :Il vero beneficium è invece il favore disinteressato, basato sulla giustizia. Il sapiente non cova vendetta, ma esercita la patientia, sopportazione stoica derivante dalla propria superiorità spirituale. Egli paragona gli uomini ad un popolo di mattoni, che messi in coesione l'uno sull'altro si sostengono a vicenda e reggono la volta dell'edificio della società.


-  De clementia (Sulla clemenza)

Del 55 - 56 e ci è giunto incompleto. L'opera è indirizzata a Nerone, da poco divenuto imperatore, di cui Seneca elogia la moderazione, la clemenza e l'indulgenza, Seneca non mette in discussione il potere assoluto dell'imperatore, ed anzi lo legittima come un potere di origine divina. 


Le Quaestiones Naturales

Composte nell'ultima parte della vita di Seneca, che appare più platonico che stoico, infatti vede il corpo come prigione dell'anima e dalla caratterizzazione trascendentale di Dio privo di corporeità e non immanente. Questi, principalmente, sono gli argomenti su cui Seneca si sofferma:

1. libro: I fuochi - Gli specchi
2. libro: Lampi e folgori
3. libro: Le acque terrestri (completo)
4. libro: il Nilo - Neve, pioggia, grandine
5. libro: I venti
6. libro: I terremoti
7. libro: Le comete

Lo scopo è di liberare l'uomo dalla paura e dalla superstizione intorno ai fenomeni naturali, compiendo così un'operazione simile a quella di Lucrezio nel suo De rerum natura.Affrontando il testo, troviamo fin dal primo libro una chiara presa di posizione di Seneca nella quale si scopre l'intento primo dell'opera: permettere all'uomo, una volta scevro dalle false credenze che avvolgono la natura, di ascendere ad una dimensione più alta in quanto per Seneca la conoscenza è solo un mezzo per elevarsi sino a Dio.


Le Epistole a Lucilio

Scritto dopo il ritiro dalla vita politica (62), una raccolta di 124 lettere in 20 libri indirizzate all'amico Lucilio (personaggio di origini modeste, proveniente dalla Campania, assurto al rango equestre e a varie cariche politico-amministrative, di buona cultura, poeta e scrittore).

Si tratta di un epistolario reale (varie lettere richiamano quelle di Lucilio in risposta), integrato da lettere fittizie (più ampie ed elaborate), inserite nella raccolta per la pubblicazione. L'opera, del 62-65, vuole essere uno strumento di crescita morale. proponendo spunti alla meditazione dell'amico discepolo, tra cui anche sentenze tratte da Epicuro.

Egli condanna il trattamento comunemente riservato agli schiavi, con accenti di intensa pietà ma pure grande disprezzo per le masse abbrutite dagli spettacoli del circo. Nelle Epistole, l'otium è costante ricerca del bene.


Le tragedie

Le tragedie ritenute autentiche sono nove (più una decima, l'Octavia, ritenuta spuria), tutte di soggetto mitologico greco:
- Hercules furens;
- Troades;
- Phoenissae;
- Medea;
- Phaedra;
- Oedipus;
- Agamemnon;
- Thyestes;
- Hercules Oetaeus;
- Octavia (spuria; databile pochi anni dopo la sua morte (70-80 d.c.).

La macchinosità o la truce spettacolarità di alcune scene sembrerebbero presupporre una rappresentazione scenica, in cui emerge il tiranno sanguinario e bramoso di potere, tormentato dalla paura e dall'angoscia. Il despota offre lo spunto al dibattito etico sul potere, che è fondamentale nella riflessione di Seneca.

In esse Seneca parla infatti di uccisioni (anche all'interno del gruppo familiare o a danno di amici), di incesti, parricidi,  magia nera, di atrocità, di cannibalismo, di insane passioni e di violenza. 


L'Apokolokyntosis

Il Ludus de morte Claudii, del 54, (o Divi Claudii apotheosis per saturam) generalmente noto col nome di Apokolokyntosis, da kolokýnte, cioè zucca, come "deificazione di una zucca". Tacito (Annales, XIII 3) afferma che Seneca aveva scritto la laudatio funebris dell'imperatore morto (pronunciata da Nerone), però, in occasione della divinizzazione di Claudio, avrebbe dato sfogo al risentimento contro l'imperatore che lo aveva condannato all'esilio.
Vi si narra la morte di Claudio e la sua ascesa all'Olimpo, descritto come violento, claudicante e gobbo, nella vana pretesa di essere assunto fra gli Dei. Infatti Augusto gli rinfaccia tutti i misfatti del suo impero; gli Dei lo inviano agli inferi, dove egli finisce schiavo di Caligola e da ultimo viene assegnato da Minosse al liberto Menandro. Allo scherno per l'imperatore defunto Seneca contrappone, parole di elogio per il suo successore, preconizzando un'età di splendore e rinnovamento.


Gli epigrammi

Sotto il nome di Seneca, sono state trasmesse anche alcune decine di epigrammi in distici, quasi certamente spuri.


Opere perdute

- orazioni
- De situ et sacris Aegyptiorum,
- De situ Indiae
- De matrimonio
- De motu terrarum
- De forma mundi
- De officiis
- De amicitia,
- De immatura morte,
- De superstitione,
- Exhortationes
- Moralis philosophiae libri.

L'opera perduta che possiamo meglio ricostruire, in quanto ampiamente citata da san Girolamo  è il De matrimonio, di posizione stoica non ortodossa, sulle nozze come fondate sulla comunanza di intenti, più che sul piacere carnale.


Opere pseudoepigrafiche

Il più famoso è la corrispondenza fra Seneca e Paolo di Tarso, leggenda che però contribuì ad alimentare la fortuna di Seneca nel Medioevo. Fu proprio grazie a tale falso storico infatti che le altre opere di Seneca ci sono giunte in gran parte complete, visto che all'epoca si bruciava di tutto come pagano-demoniaco.



0 comment:

Posta un commento

Contenuti sponsorizzati

 

Copyright 2009 All Rights Reserved RomanoImpero