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CLAUDIO TOLEMEO - CLAUDIUS PTOLEMAEUS


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Nome: Κλαύδιος Πτολεμαῖος, Klaúdios Ptolemaîos, latino: Claudius Ptolemaeus
Nascita: Ptolemais Hermiou (?) 100 circa
Morte: Alessandria 168-170
Professione: Matematico, astronomo, filosofo naturale, geografo e astrologo



IL NOME

Tolomeo (Πτολεμαῖος Ptolemaîos) è un nome personale greco antico che ricorre una sola volta nella mitologia greca omerica. Era comune tra l'alta classe macedone e lo troviamo nell'esercito di Alessandro. Un certo Tolomeo si fece faraone nel 323 a.c.: Tolomeo I Soter. Tutti i successivi faraoni d'Egitto fino a quando non divenne una provincia romana nel 30 a.c., furono anch'essi Tolomei.

Il nome Claudio invece è un nome romano, appartenente alla gens Claudia, una famosa gens che dette anche imperatori. Gerald Toomer, il traduttore dell'Almagesto di Tolomeo in inglese, suggerisce che la cittadinanza fu probabilmente concessa a uno degli antenati di Tolomeo dall'imperatore Claudio o dall'imperatore Nerone.

L'astronomo persiano del IX secolo Abu Maʻshar presenta Tolomeo come un membro della stirpe reale dell'Egitto tolemaico, perchè i discendenti del generale alessandrino e faraone Tolomeo I Soter erano saggi "e includevano Tolomeo il Saggio, che compose il libro dell'Almagesto".  

Non v'è dubbio che l'astronomo che scrisse l'Almagesto scrisse anche la Tetrabiblos come sua controparte astrologica. Nelle fonti arabe successive era spesso conosciuto come "l'Alto Egiziano", come potesse avere origini nell'Egitto meridionale. Astronomi, geografi e fisici arabi si riferivano al suo nome in arabo come Baṭlumyus.



CLAUDIO TOLOMEO

Claudio Tolomeo è stato un matematico, astronomo, filosofo naturale, geografo e astrologo che
visse nella città di Alessandria nella provincia romana dell'Egitto sotto il dominio dell'Impero Romano, aveva un nome latino da cui si suppone che avesse ottenuto la cittadinanza romana. 

L'astronomo del XIV secolo Theodore Meliteniotes ha dato il suo luogo di nascita come l'importante città greca Ptolemais Hermiou (Πτολεμαΐς 'Ερμείου) nella Tebaide (Θηβᾱΐς). Questa attestazione è però fuori del suo tempo e non ci sono altre prove a sostegno.

Aveva una cultura sia greca che babilonese e pure caldea. Pertanto Tolomeo non solo citava filosofi greci ma pure la teoria lunare babilonese per cui la Luna influenzava le maree sulla Terra. D'altronde i Babilonesi furono i primi a riconoscere la periodicità dei fenomeni astronomici ed i primi ad applicare la matematica alle loro predizioni. 

Lo studioso caldeo Seleuco di Seleucia (190 a.c.), conosciuto grazie agli scritti di Plutarco, sostenne la teoria eliocentrica, per cui la Terra ruota attorno ad un proprio asse e contemporaneamente attorno al Sole. Secondo Plutarco, Seleuco fornì addirittura delle prove in sostegno alla tesi, anche se non sappiamo quali.

Scrisse diversi trattati scientifici, tre dei quali furono importanti, se non la base, per la successiva scienza bizantina, islamica e dell'Europa occidentale tutta.


CLAUDIO TOLOMEO


L'ALMAGESTO

Il primo è il trattato astronomico dell'Almagesto, anche se originariamente era intitolato "Trattato matematico" (Μαθηματικὴ Σύνταξις - Mathematiké sýntaxis) e poi conosciuto come "Il grande trattato" (Ἡ Μεγάλη Σύνταξις - Megále sýntaxis). Invece il nome attuale deriva dall'arabo al-Magisṭī, un adattamento della parola greca Μεγίστη, "Megíste" ("grandissima"), con cui era generalmente indicata l'opera.

Il libro inizia con un'introduzione che vuole dimostrare scientificamente l'immobilità della Terra, poi segue la descrizione matematica del moto del Sole, della Luna e dei cinque pianeti allora conosciuti (Marte, Venere, Mercurio, Giove, Saturno). 

Tolomeo è interessato alle velocità angolari degli astri (velocità con cui un angolo viene spazzato dal raggio vettore di un punto che si muove lungo una curva) ma non alle variazioni delle distanze dall'osservatore pertanto non spiega le diverse luminosità dei pianeti. Il trattato sviluppa anche argomenti di geometria e di trigonometria come la costruzione di una "tavola delle corde" (la funzione trigonometrica allora usata).

Le sue Procheiroi kanones, Tavole delle corde, davano tutti i dati necessari per calcolare le posizioni del Sole, della Luna e dei pianeti, il sorgere e il tramontare delle stelle e le eclissi del Sole e della Luna. Le Procheiroi kanones di Tolomeo fornirono il modello per successive tavole astronomiche. Nella Phaseis (Ascesa delle Stelle Fisse), Tolomeo diede un parapegma, un calendario stellare o almanacco, basato sulle apparizioni e sparizioni delle stelle nel corso dell'anno solare.


L’Almagesto consta di TREDICI LIBRI:

- il I è dedicato ai principi di trigonometria sferica e astronomia.

- il II esamina i problemi della sfera celeste, afferma che i cieli sono sferici e girano come una sfera.
La Terra è sferica ed è posta al centro dei cieli e non si muove.

- il III libro è quello dei moti del Sole e della durata dell’anno.

- il IV illustra la teoria della Luna e del mese e scopre l’evezione lunare, relativa al movimento che la Luna compie attorno alla Terra, che non è influenzato solamente dalla forza gravitazionale di quest’ultima, ma anche dal Sole per più del doppio del valore della forza attrattiva del nostro pianeta.
Tolomeo è stato in grado di rappresentare molto accuratamente le sue osservazioni lunari, ad oggi possiamo stabilire che i suoi errori non superavano 1°, che per l’astronomia dell’epoca era un grande risultato.

- il V continua la trattazione della teoria della Luna, e discute sulla distanza della luna e del sole dalla terra. Poi spiega il più importante strumento astronomico dell’epoca, inventato da Ipparco, l’astrolabio, già abbozzato da Apollonio. Lo strumento calcola la posizione del Sole, della Luna, dei pianeti e delle stelle. Determina l’ora locale tramite la latitudine e viceversa. Fu il principale strumento di navigazione.

- il VI riguarda le eclissi di sole e di luna.

- il VII e l'VIII sono cataloghi di 1028 stelle, classificate in base alla luminosità, che si rifà al catalogo di Ipparco. L'Almagesto cita spesso osservazioni e idee teoriche di scienziati più antichi, costituendo un'importante fonte sulla astronomia ellenistica passata di cui non ci sono rimaste opere.

- gli ultimi cinque libri (dal IX al XIII) si occupano della storia dei pianeti: qui Tolomeo regala il più grande apporto all’astronomia. Spiega il suo sistema geocentrico, definisce gli epicicli, gli eccentrici e l’equante, per arrivare a rappresentare geometricamente, e in modo geniale, il moto del sole, della luna e dei pianeti e allora conosciuti. 
Per il moto di ciascun astro c'è una particolare teoria, in grado di descrivere e prevedere con precisione i moti osservabili. Tolomeo combina la considerazione di moti circolari uniformi, con tre possibili varianti (usate o meno in modo diverso per ciascun astro):
- eccentrici: moti circolari con orbite centrate non nella Terra ma in un punto diverso.
- equanti: moto circolare non uniforme, ma con velocità angolare costante rispetto ad un punto equante diverso dal centro dell'orbita.
- epicicli: moto circolare non intorno alla Terra, ma intorno ad un punto che però percorre un moto circolare intorno alla Terra.


L'OPPOSIZIONE DELLA CHIESA

In Europa l'opera di Tolomeo non era conosciuta in quanto bandita dal cristianesimo. Il Sant'Uffizio nel XVI secolo inquisì Galileo Galilei perché affermava l'eliocentrismo e per questo fu condannato al carcere a vita, poi trasformato in condanna a chiudersi nella propria villa di Arcetri, a recitare preghiere quotidiane per tre anni e a pronunciare un'abiura in cui disconosceva la sua "falsa opinione". 

L'Europa occidentale riscoprì Tolomeo attraverso le traduzioni arabe del IX secolo, una delle quali voluta dal califfo al-Maʾmūn. Una traduzione dell'Almagesto basata direttamente sul testo greco fu eseguita in Sicilia intorno al 1160.

Nel XV secolo si diffuse in Europa occidentale l'abitudine di tradurre le opere scientifiche greche direttamente dal testo originale, evitando la mediazione araba. Johann Müller, il Regiomontano (o Johannes Regiomontanus), fece una versione latina ridotta dell'Almagesto, e una traduzione completa dal testo greco fu fatta da Giorgio da Trebisonda (Trapezunzio).

IL MONDO DI TOLOMEO


LA GEOGRAFIA

Il secondo è la Geografia  (o Geographia), che è una discussione approfondita delle conoscenze geografiche del mondo greco-romano. La prima parte illustra dati e metodi da lui utilizzati. Poi ha assegnato le coordinate a tutti i luoghi e le caratteristiche geografiche che conosceva, in una griglia che attraversava il globo. 

La latitudine era misurata dall'equatore, ma come climata, la lunghezza del giorno più lungo invece di gradi d'arco: la lunghezza del giorno di mezza estate aumenta da 12h a 24h man mano che si va dall'equatore al circolo polare. Nei libri dal 2 al 7, ha usato i gradi e ha messo il meridiano di 0 longitudine nella terra più occidentale che conosceva, le "Isole Benedette" (Isole Canarie). 

E' una raccolta di coordinate geografiche della parte del mondo conosciuta dall'Impero Romano durante il suo tempo, riferito al lavoro di un precedente geografo, Marinos di Tiro, ai diari dell'impero romano e dell'antico impero persiano, e all'antico astronomo Ipparco per aver fornito l'elevazione del polo nord celeste per alcune città.

Le mappe di Tolomeo vennero riscoperte nel 1300 circa da Massimo Planude. Tolomeo fornì anche istruzioni per creare mappe sia del mondo abitato (oikoumenè) che delle province romane, fornendo gli elenchi topografici e le didascalie per le carte. Il suo mondo abitato si estendeva per 180° di longitudine dalle Isole Benedette nell'Oceano Atlantico al centro della Cina, e circa 80° di latitudine dalle Shetland ad anti-Meroe (costa orientale dell'Africa); ma Tolomeo era consapevole di conoscere solo un quarto del globo.

Nel XV secolo si iniziò a stampare la Geografia di Tolomeo con mappe incise; la prima edizione a stampa fu prodotta a Bologna nel 1477, seguita da un'edizione romana nel 1478 (Campbell, 1987). Un'altra edizione venne stampata a Ulm, a nord delle Alpi, nel 1482, comprese le mappe xilografiche.


TETRABIBLOS

Il terzo è il trattato astrologico in cui tentò di adattare l'astrologia oroscopica alla filosofia naturale aristotelica del suo tempo. Il titolo di Tolomeo è sconosciuto, ma potrebbe essere stato il termine trovato in alcuni manoscritti greci: Apotelesmatika (Ἀποτελεσματικά), che significa approssimativamente "Risultati astrologici", "Effetti" o "Prognostici". ma più comunemente conosciuto come il "Tetrábiblos" dal greco Koine (Τετράβιβλος) che significa "Quattro Libri" o dal latino "Quadripartitum".

Tolomeo pensava che l'astrologia fosse deduttivo e congetturale come la medicina,  a causa dei molti fattori variabili da prendere in considerazione: la razza, il paese e l'educazione di una persona influenzano la personalità di un individuo tanto quanto, se non più delle posizioni del Sole, della Luna e dei pianeti nel momento preciso della loro nascita, quindi Tolomeo vedeva l'astrologia come qualcosa da usare nella vita, ma non vi si basava interamente.



CENTILOQUIUM

Una raccolta di cento aforismi sull'astrologia chiamata Centiloquium, attribuita a Tolomeo, fu ampiamente riprodotta e commentata da studiosi arabi, latini ed ebraici, e spesso rilegata in manoscritti medievali dopo il Tetrabiblos come una sorta di sommatoria. Ora si crede che sia una composizione pseudoepigrafica molto più tarda. L'identità e la data dell'effettivo autore dell'opera, indicato ora come Pseudo-Tolomeo, rimane oggetto di congetture.


ARMONICHE

Tolomeo scrisse anche le Armoniche, sulla teoria musicale e la matematica della musica, basando gli intervalli musicali su rapporti matematici (contro i seguaci di Aristosseno e con i seguaci di Pitagora), supportati dall'osservazione empirica. Per Tolomeo le note musicali potevano essere tradotte in equazioni matematiche e viceversa. Pitagora credeva che la matematica della musica dovesse essere basata sul rapporto specifico di 3:2, mentre Tolomeo credeva semplicemente che dovesse coinvolgere solo generalmente tetracordi e ottave.


OPTICA

CLAUDIO TOLEMAICO E LA MUSA URANIA
La sua ottica è un'opera di cui sopravvive solo una scarna versione latina, a sua volta tradotta da una versione araba perduta da Eugenio di Palermo (c. 1154). In esso, Tolomeo scrive sulle proprietà della vista (non della luce), inclusi riflessione, rifrazione e colore.  Contiene la prima tavola di rifrazione dall'aria all'acqua forse dedotta da esperimenti reali. 

Sosteneva una teoria della visione estramissione-intromissione: i raggi (o flusso) dall'occhio formavano un cono, il vertice essendo all'interno dell'occhio e la base che definisce il campo visivo. I raggi erano sensibili e restituivano all'intelletto dell'osservatore informazioni sulla distanza e l'orientamento delle superfici. La dimensione e la forma sono state determinate dall'angolo visivo sotteso all'occhio combinato con la distanza e l'orientamento percepiti. 

Tolomeo ha offerto spiegazioni per molti fenomeni riguardanti l'illuminazione e il colore, le dimensioni, la forma, il movimento e la visione binoculare. Ha anche diviso le illusioni in quelle causate da fattori fisici o ottici e quelle causate da fattori di giudizio. 


IPOTESI DEI PIANETI

Un’altra opera di Tolomeo è “Ipotesi dei pianeti”, successiva all’“Almagesto”, in cui studia il meccanismo fisico che possa corrispondere alla combinazione dei cieli sferici; disegna inoltre un calendario meteorologico.



BIBLIO

- Goldstein, Bernard R. - Saving the Phenomena: The Background to Ptolemy's Planetary Theory - Journal for the History of Astronomy - 1997 -
- Bernard R. Goldstein, ed. - The Arabic Version of Ptolemy's Planetary Hypotheses - Transactions of the American Philosophical Society - 1967 -
- Lejeune, A. - L'Optique de Claude Ptolémée dans la version latine d'après l'arabe de l'émir Eugène de Sicile - Collection de l'Académie International d'Histoire des Sciences - Leiden: E.J.Brill -1989 -
- Shcheglov D.A. - Hipparchus’ Table of Climata and Ptolemy’s Geography - Orbis Terrarum - 2003/2007 -
Bagrow, L. (1 January 1945). "The Origin of Ptolemy's Geographia". Geografiska Annaler. Geografiska Annaler, Vol. 27. 27:
- Robbins, Frank E. (ed.) - Ptolemy Tetrabiblos - Cambridge, Massachusetts - Harvard University Press (Loeb Classical Library) - 1940 -




CLODIO TRASEA PETO


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STATUA DI TRASEA PETO

Nome: Publius Clodius Thrasea Paetus;
Nascita: Patavium, I secolo
Morte: Roma, 66
Moglie: Cecina Arria
Professione: Filosofo, scrittore ed oratore

Clodio Trasea è stato un oratore, filosofo e scrittore romano di classe senatoria, ma anche un eroe per la dignità e il coraggio mostrati contro la tirannide di Nerone.



LE ORIGINI

Publio Clodio Trasea Peto nacque da una famiglia ricca e nobile proveniente da Padova; non è nota né la data né il luogo di nascita, se fosse nato a Roma o a Padova, con cui tuttavia mantenne stretti legami come dimostra la partecipazione ai festeggiamenti in onore del fondatore, Antenore.

Ignoriamo parecchio della sua giovinezza e degli inizi della carriera politica, sappiamo solo che nel 42 contrasse matrimonio con Cecinia Arria, figlia di Cecina Peto, console suffetto nel 37. Nel medesimo anno il suocero fu implicato nella rivolta di Lucio Arrunzio Camillo Scriboniano che mirava ad eliminare Claudio e a restaurare la repubblica e pertanto fu costretto al suicidio. 

Ma lo precedette, sebbene Trasea avesse cercato di impedirlo, la moglie Arria maggiore, che coraggiosamente da se stessa si pugnalò e per invitare il marito a fare lo stesso disse la frase rimasta celebre come esempio di amore e coraggio muliebre: "Non dolet, Paete!" (Peto, non fa male!)

Probabilmente, dopo la morte del suocero, Cecina Peto, Trasea aggiunse il suo nome al proprio, prassi inconsueta per un genero che può essere letta o come un segno di grande stima nei confronti del suocero, o come segno di opposizione al principato.



CURSUS HONORUM

A seguito della morte di Claudio e l'ascesa di Nerone, Clodio ottenne, tramite l'influenza del precettore del nuovo principe, il filosofo stoico Seneca (4 a.c.- 65 d.c.), con cui aveva solida amicizia, ottenne la nomina di console suffetto nel bimestre novembre-dicembre dell'anno 56. 

Acquisì inoltre l'importante amicizia del genero Elvidio Prisco, fervente repubblicano e oppositore in seguito di Vespasiano che lo mandò morte. Trasea dopo il consolato ottenne il prestigioso incarico di "quindecimvir sacris faciundis", carica a vita che si occupava di funzioni religiose.

Aulo Persio flacco, che scrisse di aver viaggiato con lui, sostiene fosse stato nominato governatore provinciale, cosa che si dice derivata dalla sua alacre attività svolta presso le corti di giustizia, o forse per l'amicizia che aveva con Seneca.

NERONE

CONTRO NERONE

Clodio sostenne in senato nel 57 la causa di concussione avanzata dai Cilici contro il loro ex governatore, Cossuziano Capitone, molto vicino a Nerone, che fu condannato probabilmente proprio per l'influenza e la capacità oratoria di Trasea. Indirettamente fu uno sgarbo a Nerone.

L'anno seguente si oppose ad una mozione con cui i siracusani chiedevano di superare il numero legale di gladiatori per i loro giochi, criticando il fatto che il senato dovesse pronunciarsi su temi così poco importanti e non su quelli che contavano. Anche questo indirettamente fu uno sgarbo a Nerone, insinuando che avesse esautorato il senato.

Quando, poi, Nerone inviò al senato una lettera in cui giustificava l'appena compiuto omicidio della madre, Giulia Agrippina, Trasea fu il solo ad uscire dall'aula affermando di non poter dire ciò che avrebbe voluto, mentre molti senatori mostrarono la loro approvazione all'Imperatore.

Nel 62, il pretore Antistio Sosiano, che aveva scritto poesie diffamatorie su Nerone, fu accusato da Cossuziano Capitone, recentemente riabilitato in Senato su impulso del suocero di questi, Tigellino, del reato di "maiestatis" (lesa maestà). 

Trasea dissentì dalla proposta di imporre la pena di morte e invece sostenne la più lieve sanzione dell'esilio. La proposta fu approvata con larga maggioranza nonostante il parere contrario di Nerone consultato prima della votazione ed il principe fu costretto ad aderirvi per mostrarsi clemente.

Nello stesso anno, al processo contro il proconsole di Creta Claudio Timarco, accusato dai provinciali di continui abusi, per averli obbligati a frequenti voti di ringraziamento, Trasea giudicò il comportamento del proconsole e fece approvare a maggioranza un senatoconsulto che però dovette aspettare il placet di Nerone.

Nel 63 Trasea fu dispensato dal principe dal portargli i ringraziamenti, insieme alla delegazione del senato, per la nascita di sua figlia. Ciò gli fece capire di essere caduto in disgrazia, anche perché Tigellino, tra i più influenti cortigiani di Nerone, era ostile a Trasea per ave r fatto condannare suo suocero Cossuziano Capitone. 

Tuttavia si sa che Nerone disse a Seneca di essersi riconciliato con Clodio e che Seneca si fosse congratulato perché aveva recuperato un'amicizia piuttosto che averlo costretto a chiedere clemenza.



RITIRO DALLA VITA PUBBLICA

Sembra che a questo punto Trasea si sia ritirato dalla vita politica, Tacito lo fa dire a Capitone, in occasione del processo, tenutosi nel 66, che Trasea aveva da oltre tre anni disertato tutte le sedute del senato ma, occorre la fonte è poco affidabile. Potrebbe però essere vera per evitare quello che era capitato a Seneca o come tacita protesta contro il principe.

Trasea continuò a curare gli interessi dei suoi clienti e probabilmente compose anche la sua "Vita di Catone" (opera perduta), del quale condivideva la filosofia stoica e che lodò come sostenitore della libertà senatoriale contro Cesare. 

TRASEA PETO ASCOLTA LA SUA CONDANNA

IL PROCESSO

Nell'anno 66 Nerone, dopo aver represso la Congiura dei Pisoni, decise di sbarazzarsi di chiunque gli apparisse ostile e tra questi Trasea Peto e Barea Sorano. Spinto da Cossuziano Capitone, Nerone agì durante la visita del re Tiridate I di Armenia a Roma, perchè il polo non badasse alle vicende dei due illustri cittadini. 

L'accusa contro Trasea Peto fu assunta da Cossuziano Capitone e Marcello Eprio, mentre Ostorio Sabino accusò Barea Sorano, intanto Nerone escluse Trasea dal ricevimento in onore di Tiridate ma questi, per nulla intimorito, chiese la notifica dei capi d'accusa e il tempo per istruire la difesa.

Nerone, preso da timore, accolse subito le richieste di Trasea, e comandò di convocare il senato. L'imputato, consultati gli amici, decise di non partecipare al processo per evitare che Nerone infierisse sulla moglie, Arria e sulla figlia. Poi proibì al giovane tribuno Aruleno Rustico di porre il veto al decreto del senato perchè avrebbe messo in pericolo la vita del tribuno senza salvare la sua.

Il giorno del processo, il tempio di Venere Genitrice, luogo di raduno del Senato, fu circondato da due coorti della Guardia Pretoriana e appena Iniziata la seduta, il questore lesse una lettera del principe che, senza far nomi, accusava alcuni senatori di trascurare da tempo i loro doveri e di essere, pertanto, cattivo esempio anche per i cavalieri. Gli accusatori accolsero tali affermazioni come una minaccia e subito si scagliarono Cossuziano e Marcello Eprio contro Trasea e Barea Sorano, definendoli "faziosi ribelli".

A questo punto i Senatori, terrorizzati dalla minacciosa guardia pretoriana, votarono la condanna a morte nella forma del liberum mortis arbitrium ovvero l'ordine di suicidarsi. Trasea Barea Sorano e sua vennero condannati al suicidio, il genero Elvidio Prisco fu esiliato insieme agli amici Paconio Agrippino e Curzio Montanoa.



LA MORTE

Al tramonto, Trasea che ascoltava con i suoi ospiti il filosofo cinico Demetrio sulla natura dell'anima e la separazione dello spirito dal corpo, ricevette da uno dei suoi intimi, Domizio Ceciliano, la notizia della condanna. 
Esortò gli amici a non disperarsi e a ritirarsi in gran fretta per evitare di compromettere le loro sorti con la sua, poi persuase la moglie Cecinia Arria che, memore della madre, si preparava a seguire nella morte il marito, a restare in vita e a non privare la figlia, Fannia, dell'unico sostegno.

Mentre Trasea si avviava sereno al portico, avendo saputo che il genero, Elvidio Prisco, era stato solo esiliato, giunse il questore a comunicargli la condanna. Si ritirò, quindi, accompagnato da Demetrio e dal genero, nelle proprie camere, porse ad uno schiavo le vene di entrambe le braccia e, come il sangue scorse, lo sparse a terra libando a Giove Liberatore sempre alla presenza del questore. Infine, dopo molte sofferenze, morì.


BIBLIO

- Tacito  - Annales  -
- Cassio Dione Cocceiano - Historia Romana - libri LXVI-LXVII -
- Plinio il Giovane - Epistulae -
- J. Geiger - Munatius Rufus and Thrasea Paetus on Cato the Younger - Athenaeum - 1979 -
- P.A. Brunt - Stoicism and the Principate, PBSR - 1975 -
- V. Rudich - Political Dissidence under Nero - Londra - 1993 -
- O. Devillers - Le rôle des passages relatifs à Thrasea Paetus dans les Annales de Tacite - Neronia - Bruxelles - Collection Latomus - 2002 -
- T. E. Strunk - Saving the life of a foolish poet: Tacitus on Marcus Lepidus, Thrasea Paetus, and political action under the principate - Syllecta Classica - 2010 -

STRABONE - STRABO


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STRABO

Nome: Strabo
Nascita: 63 a.c., Amasya, (Turchia)
Morte: 23 d.c., Amasya, (Turchia)
Professione: Geografo, storico e filosofo


« La scienza della Geografia, che mi propongo ora di investigare è, a mio parere, tanto quanto le altre scienze, di competenza del filosofo »
(Strabone. Geografia. I)

Strabone, storico, filosofo e geografo, nacque nel 63 o 64 a.c., nella provincia romana di Amaseia, nel Ponto. Discendente di una nobile famiglia, anticamente legata al re Mitridate, la sua famiglia abitava ad Amasea, la capitale di Amaseia, una città del Ponto Eusino (allora in Cappadocia, oggi in Turchia). Un tempo era una famiglia illustre; il bisnonno materno di Strabone fu infatti uno degli ufficiali di Mitridate Evergete, Dorialo, alleato di Roma (r. 150 - 120 a.c.).

Ai tempi della giovinezza di Strabone la sua famiglia era ormai decaduta, ma ebbe ancora a disposizione un patrimonio notevole che gli diede la possibilità di ricevere un'ampia istruzione e di dedicarsi, per tutta la vita, ai viaggi e agli studi. La maggior parte delle notizie biografiche sono tratte dalla stessa Geografia.

Fu certamente amico di Atenodoro di Tarso (74 a.c. – 7 d.c.) e subì l'influenza del maestro di Atenodoro, lo stoico Posidonio, importante filosofo ma anche geografo, che Strabone enuncia tra le sue fonti.

Nel 44 a.c., anno della morte di Cesare, soggiornò per la prima volta a Roma (XII 6,2), dove fu allievo del celebre Tirannione (già Teofrasto), un grammatico greco, a sua volta originario del Ponto, portato a Roma come prigioniero di guerra verso il 70 a.c. (III guerra mitridatica) da Lucullo.

Poi liberato, Tirannione, oltre che grammatico grande esperto di 'Geografia', come ricorda lo stesso Cicerone (Lettere ad Attico, II 6), fu il maestro dei figli di Cicerone e acquistò ricchezza e celebrità per la sua vasta biblioteca a Roma.



L'ECLETTICA
 
A Roma, Strabone poté ricevere un'ampia istruzione filosofica eclettica, che mirava ad unire pensieri filosofici differenti. Ad esempio gli eclettici del II sec. a.c. tesero a conciliare le filosofia di Platone e Aristotele riportando a semplici differenze di termini le loro fondamentali diversità di pensiero.

Fu Filone di Larissa (159 – 84 a.c.), fondatore della Nuova Accademia platonica dell'88 a.c. che diffuse l'eclettismo nel mondo romano, che sosteneva la conciliabilità di diverse dottrine nel campo della morale e della politica furono seguite a Roma anche da Cicerone (106 a.c. - 43 a.c.) che ne divenne il più
illustre rappresentante nel mondo romano.

« Mi sembra, come ho già detto, che in una materia come la geografia sia prima di ogni cosa necessaria la geometria e l'astronomia... perché senza i loro metodi non è possibile determinare accuratamente configurazioni geometriche, fasce climatiche latitudinali, dimensioni, e altre questioni collegate; ma siccome queste scienze dimostrano, in altri trattati, tutto quello concerne alla misurazione della terra nel suo complesso, io potrò dare per assodato che l'universo è di forma sferica, che la superficie della terra è sferica e, soprattutto, dare per presupposto la legge che precede questi due principii, cioè che i corpi sono attratti verso il centro »
(Strabone. Geografia. I 1, 20)

STATUA DI STRABONE IN TURCHIA

LO STOICISMO

Inoltre Strabone fu allievo di Senarco di Seleucia, un altro filosofo peripatetico, che respinse però parte delle teorie di Aristotele, negando l'esistenza dell'etere con il trattato "Contro il quinto elemento".

Frequentò inoltre lo stoico Posidonio di Apamea, della scuola stoica, vissuto tra il 135 e il 50 a.c., considerato il più grande filosofo della sua epoca, tanto che, per l'ampiezza degli studi, fu soprannominato "Atleta", e fu la fonte di numerosi autori greci e latini, da Cicerone a Seneca, da Galeno ad Ateneo, Diogene Laerzio, fino a Simplicio e Stobeo, e allo stesso Strabone.

Quest'ultimo fu allievo pure del grammatico greco Aristodemo di Nisa il Vecchio, famoso filologo e scrittore greco e sesto bibliotecario della biblioteca di Alessandria, figlio di Menecrate (II – I secolo a.c.), nato in Caria, e discepolo del famoso grammatico Aristarco di Samotracia, (216 –144 a.c.).

Tra il 35 a.c. e il 7 d.c., sono documentati sempre nella Geografia, ulteriori soggiorni a Roma, e altri viaggi nelle provincie e le città del nuovo impero romano. Talvolta Strabone accompagnò anche personalità di rango della classe dirigente romana, ma più per il suo piacere che per raccogliere dati per la propria opera, compilata soprattutto attraverso le fonti scritte. Del resto non ricoprì mai ruoli di rilievo nell'amministrazione romana, preferendo una vita da studioso, e non partecipò alla trasformazione della 'repubblica' romana nell'impero augusteo.

Strabone non riteneva il sapere fine a se stesso, ma che dovesse servire alla società con un ruolo del tutto concreto. Anche la sua Geografia, pertanto, vuole essere utile al mondo romano e ai suoi governanti. Nell'opera, Strabone dispensa sinceri elogi ad Augusto, al mondo romano e ai suoi governanti, pur rimanendo nel profondo dell'anima un filosofo greco:

« Questi sono dunque i vantaggi che la natura ha offerto alla città, ma i Romani, da parte loro, ne hanno aggiunti altri che derivano dalla loro oculata amministrazione. Mentre infatti i Greci ritenevano di aver raggiunto il loro massimo scopo con la fondazione delle città, perché si erano preoccupati della loro bellezza, della sicurezza, dei porti e delle risorse naturali del paese, i Romani hanno pensato soprattutto a ciò che quelli avevano trascurato: a pavimentare vie, a incanalare acque, a costruire fogne che potessero evacuare nel Tevere tutti i rifiuti della città. 
Selciarono anche le vie che passano attraverso tutto il territorio, provvedendo a tagliare colline e a colmare cavità, cosicché i carri potessero accogliere i carichi delle imbarcazioni; le fogne, coperte con volte fatte di blocchi uniformi, talvolta lasciano il passaggio a vie percorribili da carri di fieno. Tanta è l'acqua condotta dagli acquedotti da far scorrere fiumi attraverso la città e attraverso i condotti sotterranei: quasi ogni casa ha cisterne e fontane abbondanti dovute per la maggior parte alla cura che se ne prese Marco Agrippa, che ha abbellito la città anche con molte altre costruzioni »
(Strabone. Geografia. V, 3, 8)


LE OPERE


LA GEOGRAFIA

« ...l'ampiezza del sapere, la sola in grado di render possibile l'intraprendere lo studio della geografia, è prerogativa di chi ha saputo speculare sulle cose sia umane che divine, la conoscenza delle quali si dice costituisca la filosofia... l'utilità della geografia, intendo dire, presuppone che il geografo sia egli stesso un filosofo, un uomo che impegna se stesso nella ricerca dell'arte di vivere, o detto in altro modo, della felicità.»

(Strabone. Geografia. I1, 1)

Scritta in lingua greca, e indicata anche, fino al V secolo, con il titolo di "Geographoúmena", l'opera fa seguito ai "Commentari Storici" in 47 libri oggi perduti - ne restano solo frammenti di tradizione indiretta - che proseguivano il corso della narrazione di Polibio, incentrata sul periodo 264-200 a.c..

Da notare che l'opera rinvia costantemente a un ambiente e una tradizione scientifico-letteraria di cultura greca. senza tenere in gran conto geografi e storici di cultura latina o di estrazione diversa dalla greca, limitandosi ad esempio a un solo accenno dei "Commentari" che Cesare redasse nel corso delle sue campagne galliche:

«Ma delle regioni barbare, remote, piccole e frammentate, di tutte queste le descrizioni non sono né precise né numerose: e tanto più sono distanti dai Greci tanto più aumenta l'ignoranza. Gli storici romani poi imitano quelli greci, ma non pienamente: infatti ciò che dicono lo derivano dai Greci, mentre ciò che di proprio aggiungono non testimonia di una gran sete di sapere, cosicché ogni qual volta occorre una lacuna tra i primi, non viene sufficientemente colmata da questi ultimi, se è vero che gli stessi nomi, quelli più illustri, sono per lo più greci
(Strabone. Geografia. III 4, 19.)

ORBIS TERRARUM DI STRABONE (INGRANDIBILE)
L'opera per certi aspetti aggiorna la geografia di Eratostene, basandosi soprattutto sugli scritti di Omero, da lui definito il padre della geografia, ma pure con prudenza:
« Ora, mentre è facile dare un giudizio su quel che hanno scritto gli altri, le notizie date da Omero hanno invece bisogno di una attenta indagine critica, dal momento che egli parla da poeta e, inoltre, non di argomenti attuali, ma molto antichi, che il tempo ha in gran parte offuscato »
(Strabone. Geografia. viii, 1, 1)

Ma si basa anche su filosofi, matematici e scienziati come: Anassimandro, Ecateo, Eraclito, Democrito, Eudosso, Dicearco, Eratostene, Ipparco, oltre a geografi e storici come Polibio, Posidonio, Artemidoro di Efeso, Eforo di Cuma, Apollodoro di Artemita e in parte su esperienze personali di Strabone che si descrive come uomo dai molti viaggi, come mai avrebbe fatto alcun altro cultore della materia:
« ...dall'Armenia verso occidente, fino alla Tirrenia di fronte alla Sardegna, e dal Ponto Eusino verso sud fino ai confini dell'Etiopia. Né può trovarsi altra persona, tra chi abbia scritto di geografia, che abbia viaggiato per distanze più lunghe di quanto io stesso non abbia fatto »
(Strabone. Geografia. II. 5,11)

Vari riferimenti e dati interni, in ogni caso, come per es. alcuni cenni all'impero di Tiberio (14-37 d.c.) e ad eventi riconducibili dal 21 o al 24 d.c. (cfr. XVII 3,7.9.25), fanno ipotizzare il periodo compreso tra il 17 e il 23 d.c. per la redazione dell'opera, dunque verso la fine della lunga vita di Strabone, probabilmente pubblicata solo dopo la sua morte, avvenuta intorno al 24 d.c.

La sua opera, in cui descrive le regioni del mondo abitato all'epoca conosciuto, è il trattato geografico più ampio dell'antichità, che riprende talvolta testi di diversi secoli più antichi del suo, e la sua conoscenza del diritto romano applicato nelle varie città ne fa una fonte essenziale per la conoscenza della romanizzazione in Gallia e nella Penisola iberica, che mostra, soprattutto nei libri III e IV, come a seguito dell'acculturazione graduale delle popolazioni, si stesse sviluppando in queste regioni una nuova cultura. 

A differenza della geografia tolemaica, con studio ed analisi più matematiche, la Geografia di Strabone ha un carattere più storico-antropologico, e per certi aspetti aggiorna la geografia di Eratostene (272 - 192 a.c.), basandosi soprattutto sugli scritti di Polibio (m. 47 d.c.), Artemidoro di Efeso, Posidonio e in parte su esperienze personali di viaggio di Strabone.

A volte il racconto indugia su eventi mitici o molto più antichi:
« Forse non dovrei esaminare così estesamente cose che sono passate, ma limitarmi semplicemente a parlare in dettaglio lo stato attuale delle cose, se non vi fossero su questi argomenti racconti che abbiamo appreso fin da bambini... E tuttavia chi si propone di trattare la geografia della terra deve esporre sia le cose come sono attualmente, sia, in qualche misura, anche come furono prima, soprattutto quando si tratta di cose illustri. »
(Strabone. Geografia. VI, 1, 2)

La Geografia consta di 17 libri, databile tra il 14 e il 23 d.c.
- inizia con un'introduzione, nei libri I e II, in cui Strabone vuole dimostrare che Eratostene (276 - 194 a.c.) ha avuto torto a invalidare l'opera di Omero dal punto di vista geografico.
- I libri dal III al X descrivono l'Europa, e soprattutto la Grecia antica (libri VIII-X),
- i libri dall'XI al XVI descrivono l'Asia Minore
- il libro XVII si occupa dell'Africa (Egitto e Libia).

L'EUROPA SECONDO STRABO

I DESTINATARI DELL'OPERA 

« In breve, questo mio libro dovrebbe essere di utilità generale - a beneficio sia del politico che del comune cittadino - come il mio lavoro sulla Storia. In questo, come in quell'altro lavoro, non intendo per politico la persona completamente illetterata ma qualcuno che abbia seguito il corso regolare degli studi che compete a un uomo libero e a uno studente di filosofia. 
E così, dopo aver scritto le mie Descrizioni storiche, che ritengo siano state utili per la filosofia politica e morale, mi sono deciso a scrivere anche questo trattato; perché questo lavoro è basato sullo stesso disegno, essendo indirizzato alla stessa classe di lettori, e particolarmente a persone di elevato status sociale. Inoltre, come nelle mie descrizioni storiche... così in questo lavoro io non mi soffermo su ciò che è insignificante e indegno di nota, ma rivolgo la mia attenzione su ciò che è nobile e grande, e a ciò che contiene qualcosa di utile, memorabile o divertente... 
Si tratta infatti di un'opera enorme, che si occupa di fatti relativi alle cose grandi, e nel loro aspetto generale, eccetto per qualche dettaglio minore, laddove può stimolare l'interesse dello studioso o della persona comune. Ho detto tutto questo per mostrare che questo è un lavoro serio, e ben degno dell'interesse di un filosofo. »
(Strabone. Geografia. i, 22-23)

In età imperiale l'opera di Strabone resta abbastanza ignorata mentre a partire dal VI secolo Strabone diventa l'archetipo del geografo.

Oggi, per la vastità dei materiali offerti al lettore, per i frequenti excursus storici, per la precisione dei riferimenti toponomastici, il testo di Strabone è opera fondamentale della storiografia greca e romana, strumento imprescindibile per lo studio di molti aspetti della civiltà e della storia del mondo antico mediterraneo.

Editio princeps della Geografia: 1516, Tipografia Aldina. 



LA STORIA UNIVERSALE

Fu autore in gioventù dei: Commentari storici, ovvero l'elaborazione di una Storia universale. Dei 47 libri originari ci rimangono oggi solamente 19 frammenti, tra cui il frammento papiraceo tradotto dal grecista Achille Vogliano 46, conservato presso l'Università degli Studi di Milano, e per il resto conservati nelle Antichità Giudaiche di Flavio Giuseppe. Intento di Strabone era quello di proseguire la narrazione di Polibio (146 a.c.) almeno fino alla data epocale del 27 a.c., l'anno di inizio del Principato augusteo.



BIBLIO 

- Strabone - Geografia: L'Italia - a cura di Anna Maria Biraschi - Libri V, VI - BUR - 1988 -
- Strabone - Geografia: Il Peloponneso - a cura di Anna Maria Biraschi - Libro VIII - BUR - 1992 -
- Francesco Sbordone - L’impero di Tiberio e la redazione definitiva della «Geografia» di Strabone -  Nel CL annuale della fondazione (1807-08/1957-58) - Annuario celebrativo - Caserta - Tip. E. Farina - 1958 -
- Daniela Dueck - Strabo of Amasia: A Greek Man of Letters in Augustan Rome - London -Routledge - 2000 -
- Adalberto Magnelli, - Strabone di Amasea: dai "Commentarî storici" alla "Storia universale" - Lugano - Agorà e Co. - 2012 -
- Francesco Prontera e Gianfranco Maddoli (a cura di) - Strabone: contributi allo studio della personalità e dell'opera - 2 voll. - Perugia - Universita degli studi - 1984-86 -


MACROBIO AMBROGIO TEODOSIO - MACROBIUS A. THEODOSIUS


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Nome: Macrobius Ambrosius Theodosius
Nascita: 385, Le Kef, Tunisia (forse)
Morte: 430 (forse)
Professione: scrittore, filosofo, grammatico e studioso di astronomia


"Una prima Venere nacque dal Cielo e dalla dea del giorno e a lei consacrato
il tempio che avemmo occasione di vedere in Elide; una seconda sorse dalla
spuma del mare e dalla sua unione con Mercurio sappiamo che nacque il
secondo Cupido; la term, figlia di Giove e di Dione, andb sposa a Vulcano,
ma sappiamo che da lei e da Marte nacque Anteros; la quarta nacque da Siria e
da Cipro, prende il nome di Astarte e si tramanda che abbia sposato Adone"

(Macrobio - Saturnali)

Della vita di Macrobio non si sa molto e quel poco che è stato tramandato dai suoi contemporanei non è del tutto affidabile. Così è stato in dubbio se andasse identificato con il Macrobio che fu proconsole d'Africa nel 410 o col Teodosio prefetto del pretorio d'Italia, Africa e Illirico nel 430, identificazione oggi condivisa dalla maggior parte degli studiosi.

Macrobio Ambrogio Teodosio, noto anche semplicemente come Teodosio, era dunque un provinciale romano, probabilmente del Nord Africa, che visse all'inizio del V secolo, nell'ambiente pagano di Simmaco, e nel passaggio dell'Impero romano a quello bizantino, in un tempo in cui il latino era diffuso come il greco tra le élite.

Ambrosius Theodosius Macrobius (385 circa – 430 circa) fu scrittore, grammatico, astronomo, e funzionario romano del V secolo. Però come astronomo sostenne la teoria geocentrica il che non gli fa molto onore perchè all'epoca gli astronomi e fisici più evoluti credevano alla terra tonda e l'eliocentrismo.

L'eliocentrismo ipotizza che il Sole sia al centro del sistema solare e dell'universo (la distinzione fra sistema solare ed universo non è stata chiara fino a tempi recenti) mentre il geocentrismo pone la terra al centro dell'universo.

GEOCENTRISMO

Ebbe almeno un figlio Eustatio, a cui dedicò il Commento al Sogno di Scipione ed i Saturnali, ed alcuni lo identificano con Plotino Eustatio, prefetto di Roma nel 462.

In base a varie considerazioni sul contenuto delle sue opere si può concludere che Macrobio fosse senz'altro pagano, tuttavia lo scrittore non prese mai posizioni combattive contro il Cristianesimo, che anzi sembrava ignorare, forse per accortezza ed amore di tranquillità.



LE IDENTIFICAZIONI

- Il Codice Teodosiano registra un praepositus sacri cubiculi, un alto funzionario della corte dell'Impero romano, responsabile capo degli assistenti personali dell'imperatore, i cubicularii, istituito in età tetrarchica, denominato Macrobio nel 422 che però di norma era un eunuco mentre Macrobio ebbe moglie e figli.

- Secondo altri si identificherebbe con il Teodosio dedicatario delle Fabulae di Aviano (IV-Vsecolo).

- Secondo altri ancora ricoprì una carica pubblica che gli conferiva l'appellativo di Vir Illustris e si tende a identificarlo con un prefetto d'Italia in carica nel 483.

- Altri studiosi l'hanno identificato con un Macrobio menzionato nel "Codex Theodosianus" come prefetto del pretorio in Spagna (399-400) ma che si chiamava "Flavio Macrobius Maximianus".

- Secondo alcuni è infine da identificarsi con un Macrobio che nel 410 d.c. fu proconsole d'Africa, e questa sembra la tesi più attendibile.



IL NOME

L'ordine corretto dei suoi nomi è "Macrobio Ambrogio Teodosio", che è il modo in cui appare nei primi manoscritti dei Saturnali, e pure come è dichiarato negli estratti dal suo "De Differentiis" perduto. 

Invece nei manoscritti successivi i suoi nomi furono invertiti in "Ambrosius Theodosius Macrobius", che James Willis adottò per la sua edizione del Commentario. Alan Cameron nota che sia Cassiodoro che Boezio lo chiamarono "Macrobio Teodosio", mentre era conosciuto durante la sua vita come "Teodosio": la dedica al "De Differentis" è rivolta a "Teodosio Symmacho suo" (Teodosio al suo Simmaco), e per l'epistola dedicatoria a Flavio Aviano "Favole", dove è citato come "Theodosi optime".

Nella sua filisofia prevale il neoplatonismo con Plotino (205-266 d.c.), Porfirio (234-305) e Giamblico (280-330), una corrente di pensiero che tendeva a superare le differenze di credo per riconoscere un concetto universale di spiritualità. 

Insomma due cose appaiono certe agli storici moderni: che Macrobio nacque nell'Africa romana e che non professasse il Cristianesimo (come creduto nel Medioevo, e forse è per questo che le sue opere si sono salvate), ma fosse invece pagano.

Le ali della libertà: Galileo Galilei e la riflessione epistemologica
ELIOCENTRISMO
LE OPERE

- Commentarii

Nei "Commentarii in Somnium Scipionis", partendo dal "Somnium Scipionis" di Cicerone, scrisse un commentario in due libri, dedicato al figlio Eustazio, in cui emerge il pensiero filosofico neoplatonico: « Dio, che è origine di tutto ciò che esiste, crea la mente, che crea l'«anima del mondo; a sua volta l'anima del mondo, a poco a poco, volgendo indietro lo sguardo, essa stessa, incorporea, degenera fino a diventare matrice dei corpi ».

Ampiamente copiato dal "Commentario sul sogno di Scipione", una delle più importanti fonti per il platonismo nell'Occidente latino durante il Medioevo, il Somnium Scipionis è una parte del sesto e ultimo libro del "De re publica" di Cicerone, su cui Macrobio scrisse un commento neoplatonico. Nel Medioevo, il Somnium Scipionis divenne così popolare che fu inquinato da più copie, e oggi è impossibile stabilirne una autentica. 

Al suo arrivo in Africa, ospite alla corte di Massinissa, Scipione Aemilianus viene visitato dal defunto nonno (adottante), Scipione Africanus, eroe della II Guerra Punica, e si ritrova a guardare Cartagine "da un luogo alto, pieno di stelle, splendente e splendido". I

Il nonno gli annuncia che come ricompensa dopo la morte "abiterà... quel cerchio che risplende tra le stelle..  la Via Lattea", e gli spiega la costituzione dell'universo da un punto di vista stoico e neoplatonico, e così Macrobio disquisisce sulla natura del cosmo e sostiene che il diametro del Sole sia il doppio del diametro della Terra. Tuttavia, Scipione Emiliano vede che Roma è una parte insignificante della terra, e che l'universo è composto da nove sfere celesti. 

IL SIMPOSIO

I SATURNALIA
Gli argomenti sono molto vari: dal nome e dall'origine dei Saturnali si passa a discutere degli antichissimi culti italici (libro I), poi di motti e sentenze celebri (libro II), uno dei quali sposterà la conversazione su Publio Virgilio Marone. 

Questa festa si celebrava ogni anno, dal 17 al 23 dicembre, in onore di Saturno. Si favoleggiava che questi era stato il Dio dell’età dell’oro, quando gli uomini vivevano felici, nell’abbondanza di tutte le cose; e tali condizioni di quel tempo fortunato si volevano rievocare proprio in quei giorni, durante i quali si festeggiava con conviti e banchetti: sia quello pubblico, alla fine del quale i convenuti si scambiavano il saluto augurale, “Io, Saturnalia”; sia quelli privati, dove s’invitavano parenti ed amici per crapulare, giocare ai dadi e scambiarsi doni.

Nel libro dodici personaggi dell'aristocrazia romana ed esponenti della classe senatoria della fine del IV secolo dialogano un po' all'uso greco e con serena intimità conviviale di vari argomenti. L'autore immagina dunque che durante le feste di Saturno alcuni fra i più autorevoli eruditi del tempo, tra i quali vi è il giovane Servio Mario Onorato, grammatico e commentatore romano, conversino su questioni dotte.

Essi si riuniscono a Roma il primo giorno in casa di Vettio Agorio Pretestato, esponenti di rilievo della religione romana, che cercò di proteggere e custodire dall'avanzata del Cristianesimo; fu sacerdote e iniziato di molti culti, oltre che studioso di letteratura e filosofia.

Il giorno successivo si riuniscono in casa rispettivamente del nobile Virio Nicomaco Flaviano, grammatico, storico romano e pagano, che collaborò con Eugenio nell'ultimo tentativo di restaurare l'antica religione romana. 

Il terzo e ultimo giorno si riuniscono presso il senatore e scrittore romano Quinto Aurelio Simmaco, il più grande oratore latino della sua epoca, paragonato dai contemporanei a Cicerone; la sua famosa relazione sulla controversia riguardante l'altare della Vittoria. 

Il libro è anche un compendio di antiche tradizioni religiose romane e antiquarie. In latino: "Saturnaliorum Libri Septem", "Sette libri dei Saturnali ", e consiste in un resoconto delle discussioni tenute nella casa di Vettius Agorius Praetestatus, nobile romano e sacerdote pagano, uomo colto e forbito durante la festa dei Saturnali. Contiene una grande varietà di curiose discussioni storiche, mitologiche, critiche, antiquarie e grammaticali, che si verificano tra gli uomini dotti in un banchetto immaginario.

- Il I libro è dedicato a un'inchiesta sull'origine dei Saturnali e delle feste di Giano, che conduce a una storia e alla discussione del calendario romano, e a un tentativo di derivare tutte le forme di culto da quella del Sole.

- Il II libro inizia con una raccolta di detti, a cui tutti i presenti danno il loro contributo, molti dei quali attribuiti a Cicerone e Augusto; una discussione di vari piaceri, specialmente dei sensi, sembra quindi aver avuto luogo, ma quasi tutto questo è perduto.

- Il III, il IV, il V e il VI libro sono dedicati a Virgilio, sulla sua cultura in materia religiosa, in retorica, sul quanto deve del suo stile ad Omero (con un confronto tra l'arte dei due) o ad altri scrittori greci, o a poeti latini. L'ultima parte del III libro è ripresa con una dissertazione sul lusso e le leggi suntuarie intese a controllarlo.

Dal nome e dall'origine dei Saturnali si passa a discutere degli antichissimi culti italici (libro I), poi di motti e sentenze celebri (libro II), uno dei quali sposterà la conversazione su Publio Virgilio Marone. che è in realtà il fulcro del libro (libro III-VI) dove si discorre di passi difficili e controversi, nonchè della superiorità rispetto ad Omero e dei rapporti fra Eneide e poesia latina arcaica. 

Infine si conclude con discussioni sugli insulti e su risposte a vari quesiti quale il famoso: è nato prima l'uovo o la gallina? (libro VII però incompleto). 

«"Ovumne prius extiterit an gallina?"... ovum prius a natura factum iure aestimabitur. Semper enim quod incipit inperfectum adhuc et informe est et ad perfectionem sui per procedentis artis et temporis additamenta formatur: ergo natura fabricans avem ab informi rudimento coepit, et ovum, in quo necdum est species animalis, effecit: ex hoc perfectae avis species extitit procedente paulatim maturitatis effectu. »

« "È nato prima l'uovo o la gallina?" ...si ritiene, a ragione, che l’uovo sia stato creato per primo dalla natura. Infatti per primo ha origine ciò che è imperfetto e per giunta informe e attraverso qualità e tappe progressive prendono forma le aggiunte (intese come le caratteristiche dell’individuo adulto): dunque la natura cominciò a formare l’uccello da materia informe e produsse l'uovo, nel quale non vi è ancora la specie di animale: da questo a poco a poco ha origine una specie perfetta di uccello in seguito a un progressivo effetto di maturazione. »

(Ambrogio Teodosio Macrobio, Saturnalia VII,16) 

- Il VII libro consiste principalmente nella discussione di varie questioni fisiologiche.

La forma della Saturnalia viene copiato dal Simposio di Platone e dalle Noctes Atticae di Gellio; le autorità principali (i cui nomi, tuttavia, non sono citati) sono Gellio, Seneca, Plutarco ( Quaestiones conviviales ), Ateneo di Naucratita e i commenti di Servio Onorato e altri su Virgilio.

Macrobio recupera un mondo passato per far sopravvivere un'identità culturale in un mondo sconvolto da eventi storici epocali. La salita al potere di Teodosio I, l'obbligatorietà della conversione al cristianesimo e lo spostamento della corte da Milano a Ravenna del 402, poi il sacco di Roma nel 410, segnano la fine di un mondo epico e glorioso a cui Macrobio oppone valori ed ideali di un mondo pagano degno di essere tramandato.

"E" A FORMA D'UOMO CHE SCRIVE, PROBABILMENTE LO STESSO MACROBIO

Sette libri dei Saturnalia

Questo codice della Collezione Plutei della Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze contiene il testo completo dei Saturnalia del IV-V secolo dell'autore latino Macrobio. E' una serie di dialoghi tra dotti in un banchetto immaginario in cui si discute di antichità, storia, letteratura, mitologia e altri argomenti. 

Il manoscritto potrebbe essere stato copiato da uno scriba della cerchia di copisti di Bernardo Nuzzi a Firenze. Organizza i sette libri originali di Macrobio in cinque libri. L'iscrizione sul recto del foglio 117 afferma: 
" Questo libro apparteneva al re Mattia di Ungheria; acquistato a Costantinopoli dall'oratore e inviato francese Sir Antonio Bruciolo nella forma che mi fu inviato da Pier Francesco Riccio il 29 febbraio 1544. "

Mattia Corvino d'Ungheria (1443-90) creò la Bibliotheca Corviniana, ai suoi tempi uno delle migliori biblioteche d'Europa. Dopo la sua morte, e soprattutto dopo la conquista di Buda da parte dei Turchi nel 1541, la biblioteca fu dispersa e gran parte della collezione fu distrutta, con i volumi sopravvissuti sparsi in tutta Europa. 

La Collezione Plutei, che contiene un numero di volumi della Biblioteca Corvinus, è composta dai circa 3.000 manoscritti e libri delle proprietà private della famiglia Medici, che, rilegati in pelle rossa con lo stemma dei Medici, erano disposti sulle panchine della Laurenziana quando la biblioteca aprì per la prima volta al pubblico nel 1571. 

Cosimo de 'Medici (1389-1464) è noto per aver posseduto 63 libri nel 1417-18, che crebbe a 150 dal momento della sua morte. I suoi figli Piero (1416-69) e Giovanni (1421-1463) si contesero l'un l'altro nel commissionare manoscritti miniati. 

Lorenzo il Magnifico (1449-92), figlio di Piero, acquisì un gran numero di codici greci e, a partire dal 1480, copie ordinate di tutti i testi mancanti nella biblioteca con l'obiettivo di trasformare la biblioteca mediceo in un importante centro di ricerca. 

Dopo l'espulsione dei Medici da Firenze nel 1494, i libri furono presi dalla famiglia. Giovanni de 'Medici, eletto papa Leone X nel 1513, restaurò la collezione ai Medici, e un altro papa mediceo, Clemente VII (Giulio de' Medici), organizzò la fondazione della Laurenziana.


- De differentiis et societatibus graeci latinique verbi -

cioè " Sulle differenze e le somiglianze del verbo greco e latino ", che è andato perduto. Di questo terzo lavoro sulle differenze e le somiglianze del verbo greco e latino, in effetti possediamo solo un riassunto di un certo Johannes, dubbio identificato con Johannes Scoto Eriugena (IX secolo).

MACROBIO DA' IL LIBRO AL FIGLIO EUSTACHIO (DA COPIA DEL 1100 DEL SOGNO DI SCIPIONE

LE ORIGINI

Si sa poco su Macrobio, di se stesso egli dichiara all'inizio dei Saturnali che era "nato sotto un cielo straniero" ( sub alio ortos caelo ), ed entrambe le sue opere maggiori sono dedicate a suo figlio, Eustachius. Dalle sue opere si presuppone che fosse pagano.

Secondo il latinista Terrot Glover, Macrobius è un greco o nato in una terra di lingua greca, visto la sua profonda conoscenza della letteratura greca. 
Secondo JE Sandys Macrobius è nato in una provincia greca, ma secondo altri Macrobio conosceva molto più il latino che il greco, per cui si presuppone la provincia del Nord Africa, dove si parlava latino.


EUSTAZIO

Macrobio Plotino Eustazio, ovvero Macrobius Plotinus Eustathius, fu un politico romano, praefectus urbi di Roma nel 461/5, probabilmente figlio dello scrittore Ambrogio Teodosio Macrobio.

Delle tessere bronzee quadrate con iscrizioni in argento e di provenienza ignota attestano l'esistenza di un praefectus urbi di nome Plotinus Eustathius nel periodo in cui Ricimero tenne il rango di patricius, ovvero tra il 457 (anno in cui gli fu conferito) e il 472 (anno in cui morì).

È stata spesso proposta la sua identificazione con l'Eustazio figlio di Macrobio, a cui l'autore dedicò sia i Saturnalia sia i Commentarii in Somnium Scipionis; il fatto che Macrobio considerasse Plotino il più grande filosofo insieme a Platone rende verosimile che suo figlio avesse ricevuto il nome di Plotino.

La scoperta di una nuova iscrizione proveniente da Roma, in cui il nome del praefectus è dato come Macrobio Plotino Eustazio, ha dato nuova forza a questa ipotesi; se la dedica di Macrobio padre fosse stata vergata negli anni 430 per un figlio ancora bambino, il Macrobio praefectus urbi avrebbe potuto avere quarant'anni negli anni 460 e dunque essere dell'età giusta per tenere quella magistratura.

Inoltre avrebbe potuto avere un figlio, Macrobio Plotino Eudossio, che negli anni 480 fosse ventenne e amico di quel Quinto Aurelio Memmio Simmaco console del 485 con cui Plotino Eudossio revisionò il testo del Commentarium del nonno Ambrogio Teodosio. La nuova iscrizione attesta che Macrobio Plotino Eustazio si occupò di spostare a proprie spese delle statue antiche da luoghi ormai desolati e nascosti in zone più in evidenza.


LE ALTRE OPERE

Macrobio compose anche un'opera grammaticale dedicata al verbo greco e latino, "De verborum graeci et latini differentiis vel societatibus", titolo molto migliore rispetto al più diffuso "De differentiis vel societatibus graeci latinique verbi", basato sia su fonti grammaticali greche, soprattutto Apollonio Discolo, che latine (Gellio e una fonte anonima utilizzata anche da Carisio e Diomede).

L'opera nella sua forma originale è andata distrutta ma ne restano molti estratti, i più importanti dei quali sono quelli realizzati nel IX secolo molto probabilmente ad opera di Giovanni Scoto Eriugena, monaco cristiano, teologo, filosofo e traduttore irlandese, filosofo altomedievale e traduttore dell'opera dello Pseudo-Dionigi.

Un altro gruppo di estratti, più limitato ma molto valido, è conservato in alcuni fogli di un manoscritto compilato fra il VII e l'VIII secolo dello Scriptorium di Bobbio, un importante centro scrittorio e biblioteca fondato dall'abate Attala nel VII secolo presso l'Abbazia di San Colombano a Bobbio, che fu per tutto il Medioevo uno dei più importanti centri monastici europei. Nel 982, custodiva oltre 700 codici e tra il VII e il IX secolo fu il maggior centro di produzione libraria in Italia, uno dei maggiori in Europa. 

L'operetta macrobiana è stata poi largamente utilizzata da un trattato grammaticale sul verbo latino, composto forse in area orientale e tramandato anch'esso da un codice proveniente dallo Scriptorium di Bobbio. 

A questo punto è evidente che la perduta trattazione macrobiana fosse destinata, più che ad una utilizzazione scolastica, a spiegazioni e discussioni erudite delle analogie fra il sistema verbale greco e quello latino, utile solo a un lettore colto, che avesse buona formazione linguistica sia in greco che in latino. VInoltre questa trattazione è l'unica opera latina, di cui abbiamo conoscenza fino ad oggi, mirata ad un'analisi sistematica delle somiglianze linguistiche fra greco e latino, che trova qualche analogia solo in alcune sezioni della grammatica di Prisciano.



LA CRITICA

Durante il Medioevo Macrobio fu identificato come un autore cristiano e per questo poté godere di una buona reputazione, che gli permise di essere letto, studiato e citato dai più illustri filosofi come Pietro Abelardo (filosofo, teologo, studioso scientifico e compositore francese). Ciò derivò soprattutto dal fatto che asserì la teoria geocentrica tanto cara ai cattolici perchè non smentiva le sacre scritture.

Le sue opere furono copiate dagli amanuensi nei monasteri e pertanto non venne dimenticato, ma, terminato il Medioevo, forse per la ragione opposta, e cioè in quanto ritenuto cristiano, in un primo tempo non venne considerato dagli umanisti, che poi invece lo ripresero.

L'appartenere ad un periodo così tardo della storia antica non gli ha mai giovato e solo oggi si sta riprendendo lo studio delle sue opere in modo più approfondito, pur con meno intensità rispetto al Medioevo.

In effetti gli studiosi oggi non analizzano tanto l'opera di Macrobio per conoscerne e apprezzarne il pensiero, ma cercano più che altro di dargli una datazione e un'identità. Del resto la sua opera non fornisce spunti storici che è ciò che più preme ai contemporanei.


Edizioni e traduzioni 

- Robert A. Kaster - Macrobius: Saturnalia - Biblioteca classica Loeb - Cambridge - Londra - Harvard University Press - 2011 -
- Percival Vaughan Davies - Macrobius: Saturnalia - New York - Columbia University Press - 1969 -
- William Harris Stahl - Macrobius: commento al sogno di Scipione - New York - Columbia University Press - 1952 - 1966 -
- Macrobius, Ambrosius Aurelius Theodosius (1400s) - Sette libri dei Saturnali: Codice della Collezione Plutei della Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze - World Digital Library - Estratto il 28-02-2014 .


BIBLIO

- Ambrogio Teodosio Macrobio - In Somnium Scipionis - (Venetiis..., Per Augustinum de Zannis de Portesio: ad instantia Do. Lucam Antonium de Giunta, 1513 Die xv. Iunii) -
- Macrobio - Commento al sogno di Scipione - Saggio introduttivo di Ilaria Ramelli - traduzione, bibliografia, note e apparati di Moreno Neri - Milano - Bompiani - 2007 -
- Priscien - Grammaire - Livre XIV - XV - XVI - XVII  Syntaxe I - XVIII Syntaxe II - Paris - Vrin - 2010 - 2018 -
- Glover, T. R. (Terrot Reaveley) - The conflict of religions in the early Roman empire. 3d ed. London: Methuen e co. - 1909 -



PLUTARCO - PLUTARCHUS


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Nome: Lucius Mestrius Plutarchus
Nascita: Cheronea 46-48 d.c.
Morte: Delfi 125-127 d.c.
Professione: Scrittore, biografo, filosofo e sacerdote

"Tutte queste considerazioni mettile a confronto con le cose dette dagli altri; e se esse avranno un grado né maggiore né minore di probabilità, manda a quel paese le opinioni, ritenendo più degno di un vero filosofo sospendere il giudizio sulle questioni poco chiare, piuttosto che darvi il proprio assenso" (De primo frigido).

Plutarco, ovvero Plutarchus,  fu uno scrittore copiosissimo e filosofo greco, che nacque a Cheronea di Beozia, in Grecia nel 46 e morì a Delfi nel 120 d.c.; il filosofo tedesco Eduard von Hartmann ritiene che risiedette a Roma tra il 72 e il 92. e da Roma venne apprezzato, e ne ricevette la cittadinanza e diversi incarichi amministrativi.

LE ORIGINI

Gli studenti non sono vasi da riempire ma fiaccole da accendere.”
(Plutarco)

Plutarco nacque attorno al 46 d.c. a Cheronea in Beozia, da una famiglia piuttosto ricca. Il padre sarebbe identificabile con uno degli interlocutori del "De sollertia animalium", un certo Autobulo, secondo altri con un tale Nicarco, ma senza certezze.

Di famiglia benestante studiò ad Atene e fu seguace dalla filosofia di Platone ( 428 a.c. - 348 a.c.). La sua opera più famosa sono le Vite parallele, dove scrisse le biografie dei più famosi personaggi dell'antichità. Durante l'ultima parte della sua vita fu sacerdote al Santuario di Delfi.

La maggior parte delle notizie sulla vita di Plutarco, a parte qualche informazione tratta dal Suda, un'enciclopedia storica del X secolo, deriva dai riferimenti autobiografici presenti nelle sue opere.
Si suppone che il padre non avesse un buon rapporto con Plutarco, il quale però più volte ne cita i consigli, e che non fosse molto colto. Ricordava con stima invece il fratello, un certo Lampria, e il bisnonno Nicarco.

IL LEONE DI CHERONEA


IL PENSIERO

Nelle persone belle, è bello anche l'autunno.”
(Plutarco)

Non si oppose mai al potere romano ma apprezzò grandemente e fece apprezzare la cultura greca. Plutarco non approva i nuovi culti, quali l'ebraismo e il cristianesimo, ma non li cita appositamente forse intuendo che ogni opposizione sarà inutile, e che con queste religioni avanzanti cadranno civiltà, arte e onore.

Aveva un forte scetticismo religioso, per altro ben occultato, scrisse infatti che "Gli uomini son più forti degli Dei, perchè gli Dei non possono creare gli uomini, mentre gli uomini possono creare gli Dei" Dal che si evince che riteneva gli Dei un'invenzione degli uomini.

Ciò è confermato anche dalla dichiarazione della divinità di Eros:

Tu vuoi rimuovere gli inamovibili fondamenti della nostra fede negli dei, quando chiedi per ciascuno di loro una dimostrazione razionale. La fede ancestrale dei nostri padri si fonda su se stessa, non si può trovare ed escogitare prova più chiara di essa...  Questa convinzione è una base, un fondamento comune posto all’origine della pietà religiosa; se in un solo punto viene messa in discussione la sua solidità e risulta scossa la convinzione generale, essa diventa tutta quanta instabile e sospetta” (Amatorius, 13, 756 B)
Come dire che la divinità si fonda su un castello di carte, ne togli una crollano tutte.

Seguendo le concezioni aristoteliche, distingue nell'anima tre aspetti e pone il canone della condotta nella medietà delle passioni dominate e controllate dalla parte razionale. Da ciò deriva la tranquillità spirituale ambita e perseguibile come virtù suprema.

Lo stesso principio deve ispirare anche la politica che è l'arte di placare le folle e conservare la pace. Perciò egli accetta il dominio romano, in cui vede adempiute le esigenze di una politica di pace.

"Non cercare la voce nei pesci né la virtù nelle persone male educate"
(Plutarco)

Delle cariche prestigiose che ottenne a Roma Plutarco non non ne menziona nei suoi scritti, probabilmente per la sua fierezza di greco, e per tutta la vita non volle vantarsi di cariche esercitate in favore dei romani.

Infatti nei suoi scritti viceversa elenca tutte le cariche da lui rivestite in Beozia (arconte eponimo, sovrintendente all’edilizia pubblica, telearco), ma soprattutto quello di sacerdote delfico, che detenne per circa un ventennio fino alla sua morte.


LE VICENDE

- Nel 60 d.c Plutarco si stabilì per lo studio ad Atene dove conobbe e frequentò il filosofo platonico Ammonio,  che lo avvicinò al pensiero platonico, di cui divenne il più brillante discepolo. Studiò retorica, matematica e la filosofia platonica.

- Nel 66 d.c. conobbe Nerone, verso il quale fu benevolo, probabilmente poiché l'imperatore aveva un vero culto per la Grecia e l'aveva esentata dai tributi. Nello stesso periodo, si pensa abbia acquisito la cittadinanza ateniese e che sia entrato a far parte della tribù Leontide. Visitò poi Sparta, Tespie, Tanagra, Patrie e Delfi.

- Nel 70 sposò l'erudita Timossena, una donna di Cheronea colta e di buona famiglia, il cui nome è stato reperito da una nota occasionale di Plutarco stesso nella quale sostenne di aver chiamato la figlia come la madre.

Da lei ebbe cinque figli, che disse di aver allevato personalmente: Soclaro e Cherone, che morirono bambini, Autobulo, Plutarco e Timossena, l'unica femmina e che morì a due anni: se ne ha nota nella lettera che Plutarco indirizzò alla moglie, per consolarla della perdita, contenuta nei Moralia.

Sembra che Timossena fosse una donna forte e di molte virtù, che amò e affiancò il marito nelle pratiche liturgiche di sacerdote del tempio di Delfi.  Sembra che abbia scritto un breve trattato sull'amore per il lusso, indirizzandolo all'amica Aristilla.

I popoli sarebbero felici se i re filosofassero e se i filosofi regnassero.”
(Plutarco)
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PLUTARCO

- Tornato ad Atene, fu nominato arconte eponimo, sovrintendente all'edilizia e ambasciatore presso Acaia. Istituì inoltre nella sua casa una specie di Accademia impostata sul modello ateniese.

Poi Plutarco visitò poi l'Asia, tenne conferenze a Sardi e ad Efeso, fece frequenti viaggi in Italia e soggiornò anche a Roma, presso la corte imperiale.
Il filosofo e studioso Eduard von Hartmann ritiene che visse a Roma tra il 72 e il 92.

Comunque non imparò mai bene il latino e conobbe l'imperatore Vespasiano che seppe apprezzarlo, come racconta nel "De solertia animalium".

La barba non fa il filosofo.”
(Plutarco)

- A Roma, nonostante non conoscesse bene il latino, tenne molte lezioni ed ebbe il sostegno delle autorità in quanto divenne presto un convinto sostenitore della politica estera romana. Si sa che conobbe l'imperatore Vespasiano, da cui venne ben accolto, come racconta nel "De solertia animalium".

- Durante questo soggiorno, gli venne concessa la cittadinanza romana e assunse quindi il nomen di Mestrio,  in onore del suo amico e console Lucio Mestrio Floro. Successivamente, ebbe da Traiano la dignità consolare. A Roma conobbe il filosofo e retore greco Favorino di Arelate. Successivamente, ebbe da Traiano la dignità consolare. A Roma conobbe il filosofo sofista e retore Favorino di Arles e gli dedicò il suo trattato "De primo frigido".


RITORNO A CHERONEA - LA MORTE

Quello che sta nel cuore del sobrio è sulla lingua dell'ubriaco.”
(Plutarco)

- Terminata l'esperienza romana, ebbe nostalgia del suo paese e tornò a Cheronea, dove fu eletto arconte eponimo (magistrato cui spetta l'onore di dar nome all'anno), sovrintendente all'edilizia pubblica e telearco (funzionario di polizia).

- Intorno al 90 d.c. fu eletto sacerdote nel santuario di Apollo a Delfi dove fu affiancato dalla moglie nelle pratiche liturgiche che il suo ruolo di sacerdote gli imponeva.

- Nel 117 d.c. l'imperatore Adriano gli conferì la carica di procuratore (agente che operava su mandato dell'imperatore).

- Nel 119 d.c. Eusebio, vescovo e scrittore greco (265 – 340) racconta che Plutarco morì, ma molti oggi indicano date che vanno oltre il 120-125.



LE OPERE

Plutarco di Cheronea fu uno degli scrittori più prolifici di tutta la Grecia antica. Eppure l'opera di Plutarco, che scriveva in greco di etica, fu quasi dimenticata nell'occidente cristiano. I suoi scritti cominciarono a riaffiorare nel XIV secolo, con la ripresa dei contatti tra intellettuali latini e orientali e furono tradotti in latino o in volgare tra il Quattrocento e l'inizio del Cinquecento con l'Umanesimo (XIV E XV secolo). Molte delle sue opere sono integre, di altre si hanno solo alcuni frammenti, e di molte si conosce solo il titolo.






Del mangiar carne

Plutarco scrisse numerose pagine contro l'uso del mangiar carne e contro le crudeltà sugli animali. Nel dialogo "Sull'intelligenza degli animali" afferma che essi, essendo esseri animati, sono dotati di sensibilità e di intelligenza come gli umani. Nel trattato "Del mangiar carne" critica aspramente e con un linguaggio crudo quella che considera l'efferatezza di chi imbastisce banchetti con animali morti e fatti a pezzi.


Sulla schiavitù

Questi suoi atteggiamenti (di Catone) alcuni l'attribuivano a tirchieria, altri giustificavano in quanto egli si sarebbe ridotto a un regime di ristrettezze per correggere e modificare gli eccessi degli altri. 

Senonchè il cacciar via e vendere gli schiavi a causa della loro vecchiaia, dopo averli sfruttati come bestie da soma, io ritengo segno di un animo meschino, di un uomo che non crede all'esistenza di altri rapporti fra uomo e uomo al di fuori dell'utilità. 

All'uomo dall'animo gentile si addice dar nutrimento ai cavalli fiaccati dall'età e ai cani, non solo quando sono cuccioli, ma anche quando in vecchiaia hanno bisogno di essere nutriti. Allorchè il popolo ateniese costruiva l'Hecatompedon [il Partenone] mandava libere e indipendenti al pascolo tutte quelle mule che vedeva maggiormente impegnate nei lavori. 

Si racconta che una di esse di sua iniziativa tornasse giù ai lavori e si mettesse a correre accanto ai giumenti che tiravano su verso l'Acropoli i carri e li precedesse guidandoli, come per esortarli e incitarli: gli Ateniesi decretarono che la bestia fosse mantenuta a spese dello Stato per tutta la vita. 

Accanto al sepolcro di Cimone ci sono anche le tombe delle cavalle con cui egli visse vinse tre volte a Olimpia. E molti altri hanno dato sepoltura a cani allevati a casa loro e divenuti loro compagni.Tra questi Santippo il Vecchio tributò onori funebri al cane che nuotò a fianco della sua trireme fino a Salamina (quando gli Ateniesi abbandonarono la loro città) sull'altura che ancora oggi chiamano "Tomba del Cane". 

Non bisogna dunque far uso di esseri che hanno un'anima come se fossero delle scarpe o dei recipienti che una volta rotti o consumati per l'uso gettiamo via, ma bisogna che ognuno abitui se stesso, se non altro per l'esercizio di umanità, ad essere gentile e dolce nei loro confronti.  

Io neppure un bue lavoratore venderei quando fosse divenuto vecchio; tanto meno un uomo vecchio, facendogli mutare la terra in cui è cresciuto e la sua vita abituale col darlo in esilio per pochi spiccioli, un uomo che sarà inutile per chi lo compra, come lo è per chi lo vende? 

Catone, invece, come facendosi bello di queste cose, racconta che per non mettere in conto allo Stato il prezzo del suo trasporto, lasciò in Spagna anche il cavallo di cui si era servito durante le campagne militari quando era console. Se questo modo di comportarsi sia da considerare segno di grandezza d'animo oppure di grettezza è questione su cui è possibile usare argomenti in senso opposto.

( PLUTARCO, Vita di Catone 5, in Vite parallele a cura (e traduzione) di Antonio Traglia. Edizioni UTET 2005).


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PLUTARCO

LE VITE PARALLELE

La sua opera più famosa sono le "Vite parallele" (scritte dal 96 al 120 d.c. circa), biografie dei più famosi personaggi dell'antichità, sono dedicate a Quinto Sosio Senecione, amico e confidente di Plutarco che gli dedicò anche altre opere e trattati. 

Quinto Sosio era cognato di Sesto Giulio Frontino, nonchè legatus legionis della Legio I Minervia nel 90-92, in Germania inferiore, poi governatore della Gallia Belgica nel 93-95 e console nel 99 e nel 107. Partecipò alla conquista della Dacia, accompagnando l'imperatore Traiano durante la prima (101-102) e seconda campagna militare (105-106) meritandosi gli ornamenta triumphalia.

Fu protettore di Plutarco che gli dedicò le "Vite parallele" con diversi riferimenti nel testo alla figura di Senecione, ma il I libro dell'opera, relativo alla biografia di Epaminonda e nel quale era contenuta tale dedica, è andato perduto. Fu anche amico di Plinio il Giovane, che lo cita in alcune sue lettere.

In esse si accoppiano la biografia di un personaggio greco e quella di un romano, ad esempio Alessandro Magno e Giulio Cesare. Le sue biografie, ricche di materiale storico, sono abbastanza fedeli anche se interpretate secondo la sua morale. La sua narrazione è avvincente e drammatica secondo lo stile greco.

Quasi tutte le biografie sono a confronto, e tendono a trovare similitudini o divergenze. Alle coppie suddette si devono aggiungere 4 Vite singole, Scipione Africano, le vite dei gloriosi cittadini beotici Eracle, Esiodo, Pindaro, Cratete, Daifanto e le vite a parte del messenio Aristomene e del poeta Arato, tramandateci dai manoscritti congiuntamente alle altre:

- Teseo e Romolo (1)
- Licurgo e Numa (2)
- Temistocle e Camillo (3)
- Solone e Publicola (4)
- Pericle e Fabio Massimo (5)
- Alcibiade e Marco Coriolano (6)
- Focione e Catone l'Uticense (8)
- Agide e Cleomene - Tiberio e Gaio Gracco (9-10)
- Timoleonte e Paolo Emilio (11)
- Eumene e Sertorio (12)
- Aristide e Catone Censore (13)
- Pelopida e Marcello (14)
- Lisandro e Silla (15)
- Pirro e Mario (16)
- Filopemene e Tito Flaminino (17)
- Nicia e Crasso (18)
- Cimone e Lucullo (19)
- Dione e Bruto (20)
- Agesilao e Pompeo (21)
- Alessandro e Cesare (22)
- Demostene e Cicerone (23)
- Demetrio e Antonio (25)
- Epaminonda e Scipione l'Africano
- Temistocle e Camillo


Vite singole

- Arato e Artaserse (24)
- Galba (32)
- Otone (32)


Vite singole perdute

- Vita di Augusto (26)
- Tiberio (27)
- Scipione Africano (28)
- Claudio (29)
- Vita di Nerone (30)
- Gaio Cesare (31)
- Vitellio (33)
- Vita di Eracle (34)
- Vita di Esiodo (35)
- Vita di Pindaro (36)
- Vita di Cratete (37)
- Daifanto (38)
- Aristomene (39)
- Arato (40)



MORALIA

Sono una serie di 78 trattati, di cui alcuni attribuiti erroneamente, in cui si spazia dalla filosofia alla storia, alla religione, all'educazione, all'etica, alle scienze naturali, all'arte alla critica letteraria.
Si titola Moralia perché, nell'ordinamento delle opere fatto dal monaco e grammatico, nonchè teologo Massimo Planude (1255 - 1305) verso il 1302, i primi quindici scritti trattano di argomenti etico-filosofici.

I titoli delle "opere morali" di Plutarco vengono generalmente indicati in latino. I titoli sono 227, ma ce ne sono pervenuti solo 83 (in 87 libri), mentre risultano perse 144 opere (in 191 libri). Vi è però l'assenza di 18 opere conservate e di altre 15 di cui ci sono testimonianze indirette.

- De animae procreatione in Timaeo - Sulla procreazione dell'anima nel Timeo.
- De genio Socratis - Sul demone di Socrate.
- De virtute morali - Sulla virtù morale.
- De facie quae in orbe lunae apparet - Sul volto della luna.
- An seni res publica gerenda sit - Se un anziano possa fare politica.
- De Stoicorum repugnantiis - Sulle contraddizioni degli Stoici.
- De communibus notitiis adversus Stoicos - I principi comuni contro gli Stoici.
- Stoicos absurdiora poëtis dicere - Gli stoici dicono cose più assurde dei poeti.
- Adversus Colotem - Contro Colote.
- Non posse suaviter vivi secundum Epicurum - Non si può vivere felici secondo Epicuro.
- De virtute morali - Sulla virtù morale.
- Quomodo quis suos in virtute sentiat profectus - In che modo qualcuno avverta i suoi progressi nella virtù.
- De defectu oraculorum - Sul tramonto degli oracoli.
- Quomodo adulator ab amico internoscatur - Come distinguere l'adulatore dall'amico.
- De primo frigido - Sul freddo primario.
- De sera numinis vindicta - Sui ritardi della punizione divina.
- De garrulitate - Sulla loquacità.
- De tuenda sanitate praecepta - Precetti igienici.
- De tranquillitate animi - Sulla serenità dell'anima.
- De vitioso pudore - Sulla vergogna.
- De curiositate - Sulla curiosità.
- De fraterno amore - Sull'amore fraterno.
- De exilio - Sull'esilio.
- De recta ratione audiendi - L'arte di ascoltare.
- Quomodo adolescens poetas audire debeat - Come il fanciullo debba ascoltare i poeti.
- Praecepta gerendae rei publicae - Precetti politici.
- Amatorius - Amatorio.
- Regum et imperatorum apophthegmata - Detti di re e imperatori.
- Septem sapientium convivium - Simposio dei sette sapienti.
- Consolatio ad uxorem - Consolazione alla moglie.
- Coniugalia praecepta - Precetti coniugali.
- De Pythiae oraculis - Sugli oracoli della Pizia.
- De E apud Delphos - Sulla E a Delfi.
- De Iside et Osiride - Su Iside e Osiride.
- De comparatione Aristophanis et Menandri - Comparazione tra Aristofane e Menandro.
- De Herodoti malignitate - Sulla malignità di Erodoto.
- Mulierum virtutes - Le virtù delle donne.
- Bruta animalia ratione uti - Gli animali usano la ragione.
- Parallela minora - Paralleli minori.
- De capienda ex inimicis utilitate - Come ricavare vantaggio dai nemici.
- Platonicae quaestiones - Questioni platoniche.
- Aetia Romana - Cause Romane.
- De sollertia animalium - Sull'intelligenza degli animali.
- De superstitione - Sulla superstizione.
- Aetia Graeca - Cause Greche.
- Apophthegmata Laconica - Apoftegmi spartani.
- De fortuna Romanorum - Sulla fortuna dei Romani.
- De Alexandri Magni fortuna (I) - Sulla fortuna di Alessandro Magno.
- An virtus doceri possit - Se la virtù si possa insegnare.
- De Alexandri Magni fortuna (II) - Sulla fortuna di Alessandro Magno.
- De gloria Atheniensium - Sulla gloria degli Ateniesi.
- Aquane an ignis sit utilior - Se sia più utile l'acqua o il fuoco.
- Animine an corporis affectiones sint peiores - Se siano prioritarie le passioni dell'anima o del corpo.
- De cupiditate divitiarum - Sull'amore delle ricchezze.
- De vitando aere alieno - Sul rigettare la pratica dell'usura.
- Aetia physica - Cause fisiche.
- Amatoriae narrationes - Narrazioni amorose.
 - De musica - Sulla musica.



Sulla superstizione

Nel trattato Sulla superstizione, Plutarco scrive che essa produce un timore distruttivo perché consiste nel credere che Dio esista, ma che sia ostile e dannoso. La superstizione è una malattia piena di errori e di suggestioni, ma per evitarla non bisogna fare come coloro che, correndo alla cieca, rischiano di cadere in un precipizio. È così infatti che alcuni, per emanciparsi dalla superstizione, si volgono ad un ateismo rigido e ostinato, varcando d'un balzo la vera religiosità, che sta nel mezzo.


Iside e Osiride

Osiride è il Dio buono, amato dagli uomini perché ha portato loro la civiltà e odiato dal fratello Seth che spinge il fratello a entrare in un'arca costruita sulle sue misure; ma, quando Osiride vi si distende, l'arca viene serrata ermeticamente e gettata nel Nilo, divenendo la sua bara. Iside, disperata lo cerca di giorno e di notte. Quando lo ritrova e vede il corpo di Osiride senza vita, gli si getta sopra piangendo e lo riscalda con un amore così forte, che concepisce con lui il figlio Horos. Seth, però, fa a pezzi il corpo del fratello. Iside, allora, raccoglie le membra del marito, disperse per le paludi, e lo richiama in vita. 
Il mito adombra il mistero della vita e della morte con l'energia cosmica che si fraziona e ricompone per mezzo dell'anima.

Ne " Il volto della luna "di Plutarco, si cita un'isola di " Crono" situata nell'Oceano Atlantico:
"Stavo finendo di parlare quando Silla mi interruppe: Fermati, Lampria, e sbarra la porta della tua eloquenza. Senza avvedertene rischi di far arenare il mito e di sconvolgere il mio dramma, che ha un altro scenario e diverso sfondo. 
Io ne sono solo l'attore, ma ricorderò anzitutto che il suo autore cominciò per noi, se possibile, con una citazione da Omero: "lungi nel mare giace un'isola, Ogigia," a cinque giorni di navigazione dalla Britannia in direzione occidente. 
Più in là si trovano altre isole, equidistanti tra loro e da questa, di fatto in linea col tramonto estivo. In una di queste, secondo il racconto degli indigeni, si trova Crono imprigionato da Zeus e accanto a lui risiede l'antico Briareo, guardiano delle isole e del mare chiamato Cronio. 
Il grande continente che circonda l'oceano dista da Ogigia qualcosa come 5000 stadi, un po' meno delle altre isole; vi si giunge navigando a remi con una traversata resa lenta dal fango scaricato dai fiumi. 
Questi sgorgano dalla massa continentale e con le loro alluvioni riempiono a tal punto il mare di terriccio da aver fatto credere che fosse ghiacciato. [...] Quando ogni trent'anni entra nella costellazione del Toro l'astro di Crono, che noi chiamiamo Fenonte e loro - a quanto mi disse - Nitturo, essi preparano con largo anticipo un sacrificio e una missione sul mare.[...] 
Quanti scampano al mare approdano anzitutto alle isole esterne, abitate da Greci, e lì hanno modo di osservare il sole su un arco di trenta giorni scomparire alla vista per meno di un'ora - notte, anche se con tenebra breve, mentre un crepuscolo balugina a occidente."


OPERE NOTE INDIRETTAMENTE

- Se sia utile la previsione degli avvenimenti futuri.
- Commento alle Opere e i Giorni di Esiodo.
- Sopra il piacere.
- Sopra la forza.
- Sulla ricchezza.
- Anche la donna può ricevere un'educazione.
- Sull'amore.
- Sulla tranquillità.
- Sulla bellezza.
- Sulla mantica.
- Tappeti.
- Sulla natura e gli impulsi.
- Epistola sull'amicizia.
- Sull'inganno.

DIALOGHI DELFICI,

Opera con profonde riflessioni sul cambiamento delle religioni e sulla consapevolezza dell'anima. Il tutto esaminato in modo molto pacato e riflessivo.


LE VIRTU' DI SPARTA

Plutarco: " Sentendo che gli alleati erano scontenti di combattere agli ordini di Sparta e dicevano che il comando sarebbe spettato a loro poiché essi erano in numero superiore agli Spartani, Agesilao riunì l'intero esercito e fece raggruppare i soldati a seconda del loro mestiere. Gli alleati si divisero tra vasai, fabbri, contadini etc..., mentre solo gli Spartani rimasero da parte essendo soldati professionisti. In questo modo Agesilao mostrò agli alleati che Sparta meritava il comando poiché metteva a disposizione il più alto numero di soldati ".


CATALOGO DI LAMPRIA

Il riposo è il condimento che rende dolce il lavoro.”
(Plutarco)

Il catalogo delle opere complete di Plutarco, viene definito "di Lampria" in base ad una notizia del lessico Suda su un presunto figlio di Plutarco:
«Lampria, figlio di Plutarco di Cheronea, compose un Catalogo di quanto suo padre scrisse su tutta la storia greca e romana

Invece Lampria era il nome del nonno e del fratello di Plutarco, che non ebbe figli con quel nome; inoltre il codice più antico del Catalogo non contiene la lettera che lo accompagna in altri manoscritti:
«Non dimentico assolutamente la nostra amicizia in Asia, nè tanto meno il tuo entusiasmo per la pedagogia e l'attenzione ai tuoi amici, e ora che ho appena ricevuto la tua lettera ho riconosciuto il tuo nome, avendo appreso con il più grande piacere che tu stia bene e ti ricordi di me.
In cambio, sono lieto di inviarti i miei saluti e di dirti che ti ho allegato la lista degli scritti di mio padre, come desideravi. Spero che tutto vada bene
(trad. A. D'Andria)

Se ne desume, dunque, che la lettera, che non contiene né il nome dello scrivente, né del destinatario, sia un falso compilato per accompagnare un pinax tardoantico creato a partire dalla testimonianza di Suda, quindi almeno nel XIII o XIV secolo.


Opere il cui titolo è presente nel Catalogo di Lampria

Tanto più si procede nella filosofia, tanto più si desidera ciò che ancora manca.”
(Plutarco)
- Esercitazioni omeriche in quattro libri (42)
- Commento ad Empedocle in dieci libri (43)
- Sulla quintessenza in cinque libri (44)
- Sull'argomentare contro qualcuno in cinque libri (45)
- Miti in tre libri (46)
- Sulla retorica in tre libri (47)
- Sull'introduzione dell'anima in tre libri (48)
- Sulle sensazioni in tre libri (49)
- Ecloga di filosofi in due libri (50)
- Sui fondatori di città in tre libri (51)
- Argomenti politici in due libri (52)
- Su Teofrasto contro i vantaggi in due libri (53)
- Sulla storia presente in quattro libri (54)
- Proverbi in due libri (55)
- Sui Topici di Aristotele in otto libri (56)
- Sosicle in due libri (57)
- Sul fato in due libri (58)
- Sulla giustizia secondo Crisippo in tre libri (59)
- Sulla poetica (60)
- Miscellanea di storici e poeti in cinquantadue libri, secondo altri in cinquantasei (62)
- Sulla prima essenza presso l’Accademia di Platone (63)
- Sulle differenze tra pirroniani e accademici (64)
- Sull'origine del cosmo secondo Platone (66)
- Dove sono le idee (67)
- In che modo la sostanza partecipa delle idee. Sul fatto che i primi corpi compiano azioni (68)
- Sul Teeteto di Platone (70)
- Sulla mantica che salva secondo gli accademici (71)
- Se sia meglio un numero grande o proporzionato (74)
- Sulla consuetudine secondo gli stoici (78)
- Contro le lezioni di Epicuro sugli dei (80)
- Contro Bitino sull'amicizia (83)
- Ammonio o sul non avere dolci relazioni con il vizio (84)
- Se la virtù sia retorica (86)
- Sull'ira (93)
- Sulle comete (99)
- Dei tre nomi quale sia quello proprio (100)
- Sulle vite ovvero sul rischiare la vita (105)
- Come bisogna far uso delle lezioni ginnasiali (106)
- Sul proprio corpo (109)
- Consolazione ad Asclepiade (111)
- Sull'amore per gli ornamenti (113)
- Manuale sull'allattamento (114)
- Spiegazione sui Pronostici di Arato (119)
- Commento ai Theriakà di Nicandro (120)
- Sul tempo dell'Iliade (123)
- Come giudichiamo una storia vera (124)
- Commentari (125)
- Sulle contraddizioni degli epicurei (129)
- Sul non avversare il ragionamento accademico intorno alla mantica (131)
- Epistola a Favorino sull'amicizia ovvero sull'uso degli amici (132)
- Sulla nostra dottrina contro Epicuro (133)
- Studi accademici (134)
- Se gli animali posseggano ragione (135)
- Come una persona attiva possa evitare la superficialità (137)
- Cause barbariche (139)
- Sul cinto della madre degli Dei (140)
- Sui principi primi di Protagora (141)
- Sui proverbi degli Alessandrini (142)
- Gli epicurei dicono cose più assurde dei poeti (143)
- Che cos'è la relazione (144)
- Sul niente e il nulla (145)
- Riguardo al fatto che la relazione non sia nulla (146)
- Ecloghe e confutazioni di stoici ed epicurei (148)
- Causa delle divulgazioni stoiche (149)
- Sui giorni (150)
- Sulla cura soverchia (151)
- Sul ciò che viene per primo contro Crisippo (152)
- Ipotetico o sul principio (153)
- Sulla nostra dottrina contro gli stoici (154)
- Se a tutti è dato sostenere una causa (156)
- Consolazione a Bestia (157)
- Sui dieci tropi dei pirroniani (158)
- Sulle vite contro Epicuro (159)
- Cause e luoghi (160)
- Cause di mutazioni (161)
- Sulla tautologia (162)
- Sulle monadi (163)
- Se il politico darà un parare che non praticherà e non persuaderà (164)
- Sulle convinzioni di ciascuno (165)
- Cause delle donne (167)
- Sugli uomini celebri (168)
- Soluzioni di aporie (170)
- Raccolta di cose utili (171)
- Sull'immunità dal dolore (172)
- Sugli esercizi ginnici (173)
- Sul desiderio (174)
- Sul detto 'conosci te stesso' e se l'anima sia immortale (177)
- Sull'atarassia (179)
- Sulla discesa nell'antro di Trofonio (181)
- Iceta (182)
- Epitome fisica (183)
- Sui primi filosofi e i loro seguaci (184)
- Sulla sostanza (185)
- Educazione di Achille (187)
- Sui cireinei (188)
- Apologia di Socrate (189)
- Sulla condanna di Socrate (190)
- Sui mangiatori di terra (191)
- Discettazioni intorno alle dieci categorie (192)
- Sui problemi (193)
- Sui caratteri (194)
- Fondazioni di città (195)
- Placiti fisici (196)
- Sugli avvocati (198)
- Qual è la vita migliore (199)
- Sui giorni di ricerca, fisici e di adunanza (200)
- Sulle statue a Platea (201)
- Sugli strumenti dei filologi (202)
- Sulla nobiltà (203)
- Colui che parlò contro Dione ad Olimpia (204)
- Su cosa si apprende da Eraclito (205)
- Protrettico a un nuovo ricco (207)
- Sull'anima (209)
- Se il fannullone possa fare qualcosa (210)
- Sui sisimi (212)
- Come bisogna combattere contro un làcone (213)
- Protrettico ad Asclepio di Pergamo (214)
- Sulla caccia (216)
- Contro quelli che danno delle illusioni (217)
- Contro quanti non filosofeggiano ma fanno retorica (219)
- Sui poemi: quale utilità si possa ricavare da questi (220)
- Qual è il fine secondo Platone (221)
- Sugli strumenti dei filosofi (223)
- Su Euripide (224)
- Come giudichiamo la verità (225)
- Sul fatto che l'anima sia incorrotta (226)
- Discettazioni contro Dione (227)


Opere conservate ma non presenti nel Catalogo di Lampria

La morte dei giovani é un naufragio, quella dei vecchi un approdare al porto.”
(Plutarco)

- De liberis educandis - Su come bisogna educare i fanciulli [1]
- De amicorum multitudine - Sull'avere molti amici [7]
- De fortuna - Sulla fortuna [8]
- De virtute et vitio - Sulla virtù e il vizio [9]
- Consolatio ad Apollonium - Consolazione ad Apollonio [10]
- De cohibenda ira - Sul dover reprimere l'ira [29]
- De amore prolis - Sull'amore della prole [32]
- An vitiositas ad infelicitatem sufficiat - Se il vizio sia sufficiente per l'infelicità [33]
- De invidia et odio - Sull'invidia e l'odio [39]
- De laude ipsius - Sul lodar se stessi [40]
- De fato - Sul fato [42]
- Quaestiones convivales - Questioni convivali in nove libri [46]
- Maxime cum principibus philosopho esse disserendum - Il filosofo deve discutere principalmente con i principi [49]
- Ad principem ineruditum - Ad un principe incolto [50]
- De unius in republica dominatione, populari statu, et paucorum imperio - Sulla monarchia, la repubblica e l'impero [53]
- De esu carnium I - Sul mangiar carni I [64]
- De esu carnium II - Sul mangiar carni II [65]
- De latenter vivendo - Sul vivi nascosto [74]
- De libidine et aegritudine - Sul vizio e la malattia [75]
- Pars ne an facultas animi sit vita passiva - Se una parte o una facoltà dell'anima sia passiva [76]
- Ecloga de impossibilibus - Raccolta di cose straordinarie.

Opere apocrife

Erasmo da Rotterdam negli Adagia (pubblicati nel 1509) per primo ebbe dubbi sull'autenticità delle opere, principalmente per lo stile, e nel 1572, Jacques Amyot tradusse in francese "Moralia" riportando le stesse incertezze perché lo stile del De musica non sembrava affatto di Plutarco.

- De fluviis - Sui fiumi.
- De musica - Sulla musica.
- Placita philosophorum - Epitome sulle dottrine fisiche delle diverse sette filosofiche in cinque libri.
- De proverbiis Alexandrinorum - Sui proverbi degli Alessandrini.
- De Homeri vita et poesi - Sulla vita e la poesia di Omero.
- Il De liberis educandis.
- La Consolatio ad Apollonium.
- Il De fato.


Frasi celebri:

- "Vedi, straniero: se è una rondine a parlare su questo tema, mi viene da ridere; ma se fosse un’aquila, ascolterei con la massima attenzione"
- Un comandante deve distinguersi dai soldati semplici, non per il lusso e le comodità, ma per resistenza e coraggio.
- Vantaggio degli spartani: disprezzare il piacere
- Amico è questo stile di vita che ci frutta la libertà.
- Gli uomini liberi non devono correre dietro a ciò che piace agli schiavi
- Agli amici (Licurgo) diceva che dovevano tentare di arricchirsi di virtù e coraggio, non di denaro. Disse: il coraggio non serviva a niente in assenza della giustizia; d’altra parte se tutti fossero stati giusti non ci sarebbe stato nessun bisogno del coraggio.
- Diceva che un comandante doveva dar prova di coraggio con in nemici, di bontà con i subordinati e di sangue freddo nei momenti difficili.
- Un tale gli fece notare che, pur avendo un discreto patrimonio, viveva modestamente; egli ribatté: "Per chi ha molto è bello vivere secondo ragione, senza correre dietro alle passioni."
- "Non c’è nessuna differenza fra te e noi, tranne per il fatto che tu sei re" egli ribatté: "Ma non sarei re, se non ci fosse una differenza fra me e voi"
- Un ateniese gli fece osservare: "Voi spartani siete rigidissimi nel rifiutare ogni occupazione fissa, Nicandro". Egli ribatté: "E’ vero; ma il fatto è che non vogliamo sprecare il nostro tempo in qualsiasi sciocchezza, come voi"
- "Sono le leggi che devono governare gli uomini, non gli uomini le leggi"
- "Prima prendete possesso di voi stessi, e poi potrete chiedere di controllare gli altri"


BIBLIO

- Plutarco - Le virtù di Sparta - traduzione dal greco antico e note di Giuseppe Zanetto - Collana Piccola biblioteca - Milano - Adelphi - 1996 -
- Plutarco - Vite parallele, Collana I millenni - Torino - Einaudi - 1958 -
- Plutarco - Vita di Catone 5, in Vite parallele a cura (e traduzione) di Antonio Traglia - Edizioni UTET - 2005 -
- Plutarco - Tutti i Moralia - a cura di Emanuele Lelli e G. Pisani - Collana Il pensiero occidentale -Milano - Bompiani - 2017 -
- Plutarco - Detti memorabili di re e generali, di spartani, di spartane - A cura di Carlo Carena - Collana NUE - Torino - Einaudi - 2018 -



 

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