CULTO DI FAMA



DEA FAMA

Nella tradizione greca, la Fama abita in un paesaggio in cui le parole di presagio fanno eco ai suoni, ai soffi oracolari, in cui la voce riconoscibile degli Dei sussurra o grida, terribile, si leva in mezzo al brusio sonoro degli umani: vecchi conversatori, aedi incantatori, nutrici loquaci e mormorii malevoli dietro le spalle. E' una Dea davvero temibile.

La Fama, presso i Romani, fu una divinità messaggera di Giove che ne diffondeva gli annunci. Venne raffigurata come una donna sempre in moto, che urlava ovunque notizie buone e cattive, e aveva due ali, sempre in atto di suonare una tromba, oppure con due trombe, una lunga e una corta. Quella lunga era dedicata a diffondere la fama e la corta a diffondere false voci.

Era capace di spostarsi con grande velocità, coperta di piume sotto le quali si aprivano tantissimi occhi per vedere, ma pure tante orecchie per ascoltare, e infinite bocche nelle quali si agitavano altrettante lingue. 

Virgilio la immaginò creata dalla Terra dopo Ceo ed Encelado e comunque simbolicamente rappresentava le dicerie che nascono, si diffondono, acquistano credibilità, vere o false che siano.
Virgilio la associò al dramma di Didone abbandonata da Enea, che Dioniso va a salvare proprio grazie alla voce della fama.

Ovidio nel libro XII de Le metamorfosi, la colloca ai confini della terra, all'interno di un edificio di bronzo con molte entrate, nelle quali riecheggiavano tintinnando tutte le parole, anche quelle appena bisbigliate. 

Anche Venere si servì della Fama per diffondere false voci, perché gli abitanti di Limnos rinunciarono al culto di Venere dopo che ella aveva tradito suo marito Vulcano con Marte. Strano, perchè Venere non fu mai fedele a nessuno e i romani raccomandavano alle spose di onorare grandemente Giunone ma di rifuggire Venere affinchè non le immettesse idee di tradimento.

LA FAMA

LA VERITA' NON CREDUTA

Era il 413 a.c., e la potenza militare dell’impero ateniese si avviava al disastro della spedizione in Sicilia: la flotta distrutta, i comandanti sgozzati, l’esercito decimato ed i sopravvissuti deportati come schiavi nelle Latomie.

Plutarco riferisce che il primo a venirne a conoscenza fu un barbiere del Pireo che l’aveva saputo da uno schiavo sfuggito a quella catastrofe. Il barbiere corse immediatamente in città e sparse la notizia. Panico.
Il popolo si riunì in assemblea e convocò il barbiere «cercando di risalire alla notizia, ma questi non seppe dire il nome del suo informatore e attribuì la notizia ad «un personaggio sconosciuto anonimo.

Il popolo, infuriato, lo accusò di essere uno spacciatore di notizie false venuto a turbare l’ordine della città, e pertanto venne torturato fino al momento in cui arrivò la notizia ufficiale che la guerra era stata persa veramente (cfr. Plutarco, Vita di Nicia). 

Il popolo, addoloratissimo, si ritirò piangendo, mentre il barbiere, abbandonato e ancora legato alla ruota, restò solo a riflettere sul capriccio di coloro che vogliono ad ogni costo trovare le false notizie.



I SEGNI DELLA FAMA

Odisseo tornato ad Itaca sotto le spoglie di un mendicante si rivolge a Zeus, alzando le mani al cielo: «Padre Zeus, se mi hai portato per terra e per mare nella mia terra, volendolo, dopo avermi tanto nuociuto, inviami un presagio da qualcuno degli uomini svegli là dentro, e appaia qui fuori un prodigio di Zeus».

Dopo che ebbe così parlato all’improvviso tuonò dall’Olimpo nonostante il cielo sia sereno, mentre dalla casa vicina si leva la voce di una donna che lavorava alla macina e produceva farina d’orzo e di grano per la tavola degli insaziabili pretendenti. 

Costei chiede che quello sia il giorno dell’ultimo pasto che i pretendenti consumano nei loro festini. 
Un augurio di morte che Odisseo accoglie e traduce nella volontà di Zeus che si esprime mediante la voce umana di una serva, una voce della Fama che rivela il destino imminente dei Proci.

In questo caso è una frase, ma può essere anche una parola di buon augurio, come nell’ambasceria dei Sami venuti per convincere i Greci ad allearsi con loro contro i barbari. Alla testa degli inviati c’era un certo Hegesístratos, «colui che guida gli eserciti»; e subito uno degli interlocutori gli chiede: «Qual è il tuo nome?».  E come non accogliere l’augurio di un alleato che possiede tale nome?

Per chi sa ascoltare, ogni voce è un segno, e se ogni individuo che ascolta l’oracolo può dare un significato ad una voce colta da uno sciame di suoni, è perché sono gli Dei a mandare i segni agli uomini,  mandando loro sogni ed inviando voli d’uccelli, messaggeri al pari delle voci oracolari.

Gli Ateniesi eressero un altare alla Fama per il semplice fatto che il giorno stesso della vittoria, riportata da un generale in un lontano distretto, tutta la città entrò in festa spontaneamente, come fosse stata portata dalla Fama. Sono infiniti i modi di agire degli Dei e pertanto dalla Fama.


BIBLIO

- Publio Virgilio Marone - Eneide - IV -
- Publio Ovidio Nasone - Metamorfosi - XII -
- M. M. D. Bottino - La divinazione nell'antichità classica - Agorà VII, ottobre-Dicembre 2001 -
- Sergio Ribichini - Arti, segni, sogni, profezie: la divinazione nel mondo antico - Archeo 162 - 1998 -


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