CASA DI PAQUIO PROCULO - PAQUIUS PROCULUS




La Domus di Paquio Proculo o di Paquius Proculus è collocata a Pompei in via dell'Abbondanza, nell’insula subito dopo quella del Criptoportico. E’ una piccola domus dotata di un grande peristilio.
La domus, il cui impianto risale al II sec. a.c., è stata recentemente restaurata, usando i fondi europei, con la spesa di circa un milione di euro.

La casa è così chiamata perchè attribuita al panettiere (pistor) Paquio Proculo, che divenne duoviro di Pompei. Stando alla diffusa propaganda elettorale era il cittadino più influente, e forse il più ricco, del quartiere.

I duumviri (o duoviri) erano magistrati  eletti in coppie per ragioni di reciproco controllo e consiglio, allo scopo di soprintendere a pubblici uffici o delicati incarichi politici e amministrativi. La carica, normalmente, aveva durata annuale. Ma la realtà era un'altra.

In effetti in questa casa è stato ritrovato e poi trasferito al Museo Nazionale di Napoli, il ritratto di Paquio Proculo e consorte, famoso per la sua eccezionale esecuzione. Un capolavoro di affresco di 48×49 cm realizzato all'incirca nel 65 d.c.. 

L'uomo raffigurato stringe in mano un rotolo di papiro (rotulus), mentre la donna tiene in mano una tavoletta cerata e lo stilo, segno evidente che l'uomo si occupava di attività pubbliche o culturali e che la donna badava invece  all'amministrazione della casa e degli affari. 

Lo testimonia il fatto che le tavolette cerate rinvenute a Pompei che presentano ancora tracce di iscrizioni, sono tutte a carattere commerciale ed economico, come contratti di affitto, ricevute, compravendite, note di addebito o di accredito, e così via.

L'affresco che ritrae la coppia è conservato presso il Museo archeologico nazionale di Napoli rinvenuto nella "casa di Pansa" negli scavi archeologici di Pompei. 

Si tratta di una coppia di borghesi pompeiani, sicuramente marito e moglie. 

Tuttavia essi vengono comunemente indicati come "Paquio Proculo e sua moglie", a causa di una scritta rinvenuta sull'esterno della casa.

In realtà si tratterebbe del panettiere Terentius Neo, come rivelerebbe un graffito rinvenuto all'interno della casa, mentre la scritta esterna apparteneva ad un manifesto di propaganda elettorale a favore di Paquio Proculo, effettivamente poi eletto come duoviro di Pompei.

Del resto a Pompei spesso le case prendono il nome dai graffiti che compaiono sui muri, ma non sempre ci si prende.

Secondo alcuni studiosi l’uomo, dai marcati caratteri mediterranei, deve essere identificato con il fornaio pompeiano Paquio Proculo, proprietario della bottega adiacente alla “casa di Pansa” da cui viene il dipinto. 

Si è anche pensato che si tratti del giurista Terenzio Neo, o di un anonimo magistrato, avvolto nella bianca toga, in atto di stringere con la destra un rotolo di scrittura.


Lo confermerebbero l’alto tenore di vita di Paquio Proculo e di sua moglie, che possiamo definire della buona borghesia, nonchè l’elegante abito e la raffinata acconciatura della donna. Durante il tardo regno di Nerone (37 - 68 d.c.), infatti, la politica e la personalità del principe minacciano i privilegi e la sicurezza delle famiglie patrizie.

Al contrario la classe media conosce un periodo di benessere, favorita tra l'altro dalla riforma monetaria del 64 che riduce nel conio il peso dell’argento e soprattutto dell’oro. In questo clima vengono ritratti Paquio Proculo e sua moglie.

Si tratterebbe o non si tratterebbe allora del panettiere, che possedeva il suo pistrinum sulla via dell'Abbondanza, che sull'affresco si presenta abbigliato con la toga, qualificandosi in tal modo come cittadino romano?

MOSAICO DELL'ATRIO
Si è ipotizzato, in questo caso, che i caratteri somatici dei due personaggi raffigurati ne tradiscano le origini sannitiche, il che spiegherebbe il desiderio di ostentazione dello stato sociale raggiunto. Ma dove sarebbe l'ostentazione?

Da Augusto in poi la toga era d'obbligo, la donna non indossa alcun gioiello, non porta nemmeno un anello. La sua acconciatura è pregevole ma sulla sua veste non c'è nè un ricamo nè un damascato. Si direbbe che vesta con molta semplicità.

L’uomo, dai marcati caratteri mediterranei (potrebbero ambedue essere campani), viene correntemente identificato con il fornaio pompeiano Paquio Proculo, proprietario della bottega adiacente alla “casa di Pansa” da cui viene il dipinto. Si è anche pensato che si tratti del giurista Terenzio Neo, o di un anonimo magistrato, avvolto nella bianca toga, in atto di stringere con la destra un rotolo di scrittura. E la moglie potrebbe scrivere poesie invece di tenere i conti della bottega.



Comunque l'affresco venne ritrovato nel 1868 nel tablinum della casa della regio VII, insula 2,6, attribuita a Terentius Neo in base alla propaganda elettorale dipinta sul muro a destra dell'ingresso (CIL IV, 871):
CVSPIVM - PANSAM AED - TERENTIVS  (Cuspium Pansam aedilem Terentius)

NEO - ROG   (Neo rogat).

Del resto Della Corte aveva contestato la tradizionale convinzione che il ritratto raffiguri un panettiere, all'epoca identificato con un Proculus, il cui nome si trova dipinto all'ingresso del pistrinum (CIL IV, 920):

"Procule Frontoni tuo officium commoda" ("Proculo, fa il tuo dovere verso il tuo amico Frontone''), frase generalmente intesa come raccomandazione elettorale. Della Corte aveva anche pensato che Proculus fosse il pistor e Neo il proprietario della casa, entrambi Terentii e probabilmente fratelli.

SCENA NILOTICA

DESCRIZIONE

La era stata appena ristrutturata al momento dell'eruzione, evidentemente dal terremoto del 62. Una ristrutturazione in particolare l’aveva resa comunicante con il contiguo pistrinum al numero civico 3. Per questo si è pensato che il proprietario della casa lo fosse anche del pistrinum ed esercitasse dunque il mestiere di panettiere.

All'ingresso, subito dopo le "fauces", segue uno stretto corridoio che porta all'atrio, come si usava di solito, e qui, nel suolo del corridoio, si conserva un famoso mosaico raffigurante un cane alla catena, soggetto popolare a Pompei poiché simbolo della custodia dell'abitazione, ma soprattutto un'avvertenza agli eventuali ladri.

Il povero cane tenuto alla catena sta ad indicare nel mosaico che esso è legato dietro la porta di casa e viene raffigurato in modo che sia il più spaventoso possibile. 

Infatti il mosaico raffigura anche la porta spalancata per metà, e sul battente chiuso è inserito l'anello a cui è attaccata la catena.

IL PERISTILIO
L'atrio che segue, corredato di compluvium  e impluvium, ha un pavimento che sembra un tappeto, interamente ricoperto da un prezioso mosaico a riquadri con animali policromi allusivi alla prosperità, un'opera di elevato livello.

La stanza conserva alle pareti il disegno di un elegante colonnato ad archi, dove predominano i colori di fondo del rosso e del giallo e le decorazioni appaiono del IV stile.

Gli ambienti signorili e gli alloggi si aprono sul giardino di fondo. Nell’esedra si rinvennero gli scheletri di sette fanciulli. Forse i genitori erano usciti lasciando a casa i figli, ma non ci sono nemmeno gli schiavi.

Infine nel triclinio che s'affaccia sul portico del giardino, al suo centro, una scena nilotica, una buffa scena di pesca dei Pigmei molto indaffarati su una barca sul Nilo con pesci e vari altri animali. 

La decorazione nilotica era ispirata al mondo egizio e soprattutto del centro Africa, dove appunto abitavano i Pigmei, una moda che si diffuse largamente in epoca imperiale, attraverso Cesare e poi Augusto che portarono a Roma molti trofei egiziani, comprese le religione, l'arte e le usanze.

Il giardino era attrezzato per il pranzo all'aperto con un triclinio estivo; sopra al portico si affacciava una loggia e delle scale conducevano al piano superiore, dove sicuramente c'era la parte notte coi cubicola e i vari bagni.

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