SULPICIA ( I sec. a.c.)




Nome: Sulpicia
Padre: Servio Sulpicio Rufo
Madre: Valeria
Professione: Poetessa
Nascita: Roma
Morte: Roma













LA DONNA NELLA LETTERATURA

Nella letteratura latina emergono esclusivamente autori maschili, per cui si è sempre ritenuto che alle donne non fosse concesso scrivere, nè leggere, il che era vero ma con diverse eccezioni. Esistettero donne colte e raffinate nel mondo antico, ma sono state sempre ignorate perchè scrivere era cosa da uomini e le donne non erano portate per le lettere, così come del resto alle donne non era concesso recitare a teatro, se non per spettacoli lascivi da bordello.

In realtà nel mondo antico esistevano tante poetesse, donne dall’animo sensibile apprezzate da un vasto e colto pubblico. Il misconoscerle non venne tanto dal mondo romano quanto dalla caduta dell'Impero in poi, quando la donna con l'avvento del cristianesimo perse tutti i diritti guadagnati in epoca imperiale, come la facoltà di divorziare e di sottrarsi all'autorità maritale.

Sulpicia visse verso la fine del I sec. a.c. epoca di grande fermento letterario, caldeggiato molto da Augusto che si circondava di poeti e letterati, e fu una poetessa romana di nobile famiglia, l'unica di cui si siano conservati alcuni componimenti.

Era figlia dell'oratore Servio Sulpicio Rufo, nipote del giurista Servio Sulpicio Rufo (106-43), e di Valeria, sorella, come narra Girolamo, dell'uomo politico e generale romano Marco Valerio Messalla Corvino (64 a.c.- 8 d.c.), che istituì intorno all'anno 30 un circolo letterario di cui fecero parte anche Tibullo, Ovidio e Ligdamo.

Sulpicia poté dunque frequentare i migliori ambienti letterati e sicuramente fece parte del circolo intellettuale dello zio Messalla il quale, alla morte del padre di Sulpicia, era divenuto suo tutore. Messalla era un grande generale che aveva combattuto a fianco di Ottaviano nella battaglia di Azio, nel 31 a.c.

Divenuto sostenitore di Augusto e intimo amico di Mecenate, fondò anch’egli un circolo che prese il suo nome, dove raccoglieva poeti e pensatori del tempo. Tra i frequentatori di questo circolo c'era Tibullo nel cui corpus letterario sarebbero confluite le poesie di Sulpicia. Le composizioni attribuibili alla poetessa sarebbero sei poesie (dalla settima alla dodicesima) del IV libro delle elegie di Tibullo.



APPENDIX TIBULLIANA

Il “Corpus Tibullianum“, raccolta di carmi dei poeti del circolo di Messalla, è composto da tre libri:
  • Le Elegie di Tibullo, il poeta più famoso del gruppo, occupava i primi due;
  • il terzo, “Lygdami elegiarum liber“, il libro delle elegie di Ligdamo, pure di Tibullo, di valore non rilevante, e sempre nel terzo:
  • “Panegyricus Messallae“, il panegirico di Messalla, scritto da un autore incerto, pure mediocre,
  • “Elegiae de amore Sulpiciae” (8-12),
  • “Sulpicia” (13-18), 
  • altri due testi di Tibullo, un’elegia e un epigramma (19-20).

Ci sono così pervenuti nel III libro del Corpus Tibullianum, detto Appendix Tibulliana, sei elegie di Sulpicia, le Elegidia, dal III.13 al III.18 per 40 versi. Ma sono di Sulpicia anche tutti i cinque carmi, dal III.8 al III.12, per complessivi 114 versi, del ciclo dell'Amicus Sulpiciae sempre nel terzo libro, e si suppone con certezza sempre maggiore che siano di Sulpicia, oltre le sei Elegidia, anche i carmi III.9 e III.11  dell'Amicus Sulpiciae, le due elegie il cui autore dichiara di essere Sulpicia.



AMICUS SULPICIAE

sulpicia
E' giunto finalmente il mio amore:
"E' giunto finalmente il mio amore:
averlo tenuto nascosto, motivo di vergogna
sarebbe per me, più che se a tutti
l'avessi svelato nella sua nudità.
Sono stati i miei versi 
ispirati dalle Muse a convincere
Venere Citerea a portarlo a me
e a consegnarlo nelle mie braccia.
Venere ha mantenuto le promesse:
e racconti pure la mia gioia chi
si sa che non ne ha fatto esperimento.
Non vorrei a tavolette sigillare
affidare alcune mie parole,
perché nessuno le deve leggere
prima del mio innamorato.
Ma dolce m’è peccare
e disdegno atteggiamenti a virtuosa:
si dirà che sono una ragazza
Si dirà che lui fu degno di me, che io fui degna di lui"

E' l'amore di Sulpicia per Cerinthus espresso in cinque elegie III.8-12, secondo alcuni, ma poco attendibili, di autore ignoto, basandosi su originali biglietti della stessa Sulpicia, perchè una donna non può essere una brava poetessa. Secondo altri studiosi le poesie sono scritte da Tibullo, che si finge femmina, e Cerinto sarebbe in realtà il suo amico, e amante, Cornuto.

Ma gli scritti di Sulpicia sono stilisticamente molto differenti da quelli di Tibullo e l’immagine di Cerinto qui descritta è troppo lontana da quella tradizionale di Cornuto, che emerge nelle elegie di Tibullo. Pertanto sono da considerarsi due autori diversi e due persone differenti.

Il piccolo canzoniere d’amore indirizzato a Cerinto, fu composto quindi da Sulpicia, figlia di Servio Sulpicio Rufo, su Cerinto invece non si sa nulla; da escludere che sia stato uno schiavo, ma di condizione forse inferiore a Sulpicia. Ma anche questa è una supposizione ricavata solo da un moto di gelosia, in cui lei ricorda all'amante di chi è figlia. Questo però non significa nulla, perchè il padre di Sulpicia era piuttosto famoso.

Si ritiene che nelle opere attribuite a Tibullo siano confluite alcune poesie di Sulpicia perchè entrambi decantavano un amore non ricambiato. Ma soprattutto perchè appartenevano allo stesso circolo culturale. Sulpicia è una poetessa di carattere, determinata ed emancipata, fuori dalle regole, che si ispira ai poeti neoteroi e, in particolare, alle poesie amorose di Catullo, il miglior poeta d’amore del mondo classico.

Comunque le poesie di Sulpicia furono inserite nel Corpus poetico di Tibullo perchè la produzione femminile è stata sempre ignorata dai divulgatori, pregiudizialmente giudicata di qualità inferiore, e solo perchè ritenuta di Tibullo è giunta a noi.. 



LA RISCOPERTA DI SULPICIA

Caduto l’Impero romano, come molti altri autori del mondo antico, Sulpicia venne dimenticata perchè col cristianesimo poteva essere divulgata solo l'arte che esaltava la religione e i santi, tutto il resto era peccato, se poi era opera di una donna diventava diabolico.
Le sue opere di Sulpicia, non sono state mai ritrovate, se non accennate o citate da altri grandi autori latini, che la descrivevano come una cortigiana dell’imperatore Domiziano, scambiandola, però, con un’altra Sulpicia vissuta molto tempo dopo.

Nonostante le sue poesie godessero, nell’antichità, di un notevole successo e sebbene appartenesse ad circolo culturale molto importante, sarà, purtroppo, pressocchè dimenticata per quell’errata idea, in voga soprattutto nel ‘400-500, ma anche dopo, secondo cui ad una donna non poteva essere concesso un posto d'onore nella letteratura del mondo antico. Le Elegidia sono state infatti a lungo giudicate un'opera dilettantesca, e si scoprì il loro valore solo dalla seconda metà del Novecento.

Le prime notizie sull’esistenza di Sulpicia, e quindi la sua riscoperta, si devono infatti all’americano Carol Merriam, che nel 1991 pubblicò un articolo sulla “scoperta” della poetessa romana. ll primo commento al Corpus di Tibullo risale al 1475 da parte di Berardino Cillenio (1450-1476), membro dell'Accademia romana di Pomponio Leto, che ritiene le Elegidia di Tibullo, preferendo ipotizzare l'omosessualità del poeta.

Ioseph Scaliger (1540-1609), nelle Castigationes in Catullum, Propertium, Tibullum, del 1577, crede che Sulpicia sia il nome di una donna amata da Valerio Messalla ma esclude che sia l'autrice dei carmi: piuttosto pensa che Tibullo abbia voluto nascondersi nel nome di una donna per dare espressione letteraria a una voce femminile, e giudica le sei Elegidia "dolcissime e delicatissime, in tutto degne della musa di Tibullo".

Nel 1755 venne pubblicata la prima edizione del Corpus Tibullianum a cura del filologo tedesco Christian Gottlob Heyne (1729-1812), che invece riconobbe in Sulpicia la vera autrice delle sei Elegidia. Lusinghieri i suoi giudizi: le elegie di Sulpicia, "dolcissima fanciulla", sono "bellissime e soavissime".

Otto Friedrich Gruppe (1804-1876), nelle sue Die römische Elegie, pubblicate nel 1838, considera Sulpicia realmente esistita e autrice non di sei, ma di cinque elegie: il Tandem venit amor, è troppo scandalosa  per essere sua, sicuramente è di Tibullo. Per il Gruppe è un'autentica scrittura femminile, perché involuta è la tipica forma con la quale una donna esprime i suoi sentimenti. Sulpicia è una docta puella ma non un'esperta poetessa: "l'espressione è goffa, la costruzione spesso si può mettere insieme solo con difficoltà".

Il contemporaneo filologo Ludolph Dissen sostiene il contrario di Gruppe: le elegidiae sono di altissima qualità e autentiche creazioni di Tibullo, e il loro diverso carattere rispetto alle altre elegie tibulliane è il risultato di un'originale ricerca artistica, nessun dilettantismo, dunque, e nessuna scrittura femminile.

Per Kirby Smith, autore nel 1913 di un commento al Corpus Tibullianum, le poesie di Sulpicia, diversamente da quelle di Tibullo, che sono pensate per la pubblicazione e costruite secondo il principio dell'ars celare artem, sono invece semplici biglietti indirizzati all'amante o riflessioni consegnate a un diario, espressione di una relazione realmente vissuta, e perciò poesia che nasce dalla spontaneità dell'animo e dall'immediatezza dell'esistenza.

Così, l'elegia III.13 è un "estratto dal suo stesso diario e fu evidentemente scritto subito dopo la consumazione dell'amore, poiché ella si trova ancora in uno stato d'animo di grande esaltazione. Ella deve ancora essere assalita dai ripensamenti inevitabili in una relazione del genere"

I carmi di Sulpicia sono oggi ritenuti di Sulpicia e sono bellissimi, paragonabili, nella scioltezza e nella passionalità, ai versi del grande Catullo.



ELEGIE

I - Nella prima elegia viene esaltata la grazia e la bellezza di Sulpicia, che si è elegantemente vestita in occasione della festa delle Matronalia, alle calende di marzo, dove comunque si muova o si vesta Sulpicia ha un fascino particolare:

"Illam, quidquid agit, quoquo vestigia movit,
componit furtim subsequiturque decor.
Seu soluit crines, fusis decet esse capillis,
seu compsit, comptis est veneranda comis"

II - Nella seconda elegia l'autore si dichiara essere Sulpicia, angosciata dalla passione che Cerinto nutre per lei, ma, per non separarsene,  lo seguirebbe su monti e selve, inseguendo con le reti cervi e cinghiali:
"Tunc mihi, tunc placeant silvae, si, lux mea, tecum, 
arguar ante ipsas concubuisse plagas".
Ma oltre lei non deve esservi per Cerinto alcun amore:
"At tu venandi studium concede parenti
et celer in nostros ipse recurre sinus"

Cerinthus si suppone sia uno pseudonimo, dato l'uso dei poeti latini di ellenizzare i nomi delle persone amate. Secondo alcuni trattasi di un certo Cornutus amico di Tibullo, ma poichè questo amico di Tibullo è sposato, c'è chi pensa abbia impalmato Sulpicia. Altri suppongono invece si tratti di uno schiavo o un uomo di bassa estrazione sociale. Ciò spiegherebbe  il tono drammatico e il problema dell’amore contrastato.

III - L'amico di Sulpicia chiede a Febo, Dio della medicina, di guarire la ragazza che si è ammalata, tranquillizzando così il giovane Cerinto:
"neu iuvenem torque, metuit qui fata puellae
votaque pro domina vix numeranda facit".
Ma Cerinto deve avere fiducia perchè:
"deus non laedit amantes: 
tu modo semper amat, salva puella tibi est"
Guarendola, Febo avrà grande fama tra tutti gli altri Dei perchè salvando un corpo ne salva due:
"laus magna tibi tribuetur in uno
corpore servato restituisse duos".


IV - Come nella seconda elegia, è Sulpicia che parla, alla quale è caro il compleanno di Cerinto. Per lui,
"uror ego ante alias; iuvat hoc, Cerinthe, quod uror, 
si tibi de nobis mutuus ignis adest
mutuus adsit amor, 
per te dulcissima furta
perque tuos oculos, 
per Geniumque rogo"
Che Natalizio, il genio di Cerinto, accolga i voti di Sulpicia di essere sempre avvinti da una reciproca catena, come certamente è voto dello stesso amante:
"optat idem iuvenis quod nos, tectius optat
 nam pudet haec illum dicere verba palam"

V - L'ultima elegia del ciclo dell'Amicus è una preghiera che Sulpicia, al suo compleanno, rivolge a Giunone, offrendo incenso al suo altare. Sulpicia si è abbigliata per la Dea, ma non soltanto per lei, poiché
"est tamen, occulte cui placuisse velit"
 Giunone faccia sì che nessuno separi chi si ama e procuri al giovane amato un mutuo vincolo d'amore:
"at tu, sancta, fave, neu quis divellat amantes, 
sed iuveni quaeso mutua vincla para" 
In cambio, Sulpicia offrirà tre focacce e tre volte alzerà il calice alla Dea:
"sis Iunio huic grata, et veniet cum proximus annus, 
hic idem votis iam vetus adsit amor".


Sulpicia

XIII - Nella prima elegia (III.13) Sulpicia si dichiara innamorata di un amore non platonico, e non vuole tenerlo nascosto:
"Tandem venit amor, qualem texisse pudori
quam nudasse alicui sit mihi fama magis".
Sono state le Camene, le muse ispiratrici dei suoi versi, a convincere Venere a condurre l'amato fra le braccia di Sulpicia. Lei non vorrebbe scrivere dei propri piaceri:
"Non ego signatis quicquam mandare tabellis, 
ne legat id nemo quam meus ante, velim"
è dolce peccare e noioso fingersi virtuosa: gli altri potranno al più dire che noi eravamo degni l'uno dell'altra.

XIV - Nella seconda, Sulpicia pensa di essere costretta a trascorrere il suo compleanno nella fredda campagna di Arezzo, lontana da Roma e da Cerinto, dovendo seguire, a malincuore, lo zio e tutore Messalla, ma lascia il suo cuore a Roma:


"Che compleanno noioso tristemente dovrò trascorrere
nell’odiosa campagna senza il mio Cerinto!
Che cosa è più piacevole della città? O forse ad una giovane
sono più adatti una villa ed un gelido fiume che scorre nell’agro aretino?
Non affannarti, infine, o Messalla, che troppo di me ti preoccupi:
spesso i viaggi, parente mio, sono inopportuni.
Trascinata via, qui l’anima ed i miei sensi lascio,
anche se tu non mi permetti di agire secondo la mia volontà".

XV - la giovane comunica che il viaggio è stato annullato e può, pertanto, festeggiare con i suoi cari. e anche con lui,  il suo dies natalis, per cui Sulpicia comunica a Cerinto la lieta notizia:

"Sai che la triste preoccupazione di quel viaggio 
svanita è dall’anima della tua fanciulla?
Ora le è permesso di stare a Roma nel giorno del suo compleanno.
Celebriamo tutti insieme questa ricorrenza
che ti giunge, forse, quale più non speravi."

Così Sulpicia potrà festeggiare il compleanno insieme con l'amato:
"Omnibus ille dies nobis natalis agatur,
qui nec opinanti nunc tibi forte venit"

XVI - Cerinto però tradisce Sulpicia, sicuro che lei non ricambierà l'infedeltà, e con una rivale di condizione sociale inferiore, forse una schiava, come lasciano pensare i termini toga, indumento indossato dalle meretrices, non dalle dominae, che, invece, usavano la stola, e quasillo, il cesto contenente la lana da filare quotidianamente assegnata alle schiave:

"M’è gradito che ormai tu ti permetta molte cose
senza preoccuparti di me,
poiché non temi che ad un tratto
io possa stupidamente perdermi.
Preoccupati pure di una toga e di una donnaccia che reca
un pesante paniere, più che della tua Sulpicia, figlia di Servio!
Ci sono quelli che si preoccupano per me, 
che molto s’addolorerebbero,
se venissi preferita ad un volgare giaciglio." 
Lui frequenta una prostituta, una schiava, dimenticando chi è Sulpicia, la figlia di Servio, e per questo c'è chi si addolora, che Sulpicia sia arrivata a concedersi a un uomo come Cerinto che preferisce le prostitute.

XVII - Sulpicia è malata, come fa supporre il termine calor (la febbre) e ha l'impressione che Cerinto non se ne preoccupi troppo. Lei guarirebbe solo se fosse certa che anch'egli lo voglia. Ma forse non serve guarire se Cerinto rimane così insensibile alla sua malattia:  .

"Ci tieni davvero, Cerinto,
alla tua ragazza, ché la febbre
tormenta il suo corpo spossato?
E non vorrei vincere questo male oscuro
se non sapessi che anche tu lo voglia.
A che gioverebbe vincere il male,
se tu con cuore indifferente
puoi sopportare la mia malattia?"

XVIII - L'ultima breve elegia è una dichiarazione di amore e di passione:
"Luce mia, possa io non esser più 
la tua ardente passione 
come credo di esser stata 
in questi ultimi giorni se io, 
in tutta la mia giovinezza, 
ho mai commesso una sciocchezza, 
di cui io possa confessare 
di essermi più pentita, 
quella di averti lasciato solo
la scorsa notte, 
per volerti nascondere 
il desiderio che ho di te".




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