CIRCO MASSIMO





Dalla descrizione del Vasi:
"Il primo Circo fu eretto da Romolo nel Foro Romano per celebrare i giuochi in onore di Nettuno, ove seguì il rapimento delle Sabine. Dopo ne furono fatti diversi altri, ma tutti di legno. Tarquinio Prisco fu il primo, che tra i monti Palatino, e Aventino edificò di marmo questo, di cui parliamo, il quale siccome era il più grande, e il più magnifico degli altri, fu chiamato Circo Massimo. Servivano i Circhi, come ognun sa, al corso dei cavalli, e dei carri, ai combattimenti a piedi, e a cavallo, ed ai giuochi Gimnici degli Atleti, cioè alle lotte, alle caccie, e ad altri divertimenti inventati per render forte,e ardita la Gioventù Romana per la guerra.


La forma di questo Circo era d'un quadrato bislungo, da una parte però circolare, tutto all'intorno ornato di magnifici portici, e di due ordini di sedili. 

La sua lunghezza era di 2187 palmi, e di 960 la larghezza, capace di contenere cento cinquanta mila spettatori;e secondo altri fino al numero di trecento mila. 

Nel mezzo del Circo eravi una lunga, e larga muraglia, detta Spina, intorno a cui si correva, e sopra cui erano due Obelischi, e diversi Tempietti.

Questo celebre Circo fu accresciuto, e adornato da Giulio Cesare, e da Augusto che vi collocò l'Obelisco, esistente ora sulla piazza del Popolo. Dipoi essendosi abbruciato nell'incendio Neroniano, fu rifatto più ampio, e più bello da Domiziano, e da Trajano. Finalmente l'Imperador Costanzo vi eresse il secondo Obelisco, ch'era molto più grande del primo, ch' è quello medesimo, che in oggi si vede sulla piazza del Laterano."

La valle posta tra l'Aventino ed il Palatino, denominata dagli antichi Murzia, fu usata fin dai primi tempi di Roma per le corse dei carri.

Racconta Dionisio di Alicarnasso che Tarquinio Prisco stabilì il Circo Massimo costruendovi intorno i sedili coperti, perchè prima si stava in piedi sopra palchi sostenuti da cavalletti di legno. Inoltre lo divise in 30 sezioni, una per ciascuna curia.

In seguito venne talmente ingrandito da essere considerata tra le meraviglie della Città.

Secondo Dioniso si estendeva in lunghezza per 3 stadi e mezzo, ed in larghezza 4 jugeri. Cingeva i due lati maggiori ed uno dei minori una fossa profonda e larga 10 piedi.

Dietro questa fossa denominata Euripo, vi erano 3 piani di portici, dei quali gli inferiori avevano come nei teatri i gradini di pietra, ed i superiori di legno.

I due lati maggiori erano congiunti alle estremità da un emiciclo, con la capienza di 150000 persone. Nell'altro lato vi partivano i cavalli coi carri.

Fuori del Circo vi era un altro portico di un solo piano, che conteneva i servizi, alternati a ingressi e scale per lo spettacolo, e sopra diverse abitazioni.

Plinio non concorda nelle dimensioni e riferisce che il circo contenesse 260.000 spettatori. Vittore invece sostiene che ne contenesse 380.000, altri 485.000.

Del circo si conservano resti dei portici lungo il lato posto sotto il Palatino, oltre a molti di quelli che formavano il portico esterno sul monte.

Altri resti della parte curvilinea si trovano esistere verso il Celio, come pure alcuni altri pochi dell'altro lato maggiore posto al disotto dell'Aventino.

Tra i frammenti poi dell'antica Pianta di Roma se ne trovano alcuni della parte semicircolare di questo Circo con alcune fabbriche circonvicine; come pure parte dei lati maggiori, con l'indicazione della Spina nel mezzo.

Sulla Spina vi stavano i due obelischi che ora sono situati l'uno sulla piazza di S. Giovanni in Laterano, e l'altro in quella del Popolo; ivi stava pure un tempietto del Sole con molte statue e colonne onorarie.

Il tempio poi che si vede disegnato nella medaglia di Trajano rappresentante questo Circo per essere stato da lui restaurato ed accresciuto, si giudica essere quello della Gioventù, di cui ne fa menzione Livio nel quarantesimo sesto libro della sua storia; e questo si trova indicato dalla medesima medaglia essere stato nel mezzo del lato posto sotto l'Aventino.

Verso il luogo ove stavano collocate le carceri del Circo, nel fare alcuni scavi ultimamente per rintracciare la condottura dell'acqua di Mercurio, fu scoperto un grande muro che seguiva la stessa direzione dei portici del Circo; ed in questo mi pare di potere riconoscere un resto del recinto che serviva per trattenimento dei carri prima di entrare nelle carceri.

Di faccia poi a questo recinto verso l'Aventino, e dietro alla Chiesa di S. Maria in Cosmedin si vedono alcune mura antiche; le quali sembrano avere appartenuto al Segretariato del Circo; ossia luogo ove si tenevano i giudizi delle cose risguardanti gli spettacoli che si eseguivano nel circo.

Situato nella valle tra il Palatino e l'Aventino, è ricordato come sede di giochi sin dagli inizi della storia della città: nella valle sarebbe avvenuto il mitico episodio del ratto delle Sabine, in occasione dei giochi indetti da Romolo in onore del Dio Consus.

Di certo l'ampio spazio pianeggiante e la sua prossimità all'approdo del Tevere dove dall'antichità più remota si svolgevano gli scambi commerciali, fecero sì che il luogo costituisse fin dalla fondazione della città lo spazio elettivo in cui condurre attività di mercato e di scambi con altre popolazioni, e - di conseguenza - anche le connesse attività rituali (si pensi all'Ara massima di Ercole) e di socializzazione, come giochi e gare.




STORIA

Le prime installazioni in legno, probabilmente in gran parte mobili, risalgono all'epoca dei Tarquini (Tarquinio Prisco, Servio Tullio, Tarquinio il Superbo) nella seconda metà del VI secolo a.c.

Le prime strutture in muratura, soprattutto legate alle attrezzature per le gare, si ebbero probabilmente solo nel II secolo a.c. e fu Gaio Giulio Cesare a costruire i primi sedili in muratura e a dare la forma definitiva all'edificio, a partire dal 46 a.c.

Il monumento venne restaurato dopo un incendio e probabilmente completato da Augusto, che vi aggiunse anche un obelisco di Ramses II portato dall'Egitto (spostato nel XVI secolo da Papa Sisto V in Piazza del Popolo).

Altri restauri avvennero sotto gli imperatori Tiberio e Nerone e un arco venne eretto a Tito nell'81 al centro del lato corto curvilineo: si trattava di un passaggio monumentale integrato nelle strutture del circo.

Dopo un grave incendio sotto Domiziano, la ricostruzione, probabilmente già iniziata sotto questo imperatore, venne completata da Traiano nel 103: a quest'epoca risalgono la maggior parte dei resti giunti fino a noi.

Sono ricordati ancora restauri sotto Antonino Pio, Caracalla e Costantino I.

In antichità la spina era decorata con un obelisco, l'obelisco flaminio oggi a piazza del Popolo, come testimoniato anche da una moneta di Caracalla.

Nel 357, un secondo obelisco fu portato a Roma per volere dell'imperatore Costanzo II ed eretto dal praefectus urbi Memmio Vitrasio Orfito sulla spina; oggi questo obelisco si trova davanti San Giovanni in Laterano.

Il circo rimase in efficienza fino alle ultime gare organizzate da Totila nel 549.


"CIRCVS MAXIMVS" Iscrizione relativa all' " adiectio locorum " (aggiunta di luoghi, probabilmente ampliamenti fatti eseguire da Traiano nel circo Massimo, CIL. 955, scoperta « apud circu » nel 1450 circa.





STRUTTURA ED UTILIZZI

Le dimensioni del circo erano eccezionali: lungo 621 m e largo 118 poteva ospitare circa 250.000 spettatori.
La facciata esterna aveva tre ordini: solo quello inferiore, di altezza doppia, era ad arcate. La cavea poggiava su strutture in muratura, che ospitavano i passaggi e le scale per raggiungere i diversi settori dei sedili, ambienti di servizio interni e botteghe aperte verso l'esterno.

BATTAGLIE NAVALI NEL CIRCUS MAXIMUS
Sul lato sud si trova attualmente una torretta medioevale detta "della Moletta" appartenuta ai Frangipane.

Vi si svolgevano, inoltre, le naumachiae (battaglie navali): l'arena del Circo Massimo veniva inondata con le acque del Tevere e venivano simulati combattimenti navali (navalia proelia) durante i quali due opposte squadre (composte da gladiatori o da prigionieri di guerra condannati a morte) si affrontavano riportando alla memoria indimenticabili battaglie avvenute per mare.

I dodici carceres, la struttura di partenza che si trovava sul lato corto rettilineo verso il Tevere, disposti obliquamente per permettere l'allineamento alla partenza, erano dotati di un meccanismo che ne permetteva l'apertura simultanea.

La cavea poggiava su strutture in muratura, che ospitavano i passaggi e le scale per raggiungere i diversi settori dei sedili, ambienti di servizio interni e botteghe aperte verso l'esterno. Si narra che "i Romani utilizzarono anche lastre di pietra speculare per le pareti del Circo Massimo per ottenere un piacevole candore", in poche parole adoperarono la scagliola, che i romani già conoscevano, e che usavano talvolta per imitare il marmo, data la brillantezza delle sue superfici, oppure per produrre gli stucchi.

L'arena era in origine circondata da un euripo (canale) largo quasi 3 m, più tardi eliminato per aggiungere altri posti a sedere.

Nell'arena, si svolgevano le corse dei carri, con dodici quadrighe (cocchi a quattro cavalli) che compivano sette giri intorno alla spina centrale tra le due mete.

La spina era riccamente decorata da statue, edicole e tempietti e vi si trovavano sette ova e sette delfini da cui sgorgava l'acqua, utilizzati per contare i giri della corsa.

I dodici carceres, la struttura di partenza che si trovava sul lato corto rettilineo verso il Tevere, disposti obliquamente per permettere l'allineamento alla partenza, erano dotati di un meccanismo che ne permetteva l'apertura simultanea.

BASSORILIEVO RINVENUTO NEL CIRCO CON SCENA DI
INCIDENTE TRA CARRI
"Per i Romani il Circo Massimo è insieme tempio e casa, luogo di riunione e realizzazione dei desideri. Si ammassano nelle piazze, agli incroci, nelle strade, e discutono animatamente di questo o quel partito. Quando arriva finalmente il giorno delle corse tutti si affrettano verso il circo, prima ancora che sorga il sole e corrono a grande velocità come se volessero gareggiare con i carri. Molti passano le notti senza chiudere occhio, pieni di ansia per il risultato delle corse" (Ammiano Marcellino, Res Gestae, 28, 4, 29-31).

"E intanto intorno al circo gravitavano maghi ed astrologhi che promettevano all’incauto spettatore di predire il nome dell’auriga vincente" (Cicerone, De divinatione, 1, 132).





IL CIRCO

Situato dapprima nelle naturali depressioni del terreno, sulle cui scarpate si collocavano sedili provvisori, divenne poi una struttura simile al teatro: un sistema di muri radiali sosteneva la cavea, all’esterno la fronte dell’edificio si presentava ad arcate aperte. L’accesso alle gradinate era dato da scalette collegate con gallerie. La pista era ellittica.

Circa a metà del lato della cavea della pista di andata si apriva una porta, detta libitinaria, dalla quale venivano fatti uscire i carri che durante la prima fase della corsa fossero stati coinvolti in un incidente. I box da cui partivano i carri per la corsa erano dodici, disposti su una linea curva ed inclinata. Al di sopra degli stalli si trovava una terrazza normalmente destinata ad ospitare la loggia dalla quale il magistrato, editor spectaculorum, gettava la mappa per dare inizio alle gare.

Al centro dei carceres si trovava una porta monumentale, attraverso la quale entrava nel circo la pompa circensis e alle due estremità si aprivano le porte di servizio.
Alle estremità dei carceres si innalzavano due torri che davano al complesso l’aspetto di un castrum, per cui il tutto veniva chiamato oppidum.

La spina era l’elemento divisorio delle due piste, quella di andata e quella di ritorno.
Le mete erano due elementi semicircolari, posti alle due estremità della spina, intorno ai quali giravano i carri. Tutt’intorno alla spina correva un canale, detto euripus, provvisto d’acqua, dal quale gli addetti potevano attingere per annaffiare i mozzi arroventati dei carri.



LE QUATTRO FAZIONI

Erano dette, dai colori, russata, albata, prasina, veneta. Domiziano introdusse anche la purpurea e l’aurata.

Erano società private, di proprietà di personaggi dell’ordine equestre, che avevano l’incarico di organizzare i giochi, fornire aurighi, cavalli, carri.

A capo c’erano i domini factionum, che oltre alla direzione tecnica e amministrativa di tutta l’organizzazione, trattavano anche con i magistrati o con lo stesso imperatore, allestivano gli spettacoli nel circo, contrattavano il numero dei cavali, le loro quotazioni, gli onorari degli aurighi.



LA CORSA

La scelta della posizione di partenza dei carri nei carceres veniva tirata a sorte prendendo in un’urna una pallina del colore dell’auriga (Tertulliano, De Spectaculis, 16). La linea di partenza era disegnata di bianco sull’arena della pista (alba linea); il via alla corsa veniva dato dal magistrato dai carceres agitando un panno bianco.

I carri avevano le ruote sistemate verso l’estremità posteriore del pianale e quindi tutto il peso gravava sulla parte anteriore, cioè sul timone.
Il traino era per lo più a quattro cavalli, ma si ricordano anche carri a sei, otto o dieci cavalli e in una gemma appare un attacco a venti cavalli. In alcuni casi i carri erano trainati da dromedari.
Per ogni colore poteva gareggiare un solo carro ed erano queste le gare preferite dal pubblico romano. Il senso della corsa era antiorario. I giri da compiere intorno alla spina erano sette e gli spettatori potevano seguirli dagli spostamenti dei sette delfini che si abbassavano sul traliccio o delle sette uova poste sulla stessa spina e che cadevano.

Le corse in programma potevano essere dieci, sotto Caligola divennero ventiquattro, da trenta a quarantotto sotto i Flavi e sotto Domiziano raggiunsero il numero eccezionale di cento.
Con il termine naufragium si intendeva un caratteristico incidente che poteva accadere durante le corse, quando nel prendere la curva la ruota sinistra del carro toccava una delle due mete e il carro si rovesciava.
Gli agitatores, cioè gli aurighi, erano per lo più di origine servile e considerati inhonestae personae, ma anche rampolli di nobili famiglie e persino gli stessi imperatori. Nerone si esibì su un tiro a dieci cavalli nei giochi olimpici (Svetonio, Nerone, 24). Adulati e coccolati dalla folla, sia dalla plebe sia dagli aristocratici, potevano guadagnare cifre astronomiche. Diocle, auriga della fazione russata, aveva partecipato a 4527 gare, aveva vinto 1462 volte, di cui 1361 per la fazione rossa e, in 24 anni di carriera, aveva guadagnato più di 35 milioni di sesterzi. Giovenale paragona il patrimonio di Lacerta, auriga della fazione rossa, a quello di cento avvocati (Satire, 7, 113-114).

Le espressioni per indicare le vittorie erano: occupavit et vicit, se l’auriga aveva guidato e vinto la corsa; successit et vicit, se aveva sorpassato dal secondo posto e vinto; erupit et vicit, se dall’ultimo posto era riuscito a rimontare tutti e a vincere.
L’auriga romano, come quello etrusco, aveva la testa coperta con un casco di cuoio, indossava una corta tunica del colore della sua scuderia e le redini del carro giravano intorno alla vita, assicurando una presa efficace. Il sistema era molto pericoloso in caso di naufragium, cioè di ribaltamento del carro, per cui l’auriga era dotato di un coltello, con cui tagliare le redini in caso di incidente. Le gambe erano ricoperte da fasce.

I cavalli provenivano dagli allevamenti d’Italia, Grecia, Spagna e Africa e l’addestramento durava due anni. I nomi dei cavalli erano noti al pubblico, come quelli degli aurighi. Anche dei cavalli si contavano le vittorie e se ne conosceva l’età, la genealogia. Frasi quali “Vincas non vincas, te amamus Polidoxe” (che tu vinca, o meno, ti amiamo o Polidosso), su un mosaico pavimentale nelle terme di Pompeiano in Numidia, indicano l’amore per un cavallo del circo.

Volucer, un cavallo di Lucio Vero, veniva nutrito con uva passa e noci, anziché orzo e veniva condotto nella casa imperiale con la schiena coperta da una gualdrappa di porpora. Quando morì, il padrone gli fece costruire una tomba nell’Ager Vaticanus (Hist. Aug., Ver. 6).
Corone di alloro, palme e moggi pieni di monete d’oro erano i premi per i cavalli.

Procedendo dall'esterno verso l'arena troviamo l'ambulacro esterno, i fornici, l'ambulacro intermedio, un'altra fila di stanze aderenti all'ima cavea. I fornici hanno ritmo ternario: uno costituiva l'accesso all'ima cavea, uno era cieco, il terzo ospitava la scala a doppia rampa che portava all'ambulacro superiore, il quale era ricavato su arcuazioni interne allo spazio dei fornici stessi. I due lunghi bracci rettilinei delle gradinate si unificavano nell'emiciclo al cui centro c'era l'arco trifornice in onore di Tito.

All'estremità, opposta, disposte su ampia curva erano i dodici carceres sormontati dalla loggia dalla quale il magistrato gettava la mappa.
Fulcro dell'edificio era la spina limitata alle estremità, dalle mete tricuspidate; ospitava i sostegni con le ova ed i delfini necessari per segnalare a quale dei sette giri previsti della gara canonica si fosse giunti. Era decorata di colonne, gruppi statuari, altari, tempietti, inoltre ospitava i due obelischi.
La spina fu infatti la sede più idonea per accogliere i culti vecchi e nuovi della valle del circo, esclusi l'altare di Conso, che era sotterraneo presso le prime mete, il sacello di Murcia che si trovava nell'area della pista a ridosso della cavea ed il tempio del Sole che era inserito nelle gradinate.


LA DEVASTAZIONE di ROBERTO LANCIANI:

Il Fea 1. e, p. 317 dice che i calciaiuoli e i fornitori di marmi si attaccavano specialmente ai sepolcri « per il comodo che si aveva nelle proprie vigne di rovinarli senz'essere scoperti »: ma le calcare clandestine dei tempi di mezzo e del risorgimento devono credersi piuttosto strana eccezione alla regola: i materiali si ricercavano, gli edificii si demolivano, i marmi si calcinavano alla piena luce del sole, sotto l' occhio indifferente delle autorità, anzi col consenso di questa e con partecipazione degli utili. Col documento pubblicato a p. 47, anno 1426, la Camera, concedendo ad una compagnia di calciaiuoli i travertini della basilica Giulia, si riserva la metà del prodotto, che poi cede a favore del cardinale di s. Eustachio, Giacomo Isolani. Lo stesso è avvenuto pei travertini del Colosseo, del fornice di Lentulo, del circo Massimo e di cento altri monumenti consumati in servigio della fabbrica di s. Pietro, dei palazzi di s. Marco, Riario, Farnese etc. Si tratta di centinaia di migliaia di rubbia di calce. I privati ne consumavano in proporzione.















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