VALENTE




Nome completo: Flavius Iulius Valens
Nascita: Cibalae (vicino Sirmio), Pannonia, 328
Morte: Adrianopoli, 9 agosto 378
Predecessore: Valentiniano I (da solo, l'intero impero)
Successore: Teodosio I
Consorte: Albia Dominica
Figli: Carosa, Anastasia, Valentiniano Galate
Dinastia: valentiniana
Padre: Graziano il Vecchio
Madre: Albia Dominica
Regno: 364-378 d.c.


LE ORIGINI

Fratello di Valentiniano imperatore, nacque nella città di Cibalae, nel 328 d.c. da una famiglia non povera ma di umili origini. Il padre Graziano il Vecchio, valoroso ufficiale dell'esercito, aveva ricevuto terre e bestiame in cambio dei suoi servigi, come si usava nel tardo impero. Così Valente, insieme a Valentiniano, era vissuto nelle tenute d'Africa e pure in Britannia. Mentre Valentiniano si era dedicato da subito alla carriera militare, Valente aveva trascorso la giovinezza nelle proprietà familiari dedicandosi agli studi, e si unì all'esercito solo intorno al 360.



L'IMPERO

Nel 364 d.c., l'imperatore Gioviano morì misteriosamente asfissiato in un viaggio a Costantinopoli durante una sosta. Valentiniano aveva già una fama e un credito verso i soldati, e aveva pure ottenuto la carica di tribunus scutariorum, in più era illirico come Gioviano. A differenza di Gioviano Valentiniano fu acclamato, e non imposto, per il titolo di Augusto i primi del 364. Il suo primo gesto fu richiamare presso di sè suo fratello Valente per condividerne il governo, nominandolo augusto all'Ebdomonte, futuro luogo di incoronazioni per una serie di imperatori.

Dopo due mesi di governo affiancato, si capì che era meglio spartire l'impero per evitare conflitti, così tornarono in Illirico dividendosi le amministrazioni, le terre e l'esercito. Valentiniano, in qualità di Massimo Augusto, tenne Italia, Illirico, Spagna, Gallia, Britannia e la provincia d'Africa; Valente invece, in qualità di Augusto Junior, tenne la metà orientale dei Balcani, Grecia, Egitto, Siria e Asia minore fino ai confini con la Persia.
Valente tornò a Costantinopoli e l'anno dopo, nel 365, Valentiniano si recò a Mediolanum, dove risiedette per un anno prima di raggiungere Treviri, eletta a capitale fino al 375.



LE PERSECUZIONI

Valente e Valentiniano avevano credo religiosi differenti: Valente era Ariano e Valentiniano adottava il Credo di Nicea. Ancora più intransigente del fratello, perseguitò chi non la pensasse come lui, cioè i cristiani niceni e i pagani, condannandone pure la filosofia ellenica, il che creò numerosi conflitti interni. Pur amministrando con capacità fece grossi danni alla libertà romana, giungendo a chiedere la conversione universale, Goti compresi.
La tolleranza romana che rispettava costumi e religioni dei vinti era scomparsa. Aderendo a una fede che era dettata solo dal timore, col dovere di affermare una fede non sentita a fondo, i cristiani imposero agli altri il credo con la forza. La vera fede non chiede potere nè conferme, perchè è paga di sè, ma se non è sentita nel cuore si associa al potere e richiede continue affermazioni all'esterno, anche con la violenza.



L'USURPATORE

Valente aveva ereditato la parte orientale di un impero che aveva ceduto i possedimenti in Mesopotamia e Armenia per lo svantaggioso trattato di Gioviano col re di Persia Sapore II. A Valente quel trattato non piaceva per cui verso la fine del 365 cominciò a marciare contro i Persiani. Ben presto però venne distratto da una più grave priorità: un usurpatore si era proclamato imperatore a Costantinopoli.

Procopio, cugino per parte di madre, messo a capo di una divisione dell'esercito di Giuliano durante la spedizione in Persia, era già sospettato di tradimento. Valente aveva ordinato di arrestarlo, ma l'altro riuscì a fuggire e a portare dalla sua due divisioni militari di passaggio che lo proclamarono imperatore nel 365.
Temendo la reazione di Costantinopoli Procopio organizzò una massiccia azione di propaganda bloccando tutte le notizie in arrivo e divulgando che Valentiniano fosse morto. Poi fece coniare monete che lo sancivano di dinastia costantiniana. Questa propaganda ottenne il successo sperato.

Valente si spaventò della rivolta, prima pensò di abdicare o addirittura di suicidarsi, poi inviò contro Procopio due legioni che però passarono dalla sua parte, e Valente stesso per poco non fu catturato, inoltre Valentiniano si disinteressava del problema.
Quando Procopio si impossessò delle diocesi di Tracia e d'Asiana, Valente dovette riorganizzare il suo esercito e nel 366 si recò in Frigia, sconfisse il generale di Procopio nella battaglia di Thyatira e lo stesso Procopio a Nacoleia. Procopio fu decapitato e la sua testa inviata a Valentiniano a Treviri.



LA QUESTIONE GOTICA

I Goti nel nord, rimasti in pace dalla vittoria di Costantino nel 332, avevano aiutato Procopio contro Valente che se l'era legata al dito. Quindi nel 367, con l'aiuto del nipote Graziano, Imperatore Romano d'Occidente, traversò il Danubio e marciò incontro al loro capo Atanarico. Questi si ritirò tra i Carpazi, finchè un'alluvione del Danubio impedì all'Imperatore di passare il fiume, consentendogli solo opere di fortificazione. Nel 369 traversò nuovamente il fiume, attaccando e vincendo Atanarico che chiese una tregua, Valente accettò, con detrimento dei suoi commerci con l'oriente a la possibilità di reclutare truppe.



IL TRONO DI ARMENIA

Il re Sapore II, incarcerato il re armeno Arsace e presone il trono, mandò un esercito contro l'Iberia, e un altro contro il figlio di Arsace, Pap, che riuscì a scappare e a raggiungere Valente a Marcianopoli, dove stava conducendo la campagna contro i Goti.

Per risposta Valente fece reimporre Pap sul trono, ma Sapore reagì invadendo ancora la regione. Pap fuggì di nuovo e fu fornito di un nuovo esercito che riuscì ad aver ragione del contrattacco di Sapore. La pace fu stabilita e durò cinque anni.

Ma sorsero problemi anche con Pap, che uccise il patriarca Narses pretendendo il controllo di alcune città romane, tra cui Edessa. Valente lo fece catturare e uccidere ponendo al suo posto Varazdat, che governò sotto la reggenza di Masel Mamikonean, fedele a Roma. Alla morte di Valentiniano gli succedettero i due figli Graziano e Valentiniano II, nominati augusti dalle truppe in Pannonia.
Nel 377 i Saraceni comandati dalla regina Mavia si ribellarono, devastando i territori dalla Palestina al Sinai, ma la rivolta fu sedata.



LA RIVOLTA DEI BARBARI

Nel 376 gruppi di Goti, circa 200.000, sotto la spinta degli Unni, chiesero all'imperatore d'Oriente Valente il permesso di oltrepassare il Danubio: questi accettò, contando su nuove braccia per coltivare le terre e nuovi guerrieri per l'esercito. Chiese però ai Goti di convertirsi al cristianesimo, il disarmo dei guerrieri e la consegna di bambini come ostaggi, promettendo in cambio terre da coltivare e sussidi dall'Impero.

Ma i Goti erano molto di più di quanto dichiarato, il disarmo dei guerrieri non funzionò, e funzionari corrotti si rivendettero le derrate dei Goti, portandoli a fame e miseria. I Goti giunsero stremati a Marcianopoli, ma gli abitanti della città non gli permisero neppure di approvvigionarsi. La ribellione fu inevitabile, tanto più che il comes Lupicino tentò, al termine di un banchetto, di assassinare il capo goto Fritigerno assieme agli altri capitribù ma questi fuggì e raggiunse la sua gente, avvertendo del tradimento.

Così i Goti entrati nell'esercito romano si ribellarono nel 377 sconfiggendo i Romani a Marcianopoli. Dopodichè, uniti ai Visigoti, agli Unni e agli Alani, si scontrarono con le truppe imperiali vincendo e conquistando la Tracia. Nel 378 Valente uscì da Antiochia con l'esercito e raggiunse Costantinopoli. I suoi consiglieri lo pregarono di aspettare Graziano in arrivo dalla Gallia con le sue legioni vittoriose, cosa che anche Graziano auspicava, ma Valente, geloso dei successi del nipote, non intese ragioni.



LA BATTAGLIA DI ADRIANOPOLI

Valente dette il comando ai generali Traiano e Profuturo, i quali progettarono di attaccare all'alba Fritigerno, che però intuì la mossa preparandosi al contrattacco. Ambedue le partì subirono pesanti perdite senza alcun vincitore.
Per impedire ai Goti di avanzare Valente fece costruire fortificazioni sui passi montani e per alcuni mesi l'esercito romano li presidiò, ma i Goti scoprirono un varco sulle rive del Danubio a nord e chiamarono i contingenti di Alani, che passarono il fiume e si unirono a Fritigerno.

Il nuovo comandante romano Saturnino intanto, per timore di venire accerchiato si rifugiò nelle città fortificate e l'orda barbara ormai forte come un fiume superò le montagne e saccheggiò la Tracia.
L'imperatore, ottenuta una tregua con i Persiani e concordato l'aiuto militare di Graziano, affidò a Sebastiano il comando delle operazioni. Questi attuò una strategia di controguerriglia, cercando di rintracciare i gruppi di barbari che razziavano la zona e di affrontarli separatamente.

Valente intanto decise di aspettare la discesa dei barbari erigendo un accampamento fortificato alle porte di Adrianopoli. Invano il magister equitum Vittore lo consigliò di aspettare; alla fine Valente, per non dividere il successo con Graziano che stava sopraggiungendo con l'esercito, decise di dirigersi da solo contro il nemico: 60.000 soldati romani contro un'orda di circa 150.000-200.000 barbari. Una follia.

Furono comunque avviate trattative di pace: l'imperatore ricevette una delegazione di preti cristiani ariani con una lettera di Fritigerno che chiedeva terre per i Goti. Ma due reparti di cavalleria di arcieri a cavallo, attaccarono di propria iniziativa dando il via alla battaglia. Gli arcieri furono sopraffatti e fu necessario l'intervento dei catafratti (cavalieri corazzati). I Romani comunque avanzarono fino ad arrivare addosso ai fanti, ma si resero conto che non erano stati seguiti dal resto della cavalleria e, in inferiorità numerica, furono massacrati.



LA MORTE

La cavalleria gota colpì il fianco sinistro romano ormai scoperto. I fanti romani, schierati in ordine compatto e con scarso margine di manovra, dopo una ferrea resistenza, si sfaldò e fuggì. Valente rimase al sio posto fino all'ultimo ma venne ucciso e i resti del suo esercito si dette alla macchia.

Non si è mai saputo di preciso in che modo Valente morì: forse colpito da una freccia o bruciò vivo nell'incendio di una fattoria in cui si era rifugiato per una ferita. Con lui caddero anche due comites, tre duces, trentacinque tribuni e circa 10.000 soldati, una strage. In seguito alla vittoria i barbari dilagarono nei territori intorno alla città razziando e massacrando le popolazioni romane.
Il magister equitum Vittore riportò di notte il resto dell'esercito a Graziano, rimasto a oltre 300 km. dal campo di battaglia. Questi appena diciannovenne non osò intervenire finchè non nominò Teodosio I nuovo imperatore d'oriente.



DOPO VALENTE

La battaglia di Adrianopoli fu un duro colpo per i Romani fino ad allora invincibili, e la cavalleria gotica cambiò completamente il modo romano di combattere da allora in poi, perchè uno dei pregi dei Romani fu quello di copiare ogni sistema che funzionasse meglio del loro. L'ufficiale bizantino Rufino chiamò la sconfitta di Adrianoponi "l'inizio dei mali per l'Impero romano, ora e in seguito".




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