BENEVENTUM - BENEVENTO (Campania)



Benevento fu città prima sannita e poi romana, sorta nell'entroterra appenninico della Campania, in una conca circondata da colline.



LA STORIA

Varrone narra che Benevento fu fondata dall'eroe greco Diomede, qui sbarcato dopo la distruzione di Troia, e che avrebbe riservato per la città una zanna del mitico Cinghiale Calidonio ucciso da suo zio Meleagro. Alcune monete del IV  e III sec. a.c., con l'emblema del cavallo e la scritta Malies, cioè di Apollo Maloesis, protettore del bestiame, ne testimonierebbero l'origine greca, per giunta il cavallo era il simbolo di Diomede. In realtà, la fondazione si dovrebbe agli Osci, passando poi ai Sanniti. Inoltre, la parola Malies (o Malocis), non sarebbe greco ma osco o sannita, all'origine del primo nome della città che era Maloenton, da cui quello latino di Maleventum o Maluentum.

Festo, invece, la riferisce fondata da Ausone, figlio di Odisseo e di Circe: una tradizione che suggerisce che forse Benevento fu in origine una città degli Ausoni. Ma un'altra leggenda la vuole città sannitica, fondata da un pastore, chiamato Sagno Sabino, che avrebbe fondato la città sui colli della Guardia, dandole il proprio nome.

La Benevento sannitica è legata, tra l’altro, al famoso episodio delle Forche Caudine avvenuto nel 321 a.c. nell’ambito delle guerre sannitiche e che la vide teatro dell’imboscata e della resa dei Romani. Pare che proprio a seguito di tale episodio i latini coniarono la denominazione di “Maleventum”

La prima citazione nella storia romana di Maleventum si ha nel 314 a.c., definita un florido centro del Sannio Meridionale. Nel 275 a.c., i Romani, al comando di Manio Curio Dentato, vinsero Pirro, venuto in Italia con i suoi elefanti al richiamo sannita per sconfiggere Roma, e conquistarono Maleventum. Affinchè la città restasse romana, vi trasferirono nel 268 a.c. il primo stanziamento di coloni romani con diritto latino.Qui il nome di Maleventum, considerato di cattivo augurio, venne dai romani trasformato in Beneventum.
Benevento divenne, così, un importante e ricco centro economico legato all’agricoltura, alla pastorizia e alle attività commerciali grazie alla via Appia e al suo nuovo tracciato, cioè la via Traiana, la strada consolare che, entrando dal ponte Leproso, collegava Capua a Benevento e proseguiva poi per Brindisi.

Nell'86 a.c., assegnata alla tribù Stellatina, i Romani la elevarono al rango di municipium. Nel 42 a.c. vi fu dedotta una nuova colonia di veterani e nel 14 a.c., l’imperatore Augusto visitò la città. Nerone vi dedusse poi una terza colonia, detta Concordia, documentato anche nelle iscrizioni del regno di Settimio Severo: Colonia Julia Augusta Concordia Felix. Adriano poi la unì alla Campania.

Per tutto il III e IV sec. d.c. la città prosperò ulteriromente, con numerosi e splendidi monumenti, diventando la città più popolosa del Meridione dopo Capua. Già dai tempi di Traiano infatti il centro urbano si era spostato verso la collina, dove sorse un nuovo quartiere, la Regio Viae Novae, ad oriente della città antica. Distrutta però da un terribile terremoto nel 369 d.c., continuò a declinare seguendo la crisi e il destino dell'Impero romano d'Occidente.


Le Streghe di Benevento

I longobardi, inizialmente avversi al Cattolicesimo, seguaci dell’eresia ariana e legati ancora al culto pagano di Wothan, pervennero alla conversione avvenuta nel 663 ad opera del vescovo Barbato, famoso anche per aver ordinato l’abbattimento del principale simbolo dell’eresia e del paganesimo, quell’albero di noce intorno al quale si svolgevano i riti. Nacquero per alcuni così le “Streghe di Benevento” risalenti al tempo del culto di Wothan, padre degli dei, e fu alimentata con lo svolgimento di una cerimonia di guerra intorno ad un albero sacro.. Dopo la conversione, la leggenda sostituì ai guerrieri donne malefiche che, danzando freneticamente intorno all’albero, mettevano in pratica banchetti e riti orgiastici cui partecipava il diavolo, in sembianze di caprone.

In realtà il mito è molto più antico, ancora sopavvissuto in epoca romana, perchè in zona sannitica c'era il culto di Diana Caria, culto assolutamente proibito ai maschi, in cui le sacerdotesse, le Cariatidi, le sostenitrici del tempio, da cui le immagini scultorie, danzavano nelle notti di Luna Piena intorno al noce sacro. La luna era Diana e la noce, come frutto, era l'immagine del labirinto dell'anima, in realtà molto simile a un cervello umano, chiusa nell'oscurità del guscio ligneo. Per giungere al cuore del frutto occorreva spezzare il guscio ligneo. Le sacerdotesse che praticavano la prostituzione sacra, la ierodulia, si immergevano annualmente nel fiume Sabus, da cui il termine Sabba dato alle riunioni stregoniche e l'idea della licenziosità del culto.



DESCRIZIONE

Il castrum, evidentemente sede della colonia latina dedotta nel 268 a.c (Beneventum), aveva un perimetro di circa 2100 metri ed un impianto pentagonale che racchiudeva un’area di quasi 30 ettari, organizzata sulla base di isolati larghi 35 metri. La via Traiana attraversava la città trasversalmente, da nord a sud, secondo il tracciato dei cardini. La città, dalla pianta quadrangolare, aveva i vertici segnati dalle attuali Porta Arsa, Rufina e Aurea e dallo sbocco di Corso Garibaldi in via Torre della Catena.

Essa disponeva di quattro accessi che, in almeno tre casi permarranno nelle cinte medievali: porta Rufina, porta Summa e porta Aurea. L’individuazione di questo tessuto urbano e del percorso delle mura consente d’identificare l’area pubblica occupata da una piazza nella parte più orientale del castrum, come del resto testimonia la presenza del superstite Arco di Traiano, posto immediatamente all’interno del perimetro fortificato.

A questo abitato murato fa riscontro la parte della città posta fuori le mura, con rovine di edifici pubblici orientati analogamente al castrum, come il teatro, “I Santi Quaranta” e l'Arco del Sacramento. 



ANFITEATRO

L'anfiteatro romano di Benevento risale al I secolo d.c., all'epoca dell'imperatore Nerone, e sorse nei pressi del ponte Leproso, ingresso della via Appia in città.

I resti del grande edificio furono scoperti casualmente nel 1985; nel 1997 furono rimessi in luce alcuni dei muri radiali che sostenevano la cavea e uno dei muri anulari. Gli scavi archeologici, iniziati nel 1998, sono attualmente interrotti. Purtroppo su parte dell'antica struttura è stata costruita la stazione ferroviaria "Benevento Appia".



ARCO DEL SACRAMENTO

L'Arco del Sacramento, di costruzione romana, si trova a Benevento e cavalca Via Carlo Torre, all'angolo del Palazzo Arcivescovile e costituisce una delle porte del castellum vescovile.
La costruzione dell'arco è databile tra la fine del I e l'inizio del II sec. d.c. 

La facciata si presenta priva del rivestimento marmoreo, di cui rimangono alcuni lacerti, e delle statue originariamente alloggiate nelle nicchie ai lati delle fronti. L'arco dava adito all'area del Foro, dalla parte meridionale della città, nei pressi del Teatro romano.

La riqualificazione dell'area è stata attuata grazie alla misura 5.1 del PIT ed è costata quasi 5 milioni di euro. I lavori sono stati progettati e diretti dal Comune di Benevento con l'intervento sinergico della Soprintendenza archeologica di Salerno, Avellino, Benevento e la Seconda Università degli studi di Napoli. Il restauro dell'arco e delle strutture limitrofe hanno riportato alla luce un complesso termale presente nelle zona. Il 9 luglio 2009 è stato inaugurato il percorso archeologico urbano.




ARCO DI TRAIANO

L'arco di Traiano di Benevento è un arco trionfale dedicato all'imperatore Traiano per l'apertura della via Traiana, una variante della via Appia che accorciava il cammino tra Benevento e Brindisi. Il monumento, molto ben conservato, compresi i numerosi rilievi scultorei che ne decorano le superfici, risulta essere l'arco trionfale romano meglio conservato in assoluto. L'arco fu costruito tra il 114 e il 117 d.c. e divenne una porta d'accesso alla città, per la sua imponenza fu chiamato Port'Aurea.

« Devesi l'Arco ammirare siccome appunto da tutti si ammirano le grandi ossa dei giganti, devesi rivivere con lo stupore e quasi adorare col silenzio. Deve considerarsi che forse questa gran mole non fu mai in tanta venerazione come si è al presente, anzi, ella sarà sempre più venerabile e venerata nei secoli avvenire. »
(Giovanni De Nicastro, 1723)

Subì diversi restauri in seguito ai danni del tempo e dei terremoti finchè nel 1850 l'arco venne isolato abbattendo le case che vi si erano addossate. Oggi è posizionato al termine della breve via Traiano, accessibile dalla principale strada del centro storico, corso Garibaldi. È stato restaurato e parzialmente isolato dal traffico cittadino. Basta guardarlo per rendersi conto della grandezza di Roma, per l'arte raffinatissima, la ricchezza della decorazione, la ricchezza dei materiali, e il culto di Roma come faro di civiltà, come in effetti fu.


DESCRIZIONE

È costruito in blocchi di pietra calcarea, rivestiti da opera quadrata in blocchi di marmo pario, con un solo fornice, alto 15,60 m e largo 8,60 m. Su ogni facciata quattro semicolonne, disposte agli angoli dei piloni, sorreggono una trabeazione, che sporge al di sopra del fornice. Oltre le architravi si trova un attico, anch'esso più sporgente nella parte centrale, sopra il fornice, che presenta all'interno un vano coperto da una volta a botte.

L'arco presenta una ricca decorazione scultorea sulle due facciate principali, con scene che si riferiscono alla pace e alle provvidenze verso i cittadini sul lato interno, rivolto verso la città, e alla guerra e alle provvidenze dell'imperatore verso le province sul lato esterno.

L'attico ha al centro un'iscrizione dedicatoria e ai lati due pannelli a bassorilievo: sul lato esterno, il pannello di sinistra, non interamente conservato, rappresentava l'Omaggio delle divinità agresti provinciali, e quello di destra la Deduzione di colonie provinciali; sul lato interno, a sinistra era Traiano accolto dalla Triade capitolina e a destra Traiano nel Foro Boario (luogo tradizionale per l'annona populi Romani).

Il fregio figurato della trabeazione sorretta dalle colonne raffigura la processione del trionfo di Traiano sulla Dacia, come di consueto realizzato ad altissimo rilievo.

Su ciascuno dei piloni, tra le semicolonne angolari, altri due pannelli, posti l'uno sull'altro, più stretti di quelli presenti sull'attico, raffigurano ancora scene e allegorie delle attività imperiali; i pannelli sono separati da rilievi decorativi più bassi con Vittorie tauroctone (Vittorie nell'atto di sacrificare tori) al centro e Amazzoni in alto.

Le scene vanno lette dal basso all'alto, da destra a sinistra.

Lato interno Lato esterno
Destra Sinistra Destra Sinistra
Pannello inferiore
  • Adventus di Traiano Traiano procede al dilectus italico Concessione delle cittadinanza romana agli ausiliares nelle colonie di confine (o forse la deduzione delle colonie legionarie) 
  • Il dilectus provinciale

Pannello superiore
BASSORILIEVO CON TRAIANO SULLA DESTRA
  • Traiano accolto dal Senato, 
  • il Popolo Romano e l'Ordo Equestre 
  • Nuovo adventus di Traiano 
  • Receptio in fidem di principi barbari 
  • La restitutio Daciae

L'Arco di Traiano, lato esterno
Nei pennacchi dell'arcata del fornice sono raffigurate personificazioni
  • il Danubio e la Mesopotamia, sul lato esterno, 
  • la Vittoria e la Fedeltà militare, sul lato interno) accompagnate dai geni delle quattro stagioni; 
  • sulle chiavi dell'arco sono raffigurate altre personificazioni (la Fortuna, sul lato esterno, e Roma sul lato interno).

I lati interni del fornice presentano altri due ampi pannelli scolpiti, raffiguranti scene delle attività di Traiano nella città di Benevento:
  • a sinistra, uscendo dalla città, il Sacrificio della cerimonia per l'apertura della via Traiana (si vede Traiano fra i littori durante la cerimonia);
  • a destra L'istituzione degli alimentata (simboleggiata dai pani sul tavolo al centro) alla presenza di littori, personificazioni di città italiche e di Italici con bambini per mano e sulle spalle.
  • Sulla volta, decorata a cassettoni, compare al centro una raffigurazione dell'imperatore incoronato da una Vittoria.

Iscrizione dell'attico
IMP[eratori] CAESARI DIVI NERVAE FILIO
NERVAE TRAIANO OPTIMO AVG[usto]
GERMANICO DACICO PONTIF[ici] MAX[imo] TRIB[unicia]
POTEST[ate] XVIII IMP[eratori] VII CO[n]S[uli] VI P[atri] P[atriae]
FORTISSIMO PRINCIPI SENATVS P[opulus]Q[ue] R[omanus]

SOTTO L'ARCO
"All'imperatore Cesare, figlio del divo Nerva, Nerva Traiano Ottimo Augusto Germanico Dacico, pontefice massimo, (rivestito della) potestà tribunicia diciotto (volte), (acclamato) imperatore sette (volte), console sei (volte), padre della patria, fortissimo principe, il Senato e il Popolo romano (posero)."

Istituzione degli Alimenta

Il rilievo interno del sacrificio
I rilievi sui piloni non sono di livello artistico altissimo, per via di un certo appesantimento delle figure e una certa banalità nella loro impostazione e rendimento scultoreo.

Più notevoli invece sono i rilievi all'interno del fornice, soprattutto grazie alla ricerca di una composizione adeguata per le scene molto affollate, dove si evita con sapienza la monotonia e il sovraccarico. Nonostante ciò non si può dire che in questi rilievi si abbia un senso compiuto dello spazio e dell'atmosfera come nei rilievi dell'arco di Tito (90 circa).

Sono però visibili rapporti abbastanza evidenti con fregio traianeo dell'Arco di Costantino, per cui è stata avanzata l'ipotesi di un'attribuzione, almeno per questi due pannelli, all'officina romana del "Maestro delle Imprese di Traiano", autore della Colonna Traiana.



I SANTI QUARANTA

I Santi Quaranta fu un criptoportico romano sorto a Benevento, le cui rovine si trovano nei vicoli contigui al viale San Lorenzo. Fu costruito nel I secolo d.c., derivando il suo nome da una chiesa dedicata ai quaranta martiri cristiani di Sebaste del 320 d.c. che vi fu edificata sopra.

In passato il complesso è stato ritenuto un emporium e, prima delle terme. Deve invece essere stato un criptoportico: questa era l'opinione espressa dallo storico Alfonso De Blasio, che lo esaminò prima del tremendo terremoto del 1688 (Memorie istoriche della città di Benevento, 1656). Nessun cellario, infatti, è ravvisabile nella costruzione e le stesse forme e dimensioni degli ambienti facevano pensare, più che ad un deposito di merce, ad una costruzione monumentale compresa nell'area del Foro.

Danneggiata sia dai terremoti che soprattutto dai bombardamenti del 1943. Anticamente presentava una facciata a riseghe ed in opera pseudoreticolata con dieci finestre, ma 3 di esse artificiali.



IL TEATRO

Il teatro romano di Benevento, realizzato al tempo dell’imperatore Adriano ma ultimato sotto Caracalla, era posto nelle vicinanze del cardo maximus, mentre oggi è circondato dal medievale Rione Triggio. La pianta del teatro è semicircolare e presenta dimensioni grandiose: ha un diametro di 90 m e originariamente poteva ospitare 15000 persone.

Entrando sulla scena vi sono due cippi: sul primo a destra sulla facciata anteriore c'è l'iscrizione che celebra Adriano e che indica l'inizio dei lavori, Adriano istituì un Curator per la sua costruzione e l'edificio venne inaugurato nel 126 d.c. Sul secondo cippo facciata posteriore si celebra Caracalla e si indicherebbe la data di chiusura dei lavori, 200-210 d.c. dopo un ampliamento che è testimonianza della notevole importanza raggiunta dalla città dopo l'apertura della via Traiana.
L'esterno presentava 25 arcate articolate su tre ordini, delle quali rimangono solo quelle del primo, inquadrate da colonne con capitelli tuscanici, che danno accesso all'interno alternativamente tramite corridoi e scale, e parte di quelle del secondo ordine.
La cavea semicircolare si è conservata in buona parte, collegata alla scena di cui si conservano tre porte monumentali che davano accesso all'orchestra.. Sotto di essa i corridoi e le scale d'accesso sono collegati da due ambulacri paralleli che fanno da cassa armonica.

La cavea è fiancheggiata da due aule, le parodoi, in particolare la sala a destra conserva il pavimento in mosaico e e lo zoccolo inferiore rivestito da lastre marmoree policrome. come forse in origine doveva essere rivestita gran parte del teatro. Le Parodoi erano, nel teatro greco, gli spazi praticabili tra il limite dei sedili e la scena, che collegavano l'orchestra con l'esterno del teatro. Nel teatro romano, venuto meno il coro, le parodoi, chiamate versurae, fungevano da ingresso per i privilegiati che occupavano posti d'onore.

Dietro la scena si notano tre scalinate che conducono ad uno spazio collocato ad una quota inferiore rispetto al monumento, forse ad un ingresso monumentale per gli artisti. I mascheroni che troviamo sia lungo il viale d'ingresso del teatro che sul Campanile del Duomo (vicino alla finestra) che a Piazza Piano di corte e a vico Capitano Rampone avevano una funzione decorativa ed erano perfettamente riconoscibili e assimilabili alle maschere di cui facevano largo uso gli attori.

Anche l'area circostante il teatro ha dato interessanti risultati in quanto, durante lavori in proprietà private, sono venuti alla luce tracce di pavimenti in mosaico e molti muri in opus mixtum.
Il viale d'ingresso è decorato da mascheroni che richiamano quelli usati dagli attori; attorno al teatro sono ancora in corso indagini che hanno rilevato resti di costruzioni forse adibite a scuola di ballo e associazione di artisti. Il teatro presenta un'acustica eccellente, ancora oggi utilizzato per manifestazioni musicali e culturali, in particolare la "Città Spettacolo" e la stagione lirica. Su quanto rimaneva del teatro, sopra la sala prima menzionata, fu costruita nel XVIII secolo la chiesetta di Santa Maria della Verità, ad una navata, ristrutturata dopo il terremoto del 1980.


Cenni storici

Recenti saggi eseguiti nella cripta della chiesa di Santa Maria della Verità costruita sulla sua cavea, hanno rivelato i piani pavimentali originali del teatro in lastre di terracotta e i muri della parodos.

Al di sotto di uno di essi sono emerse strutture in opera quasi reticolata, obliterate da un riporto di natura alluvionale avvenuto nel I secolo d.c. che potrebbero far ipotizzare una fase più antica del monumento, riutilizzata in un secondo momento come fondazione dell'edificio di età adrianea.
Un'iscrizione rinvenuta sul pulpitum ricorda l'istituzione da parte di Adriano della carica di curator per la costruzione dell'edificio. Un'altra base onoraria, rinvenuta nel dicembre del 1938, dedicata dalla Colonia Beneventana a Caracalla, erede designato del padre Settimio Severo, con il titolo di Cesare, ha fatto supporre restauri databili tra il 198 ed il 210.

Abbandonato in epoca longobarda, il teatro fu parzialmente interrato e utilizzato come fondazione per abitazioni. Gli scavi del teatro e l'abbattimento delle case costruite sopra furono realizzati a partire dal 1923, per opera di Almerico Meomartini. Interrotti in seguito al terremoto del 1930, furono ripresi nel 1934 con l'esproprio dei fabbricati sovrastanti e il teatro riportato in luce venne consegnato nel 1938 alla Soprintendenza. I lavori continuarono dopo la seconda guerra mondiale; il monumento venne riaperto al pubblico nel 1957.



TEMPIO DI ISIDE

Il Tempio di Iside di Benevento, oggi scomparso, era un santuario alla dea egizia elevato dall'imperatore Domiziano tra l'88 ed l'89 d.c. I reperti egizi rinvenuti a Benevento, relativi soprattutto al tempio di Iside, fa di questa città il luogo in Occidente con la maggiore concentrazione di manufatti egizi originali, provenienti sostanzialmente dal solo Tempio di Iside.

STATUE DEL TEMPIO
Le opere conservate dal suolo della città sono state ritrovate per la maggior parte nel 1903, durante gli scavi sotto la porzione settentrionale delle mura longobarde, presso la chiesa di Sant'Agostino. Conservate per la maggior parte nel Museo del Sannio, consistono in:
  • una coppia di obelischi di granito egiziano con iscrizioni geroglifiche (di cui uno esposto in Piazza Papiniano, l'altro mutilo);
  • 21 sculture di materiale, di stile e di provenienza egizia;
  • 4 statue egiziane di materiale egizio e di conio egizio ellenistico;
  • 3 frammenti di bassorilievi di marmo con rappresentazioni in puro stile egiziano;
  • 4 singolari opere marmoree di stile ellenistico-romano, di cui una (frammento di una statuetta di Iside sul trono) in una proprietà privata della città, 
  • e tre conservate nel Museo Barracco in Roma (due sfingi di prima età tolemaica e una sfinge di epoca tarda).
  • Di dubbia attribuzione la statua del Bue Apis.


OBELISCO PIAZZA PAPINIANO

L'obelisco nella piccola Piazza Papiniano, di granito rosso di Siena, fu tenuto in Piazza Duomo dal 1597, e fu collocato nella posizione attuale nel 1872. L'obelisco è alto circa 3 m e pesa 2,5 t. È costituito da 4 segmenti, riassemblati senza lacune importanti: mancano soltanto piccole parti della base e della piramide sommitale.

Le quattro facce sono coperte di geroglifici nei quali si riconoscono il cartiglio di Domiziano e il nome del fondatore del tempio, un certo Lucilius Lupus. Le iscrizioni sono tradotte in latino e in greco sulla base. Tali iscrizioni secondo la traduzione dello Schiaparelli suonano così:

1^ faccia:
"Ra Oro il giovane che abbatte (i popoli barbari) -
Oro, vittorioso ricco di anni, il grande della vittoria, Autocrator Caesar, re dell'alto e basso Egitto  Domitianus, vivente in eterno, fece portare dai due monti di granito rosso e venire verso la sua dimora di Roma che governa i due mondi"

2^ faccia:
"Per Iside, madre divina, astro del mattino, regina degli dei, signora del cielo, nel tempio che egli eresse a lei  questo monumento, fra gli dei - della sua città - di Beneventus, ordinò di portare il sovrano dei due mondi Domitianus - vivente in eterno; 
il nominato Lucillius Ruphus fece innalzare l'obelisco con gioia"

3^ faccia:
"L'anno ottavo, sotto la maestà dell'Oro, Toroforte, re dell' alto e basso Egitto, l'astro amato da tutti gli dei, figlio del sole, signore dei diademi delle due regioni - 
Domitianus vivente in eterno, costruì un degno edificio ad Iside, la gran signora di Beneventus ed agli dei del suo cielo Lucilius Ruphinus. Ordinò di portare il signore dei due mondi."

4^ faccia:
"Per Iside la grande madre divina, occhio del sole, questo monumento fra gli dei della sua città di Beneventus, signora del cielo, sovrana degli dei tutti, figlia del sole. Ordinò di portarlo il signore dei diademi Domitianus vivente in eterno, il nominato Lucilius Rup(h)ius pose. 
Bonum felix faustumque sit."



BUE API

La statua del Bue Apis, o Api, si trova a Benevento, all'inizio del viale San Lorenzo, che porta alla basilica della Madonna delle Grazie. In dialetto è chiamata 'A ufara, la bufala.
La scultura, in granito egiziano, fu trovata nel 1629 fuori la città, oltre il fiume Sabato, nella località Casale dei Maccabei, e fu collocata su un piedistallo davanti a porta San Lorenzo, una delle otto porte dell'antica città.

Secondo Enrico Isernia, fu l'egittologo francese Émile Étienne Guimet a considerare la statua una rappresentazione della divinità egizia Api, da mettere quindi in relazione con il tempio di Iside eretto dall'imperatore Domiziano nel I secolo. La denominazione fu poi usata dallo storico Almerico Meomartini ed altri.
L'aspetto della statua appare però abbastanza rozzo: le corna e la fronte sono sbrecciate e deteriorate da fattori atmosferici, le orecchie sono rotte. Le mancano comunque i caratteri distintivi del toro Apis: il disco solare fra le corna e il pene.
Inoltre, mentre il materiale, granito egizio rosso, e l'esecuzione plastica concepita in severa regolarità dai quattro lati, sono senza dubbi egizi, lo schema iconografico si differenzia in modo essenziale dalle figure egiziane di tori, nei quali le zampe sono sempre rappresentate in movimento, con la gamba sinistra avanzata.

Anche l'arte ellenistico-romana, nelle sue rappresentazioni dell'Apis egizio, ha fatto propria questa stilizzazione, e nessuna immagine di Apis manca della rappresentazione del sesso.
A giudicare dall'esecuzione plastica, la figura andrebbe assegnata alla tarda età imperiale (fine del II secolo), se non ad un'epoca ancora posteriore: una tale datazione giustificherebbe che lo scultore egiziano non conoscesse più le caratteristiche iconografiche del dio ancora venerato.



PONTE LEPROSO

Di tipica struttura romana fu restaurato da Appio Claudio, da L. Settimio Severo e da M. Aurelio Antonino.

Rinvenute inoltre tracce del Tempio di Giove, delle Terme e del Foro, nonchè ampie tracce di strade romane



PORTA ARSA

La cinta muraria, rasa al suolo da Totila nel 545 e ricostruita dai longobardi, presenta nella superficie esterna tratti in blocchi megalitici di tufo giallo, di sicura fattura romana.

Compare soprattutto nel basamento in alcuni tratti lungo Viale dei Rettori e Via Torre della Catena. La grande dimensione dei blocchi, oltre 100 cm in lunghezza e 50 in larghezza, e la successiva scomparsa del materiale nell'area beneventana indica per alcuni che si tratti di pezzi romani reimpiegati, per altri dei resti della cinta muraria romana.

Le mura avevano otto porte, delle quali una era il già citato Arco di Traiano, ribattezzato poi Porta Aurea; un'altra, Porta Somma, fu poi inglobata nel medioevo nella Rocca dei Rettori.

Porta Arsa, detta comunemente Port'Arsa, sorse in epoca tardoromana, e costituiva l'ingresso al Triggio. Fu detta anche «Porta delle calcare» per via delle antiche fornaci di calce che si trovavano nelle vicinanze, è posta sul lato occidentale della città e consiste in un arco in blocchi di pietra calcarea, fiancheggiato da due mezze colonne. anch'esse in pietra calcarea. Era a questa porta che conduceva la Via Appia Antica, la Regina Viarum, passando per il ponte Leproso. Le altre porte sono andate distrutte.


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