CLOACA MAXIMA





GLI INIZI

Quando fu fondata l'Urbe romana, la pianura che circondava i colli era irrigata da innumerevoli corsi d'acqua alimentati dalle sorgenti che tracciavano un percorso tra le rocce vulcaniche, preziose per la qualità dell'acqua ancora oggi.
Però questi torrenti stagionali e le inondazioni del Tevere creavano spesso una vasta palude che rendeva insalubre la vita nella valle e inadatta agli edifici. I primi abitanti si erano infatti insediati sui colli, ma con gli ultimi re di Roma la città si riversò anche in pianura.

La Cloaca Maxima permise infatti di sanare le zone del Foro, del Circo Massimo e della Suburra, raccogliendo anche i collettori di scarico che venivano dal Velabro. La valle venne così colmata di sassi, frammenti di tufo, detriti, sabbia e terra a strati successivi, con un canale di scolo centrale che regimentava le acque, impedendo loro di dilavare il terreno e di ricreare acquitrini.

Il tratto iniziale del canale, lungo 101 m, nella zona compresa fra le posteriori basiliche Emilia e Giulia, fu costruito sui torrenti già esistenti, seguendone il percorso.
Nei decenni successivi i Romani aggiunsero altri canaletti per drenare le zone intorno fino al Velabro. In seguito il percorso venne mantenuto e restaurato, coprendo peraltro il canale.
Per evitare crolli, i Romani solo raramente costruirono strutture importanti sopra il percorso della Cloaca, realizzando tratti nuovi per aggirare le costruzioni maggiori o chiudendo alcuni tratti che caddero in disuso.

La sezione del condotto è all'origine di m.2,70 di altezza per m.2,12 di larghezza ed aumenta fino a raggiungere, verso la fine, l'altezza di m.3,30 e la larghezza di m.4,50.



I MATERIALI

Le grandi innovazioni prodotte dai Romani nel campo architettonico furono la grande genialità inventiva e le nuove soluzioni tecnologiche. Essi riuscirono non solo a migliorare i tradizionali sistemi costruttivi etruschi ed ellenistici, ma ad inventarne di nuovi. Scoperta decisiva fu quella del cemento, opus caementicium: un impasto fluido di calce, sabbia ed acqua, che veniva colato dentro casse di legno per ottenere le strutture portanti, a volte curve. Altre volte il cemento era amalgamato con pietrisco, pezzetti di selce o pietra calcarea o frammenti di laterizio, e versato fra due muri di mattoni che lo contenevano e facevano da paramento esterno, il cosiddetto "muro a sacco".

Poi inventarono l' Opus quadratum: strutture in blocchi regolari a parallelepipedo. Comparve alla fine del VII-inizi VI sec a.c., a cominciare dalla Cloaca Massima e poi dalle Mura Serviane.

Aldisotto dei Fori i canali mostrano pareti e volte di varie epoche: arcaica, medio-repubblicana, giulia, augustea, flavia e domizianea. La prima parte ha pareti in blocchi di pietra gabina, più in là presenta coperture a cappuccina, cioè a tettuccio, nelle fogne minori, sboccando nel Tevere con un arco a tre ghiere in blocchi di peperino. Il tratto del VI sec. a.c., tra la Basilica Emilia e la Giulia, fu realizzato in cappellaccio, cavato probabilmente dai colli Palatino e Campidoglio, lo stesso tufo utilizzato per realizzare la Regia ed il podio del tempio di Giove.

L’opera reticolata e il tufo dell’Aniene nell’area di Tor dei Conti sono augustei per tutta la parte est del foro Transitorio, sottopassando la basilica Emilia e connettendosi con l'arcaico Foro Romano. Durante la costruzione del Foro Transitorio, tuttavia, Domiziano dovette costruire un nuovo tratto con mura di peperino, più tardi rivestite in opera laterizia di bipedali, e volte in cemento, che iniziava all’angolo del tempio di Minerva.

Qui, incrociando il Foro Transitorio, il nuovo condotto incontra il tratto medio-repubblicano nella parte nordovest della basilica Emilia. Per ragioni di sicurezza il canale venne deviato intorno alla parte nordovest dell’edificio raggiungendo poi la basilica Julia.
Sotto la volta di fine III, inizio II sec. a.c, in cima al muro originario, i blocchi hanno nicchie simmetriche sui due muri, per i ganci che fermavano i blocchi, e delle nicchie più grandi, per grosse travi che facevano da ponti per l’attraversamento del canale.
I tombini della Cloaca, posti a pochi metri l’uno dall’altro e fregiati con stupendi bassorilievi in marmo, hanno un famoso esemplare in quello che si conserva nell’atrio di S. Maria in Cosmedin, meglio conosciuto come “La Bocca della Verità”, probabilmente raffigurante la testa di un Dio fluviale.
Dove la Cloaca Maxima traversa il Foro è ancora visibile il basamento circolare in marmo del sacello di Venere Cloacina, protettrice della Cloaca che qui si immetteva al di sotto del pavimento della piazza, accanto alla gradinata della basilica Emilia.




LA STORIA

La Cloca Maxima fu una delle più antiche fognature del mondo, il cui nome stesso la indica come la più grande esistente a Roma. Non era però l'unico condotto fognario che riversasse nel Tevere, perché molti altri collettori analoghi vennero realizzati ovunque nell'area dell'Urbe per raccogliere le acque dei fondivalle, portando al fiume anche una notevole quantità di detriti e di oggetti spesso involontariamente caduti nelle fogne, con grande diletto degli archeologi che da qui hanno estratto reperti e notizie storiche.

Non a caso verso la metà del '900 una società americana si occupò del drenaggio del Tevere, ricevendo come unico compenso i resti romani rinvenuti là sotto, e ne trovarono un'infinità.

Visto che a Testaccio ancora affiorano le colonne di marmo nel fiume e almeno fino a venti anni fa, ma forse ancora oggi, si rinvenivano setacciando la sabbia, anelli, ciondoli e vasetti romani, si può intuire quanto si trovi nel sottosuolo fognario che equivale a un "butto" medievale.

La cloaca fu costruita alla fine del VI secolo a.c. in età regia, alcuni sostengono nel 616 a.c. sotto Tarquinio Prisco, per altri fu iniziata da lui e terminata sotto Tarquinio il Superbo, tramite ingegneri etruschi che erano già all'epoca molto esperti di lavori idrici, canalizzazioni, chiuse e bonifica del suolo. Fu una delle prime grandi opere di urbanizzazione.
Livio e Plinio, nel raccontare la costruzione della cloaca, descrivono l'insopportabile fatica degli operai, per cui molti tentarono la fuga se non il il suicidio. Sembra che le molte ribellioni indussero Tarquinio il Superbo ad erigere forche sul luogo come deterrente.

Sebbene Tito Livio la descriva come scavata nel sottosuolo della città, da ciò che sapeva per tradizione, da fonti antiche si ritiene che in epoca etrusca si trattasse soprattutto di un canale a cielo aperto, scavata nel tufo o rivestita in peperino e tufo senza calce, che raccoglieva le acque dei corsi d'acqua naturali che scendevano dalle colline, drenando la pianura del Foro Romano e il Velabro, allora acquitrinosi, per riversarle nel Tevere.

A testimonianza del periodo in cui la Cloaca Maxima rimase un canale a cielo aperto, la sommità del muro arcaico corrisponde al piano di calpestio originario, prima dell’intervento di riempimento della valle, significando che i due interventi appartengono ad un unico progetto. Inoltre Livio la descrive, almeno in alcune parti, formata da "tre ordini di archi, uno sopra l'altro congiunti, ed uniti insieme.

Il canale, comunque scavato al di sotto del suolo, sarebbe stato progressivamente coperto, prima a legno poi a volta muraria, per consentire l'espandersi del centro cittadino. Il suo fondo era in basalto sistemato a selciato, e in alcuni tratti a blocchi di travertino, un vero lusso.

Si sa di un'ispezione e di lavori di drenaggio e spurgo ad opera di Agrippa nel 33 a.c.. ma i restauri e le migliorie furono continue, aumentando lo spazio ricavato in età regia, rifacendo i rivestimenti in materiali più pregiati e resistenti, e con diverse tecniche di costruzione.

Il condotto era sotto la protezione della Dea Cloacina: a "Venere Cloacina" era dedicato un piccolo sacello circolare, sorto nel punto in cui il condotto entrava nel Foro Romano, davanti alla Basilica Emilia, con una porticina sotterranea che introduceva al condotto. Da notare che le strade romane, a schiena d'asino, avevano sempre uno scolo per le acque piovane che defluivano nelle fogne.
Si hanno notizie certe del suo funzionamento anche molto tempo dopo la la caduta dell'Impero romano nel V sec. d.c.

Oggi la Cloaca è quasi interamente percorribile: la presenza continua delle acque chiare del Nodinus e le periodiche inondazioni che avvengono durante i temporali, la riempiono fino alla volta di acqua piovana e la ripuliscono periodicamente delle impurità e dai sedimenti, come progettarono gli stessi Romani, rendendola relativamente salubre alla frequentazione.





IL PERCORSO

Il tragitto iniziava presso la Chiesa dei SS Quirico e Giuditta ai piedi della Suburra, proseguiva tra il Foro di Augusto e il Foro di Nerva, e si dirigeva attraverso il Foro Romano al Vico Jugario, poi con un lunghi tornanti, si accostava al Campidoglio, e riceveva gli scoli provenienti dalla Rupe Tarpea. Parallela a Via San Giovanni Decollato, la Cloaca passava quindi sotto l'Arco di Giano quadrifronte, poi voltava verso sud con un ampio gomito e dopo aver rasentato il Tempio rotondo di Ercole sbucava nel Tevere, dove ne è ancora visibile lo sbocco.

Le pareti del primo tronco del manufatto sono in blocchi di pietra gabina, dove si immettono, lungo il percorso, gli imbocchi di fogne minori ricoperte a cappuccina. Originariamente a cielo aperto, in un secondo tempo, nel II - I sec. a.c., venne la volta in conci di tufo litoide, interrata in vari punti da restauri in opera a sacco o in cortina laterizia; allo sbocco nel Tevere la fogna mostra una triplice armilla in peperino.



I TRATTI INDAGATI

Attualmente è percorribile il tratto che inizia appena fuori il Foro di Nerva, presso la Tor de' Conti (via Cavour): in questo tratto, reso agibile nel 1889, il condotto ha un altezza di circa 3 m, a circa 12 m sotto il livello stradale attuale e a 6 m sotto al livello antico.

Sotto il Foro Romano, il condotto procede in due gallerie parallele, per sopperire alla minore altezza.
Questo tratto, sgomberato nel 1871, è costruito in opera incerta e in opera reticolata ed è databile alla tarda età repubblicana; ma ci sono anche resti più antichi, in cappellaccio di tufo, con tracce di falsa volta di copertura, risalenti alla costruzione originaria.

Un altro settore accessibile si trova nell'antico Foro Boario, in corrispondenza dell'Arco di Giano quadrifronte. Qui sotto le acque che tuttora percorrono l'antico condotto vengono deviate in un collettore moderno e il resto del percorso è ostruito e inaccessibile.

È tuttora visibile, presso i resti del ponte Rotto, vicino al Ponte Palatino, l'antico sbocco della Cloaca Massima, costituita da un arco a triplice ghiera di conci in pietra gabina.



LE CLOACHE MINORI

Ma la Cloaca Maxima non era l'unica:

  • Il chiavicone Schiavonia, posto poco più su del porto di Ripetta, raccoglieva le acque del Campo Marzio settentrionale, del Pincio e del Viminale.
  • La chiavica della Giuditta traversa via del Corso a circa otto m sotto il mantello stradale, e raccoglieva le acque delle terme di Agrippa e del Pantheon, portandole nella zona di ponte Sisto dove, fino al 1889, alimentava il mulino detto della Bella Giuditta, da cui il nome.
  • La chiavica dell’Olmo costeggia il Campidoglio passando sotto piazza della Minerva, a circa 8 m sotto il mantello stradale, rasente all'antico tempio di Minerva che giace appunto sotto la piazza della chiesa, giungendo poi al Ghetto per sfociare nel fiume sopra ponte Fabricio.
  • La cloaca Circi, o cloaca del Circo Massimo scorreva aldisotto del circo seguendo la linea della sua spina. Fino al secolo scorso lo sbocco era visibile, posto a circa 150 m da quello della cloaca Massima, ma andò perduto con la costruzione dei muraglioni di contenimento per ovviare alle piene del Tevere.
  • La cloaca di Ripa Mormorata raccoglieva le acque dell’Aventino, quelle degli Horrea, i grandi magazzini romani e i Porticus Aemilia.
  • Il fognone di Borgo che dall’ospedale S.Spirito, appunto nel quartiere Borgo S. Spirito e a circa 9 m di profondità, portava le acque fino al Tevere.
  • La Naumachia Augusti, le acque provenienti dalla Naumachia Augusti, un gigantesco bacino di circa 533 x 355 m dove si inscenavano battaglie navali, raggiungevano il Tevere con un breve collettore rettilineo.
C'erano poi i numerosi gabinetti pubblici e privati che scaricavano le acque luride in apposite canalette di scolo che si congiungevano ai collettori più vicini. Lo scorrere continuo delle acque di dilavamento assicurava l'igiene di tutto il sistema fognario




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