FONS CAMENARUM



SANTUARIO DELLA NINFA EGERIA
"Qui tu dimorasti, in questo rifugio incantato,
Egeria! Il tuo seno divino che batte
Per i passi lontani del tuo amante mortale;
La Mezzanotte purpurea velò quel mistico incontro
Con la sua volta più stellata, e assisa
Accanto al tuo adoratore, che accadde?
Questa grotta fu certamente scolpita per dare il saluto
A una Dea innamorata, e la cella
Frequentata da Amore sacro - l'oracolo più antico
".
(George Byron)


LE DEE CAMENE

Anticamente sul suolo italico o almeno laziale c'erano quattro Dee Camene: Egeria, Carmenta, Antevorta e Postvorta. Alle Camene Numa Pompilio (754 – 673 a.c.).aveva consacrato il bosco presso la fonte di Egeria, fuori Porta Capena. Qui si celebravano in gennaio, con offerte di latte e acqua, le feste Carmentalia, durante le quali le Vestali venivano ad attingere l'acqua per i loro riti.

Nel II sec. a.c. il loro sacello, colpito da un fulmine e perciò inizialmente ricoverato nel tempio di Onore e Virtù, poco distante, fu trasportato all'interno del tempio di Ercole delle Muse (Aedes Herculis Musarum), stabilendo così la connessione e la futura equivalenza tra le Muse e le Camene.
Le Camene sicuramente dovevano essere legate al carmen, il canto magico vaticinizzante proferito in tempi arcaici dalle sacerdotesse per i fedeli delle Dee.




LA FONTE DELLE CAMENE

Una sorgente e un boschetto sacro, il santuario delle Camene, si trovava dunque vicino, probabilmente al suo esterno, a Porta Capena ai piedi del Colle Caeliano e veniva chiamata per le Dee dell'acqua assimilata alle Muse, che erano adorate insieme ad Egeria, una Dea dell'acqua cara a Numa (Ov., Veloce 3.275-76, conosciuta anche come i fonte Egeria: Rodríguez Almeida).

Quest'acqua pura era consacrata per le Vestali fin dai tempi antichi, e uno dei loro compiti giornalieri era di prendere l'acqua dal Camenarum Fons per portarla al Tempio di Vesta nel Foro, un viaggio di quasi due km. L'acqua veniva utilizzata per cospargere gli altari di Vesta e per altri rituali.

La sorgente si trovava ai piedi dell'estremità meridionale del colle Celio, all'interno dei confini della Villa Mattei, ma è impossibile identificarlo con certezza con una di quelle trovate nelle immediate vicinanze.
Il bosco era intorno alla sorgente, e la valle si estendeva a nord-est da questo punto lungo il lato sud-est del Celio, attraversata dalla vicus Camenarum (Reg. I), che si ricongiungeva alla via Appia. Questa valle è ora segnata dalla Via delle Mole e dal ruscello Marrana. La sorgente era vicino alla via Appia, e, secondo la tradizione, Numa aveva fatto erigere accanto ad essa una piccola edicola di bronzo. (il giorno della dedicazione era ill 13 agosto)

Questa, dopo essere stato colpita da un fulmine e rimossa dal tempio di Honos et Virtus, venne nuovamente trasferita da Fulvio Nobiliore al tempio di Ercole, che allora si chiamava Aedes Herculis et Musarum. Più tardi venne sostituita da un tempio (Aedes, Plin. NH XXXIV. 19). La grotta della sorgente era stata ornata di marmi ai tempi di Giovenale. La sua acqua era eccellente (Vitruvio, Frontino - de Aquis)

Sulla base di Giovenale (Sat. 3.10-20) e pure per gli scritti del Rinascimento e per le scoperte del XIX secolo, che descrissero l'architettura dell'antro delle ninfee, la Fonte delle Camene è stata localizzata nelle colline della Villa Mattei (Rodríguez Almeida, cfr Lanciani, FUR pl 35-36 per la topografia.

Al contrario, Richardson che, dipendente in parte dal suo collocamento del Tempio Di Honos et Virtus, sostiene una sorgente all'interno della Porta Capena vicino S. Gregorio Magno).

Verso la fine del I sec. d.c., Marziale (2.6.16) osserva che il posto ad Camenas è servita come stazione di ricambio per cambiare i cavalli e Giovenale, quando descrive il traffico di una stazione presso la Porta Capena, si rammarica che il boschetto e il santuario della fonte sacra, lasciate agli ebrei e sfruttati per l'erba e il legno, avessero perso il loro antico carattere silvano (Sat. 3.10-20: sacri fontis nemus et delubra), come era il caso più in fondo alla valle, che egli chiama, in parte o nella sua interezza , La "Valle di Egeria" (sv. Vallis: Via Appia, Platner-Ashby).

Inoltre, a questo proposito un vicus Camenarum è attestato sulla base del colle Capitolino (CIL VI 975, linea 6, 136). Seguendo Rodríguez Almeida e gli studiosi precedenti, noi poniamo il santuario delle Camene nella sua locazione ampiamente accettata, fuori dalla Porta Capena ai piedi del Celio, e supponiamo (con Richardson) che il Tempio di Honos e Virtus non fossero lontani da esso.

(Mappin Augustan Rome - Lothae Haselberger)



IL TEMPIO DELLE CAMENE

In una stampa del 1770 è raffigurato un edificio denominato "Tempio delle Camene". Per altri invece è il tempio del Dio Rediculo.

TEMPIO DELLE CAMENE (Stampa del 1770)
L'edificio, di forma rettangolare, è elevato su un alto podio, privo di colonne, con un ampio portale e al piano superiore con due finestrelle e una nicchia per l'immagine sopra al portale.

La nicchia, che evidentemente doveva contenere una statua, è sormontata da una piccola trabeazione, come fosse un'edicola.

Sul fianco ha tre finestre in alto e nella parte del podio, sotto al tempio, ha due porte, i cui ambienti di solito servivano a custodire le attrezzature per le processioni.



EDICOLA DELLE CAMENE

La chiesa di S.Maria in Tempulo è situata sotto le pendici del Celio, in via Valle delle Camene, una strada che ripercorre l'antico tracciato iniziale della via Appia e che ricorda appunto il luogo dove sorgeva la "Fons Camenarum", la fonte sacra alle Muse, ovvero le "Camenae": le cui acque medicamentose, venivano utilizzate dalle Vestali per il loro culto.

"In Tempulo" invece sarebbe dovuto alla vicinanza della chiesa con il "Tempio di Ercole Musagete", costruito nel 187 a.c. da M.Fulvio Nobiliore dopo il suo trionfo sugli Etoli. Il tempio, circolare, sorgeva su un alto podio esteso sia a nord, dove formava un'esedra, sia a sud dove accoglieva un'area aperta dotata di una piccola struttura rotonda che potrebbe essere stata l'Edicola delle Camene, attribuita dalla tradizione al re Numa.

Le Camene erano ninfe profetiche, che derivavano da un antico culto italico. Il loro nome latino era Camnae o Casmenae o Carmenae, ed erano, nella religione romana, ninfe delle sorgenti, ma noi sappiamo che molte divinità femminili arcaiche, le cosiddette Grandi Madri, vennero in seguito declassate a ninfe.

Delle Camene si conoscono solo quattro nomi o più propriamente appellativi: Egeria, Carmenta, Antevorta e Postvorta. A loro venivano talvolta attribuite facoltà profetiche oppure facevano da ispiratrici ai poeti, come le Muse.



SANTA MARIA IN TEMPULO

La chiesa di Santa Maria in Tempulo è una chiesa sconsacrata di Roma, proprio in via Valle delle Camene, alle pendici del Celio, che è sorta su un antico tempio romano come si evince da fuori guardando delle arcate chiuse che appena spuntano dal suolo, mostrando il livello molto più basso, diversi metri tenendo conto del podio, che la denuncia di epoca romana.

Secondo alcuni potrebbe essere il tempio delle Camene in quanto la posizione sembrerebbe corretta.



RODOLFO LANCIANI - Fons Camenarum

Ho nutrito altra volta il dubbio che il fons Camenarum di Frontino, (l'acqua) fontalis ab Camenis di Vitruvio e l'aqua Mcrciirii di Ovidio fossero idraulicamente una cosa sola:
- in primo luogo perchè una sola sorgente copiosa mi era nota in questa zona della prima regione:
- in secondo luogo per la frase "salubritatem aegris coiporibus afferre creditur collima col numen habet" del poeta;
- e da ultimo perchè se la fonte delle Camene è designata da Giovenale "ad veieres arcus madidamque Capenam" anche quella di Mercurio è indicata da Ovidio pure vicina Capenae, vale a dire neir istesso luogo.

Ad onta di questi indizi di identità parmi più saggio partito interpretare i passi degli scrittori nel senso ovvio, e ritenere l'un fonte diverso dall'altro; molto più che dal confronto delle memorie lasciate su questo argomento dai topografi con l'ispezione accurata del terreno da me fatta e ripetuta più volte, credo aver ritrovato il secondo capo d'acqua attribuibile alle Camene.


Perciò che spetta al sito del fonte delle Camene, da Giovenale, dal suo scoliaste, da Simmaco, dai cataloghi si ha :
a) che il boschetto, il delubro, il fonte delle Camene, nemus fons sacer delubra stavano non molto lungi dalla porta capena;
b) e dalla via appia, onde i rumori di questa vi giungevano facilmente; e) che dalla porta capena si discendeva per raggiungere quel sacro gruppo ;
d) che il gruppo stava in una convalle, denominata di Egeria;
e) che la spelonca-ninfeo era artificiale, essendosene rivestito il vivo sasso con incrostature di marmi ecc.;
f) che stava dalla parte sinistra dell' appia;
g) che dava il nome ad un vico della regione.

Questo complesso di indicazioni ci costringe a ricercare il sito del fonte delle Camene nella valle perpendicolare all'Appia che è attraversata dalle vie della Mola di s. Sisto e della Ferratella, ed in parte dalla Marrana mariana.

In questa valle abbiamo un abbondantissimo capo d'acqua presso la villa Ponseca, raccolto nel bacino di un ninfeo artificiale antico: abbiamo memoria di inondazioni e di pantani prodotti dal libero scorrere delle vene, dopo la rovina del loro emissario: abbiamo infine la testimonianza della tradizione medioevale che ha dato origine allo stabilimento di un nuovo ninfeo onde consentire al popolo il facile uso di queste acque salutari. Tutto ciò scioglie il problema topografico in modo netto e preciso.

Il Cassio accenna vagamente alla sorgente prossima alla villa Ponseca. Il Brocchi con maggiore precisione torna sull'argomento scrivendo :
« Cotesta fonte del Celio di cui ragiona il Cassio è forse quella che appare nella vigna Bettini contigua alla villa Fonseca, ove è raccolta nella vasca di un antico ninfeo fatto a foggia di
grotta con sei nicchi nelle muraglie incrostate di pietruzze di vari colori disposte a musaico. Superiormente al ninfeo ed a poca distanza da esso havvi un pozzo di acqua perenne, il quale sembra che si sprofondi al livello della bocca dell'indicata sorgente. Ma altre scaturigini ha il Celio in quei contorni, essendomi stato narrato che nel 1815, scavandosi nella vigna Eustachi il terreno, proruppe una grossa vena che allagò in breve tratto quel suolo ».

La vena attuale porta un palmo d'acqua.

NINFA
Se l'iscrizione del Boissard, dedicata NYMPHIS QVAE SVB COLLE SVNT, e che si asserisce trovata presso la porta latina meritasse fede, avremmo documento di altre vene in quell'appendice del Celio che chiamasi Monte d'oro. Infatti cotesta regione naviga, per così dire, sulle acque sotterranee. « Nella china meridionale del Celio, tra la porta Latina, e la Metronia, vi fu ne' trascorsi secoli un ristagno d'acque che dal luogo, il quale per proprio vocabolo era detto Decennia, furono anch'elle nominate decennie. Ugualmente al difuori incontro alla porta Metronia il terreno fu paludoso: sicché dalle carte di quei tempi si ha che vi fosse un pantano, e la campagna circostante... portava il nome di prati di Decio ».
Con istromento dell'anno 857, Pipino console e duca concede a Bomano suddiacono un appezzamento di terra con grotte e con sorgente di acqua nella II regione di Roma, presso la « via pubblica quae vadit ad portam Mitrobi », e certe rovine di muri antichi « iuxta decennias ».

Onorio III, in una bolla del 1217 ricorda il pantano di porta Metronia come ancora esistente a suo tempo, e questa credo sia l'ultima menzione che se ne abbia nel medio evo. Il Fea, néll' indicazione della pianta del foro romano, dice : « le terre e le macerie che si scaveranno, verranno portate a colmare la valle detta celimontana fuori le mura incontro all'antica piccola porta chiusa, chiamata Metrobia, ove è un grande basso fondo che diventa palude mefitica nei tempi di molte e lunghe pioggie, come nel 1706 e 1707 al tempo di Clemente XI, il quale ordinò al suo archiatro monsig. Lancisi di farla empire, ma non vi riuscì. Le terre del Fea non giunsero alla palude: vi son giunte bensì settant'anni dopo, quando per cura del ministero della publica istruzione furono
ripresi gli scavi del foro.

Nella zona più bassa di villa Mattei-von Hoifmann, presso l'angolo delle vie di porta s. Sebastiano e delle mole di s. Sisto, esiste un grazioso edificio del seicento che ricuopre una sorgente d'acqua purissima e leggermente medicinale. Ne dà la icnografia e la sezione il Parker nel capitolo o parte IV della sua Archaelogy of Rome, Supplementi piate XII, ove lo chiama senz'altro "the fountain of Egeria".

In fondo non ha gran torto: le vene di villa Mattei discendono dalla parte più alta della valle, e molto probabilmente son quelle stesse che prima appariscono nella vigna Bettini. Ora non vorrà negarsi essere questo recente ninfeo una prova non discutibile della perpetuità della tradizione che attribuiva al fonte d'Egeria virtù medicinali. Inoltre, nel capitolo terzo, parlando del ramo Ottaviano dell'Aniene Vetere, dimostrerò che la via delle mole di s. Sisto corrisponde all' antico Vicus Camenarum.

Può darsi però che, come oggi le due sorgenti di vigna Bettini e di villa Mattei appariscono distinte, fossero considerate come tali anche presso gli antichi. In questo caso, serbando il nome di Egeria alle polle superiori, riconoscerei nelle inferiori matteiane il « Fons Apollinis » di Frontino, intorno al sito del quale nulla si conosce di preciso. Un frammento della pianta capitolina, ora perduto, esprime il centro di una piazza ornata di un monumentino quadrato, fontana o puteale che sia, e la piazza vi è chiamata Area Apollinis.

Ora fra le piazze della prima regione i cataloghi pongono 1' Arcum Apollinis et splenis. Questo accoppiamento, il quale sa d'idroterapia, ben s'addice alla virtù del fonte accennata da Frontino. Inoltre quella bassura di villa Mattei, sui confini della prima regione, si presta benissimo al collocamento della piazza nominata nei cataloghi, tracciando la linea dei confini medesimi.

Ho nutrito altra volta il dubbio che il fons Camenarum di Frontino, (l'aqua) fontalis ab Camenis di Vitruvio e l'aqua Mcrciirii di Ovidio fossero idraulicamente una cosa sola: in primo luogo perchè una sola sorgente copiosa mi era nota in questa zona della prima regione: in secondo luogo perchè la frase salubritatem aegris coiporibus afferre creditur collima col numen habet del poeta; e da ultimo perchè se la fonte delle Camene è designata da Giovenale ad veieres arcus madidamque Capenam anche quella di Mercurio è indicata da Ovidio pure vicina Capenae, vale a dire neir istesso luogo. Ad onta di questi indizi di identità parmi più saggio partito interpretare i passi degli scrittori nel senso ovvio, e ritenere l'un fonte diverso dall'altro; molto più che dal confronto delle memorie lasciate su questo argomento dai topografi con l'ispezione accurata del terreno da me fatta e ripetuta più volte, credo aver ritrovato il secondo capo d'acqua attribuibile alle Camene.


Perciò che spetta al sito del fonte delle Camene, da Giovenale, dal suo scoliaste, da Simmaco, dai cataloghi si ha :
a) che il boschetto, il delubro, il fonte delle Camene, nemus fons sacer delubra stavano non molto lungi dalla porta capena;
b) e dalla via appia, onde i rumori di questa vi giungevano facilmente;
e) che dalla porta capena si discendeva per raggiungere quel sacro gruppo ;
d) che il gruppo stava in una convalle, denominata di Egeria;
e) che la spelonca-ninfeo era artificiale, essendosene rivestito il vivo sasso con incrostature di marmi ecc.;
f) che stava dalla parte sinistra dell' appia;
g) che dava il nome ad un vico della regione.

Questo complesso di indicazioni ci costringe a ricercare il sito del fonte delle Camene nella valle perpendicolare all'appia che è attraversata dalle vie della Mola di s. Sisto e della Ferratella, ed in parte dalla Marrana mariana. In questa valle abbiamo un abbondantissimo capo d'acqua presso la villa Ponseca, raccolto nel bacino di un ninfeo artificiale antico: abbiamo memoria di inondazioni e di pantani prodotti dal libero scorrere delle vene, dopo la rovina del loro emissario: abbiamo infine la testimonianza della tradizione medioevale che ha dato origine allo stabilimento di un nuovo ninfeo onde consentire al popolo il facile uso di queste acque salutari. Tutto ciò scioglie il problema topografico in modo netto e preciso.

Il Cassio accenna vagamente alla sorgente prossima alla villa Fonseca. Il Brocchi con maggiore precisione torna sull'argomento scrivendo : « Cotesta fonte del Celio di cui ragiona il Cassio è forse quella che appare nella vigna Bettini contigua alla villa Fonseca, ove è raccolta nella vasca di un antico ninfeo fatto a foggia di grotta con sei nicchi nelle muraglie incrostate di pietruzze di vari colori disposte a mosaico. Superiormente al ninfeo ed a poca distanza da esso havvi un pozzo di acqua perenne, il quale sembra che si sprofondi al livello della bocca dell'indicata sorgente. Ma altre scaturigini ha il Celio in quei contorni, essendomi stato narrato che nel 1815, scavandosi nella vigna Eustachi il terreno, proruppe una grossa vena che allagò in breve tratto quel suolo ». La vena attuale porta un palmo d'acqua.

Se l'iscrizione del Boissard, dedicata NYMPHIS QVAE SVB COLLE SVNT, e che si asserisce trovata presso la porta latina meritasse fede, avremmo documento di altre vene in quell'appendice del Celio che chiamasi Monte d'oro. Infatti cotesta regione naviga, per così dire, sulle acque sotterranee. « Nella china meridionale del Celio, tra la porta Latina, e la Metronia, vi fu ne' trascorsi secoli un ristagno d'acque che dal luogo, il quale per proprio vocabolo era detto Decennia, furono anch'elle nominate decennie. Ugualmente al difuori incontro alla porta Metronia il terreno fu paludoso: sicché dalle carte di quei tempi si ha che vi fosse un pantano, e la campagna circostante... portava il nome di prati di Decio ».

Con istromento dell'anno 857, Pipino console e duca concede a Bomano suddiacono un appezzamento di terra con grotte e con sorgente di acqua nella II regione di Roma, presso la « via pubblica quae vadit ad portam Mitrobi », e certe rovine di muri antichi « iuxta decennias ».

Onorio III, in una bolla del 1217 ricorda il pantano di porta Metronia come ancora esistente a suo tempo, e questa credo sia l'ultima menzione che se ne abbia nel medio evo. Il Fea, néll' indicazione della pianta del foro romano, dice : « le terre e le macerie che si scaveranno, verranno portate a colmare la valle detta celimontana fuori le mura incontro all'antica piccola porta chiusa, chiamata Metrobia, ove è un grande basso fondo che diventa palude mefitica nei tempi di molte e lunghe pioggie, come nel 1706 e 1707 al tempo di Clemente XI, il quale ordinò al suo archiatro monsig. Lancisi di farla empire, ma non vi riuscì. Le terre del Fea non giunsero alla palude: vi son giunte bensì settant'anni dopo, quando per cura del ministero della publica istruzione furono
ripresi gli scavi del foro.

Nella zona più bassa di villa Mattei-von Hoifmann, presso l'angolo delle vie di porta s. Sebastiano e delle mole di s. Sisto, esiste un grazioso edificio del seicento che ricuopre una sorgente d'acqua purissima e leggermente medicinale. Ne dà la icnografia e la sezione il Parker nel capitolo o parte IV della sua Archaelogy of Rome,
Supplementi piate XII, ove lo chiama senz'altro "the fountain of Egeria";. In fondo non ha gran torto: le vene di villa Mattei discendono dalla parte più alta della valle, e molto probabilmente son quelle stesse che prima appariscono nella vigna Bettini. Ora non vorrà negarsi essere questo recente ninfeo una prova non discutibile della perpetuità della tradizione che attribuiva al fonte d'Egeria virtù medicinali. Inoltre, nel capitolo terzo, parlando del ramo Ottaviano dell'aniene vetere, dimostrerò che la via delle mole di s. Sisto corrisponde all' antico Vicus Camenarum."

(Rodolfo Lanciani - Fons Camenarum)





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