MINTURNAE ( Lazio )



Nell'ultimo lembo Sud del Lazio, nella piana sottostante l'attuale Minturno, il cui nome si fa risalire al Dio cretese Minothauros, Minotauro, rivela che il primo nucleo abitativo potrebbe risalire alla dominazione dei Greci sul Mediterraneo e sull'Italia Meriodionale.

Le splendide vestigia dell'antica città di Minturnae, che sorgeva lungo il percorso della via Appia, presso il fiume Garigliano, sembra comunque risalgono ad un centro degli Ausoni, poi occupato dagli Aurunci.

Insieme alle città di Ausona, Sinuessa (Mondragone), Suessa (Sessa Aurunca) e Vescia, faceva parte della Pentapoli Aurunca, fulcro della confederazione degli Aurunci, un popolo di stirpe italica discendente dai Tirreni.

Il territorio sorgeva sul Mar Tireno, presso il fiume Garigliano, lungo il percorso della via Appia, al confine tra Lazio e Campania. Sono presenti numerosi edifici monumentali posti lungo la tipica intessitura stradale di una città romana. Il bel Teatro è ancora oggi in uso.

Una grande raccolta di marmi si trova presso il locale Museo Archeolgico, tra cui una statua di Augusto che non poteva mancare.



LA STORIA

Tito Livio scrisse che la città aurunca avviò i primi contrasti con Roma nel 504-503 a.c., schierandosi apertamente contro di essa e alleandosi con i Sanniti. Di conseguenza la Pentapoli venne annientata nel 314 a.c. (Livio - Deletaque Ausonum Gens), si che di Ausona e di Vescia è rimasto solo il ricordo.

Qualche tempo dopo che i Romani ebbero conquistato il territorio, durante le guerre contro Volsci e Sanniti, nel 296 a.c., vi fondarono la Colonia di Minturnae, comprendente una zona residenziale sulla costa dell'odierna Scauri (già Pirae), con estese villae maritimae, e una zona intensamente agricola, lungo il fiume e sulle colline, dove si trovavano diverse villae rusticae cioè fattorie.

Presso la foce del Garigliano sorgeva il bosco sacro alla Dea Marica, retaggio dei culti Ausoni adottati dai Romani.

Dopo la costruzione della via Appia per volontà del console Appio Claudio Grasso, detto il Cieco, nel 314-312 a.c., la città fu ricostruita e ripopolata facendone una colonia romana nel 295 a.c.

La Via Appia, che collega Roma con Capua, interessava così il sito di Minturnae diventandone il Decumano Massimo. La posizione della città, la sua splendida ricostituzione romana e il suo porto marittimo dove la via Appia traversava il Garigliano, fu alla base del suo sviluppo economico che toccò il massimo nella seconda metà del II sec. a.c..

Nell'88 a.c. le paludi di Minturnae diedero rifugio a Caio Mario, nemico pubblico di Silla. I magistrati locali decretarono la sua morte per mano di uno schiavo cimbro. Mario, il cui busto bronzeo è collocato nel Municipio, inseguito dai sicari di Silla, riuscì però a sfuggire alla morte intimorendo lo schiavo, che lo minacciava con un coltello, con la celebre frase "Oseresti tu uccidere Caio Mario?". Plutarco, in Marium, scrisse che i minturnesi, mossi a compassione, lo aiutarono a imbarcarsi sulla nave di Beleo, diretta verso l'Africa.

Altri due invii di coloni furono effettuati sotto l'età di Cesare e di Augusto. La città venne distrutta sicuramente dai Longobardi tra il 580 e il 590 d.c..



I RESTI ARCHEOLOGICI

L'impianto della tipica urbe romana, si estende in Minturnae per parecchi ettari e comprende il Teatro di età augustea, un Tempio tuscanico, le fondazioni del grande Capitolium, l'acquedotto (I secolo), il foro con i suoi templi (età repubblicana e imperiale), le mura e l'anfiteatro.

Di importanza eccezionale, a 400 m. di distanza, sulla riva del Garigliano, una zona di Santuari risalenti ad età arcaica. Un Antiquarium ricco di opere marmoree ed epigrafi completa l’interesse di questa importante area archeologica.

A Minturno è legato il nome di uno dei più grandi filosofi dell'antichità, Plotino, che vi dimorò e morì nel 270 a.c.
Purtroppo il feldmaresciallo austriaco Laval Nugent, comandante dell'esercito borbonico, la depredò, intorno al 1820, di ben 158 preziose sculture. Così, a seguito di tale intervento, molte opere sono state vendute all'estero. Inoltre in epoca medievale diversi marmi di Minturno furono utilizzati per arredare il Duomo di Gaeta.



IL CAPITOLIUM

Il Capitolium di Minturnae è appunto un capitolium, cioè il corrispondente del tempio di Giove Ottimo Massimo a Roma, dell'antica colonia romana che sorgeva sul sito dell'attuale città di Minturno. Si trattava di un tempio di tipo etrusco-italico, a tripla cella, costruito subito dopo il 191 a.c.

Il tempio si trova nella parte sud del Foro repubblicano e confina con la via Appia, è rivolto a sud, dove c'era una scala di accesso al podio, alto circa 1,5 m, sul quale sorgeva il pronao formato da due file di colonne con ante.

La lunghezza delle fondazioni è di 18,70 m, mentre la larghezza è di 17,80 m, quindi quasi quadrato, corrispondente alle dimensioni di altri templi a triplice cella dello stesso periodo (tempio A di Pyrgi e capitolium di Cosa).

Un incendio, dovuto ad un fulmine, distrusse, nel 45 a.c., il primo Capitolium, che fu subito ricostruito, con podio più grande del precedente, da cui differiva anche per il materiale, la pietra di Coreno al posto del tufo, e per l’ordine architettonico corinzio al posto del tuscanico.

Il podio del secondo Capitolium fu realizzato inglobando quello precedente, che fu rinforzato sul lato posteriore con una fondazione in opus coementicium di m. 1,90 di larghezza.
Poco dopo accanto al Capitolium fu costruito il tempio di Augusto, forse dedicato alla Dea alla Concordia. L'affiacamento delle due strutture suggerì una unica scalinata a sud per dare accesso ad entrambe, con uno spazio, largo m. 3,42, tra i podia dei due templi, che ebbero anche analogo rivestimento.

Nel Capitolium era ospitato il pozzo sacro Bidental, dove venivano conservati gli oggetti colpiti da fulmini e quindi maledetti e intoccabili.



IL MACELLUM

Lo schema compositivo è del tipo a corte quadrata con tholos centrale. Lo stile evidenzia ed esalta alcune parti, come la monumentalizzazione del vestibolo principale della tholos e dell’esedra e la loro disposizione lungo l’asse maggiore dell’edificio, secondo un criterio prettamente romano.
Al monumento si accede dall'ingresso principale, che immette nel quadriportico, un percorso coperto con volte a crociera intorno al cortile delimitato da 18 colonne con fusto di marmo bianco alte 4 m, con capitello corinzio asiatico, sormontate da archi a tutto sesto.


La copertura, in struttura lignea, è realizzata ad impluvium con tegole in laterizio. Sul lato sud del quadriportico si trova l’esedra, con al suo interno i simulacri delle divinità protettrici del mercato. La tecnica costruttiva mista e lo stile della decorazione architettonica ne pongono la datazione intorno al II sec. d.c.
Il contesto urbanistico ha condizionato probabilmente la pianta del macellum, che ha una forma piuttosto irregolare.
Nei lati lunghi vi sono due ingressi secondari, posti specularmente, mentre ai lati dell’ingresso principale vi è una doppia fila di tabernae con muro di fondo in comune, 5 aperte verso l’interno e 6 verso l’esterno. Queste ultime accedono al colonnato coperto lungo la via Appia.



TEATRO

Il maestoso Teatro Romano, ancora oggi attivo nelle numerose e prestigiose rappresentazioni teatrali, fu costruito verso il I sec. d.c. in opus reticulatum e poi restaurato in laterizio. E' diviso nei tre settori consueti della scaena, orchestra e cavea, ospitando oltre 4000 spettatori.

Negli spazi sottostanti alla cavea è situato il Museo che accoglie statue acefale, sculture, ex voto, epigrafi, monete (ripescate nel vicino fiume) e numerosi reperti, rinvenuti nel secolo scorso a Minturnae, nel centro urbano di Scauri e nella zona di Castelforte.
Nell’area circostante è visibile un tratto originale della via Appia (Decumanus Maximus), costruito in blocchi di lava basaltica.

Il teatro, con massiccia e nuova copertura lignea sulla scena e con la cavea debitamente restaurata, è tutt'oggi usata per commedie, opere e concerti di ogni tipo. Nel suo retro se ne ammirano le poderose sostruzioni dove un tempo si alloggiavano le taberne per il ristoro degli spettatori o per lo shopping.

Ne restano particolari architettonici in pietra calcarea e il portale sul retro con due colonne ai lati nella medesima pietra, che dà sull'antiquarium, un tempo ingresso ulteriore al teatro.

Al suo interno gli ambulacra conservano i cippi dedicatori ai personaggi famosi, che fossero imperatori, o benemeriti benefattori, o personaggi illustri o attori in gran voga. Restaurare o abbellire il teatro a proprie spese permetteva di avere una pubblicità perenne sotto gli occhi di tutti, e pure la gratitudine per uno dei massimi divertimenti dell'epoca, pubblicità indispensabile per chi volesse fare carriera politica e fosse a caccia di voti.



TERME

Il complesso termale è situato a sud della via Appia, orientato verso est; si sviluppa alle
spalle del Macellum, dal quale vi si accede attraverso un passaggio secondario, ma si pensa che il suo ingresso principale si rivolgesse sul Foro Imperiale, ad est.

La pianta presenta uno sviluppo eccentrico, rispetto al restante tessuto urbano. L'esame delle tecniche di costruzione lascia intravedere una successione di interventi di ristrutturazione e di ampliamenti, che ha trovato la sua definitiva sistemazione in epoca adrianea, al di fuori degli schemi planimetrici classici.

Ne restano gli ambienti del calidarium, del tepidarium, con un sistema di suspensuræ, per il famoso riscaldamento a encausto, ben conservato, e del frigidarium. Sulle pareti sono ancora incastonati i tubuli, i tubi in terracotta a incastro, destinati a mantenere costante la temperatura interna, consentendo il passaggio dell'aria calda.

Tracce di combustione consentono di localizzare i vani delle fornaci che, date le proporzioni del complesso, dovevano essere più di una e localizzate in prossimità delle vasche laterali del calidarium.

C'è ancora un'ampia vasca scoperta, la natatio, o piscina all'aperto, divisa in due settori, con pareti a gradinate e rivestimento in marmo locale, alimentata da un sistema idrico centrale.

La natatio probabilmente era delimitata da una palestra porticata, almeno sui lati sud e ovest, visti gli incavi sui basamenti per i perni di metallici su cui venivano collocate le colonne del porticato. Gli ambienti principali erano presumibilmente coperti con volte a botte o calotte semisferiche secondo l'uso dell'epoca.



TEMPIO DI MARICA

A poca distanza dal centro abitato sono stati ritrovati resti molto antichi di un tempio in tufo che gli Ausonio Aurunci dedicarono alla Grande Dea Marica, edificato probabilmente attorno al IV sec. a.c., sulla riva destra-nord, in prossimità della foce del fiume Liri, oggi Garigliano, a circa 400 m. dal mare. Sulla sponda sinistra-Sud si estendeva invece il bosco sacro, il Lucus Maricae a lei dedicato, oggi la pineta di Baia Domizia.

Il tempio, molto frequentato anche in periodo ellenistico, era costruito con blocchi di tufo grigio provenienti dalle cave del a sud del monte Massico. Secondo le norme del rituale, tutto quello che veniva introdotto nel bosco non potesse essere asportato, e non era facile farlo perchè il bosco era allora circondato da una estesa e profonda palude.
La Dea Marica era divinità della navigazione, dell'acqua e della luce, quindi anche protettrice delle partorienti, nonchè Dea delle guarigioni. Si sa che presso i suoi templi operavano gli oracoli e pure le ierodule, le sacre prostitute.

I reperti ritrovati sono molti: diversi cippi, antefisse con la rappresentazione di Artemide persiana e di un satiro suonatore, oltre a varie iscrizioni. Contrariamente a quanti la definiscono una ninfa, Marica fu una delle principali Dee Madri del territorio marsico, apulo e lucano.



DOMUS DELLE TERME

Cosiddetta perchè fornita di terme private, con pregiati mosaici a tessere bianche e nere. Con vasche per le abluzioni in laterizio rivestito di marmi, il complesso mosaico attesta figure di animali, piante, personaggi e contenitori di liquidi, con cornici geometriche tutto intorno.

Altre domus presentano strutture in laterizio che accedono sulla strada pavimentata, con soglie in pietra calcarea. Le abitazioni sono di schema romano con impluvium ed atrio, con muri a sacco rivestite da mattoni o pietra calcxarea in opus reticolatum.



ACQUEDOTTO

Dalle sorgenti di Capodacqua iniziava l'acquedotto, che, dopo oltre 11 Km., si immetteva nella città di Minturnae attraverso la porta di accesso detta Gemina o Porta Roma. Il materiale utilizzato e la particolare cura posta nell'opus reticolatum lo datano alla prima metà del I sec. d.c.

Costruito in "opus cementicium" con parametro in opera reticolata e conci di tufo e calcare, è tuttora visibile per gran parte del suo percorso e soprattutto nella parte prossima a Minturnae, in zona Archi-Virilassi, dove si conserva una serie ininterrotta di ben 120 arcate in fuga verso i colli. I pilastri, nella parte superiore, presentano rinforzi con un sottile strato di laterizio.
Gli spazi tra la linea degli archi e lo specus sono lavorati con decorazioni bicolori di forma varia: zig zag, losanghe, scacchiere, linee diagonali e parallele. Questa serie di decorazioni appare particolarmente curata nel sito contiguo alla città e, più ancora, in punti di snodo, forse, in prossimità delle "villae" suburbane e attraversamenti di strade. L'intradosso delle arcate era protetto da uno spesso strato d'intonaco ben conservato in più punti. Non è dato di accertare se l'acqua scorresse o meno a cielo aperto, in quanto la parte alta dello specus è in stato di degrado.


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