VIA TIBURTINA



LA VIA CONSOLARE

La via Tiburtina era una via consolare, in quanto fatta edificare da un console, esattamente da Marco Valerio Massimo nel 286 a.c, che congiungeva Roma a Tibur (Tivoli), meta soprattutto dei pellegrini che si recavano a i santuari di Tibur. Poi la via si diramò in tante viuzze che conducevano alle ricche villae degli Otii Romani, le case di villeggiatura.

Nel 304 a.c. il console P. Sempronio Sofo combattè contro gli Equi conquistando due nuove colonie: Alba Fucens (Massa d'Albe) sul Fucino e Carseoli (Carsoli) vicina al territorio dei Marsi, per cui si rese necessario, per iniziativa di un altro magistrato che apparteneva alla gens Valeria, prolungare la via Tiburtina, che in quel nuovo tratto diventa Tiburtina-Valeria, fino al territorio dei Marsi.

Prolungata fino ai territori degli Equi e dei Marsi, in meno di 200 km, attraverso l'Appennino conduceva al mare Adriatico, collegando Roma con Teate (Chieti) e arrivando fino ad Ostia Aterni (Pescara). A seguito delle opere di restauro tra il 48 ed il 49 d.c. del tratto tra Collarmele e Pescara da parte dell'imperatore Claudio, quest'ultima parte del percorso prese il nome di Claudia Valeria. Dalla Tiburtina Valeria si distaccano due altri importanti vie: la via Empolitana, che da Tivoli porta a Ciciliano, Bellegra e Olevano e la via Sublacense fino a Subiaco.

Per molto tempo la Tiburtina partì dall'area del giardino di Piazza Vittorio, di fronte alla fontana monumentale detta Trofei di Mario: fu solo con la costruzione delle Mura Aureliane che il suo inizio venne fissato alla Porta Tiburtina.



PORTA TIBURTINA

Inizialmente Porta Tiburtina era un arco monumentale dell’epoca di Augusto, 5 a.c., e serviva a far scorrere gli spechi delle Aquae Marcia, Tepula e Iulia sopra ViaTiburtina,che nel periodo della repubblica e dell’impero era adibita al passaggio dei prodotti agricoli e al trasporto del travertino dalle cave. Successivamente l’arco fu annesso da Aureliano dentro le mura Aureliane, come elemento interno. Essa conserva tuttora i due elementi che aveva in origine: la vecchia e iniziale architettura romana caratteristica del periodo repubblicano e quella caratteristica del medioevo, caratterizzata da merli, torri e ciò che rimane della camera di manovra.

Più in basso del manto stradale si trova l’arco di Augusto, costruito in travertino e ancora integro in tutti i suoi elementi, come i piloni tuscanici e le chiavi di volta decorate in entrambi i lati di bucrani, cioè di crani di tori che fecero nascere il caratteristico nome di porta taurina, nel periodo medievale. Nella parte superiore a due piani, scorrono gli spechi degli acquedotti, le cui aperture si vedono bene lateralmente.
Su di essa vi sono tre incisioni: nella parte superiore, sul condotto dell’Aqua Iulia si legge la scritta di Augusto, datata 5 a.c.: “L’Imperatore Cesare Augusto, figlio del divino Giulio, pontefice massimo, console per la 12ª volta, con il potere tribunizio per la 19ª volta, imperatore per la 14ª volta, rifece le condutture di tutti gli acquedotti”.

Nella parte centrale, precisamente sul condotto dell’Aqua Tepula si legge la scritta di Caracalla datata 212 d.c.: “L’imperatore Cesare Marco Aurelio Antonino Pio Felice Augusto, Partico Massimo, Britannico Massimo, pontefice massimo, condusse nella sua sacra città l’acquedotto Marcio, bloccato da diversi incidenti, dopo aver ripulito la sorgente, tagliato e perforato le montagne, restaurato il tracciato e dopo aver anche messo a disposizione la nuova sorgente Antoniniana”, poiché voleva citare la nuova parte dell’Aqua Marcia realizzata per alimentare le terme di Caracalla.
Più giù, sul canale dell’Aqua Marcia, si legge la scritta di Tito datata 79 d.c.: “L’imperatore Tito Cesare Vespasiano Augusto, figlio dell’imperatore divinizzato, pontefice massimo, con il potere tribunizio per la 9ª volta, imperatore per la 15ª volta, censore, console per la 7ª volta, designato per l’8ª volta, padre della patria, rifece le condutture dell’acquedotto Marcio distrutte dal tempo e ricondusse l’acqua che aveva cessato di essere in uso”.
Successivi restauri furono eseguiti da Adriano, Settimio Severo, Diocleziano e da Onorio che nel 405 d.c. fece costruire le due controparti in travertino che si conservano a tutt'oggi.



PONTE MAMMOLO

I resti tufacei dei piloni di questo ponte di epoca repubblicana sono visibili nei periodi di magra del fiume Aniene. Nelle vicinanze dell'antico ponte, lungo la riva sinistra del fiume, sono stati trovati i resti di una banchina i cui eterogenei resti hanno fatto supporre la presenza di un mausoleo circolare e di una villa.
Il nome del ponte deriva da Mammea la moglie dell'imperatore romano Severo Alessandro (222-235 d.c). Al IV miglio della via Tiburtina i resti dell'antico Ponte Mammolo posto in coincidenza dell'antica via Tiburtina. Nelle vicinanze dell'antico ponte, lungo la riva sinistra del fiume, sono stati trovati i resti di una banchina i cui eterogenei resti hanno fatto supporre la presenza di un mausoleo circolare e di una villa.



LE CAVE DI TRAVERTINO

Giorgio Vasari: ”…un altro tipo di pietra, chiamato travertino, che è molto utilizzato per la realizzazione di edifici e per le incisioni di vario tipo, che può essere estratto in diversi posti in Italia, ma le pietre migliori e più dure sono estratte nei pressi del fiume Aniene a Tivoli" .
La cava del Barco presso Tivoli forniva il prezioso lapis tiburtinum, usatissimo in epoca romana, con un'area scavata di 500000 mq. Con esso venne rivestito ad esempio il Colosseo, perchè resistente alle intemperie e al fuoco. I suoi scarti vennero nei secoli lasciati sulle sponde dell'Aniene cui fecero da spallette.



AREA ARCHEOLOGICA DI SETTECAMINI

Accanto al 13° km della Tiburtina, in via di Casal Bianco si erge una piccola chiesa dedicata a S. Francesco (XVIII secolo): nellâ cui area retrostante sono visibili i resti di un tratto della Via Tiburtina Antica ed un piazzale entrambi basolati; lungo il lato meridionale della strada antica c'era un complesso di strutture, tra cui una stazione di posta: si riconoscono un portico aperto su un piazzale lastricato, ed un cortile a pianta rettangolare con pozzo centrale, nel quale si accede attraverso due ingressi collegati da un corridoio semicircolare.
L'opera reticolata ed i mosaici pavimentati parzialmente conservati la datano alla tarda età repubblicana (I secolo a.c.), in uso almeno fino al V secolo.



TERME DELLE ACQUE ALBULE

Presso Tivoli al km 22,5 della Tiburtina. Scaturiscono da due laghetti vulcanici Regina e colonnelle, con un a temperatire di 25 gradi. Già terme in età romana e riconosciute e apprezzate in epoca imperiale dal medico Galeno, da Strabone eda plinio il Vecchio. Svetonio riferisce che il vecchio Augusto, sofferente di gotta, andasse aprendervi dei bagni salutari.
Poco più avanti i resti di un mausoleo.



IL PONTE LUCANO (sta accanto al mausoleo dei Plautii)

Il complesso monumentale di Ponte Lucano, presso Tivoli, è tra i più ritratti in innumerevoli quadri e stampe di grandi artisti: dal Piranesi a Salvator Rosa, Lorrain, Poussein a Corot, per la sua straordinaria bellezza e conservazione.

Il ponte romano, sull'antico tracciato della via Tiburtina, è costituito da 5 arcate, due delle quali ormai interrate. La sua costruzione è stata attribuita a Marco Plautio Lucano (diumviro con Tiberio Claudio Nerone -14-37 d.c.).
Poco a valle è stato localizzato il porto dove veniva imbarcato il lapis tiburtinus (travertino) destinato a Roma. Nel 1938, per venire incontro alle esigenze di viabilità fu cambiato il percorso della via Tiburtina creando, poco distante, il ponte attuale, ma Ponte Lucano rimase in uso, per il traffico locale, fino ai primi anni Ottanta.

Il mausoleo dei Plauzi è un sepolcro a tamburo del I sec. a.C. di età tardo-repubblicana; a base quadrangolare, attualmente interrata, sormontata da un cilindro di circa 35 m di altezza. L'imponente costruzione è attribuita a M. Plautio Silvano amico di Cesare Augusto e console nel 2 d.c. della stessa famiglia romana a cui apparteneva anche il conquistatore della Britannia, Aulo Plauzio coinvolto poi nella la congiura antineroniana dei Pisoni, e nella prima persecuzione dei cristiani.
Durante il periodo medioevale il sepolcro fu trasformato in torre di guardia per la sua posizione strategica, infatti sulla parte superiore se ne scorgono i resti della merlatura.


VILLA ADRIANA - Vedere: TIVOLI


VILLA DI CASSIO

Splendida villa a più piani, al km 29,5 della Tiburtina, con potenti sostruzioni di cui una crollata recentemente a causa della pioggia. Negli scavi del 1773-75 si rinvennero ben 33 opere fra statue, erme, colonne epure un celebre mosaico policromo di Flora finito in Russia.
Nel 1779 altri scavi fecero emergere altri 39 pezzi, tra cui la splendida statua di Thalia, tutti finiti ai Musei Vaticani. Databile tra fine repubblica e inizi impero, appartenne al famoso assassino di Cesare, con u na pianta di base di m 200 x 50 a più piani. Le volte a botte conservano tracce di stucchi.



VILLA DI MANLIO VAPISCO (dentro la villa Gregoriana)

Sotto i consoli Quinto Ninio Asta e Publio Manilio Volpisco nel 114 d.c., dal padre di Volpisco fu edificata, come riporta Stazio, una splendida e vasta villa a Tivoli, che riferisce fornita di acqua potabile dall’Acqua Marcia e che si estendeva dall’attuale ingresso di Villa Gregoriana all’albergo Sirene.

Il terreno della villa includeva un canale dell'Aniene, che la divideva in tre parti, traversate dai canali Stipa e Chiavicone o Volpisco che salvaguardavano dalle piene dell’Aniene, permettendo floridi giardini e fontane. Il luogo era particolare in quanto aveva accanto il bosco sacro di Tiburno, la grotta della Sibilla, e i templi dell’Acropoli. Nella villa infatti, è stato rintracciato un acquedotto, una fistula in piombo e una piscina per l’allevamento ittico.

Oggi della villa rimangono solo 13 ambienti aperti e un po’ in discesa, le sostruzioni della Villa a cui era stato dato l'aspetto di grotte naturali lasciando il più possibile intatto il terreno roccioso. le fonti riportano che la villa avesse vari padiglioni isolati.



VILLA DI CINTHIA

Alcuni resti, ma poco significativi, di un'altra villa romana, sono visibili alle pendici del Colle Quintiliolo. Cinthia fu lo pseudonimo della donna amata dal poeta properzio, che Apuleio dichiarò essere Hostia, moglie di Apollinare. La villa ha una pianta di m 125 x 70, costruita come villa otii a picco sull'Aniene, con sostruzioni in opus incertum. Nata nel II sec. a.c. fu rimaneggiata in epoca imperiale, era dotata di terme.



I SEPOLCRI ROMANI

Cinque sarcofagi, ancora sigillati, conservati in una cella ipogea in mezzo alla campagna romana: è l'ultimo mistero del sottosuolo di Roma, un tesoro ancora da studiare che potrà restituire informazioni preziose e affascinanti sul mondo antico.

Il ritrovamento è avvenuto nei giorni scorsi nella zona di Tor Cervara, verso la via Tiburtina, in occasione di sopralluoghi della Soprintendenza archeologica di Roma in occasione di alcuni lavori edili. I sarcofagi in marmo, di età imperiale del II-III sec. sono coperti di pitture, perfettamente conservati e, soprattutto ancora protetti dalle originarie chiusure a grappe in piombo.
È una scoperta straordinaria, non capita sovente di trovare sarcofagi ancora sigillati.
I sarcofagi sono conservati in una cella che doveva far parte di un complesso più ampio anche se a oggi non è stato trovato altro nel territorio circostante: "Sono sepolture patrizie, ma di norma questo tipo di sarcofagi vengono ritrovati aperti e saccheggiati. Il fatto che siano sigillati rende il ritrovamento eccezionale: sono ancora come il giorno in cui sono stati chiusi". I sarcofagi saranno dissigillati dopo esser stati trasportati nei laboratori del Museo nazionale romano: all'interno ci potrebbero essere resti di corpi avvolti in vesti preziose, con corredi patrizi in monili in oro e suppellettili.

Dopo il colle Vescovio si ammirano vari monumenti funerari tra cui quello circolare su base quadrata al Km 39 e quello di C. Moenius Bassus costituito da un basamento con struttura quadrata al Km. 42, 3.



VILLA DI ORAZIO

Villa di Orazio, in località Vigne S.Pietro, donata ad Orazio da Mecenate, su cui sorse il convento di S. Antonio.
La villa era su tre livelli per assecondare la natura scoscesa del terreno con un fronte di 150 m e una profondità di m 60.

Se ne conservano tratti di mura sulla terrazza superiore, alcuni muri in opus reticolata, le sostruzioni e pavimenti a mosaico nelle cucine.

Al livello inferiore della villa resta un bel ninfeo in opus reticolatum del 75-50 a.c., un ambiente rettangolare voltato, di m. 9,60 x 8,30, composto di tre ambienti di cui due laterali sono cisterne che non comunicano però con l'ambiente centrale. Esso era aperto all'esterno dove godeva della cascata del canale dell'Aniene, sia nel paesaggio che nella frescura. La parete di fondo era absidata su un basamento di calcestruzzo rivestito di pietra. Il ninfeo conserva tratti di marmi colorati sul pavimento e sulle pareti dell'abside un mosaico rustico e spugnoso incorniciato a conchiglie. Non avendo tubature e per l'ottima esposizione si ritiene trattarsi di una cenatio estiva.



VILLA DI NERONE

Sulla Tiburtina Valeria, costruita da Nerone verso il 60 d.c., con un a superficie di 75 ettari, ricca di folta vegetazione, che arrivava a lambire le coste dell'Aniene, con laghetti, cascate, giochi d'acque, ardite terrazze e grotte. La villa era posta tra i Monti Taleo e Francolano e vi si adiva mediante la via Sublacense, fatta costruire dallo stesso Nerone.
Il terreno ospitava i "Simbruina stagna", tre laghetti artificiali, creati mediante una diga per abbellire e rinfrescare la villa.
Secondo Plinio Nerone poteva prendere qui i suoi bagni freddi prescritti dal medico Chamis.

Caduto però un fulmine sulla mensa dell'imperatore a
banchetto, questi ne ebbe un tale spavento, soprattutto per il nefasto presagio, che Nerone, nel 60 d.c., abbandonò la villa senza mai più farvi ritorno. Fu ristrutturata in seguito da Traiano.



VILLA DI TRAIANO

Si tratta di una costruzione molto vasta che si inserisce nel novero delle grandi ville imperiali del Lazio, accanto alla villa di Nerone a Subiaco e alla Villa Adriana di Tivoli.
La villa imperiale, di m 250 x 180, come sta emergendo dagli scavi ancora in corso, si compone di due grandi platee alle falde del monte Altuino e rivolte verso gli Altipiani. Lungo la via Valeria- Sublacense si estende il terrazzamento inferiore a contrafforti in opus mixtum lungo m 150, ma ancora interrato almeno per 50 m. Recentemente è stato scavato fino all'angolo Est, ove si è messo in luce un avancorpo verso la strada, nel quale tra i contrafforti si aprono quattro finestre che davano luce ad ambienti retrostanti. 

Nel muro ortogonale, girato l'angolo, vi sono tre aperture, due su vani rettangolari con larghe porte, di cui si conservano le soglie a massicci blocchi di calcare, una invece conduce a una scala per superare il dislivello del terrazzamento, con gradini rivestiti in blocchi di calcare. È questa la zona del vestibulum della villa dotato di ambienti di servizio e magazzino, l'ingresso ufficiale che si raggiungeva salendo agli Altipiani dalla via Praenestina.

I primi reperti, trasportati nel Museo di Scolastica a Subiaco, rivelano un'insolita ricchezza e originalità, già constatata nella decorazione del ninfeo, con preziosi elementi architettonici in marmo come due capitelli con decorazione a ovuli profondamente incisi, foglie d' acanto e astragali, che ricordano quello della Colonna Traiana; fusti di colonne con capitelli a fogliette stilizzate e scanalature costolate da un tondino.

Raffinatissime decorazioni pittoriche con motivi floreali e geometrici su fondo nero, da ambienti aperti su un giardino, sono emerse in volte crollate presso il vestibolo. Una straordinaria varietà di marmi per rivestimenti parietali e pavimenti è apparsa un po' ovunque; oltre ai più comuni africano, cipollino, giallo antico, pavonazzetto e a vari tipi di graniti, porfidi e serpentini, si riscontra una vasta gamma di tipi di portasanta. La scoperta è sensazionale, non capita spesso di ritrovare una villa imperiale con tanti e suggestivi resti.



TREVI

Antica Treba, ha numerosi resti di epoca romana (due templi, un ponte e due tombe).
Le mura dell'ex monastero di S. Bartolomeo sono una possente opera romana, del I sec. a.c. con andamento poligonale, da 16 a 18 lati.

È senza feritoie e senza torri, di altezza variabile a seconda della natura del terreno e di spessore alla base di circa due m. Il materiale impiegato, calcare massiccio locale e malta di calce ottenuta cuocendo la stessa pietra, sotto l'azione delle acque meteoriche si è talmente amalgamato che in alcuni punti non si riesce più a distinguere dove finisce la pietra e inizia la malta. Vi si possono individuare tre porte.
Lungo la via per Tivoli ci sono resti di numerose ville (al Km 11, 8 e al Km 8), ma anche di acquedotti (Anio Novus, Anio Vetus, Aqua Marcia).




LE VILLE ROMANE DEL PARCO AGUZZANO


Nel “Parco di Aguzzano” si trova una villa romana, di cui è visibile solo un tratto murario ricoperto da sterpaglie. Si tratta di una villa risalente al I sec. a. c. Nel complesso sono stati rinvenuti dei pavimenti a mosaico e dei nuclei abitativi utilizzati ad uso termale. Un ‘altra villa romana di maggiori dimensioni si trova sul versante opposto del Parco di Aguzzano non lontano dal Casale Podere Rosa, sopra una collina. Il complesso risale all’età tardo repubblicana con opere di rifacimento che proseguirono fino al V sec. d.c. Nella villa sono stati individuati settori residenziali, rustici, di servizio e termali.


La Villa di Ripa Mammea

Si colloca nello spiazzo sottostante alla confluenza di via Benigni e via Rech. I nuclei sono posti all’interno di una residenza privata ed attualmente sono visibili solo alcuni resti in opera reticolata. Risale al II secolo a.c. nel nucleo originario, ma ebbe notevoli ampliamenti negli anni successivi. Sono stati rinvenuti nuclei a livello residenziale ed altri ad uso produttivo. Vi sono stati rinvenuti mosaici, cisterne, e ambienti sotterranei. Sembra che la villa sia stata utilizzata fin oltre il III secolo d.c.


La villa di via Tilli

Si colloca in epoca tardo repubblicana. L’apertura di questa strada ha distrutto alcuni settori del complesso. Attualmente sono visibili dei blocchi di tufo e i resti di un cunicolo appartenente ad una cisterna che si apre sul fianco della collina dove si colloca la villa. Nelle vicinanze del cunicolo sono visibili, al di sotto della vegetazione, i resti di una conduttura che doveva alimentare alcune settori della villa. La villa fu utilizzata fino al IV secolo d.c. ma le strutture di epoca imperiale non sono più visibili. Gli scavi hanno permesso di mettere in evidenza non solo gli ambienti della villa, ma anche diverso materiale in ceramica.
Non lontano dal Casale Podere Rosa, una villa romana ad uso rustico di età tardo repubblicana, con rifacimenti fino al IV-V secolo d.c. E' la villa che ha i resti più consistenti. Sono visibili tratti murari in opus reticulatum relativi ad ambienti termali e stanze con pavimentazione a mosaico. Dall'ambiente termale si accedeva con una scala ai piani superiori. Le terme erano alimentate da una grande cisterna ad ovest. In uno degli ambienti è presente un pavimento a mosaico con motivi geometrici a forma di reticolo ortogonale con tessere bianche su fondo nero La villa fu rinvenuta durante gli scavi del 1982.


Villa romana a via Carciano

Su via Carciano sono visibili i resti di una grande villa disposta su terrazze digradanti verso l'Aniene con fasi di vita dal IIsec. a.c. al IV sec. d.c. L'accesso avveniva dal corridoio largo 3 m, con muri in opera reticolata di tufo, rivestiti da un doppio strato di intonaco dipinto con specchiature, per una lunghezza di almeno 28 m.

Una scala di cui restano soltanto due scalini, doveva condurre al terrazzamento superiore livellato da lavori di cava. Rimangono i muri della fondazione e strutture idrauliche con conserve d'acqua: una vasca a pianta quadrangolare e una cisterna a cunicoli della prima fase della villa (II-inizi I sec. a.c.).
Nel settore absidato è una grande vasca rivestita in signino azzurro, con muri in opera reticolata, ed in parte interrata. Il vano 15, con piccolo spogliatoio, era un ambiente riscaldato con pavimento in opus sectile. Sul corridoio si aprivano ambienti parzialmente scavati tra cui una latrina e vani con pavimento in mosaico a motivo geometrico da cui si accedeva al frigidarium. Il frigidarium, completamente rivestito a lastre di marmo di recupero, aveva la parete settentrionale aperta con due colonne su un vestibolo con pavimento a mosaico policromo a motivo geometrico. Da qui si doveva accedere al resto del complesso termale conservato sotto via Carciano.


Villa romana parco Campagna-Collatino

Nel 2005 una villa di età repubblicana-imperiale è emersa all'interno del parco Campagna-Collatino all'altezza del Casale Scarpitti, portando alla luce quattordici ambienti, tutti di piccole dimensioni a parte una cisterna con la volta a botte, delle vasche di decantazione e dei canaletti con scolo per la raccolta delle acque con rivestimento in cocciopesto. Proprio per le esigue dimensioni degli ambienti e per il genere di materiale ceramico finora recuperato, pezzi di anfore e orci, gli archeologi pensano di aver per ora scavato solo la pars rustica della villa, dove venivano conservate le scorte alimentari o magari si effettuavano lavori per la casa. Le strutture della parte residenziale della villa sembrano giacere a sud-est, sotto l'abitazione e l'orto di una delle otto famiglie del Casale Scarpitti, un borgo inizi novecento.

In questa zona della villa non del tutto scavata sono stati scoperti finora tre mosaici a tessere: uno policromo con motivi geometrici; gli altri due in bianco e nero, probabilmente raffigurati e con un motivo a greca lungo il perimetro.
Le strutture murarie della villa, con paramenti in laterizi e opus reticulatum, si trovano dentro il parco Campagna-Collatino: 40 ettari di verde confinanti con il Parco Tiburtino.
Sul territorio di questo enorme cordone di verde che si estende da via Tiburtina a via Grotte di Gregna, diviso ora dal passaggio dell'autostrada Roma-L'Aquila fu rinvenuta nel 1997 anche la più estesa necropoli giacente fuori delle mura aureliane.


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