TEMPIO DELLA FORTUNA MULIEBRE




"Tra le rovine della Via Latina il più degno d'essere veduto è un tempio ben conservato costruito politamente di terracotta. Egli è di forma quadrata con politi cornicioni, e finestre, che davano lume al di dentro.
Avendo misurato la distanza da roma da piè del Celio, dove, come dicemmo, si deve cominciare, fino a questo tempio è giustamente la distanza di 4 miglia, onde può giudicarsi che quello si il celebre tempio della fortuna Muliebre, che dagli antichi scrittori si stabilisce a 4 miglia da roma nella Via Latina, edificato per la nota storia di Coriolano quivi accampato contro la patria, e placato da vetruvia sua madre.

A considerare questo Tempietto lo trovo di ottimo disegno, e credesi che l'antico essendo dal tempo rovinato, venisse riedificato da Faustina moglie di marco Aurelio, di cui sono medaglie con l'epigrafe FORTUNAE MULIEBRI.
Ivi vicino vedesi altra piccola ma graziosa fabbrica con simile laterizia, ma non saprei a che attribuirla.
Poco lontano si vedono i bagni dell'Acqua Santa, detta dagli antichi salutare, con qualche residuo di mura degli antichi bagni."


(Dalle ANTICHITA' ROMANE - Abate Ridolfino Venuti)


Il Tempio della Fortuna Muliebre venne eretto secondo a cinque miglia fuori Porta Capena, corrispondente alle 4 miglia dai piedi del Celio, come li calcola il Venuti.

Porta Capena si trovava esattamente a Piazza Capena, nei pressi del Circo Massimo a Roma, dove oggi una targa di ottone posta a terra ne rammenta il luogo e l'esistenza.

Il tempio dedicato alla Dea Fortuna, volle ricordare come Roma fuggì alla guerra contro i Volsci, gli antichi nemici di Roma, condotti per vendetta proprio da un romano: Gneo Marcio Coriolano. La storia andò così.

Nel 491 a.c. Roma la prima secessio plebis col rifiuto di coltivare i campi rincarò il prezzo del grano, ma il patrizio Coriolano s'oppose fortemente alla riduzione del suo prezzo alla plebe, la quale prese ad odiarlo.

Il conflitto era tra plebei e patrizi, quest'ultimi non ancora rassegnati all'istituzione dei tribuni della plebe, e Coriolano rappresentava l'ala più oltranzista dei patrizi, che voleva togliere il tribunato ai plebei. 

Durante un' assemblea mancò poco che Coriolano venisse gettato dalla rupe Tarpea, e venne citato infine in giudizio. Secondo Livio, Gneo Marcio rifiutò di andare in giudizio, scegliendo l'esilio volontario presso i Volsci, e per questo motivo fu condannato in contumacia all'esilio a vita. 

Per Plutarco Gneo Marcio fu sottoposto al giudizio del popolo con l'accusa di essersi opposto al ribasso dei prezzi del grano, e per aver distribuito il tesoro di Anzio tra i commilitoni, invece di consegnarlo all'Erario, e la condanna fu l'esilio a vita.

Coriolano si stabilì quindi presso i Volsci incitandoli alla guerra contro Roma, guerra che avvenne e che, capitanata dallo stesso Coriolano, conquistò parecchie città del Lazio, giungendo molto vicino alle mura di Roma.

Il tempio fu voluto dalle donne, quelle che con i loro pianti e suppliche, erano riuscite a far desistere Coriolano dal proprio proposito di proseguire la guerra contro Roma, dove prima avevano fallito i consoli e i pontefici della Repubblica romana, come a ricordare che senza di loro Roma non sarebbe mai stata risparmiata. 

Infatti un gruppo di donne, guidato da Valeria, che per prima aveva dato l'idea dell'incursione nel campo nemico, sorella di Valerio Publicola considerato il fondatore della Repubblica romana, primo console dopo la cacciata dei re Tarquini. Con lei c'erano la madre di Coriolano, Veturia  e sua moglie Volumnia, accompagnate da altre matrone romane si recarono nel suo accampamento sfidando le rappresaglie dei Volsci.

« ..Coriolano saltò giù come una furia dal suo sedile e corse incontro alla madre per abbracciarla. Lei però, passata dalle suppliche alla collera, gli disse: «Fermo lì, prima di abbracciarmi: voglio sapere se qui ci troviamo da un nemico o da un figlio e se nel tuo accampamento devo considerarmi una prigioniera o una madre. »

(Tito Livio, Ab Urbe condita)

I RESTI DEL FRONTONE
Il senato romano, cosciente dell'importanza dell'intervento femminile, chiese alle donne cosa desiderassero come riconoscimento della loro opera pacificatrice. Le romane chiesero allora l'edificazione di un tempio alla Fortuna Muliebre, che ricordasse il loro intervento e dove poter pregare per la fine della guerra e di ogni guerra mossa contro Roma.

Il Senato accolse la richiesta, ma alla condizione di porre il tempio sotto il proprio controllo, costruendolo cioè con denaro pubblico e sottomettendo i riti al controllo dei pontefici. Le donne chiesero almeno di poter donare una statua della dea; vistosi rifiutare anche questo, ne fecero scolpire ugualmente una e nottetempo la portarono nel tempio. Così il giorno della dedicazione c'erano due statue: ma quella portata dalle matrone miracolosamente parlò, dicendo "Voi mi avete dato, o matrone, ai riti santi di Roma".

Così il Senato romano accettò "ab torto collo" per non inimicarsi tutte le donne di Roma. Prima sacerdotessa fu nominata Valeria, la sorella di Valerio Publicola. Tuttavia i pontefici sottrassero alle donne il controllo del culto, stabilendo che non potessero parteciparvi né le vedove, né donne rimaritate, ma solamente le spose novelle, escludendo perciò tanto la madre che la moglie di Coriolano.

I resti del frontone di terracotta del tempio, rinvenuti negli scavi del 1876, nella locazione del tempio della Fortuna Muliebre, vennero venduti alla Commiss. Archeol. del Comune di FIRENZE nel 1886, e possono essere definiti del tipo dei templi greci del IV sec. a.c. Sono di squisita fattura e vi si nota una testa femminile coronata, evidentemente la Dea Fortuna.

Il tempio fu terminato nel 496 a.c., e fu consacrato dal console Proculo Verginio Tricosto Rutilo, uno dei più forti oppositori alla Lex Cassia agraria, per la quale le terre del demanio pubblico di Roma, andassero divise tra i cittadini di Roma, e quelli degli alleati Latini ed Ernici, purtuttavia di fronte ai pericoli preferì augurarsi la pace colla riedificazione del tempio della Dea Fortuna Muliebre.

Sembra che il tempio si sia protratto, tra restauri e rifacimenti, fino al tardo impero, come da un’iscrizione rinvenuta nel 1831 rivenuta nei pressi stimati dell’edificio, dove si menziona un restauro voluto da Livia, la moglie di Augusto, e poi da Settimio Severo, Caracalla e Giulia Domna.

Risulta che quando nel 1585-87 fu realizzato l’acquedotto Felice utilizzando i resti i resti degli acquedotti Marcio e Claudio, che oramai inutilizzati furono smontati, il Tempio ci fosse.

Ma terminato l’acquedotto Felice ed il casale di Roma Vecchia, prelevando i materiali dall’unica cava disponibile, “gli acquedotti crollati” e in particolar modo quello Claudio, il tempio scompare, evidentemente fatto abbattere da Sisto V, uno dei più grandi dissacratori e distruttori delle arti antiche romane. Anche il tempio sarà diventato una cava per il nuovo acquedotto.. 

Il dato topografico ci è anche garantito da Valerio Massimo:
"Fortunae Etiam Muliebris Simulacrum, Quode Est Latina Via Ad Quartum Miliarum"
e da Festo:
"Item Via Latina Ad Miliarum IV Fortunae Muliebris"



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