IL COSMATESCO




SANTA MARIA IN COSMEDIN

LA SPOLIAZIONE DEI MARMI ROMANI 

I più vecchi raccoglitori di epigrafi danno curiosi particolari sull'uso e sull'abuso dei marmi antichi nelle fabbriche delle chiese. Di certo era più economico usare i marmi antichi piuttosto che acquistarli, tanto più che i marmi colorati per la maggior parte venivano importati da oltre-mare. Ben lo seppero papi e cardinali, eredi delle grandi famiglie patrizie romane, che ne ornarono palazzi ed edifici sacri.

Il più delle volte furono usati nelle chiese poichè queste sorsero per la maggior parte sui templi pagani distrutti dal troppo zelo cristiano dopo la caduta dell'impero romano. Pertanto spezzare i marmi e ricostituirli a mosaico venne facile, il che però non significa che non fossero costruiti da veri e propri artisti, i Magistri Romani, e che il loro effetto non fosse e non sia tutt'oggi una splendida decorazione.

La maggior fonte delle frantumazioni si ebbe nell'opus sectile romano, cioè nelle figure a intarsio di vari marmi.



I MARMI PER I NUOVI ORNAMENTI DELLE CHIESE

 "Tutti i marmi erano di buona preda, ma tre classi furono prese specialmente di mira per le chiese. La prima è quella dei cippi, il cui ricettacolo quadrato o rotondo si prestava a contenere l'acqua santa, e talvolta anche come fonte battesimale, oppure come vere da pozzo. La seconda le conche delle terme e delle fontane, nonchè i calici marmorei, posti in parte nelle chiese e in parte nei palazzi romani. La terza delle lastre inscritte per uso dei pavimenti, poi anche travi e architravi scolpiti con fregi o scritture, spesso scalpellati per cancellare gli ornamenti o girati per non mostrare l'epigrafe."

RICOSTRUZIONE GRAFICA (Arch. Carlo Alberto Torlai)
Quando era troppo costoso radere al suolo si innestavano chiese cristiane sui templi antichi, anche per evitare, come accadeva, che la gente andasse a pregare sui templi distrutti, e/o si sostituiva il nome della divinità con uno affine di un santo esistito o meno.

I pavimenti cosmateschi furono eseguiti nelle chiese che sorgevano su templi pagani. Infatti i marmi serpentino e porfido rosso erano cave già esaurite al tempo dei romani. Così per avere un'idea di come fossero i pavimenti degli edifici pubblici romani basta guardare il pavimento del Pantheon, rimasto intatto perchè il tempio venne trasformato in chiesa cristiana.

Bolla Sistina contro i devastatori delle chiese, semidirute o no. "Ad nostrum pervenit auditum quod nonnulli iniquitatis filii de patriarcalibus et aliis ecclesiis et basilicis porphyreticos marmoreos et alios lapides abstulerunt hactenus, et in dies auferre, eosque ad diversa loca per se vel alios asportare praesumunt " . È loro comunicata la scomunica maggiore. 11 documento "Statuta Almae Urbis " si riferisce però solo ai furti dei marmi nelle chiese, ma tace del tutto i furti di preziosi marmi e decorazioni e statue dei monumenti classici.



I COSMATI

I Cosmati furono famiglie di marmorari romani che operarono in varie botteghe, di cui si ricordano sette membri, appartenuti a quattro diverse generazioni vissute tra il XII e il XIII secolo, e che acquisirono fama soprattutto per i particolari mosaici e decorazioni realizzate prevalentemente nelle chiese.

RICOSTRUZIONE GRAFICA (Arch. Carlo Alberto Torlai)
Il nome "Cosmati" è una generalizzazione dovuta alle epigrafi dei marmorari romani sulle loro opere, spesso come Cosmas o Cosmatus, di cui si riuscì in seguito a determinare che si trattava di due artisti appartenenti a due famiglie diverse:

Cosma di Jacopo di Lorenzo che compare per la prima volta nel 1210 nell'iscrizione del portico della cattedrale di Civita Castellana (attestato fino al 1231) e Cosma di Pietro Mellini, La prima citazione di un « Gusmato marmorario filio domini Petri Mellini » è del 1264 (Giovannoni); si tratta di un documento dell’Archivio dei Ss. Andrea e Gregorio al clivo di Scauro sul Celio a Roma, in cui Mellini compare come beneficiario di enfiteusi. (1264-1279).

La famiglia di marmorari romani più importante, che ebbe il privilegio di ricevere le più grandi committenze da parte del papato, fu quella di Tebaldo Marmorario (1100-1150), e soprattutto il figlio Lorenzo di Tebaldo e i successori Iacopo di Lorenzo, Cosma e i figli di quest'ultimo Luca e Iacopo. A rigore, quindi, si dovrebbe parlare di opere cosmatesche solo relativamente a quelle realizzate da questa famiglia.


Del capostipite Tebaldo Marmorario, vissuto tra l'XI e il XII secolo, si sa poco, mentre è più attestato il figlio Lorenzo. Segue il figlio Iacopo e il figlio di quest'ultimo o Cosma I; quest'ultimo, con i suoi due figli Luca e Iacopo II, furono gli ultimi della bottega "di Lorenzo". I maggiori lavori cosmateschi conosciuti a Roma e nel Lazio, di cui molti firmati dagli stessi artisti, sono riferiti a Lorenzo, Iacopo, Cosma e i figli Luca e Iacopo II.



STILE COSMATESCO

La fama di queste famiglie e la loro maestria nel campo dei mosaici hanno creato uno "stile cosmatesco" che riguardò tanto loro quanto i loro imitatori. Il cosmatesco andò di moda, i papi autorizzarono i prelievi degli antichi pavimenti e le botteghe si moltiplicarono, sopratutto a Roma, dove non c'era piazza dove non sorgesse una chiesa, talvolta due nella stessa piazza.

RICOSTRUZIONE GRAFICA (Arch. Carlo Alberto Torlai)
Quasi tutti i pavimenti musivi delle basiliche e chiese di Roma dovrebbero essere stati realizzati nel periodo compreso tra il papato di Pasquale II (1099-1118) e Onorio III, fino a circa il 1250, dalla bottega marmoraria di Tebaldo, Lorenzo, Iacopo e Cosma, i quali lasciarono scritte a grandi lettere le loro firme.

Luca, figlio di Cosma I, è menzionato nel 1255 tra i membri della schola addestratorum mappulariorum et cubiculariorum, che era una carica insignita dal papa alla famiglia di questi marmorari, quindi certamente ereditata dai suoi avi, che dimostrava quanto essi godessero di una elevata condizione sociale grazie ad un rapporto diretto e di grande prestigio con la curia pontificia.

Il loro modello ornamentale, con il quale decorarono chiostri, pavimenti, altari, preziosi leggii e pulpiti, nonchè colonne tortili e fonti battesimali, si basava sulla lavorazione di tasselli di pietre dure, di marmo, di pasta vitrea e di oro, collocati in modo da formare temi geometrici. Per ottenere ciò si ispirarono in parte dall'arte bizantina e in parte dal gusto classico.




I PRECOSMATESCHI

MAGISTER PAULUS

Associati ai “Cosmati”, troviamo anche la bottega di magister Paulus, con i figli Giovanni, Pietro, Angelo e Sasso, con i più noti figli di Angelo: Nicola e Iacopo, attivi fino agli ultimi decenni del XII secolo. Dovette essere forse discepolo di un certo Christianus Magister che aveva realizzato qualche lavoro verso la metà del X secolo.
Del nome e dellparte di Paulus me abbiamo notizia soprattutto da una scritta che lo cita su uno dei plutei che oggi si vedono nella cattedrale di Sant’Ambrogio a Ferentino, nella Ciociaria.

RICOSTRUZIONE GRAFICA (Arch. Carlo Alberto Torlai)
Con questo artista di cui così poco sappiamo, inizia la storia dell’arte precosmatesca, sotto il pontificato di papa Pasquale II, il “papa precosmatesco", per i numerosi lavori che egli commissionò agli artisti romani e forse, in particolare a questo Paulus ed alla sua bottega marmoraria.

Sono attribuiti a magister Paulus i pavimenti della chiesa di San Clemente, dei Santi Quattro Coronati (1084), la cattedra di S. Lorenzo in Lucina, il pavimento della Basilica di S. Pietro in Vaticano (circa 1120) e, una mia scoperta l'attribuzione del pavimento della chiesa del monastero di S Pietro a Villa Magna, nel territorio di Anagni. Sempre solo in base ad accostamenti stilistici e formali nei disegni geometrici e nelle tessere marmoree utilizzate, vengono ancora a lui attribuiti i pavimenti delle chiese di S. Maria in Cosmedin San Benedetto in Piscinula, S. Antimo a Nazzano Romano Santi Cosma e Damiano, S. Croce in Gerusalemme e SantAgnese in Agone.

La sua bottega fu proseguita dai suoi figli Giovanni, Angelo, Sasso e Pietro che hanno continuato a tenere in vita la bottega paterna, a migliorarla e a renderla ancora più famosa. Questi quattro artisti dominarono tutto il periodo che va dal 1120 circa al 1200. Lavorarono a volte insieme e a volte separatamente. Così, Giovanni, Angelo e Sasso realizzarono un famoso ciborio, purtroppo andato perso, nella chiesa di Santa Croce in Gerusalemme, mentre tutti e quattro insieme costruirono il meraviglioso pulpito e altri arredi nella chiesa di S. Lorenzo fuori le mura, sui quali ci hanno lasciato la data del 1148; curarono, inoltre, gli arredi scomparsi delle chiese dei Santi Cosma e Damiano e di San Marco.


FAMIGLIA RAINERIUS

RICOSTRUZIONE GRAFICA (Arch. Carlo Alberto Torlai)
Contemporanei a Magister Paulus la famiglia dei Ranuccio o Rainerius, composta da Nicola, Pietro, Giovanni, Guittone e Giovanni figlio di Guittone eseguivano la stessa arte in alcune città nel Lazio settentrionale. Conosciamo il nome di Rainerius perchè si trova inciso in una porzione del pavimento
cosmatesco dell'abbazia di Farfa in Sabina e ancora in un frammento di finestra del monastero di S. Silvestro in Capite, stavolta unito ai nomi dei suoi figli Nicola e Pietro.

Questi, a loro volta, lasciarono la propria firma sulla facciata della chiesa di S. Maria in Castello a Tarquinia nel 1143. Nicola ebbe due figli, Giovanni e Guittone, con i quali realizzò il ciborio dell'abbazia di S. Andrea in Flumine a Ponzano Romano e nel 1170 lo ritroviamo ancora con uno dei figli a costruire l'altare maggiore
del duomo di Sutri, in provincia di Roma. Giovanni e Guittone invece, ritornarono a Santa Maria in Castello a Tarquinia nel 1168, cioè 25 anni dopo che vi era stato il padre, e vi realizzarono il ciborio. Continuando la tradizione, il figlio di Guittone, Giovanni, fu ivi chiamato nel 1209 a costruire l'ambone per il completamento dell'arredo presbiteriale. Questo Giovanni di Guittone, è lo stesso artista che costruì, nello stesso stile romano, l'ambone nella chiesa di S. Pietro ad Alba Fucens.


DRUDUS DE TRIVIO

RICOSTRUZIONE GRAFICA (Arch. Carlo Alberto Torlai)
A Ferentino, in provincia di Frosinone, all'interno del Duomo, ornò e firmò un ciborio che è considerato il migliore del Lazio. Operò anche (1146 circa) a Santa Francesca Romana, al lavabo di Civita Lavinia, architrave del ciborio di marmo dell'altare maggiore, pavimento (tutto scomparso).


MAGISTER IACOPUS

Insieme a Magister Paulus, decorò la schola cantarum e alti particolari del Duomo di Ferentino, in provincia di Frosinone.


PASQUALE 

frate domenicano marmoraro romano. Operò a Roma (S. Maria in Cosmedin, candelabro
per il cero pasquale), Viterbo Anagni


MAGISTER CASSETTA 

Del XIII sec. Operò as Anagni, Palestrina, Trevi nel Lazio, castello
Guarcino Frosinone, Silvamolle



I COSMATESCHI

- Lorenzo di Tebaldo (riscontrato dal 1162-al 1190)
- Jacopo di Lorenzo (dal 1185 al 1210)
- Cosma di Iacopo (dal 1210 al 1231)
- Luca di Cosma (1234-1255)
- Jacopo di Cosma (1231)

RICOSTRUZIONE GRAFICA (Arch. Carlo Alberto Torlai)
Dell'altra famiglia, originata da Cosma di Pietro Mellini, si ricordano i figli di Cosma:

- Deodato di Cosma (1290-1332)
- Giovanni di Cosma (1293 e 1299).

La più importante famiglia di marmorari romani, quindi, fu quella formata da Lorenzo, dal figlio Jacopo e dal nipote Cosma con i figli Luca e iacopo II, esempi di lavori cosmateschi a Roma si possono vedere anche nelle chiese di:

- Basilica di Santa Maria Maggiore, Santa Maria in Cosmedin
- Basilica di San Clemente
- Chiesa di San Benedetto in Piscinula
- Basilica di San Crisogono
- Basilica di Santa Croce in Gerusalemme
- Basilica dei Santi Quattro Coronati
- Basilica di Santa Maria in Aracoeli

Poi a Tivoli, in:

- Santa Maria Maggiore
- San Pietro alla Carità,
- e nel Duomo di Civita Castellana

RICOSTRUZIONE GRAFICA (Arch. Carlo Alberto Torlai)
Lo stile cosmatesco, a regola, viene riferito non solo alle tipiche ornamentazioni realizzate dagli artisti marmorari romani,
- della famiglia dei Cosmati (di cui già scrivemmo),
- di quella dei Vassalletto,
- dei Mellini,
- di magister Paulus
- di Rainerius per quanto concerne i lavori decorativi degli arredi liturgici e dei pavimenti

- nelle tecniche dell'opus tessellatum in tessere di paste vitree nel primo caso e in tessere lapidee nel secondo caso
- ma anche allo stile della cosiddetta microarchitettura, all'interno della quale rientrano quei lavori di grande importanza come i chiostri cosmateschi, di cui esempi eccellenti sono quelli del: 
- Monastero di Santa Scolastica a Subiaco,
- San Paolo fuori le Mura, a Roma
- San Giovanni in Laterano a Roma
- Basilica dei Santi Quattro Coronati a Roma.


I VASSALLETTO

I Vassalletto se la batterono con i Cosmati sia per la fama che per le commesse di decorazione architettonica, corredando chiese e basiliche di porticati esterni e chiostri della suppellettile liturgica: cibori, altari, candelabri, recinti, pulpiti e cattedre. nonchè di preziosi pavimenti intarsiati.

RICOSTRUZIONE GRAFICA (Arch. Carlo Alberto Torlai)
- Il loro capostipite fu Basiletto che firmò il leone della Basilica dei Santi XII Apostoli.
- Pietro Vassalletto, probabilmente suo figlio, scolpì in collaborazione con Niccolò d'Angelo il Candelabro Pasquale di San Paolo fuori le mura, l'unica sua opera interamente scolpita. Per la stessa basilica costruì anche il chiostro, meno celebrato di quello in San Giovanni in Laterano, ma considerato capolavoro suo e dell'arte cosmatesca, cui attese dal 1220 al 1230, e la parte antica col nartece di San Lorenzo fuori le mura. Gli è attribuita anche la schola cantorum della chiesa di San Saba.
- Vassalletto II, figlio di pietro, che ultimò il chiostro di San Paolo fuori le mura tra il 1232 e il 1236  e a cui
 è attribuita anche la bellissima cattedra del Duomo di Anagni, nonchè il candelabro tortile, la cattedrale episcopale e il ciborio.
- Nicola Vassalletto, quarto membro della dinastia, attivo fra il 1215 e il 1262, che lavorò con Pietro de Maria per l'Abbazia di Sassovivo intorno al 1233.


 I MELLINI

- Pietro Mellini, documentato dal 1264 al 1292, fu il capostipite di una delle botteghe di marmorari romani, oltre cinquanta magistri appartenenti soprattutto a sette ceppi familiari, riuniti convenzionalmente con la dicitura di Cosmati, che si avvicendarono nei secoli XII e XIII nell’esecuzione di ornamenti complessi in marmi antichi e paste vitree. con giochi geometrici di varie forme e colori.

RICOSTRUZIONE GRAFICA (Arch. Carlo Alberto Torlai)
Il Mellini pose il suo nome in un'epigrafe («Magister Cosmatus fecit hoc opus») del corridoio che immette nella cappella del Sancta Sanctorum, ricostruita tra il 1277 e il 1280 per volontà di Niccolò III allo scopo di custodire le reliquie che appartenevano al Tesoro pontificio. Nonostante la numerosa mano d'opera la direzione dei lavori era del magister Mellini.

Le pareti interne della cappella del Sancta Sanctorum, a una sola campata con una piccola abside rettangolare, sono suddivise in tre registri.
Il primo di essi, quello inferiore, è rivestito interamente per l’altezza di m 4 con spolia, ovvero lastre di marmi antichi, fissate con grappe di ferro.
Il secondo registro è marcato nelle quattro pareti da una cornice marmorea con fregi e foglie d’acanto sotto abachi decorati a ovoli, motivo che richiama quello esterno della cappella.

Su tale cornice marmorea poggia un finto ambulacro di otto colonnine tortili di marmo per parete con scanalature dorate, che sorreggono archi trilobi modanati, sovrastati da un’altra elegante cornice di marmo scolpita con ovoli.

RICOSTRUZIONE GRAFICA (Arch. Carlo Alberto Torlai)
Le colonnine tortili sono di due tipi: uno a doppia spirale morbida, l’altro più simile al tipo tortile classico, e si bilanciano ritmicamente nello spazio della campata principale. I triangoli tra gli archi trilobi sono decorati con dischetti incassati. I capitelli minori della galleria sono ridotti e semplificati rispetto ai capitelli maggiori delle due colonne di porfido, che sorreggono l’architrave davanti al vano d’altare, e delle quattro incassate agli angoli, che sono fatte di blocchi lapidei di circa cm 45 di altezza.

Di squisito gusto gotico è anche la volta a crociera, marcata da costoloni a sezione acuta con una chiave di volta a foglie scolpite. Notevole inoltre il sontuoso pavimento a dischi intrecciati che dirige i passi del celebrante verso l’altare.

Alla bottega dei Mellini, furono commissionati incarichi importanti.
I suoi quattro figli;
- Iacopo, Pietro, Deodato e Giovanni, e il pure nipote Lucantonio, figlio di Giovanni, operarono molto tra il Duecento e l’inizio del Trecento, facendosi notare per l'alta qualità dei materiali impiegati, sia per essersi saputi adattare alla nuova edilizia gotica nordica

RICOSTRUZIONE GRAFICA (Arch. Carlo Alberto Torlai)
- Deodato eseguì i cibori di S. Maria in Cosmedin e della cappella di S. Maria Maddalena in S. Giovanni in Laterano, quest’ultimo smembrato in vari pezzi addossati alle pareti interne del chiostro. Egli è ricordato inoltre nella chiesa di S. Pietro a Tivoli e, con il fratello Iacopo, nella realizzazione del pavimento di S. Giacomo alla Lungara. Il suo nome ricorreva in un’epigrafe, oggi scomparsa, della cappella Capizucchi a S. Maria in Campitelli.
- Giovanni ebbe ancora maggior successo, meno adattato allo stile dell'epoca e più personalizzato. Eseguì pregevoli monumenti funerari, come quello di Stefano de’ Surdi a S. Balbina (circa 1295), e quello di Guglielmo Durando in S. Maria sopra Minerva (circa 1296), poi quello di Gonsalvo García Gudiel in S. Maria Maggiore (circa 1299), l’altare maggiore della basilica lateranense in collaborazione con il figlio Lucantonio, poi ci sono le tombe di Matteo d’Acquasparta in S. Maria in Aracoeli  e del cardinale P.V. Duraguerra (Pietro Valeriani) in S. Giovanni in Laterano.probabilmente opere della sua bottega.

Questa grande fase di produzione artistica durò per circa un trentennio, fino alla metà del XIII secolo, sotto il papato di Onorio III Savelli, Gregorio IX e Innocenzo IV, poi pian piano decadde, anche per la difficoltà a reperire sempre nuovi pavimenti della Roma antica, ormai tutti smontati e tagliati a piccole tessere.

L'uso improprio del termine "coamatesco" ricorre spesso per pavimenti o decorazioni "cosmatesche" per le quali i verì Cosmati romani nulla hanno a che fare, con caratteri diversi, soprattutto negli sviluppi delle derivazioni arabo-islamiche, di artisti meridionali soprattutto siculo-campani.














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