NERONE






Nome completo: Nero Claudius Caesar Augustus Germanicus
Nascita: Anzio 15 dicembre 37
Morte: Roma 9 giugno 68
Sepoltura: colle Pincio presso la tomba di famiglia dei Domizii Ahenobarbi
Predecessore: Claudio
Successore: Galba
Coniuge: Claudia Ottavia, Poppea, Statilia Messalina
Figli: Claudia Augusta morta a 4 mesi
Dinastia: giulio-claudia
Padre: Gneo Domizio Enobarbo
Madre: Giulia Agrippina Augusta
Regno: 54-68 d.c.

Nel 39 Giulia Agrippina Minore, madre di Lucio Nerone, scoperta per una congiura contro il fratello Caligola, venne cacciata in esilio da Roma. L'anno seguente morì suo marito e il suo patrimonio venne confiscato da Caligola, ragion per cui cadde in ristrettezze e Lucio fu affidato alla zia Domizia, non ricca, che gli dette come precettori un barbiere ed un ballerino, da cui avrebbe forse preso l'inclinazione per lo spettacolo.

Alla morte di Caligola Agrippina tornò a Roma per occuparsi del figlio quattrenne, cui dette nuovi precettori greci. Nel 49 sposò l'imperatore Claudio suo zio, ed ottenne la revoca dell'esilio di Seneca, facendone un precettore del figlio.

Però Agrippina non fece tutto questo per amore del figlio ma per le ambizioni su di lui. Tanto è vero che poichè Nerone dimostrava maggior affetto verso la zia Domizia, com'era naturale che fosse visto che l'aveva allevato, Agrippina la accusò di complotto contro l'imperatore, facendola condannare a morte. Costrinse inoltre il figlio undicenne a testimoniare contro la zia, unica figura materna della sua vita. Inoltre lo fece fidanzare con Ottavia figlia di Claudio, di otto anni. Insomma lo usò come uno strumento.

Nerone salì al trono nel 55 a soli diciassette anni, al posto del legittimo figlio di Claudio, Britannico, ucciso per volontà di Sesto Burro, e forse anche di Seneca, due figure molto influenti per il nuovo imperatore.
« A diciassette anni, quando fu divulgata la morte di Claudio, si avanzò verso le sentinelle di guardia tra l'ora sesta e l'ora settima [...]. Salutato imperatore sulla gradinata del palazzo, venne portato al Castro in lettiga e, rivolta una rapida allocuzione ai soldati, andò in Curia, uscendone che già era il vespero, dopo aver rifiutato, a causa dell'età, soltanto il titolo di Padre della Patria fra tutti gli immensi onori che gli venivano attribuiti. »
(Svetonio, Vite dei Cesari, Nerone, 8)

Il matrimonio incestuoso, voluto da Agrippina, tra Nerone e la sorellastra Claudia Ottavia, si attuò con grande scandalo dei romani, ma Nerone in seguito divorziò preferendole la bella Poppea, già amante di Marco Salvio Ottone, un amico di Nerone. Poppea fu sospettata d'aver organizzato l'omicidio di Agrippina che morì probabilmente avvelenata, mentre Ottone venne inviato come governatore in Lusitania. Ciononostante Nerone sposò Poppea.

Lo stesso anno Burro venne ucciso per ordine di Nerone e Seneca invitato a suicidarsi; la carica di prefetto del Pretorio venne assegnata a Tigellino, già esiliato da Caligola per adulterio con Agrippina. Contemporaneamente vennero introdotte leggi sul tradimento che mandarono a morte parecchie persone. Nerone ebbe da Poppea una sola figlia, che morì subito dopo.



L'INCENDIO DI ROMA

Nel 64 Roma fu colpita da un violento incendio che iniziò al Circo Massimo, estendendosi al Celio, al Palatino e a quasi tutta la città. I rioni tra il Circo e l' Esquilino furono totalmente distrutti, tutti gli altri gravemente danneggiati. Nerone fu avvertito mentre era ad Anzio e accorse a Roma, ma non potè salvare neppure la sua reggia.

Come racconta Svetonio:
NERONE BAMBINO
Con essa vennero distrutte le case degli antichi generali, ornate delle spoglie dei nemici vinti, i templi costruiti dai re di Roma o al tempo delle guerre di Gallia e di Cartagine, e tutti i più importanti monumenti dell'antica repubblica.
Tacito scrisse che l'imperatore si dette molto da fare per i soccorsi, ricoverando i senza tetto nel mausoleo di Agrippa e nei giardini imperiali, con capanne e baracche costruite per l'occasione, e istituendo un calmiere per il prezzo del frumento.

Molti pensarono fosse stato l'imperatore a ordinare l'incendio, ma non ci sono prove a riguardo. Fattostà che per stornare i sospetti la colpa venne data ai cristiani. Pur essendo stati espulsi da Claudio, molti cristiani erano rimasti a Roma fondando una importante comunità, aderita soprattutto da schiavi e liberti. La persecuzione fu feroce e sanguinosa. Secondo la tradizione fu allora che San Paolo venne decapitato e San Pietro fu crocefisso a testa in giù.

Placati gli animi Nerone chiamò gli architetti Severo e Celero per il nuovo piano regolatore, così Roma fu riedificata con strade ampie e dritte, case più basse e soprattutto di pietra perchè meno incendiabili. Con le macerie vennero in parte colmate le paludi di Ostia.
Anche la reggia dell'imperatore fu ricostruita e sorse così la splendida Domus Aurea che andava dal Palatino al Celio e all'Esquilino.

Svetonio racconta:
Nel vestibolo sorgeva una immensa statua di Nerone alta centoventi piedi, che i portici, a tre Ordini di colonne, avevano una lunghezza di mille passi; e il palazzo racchiudeva uno stagno vasto come un lago, edifici che pareva formassero una grande città, con prati, campi, vigne, pascoli, boschetti popolati di armenti e di fiere. L'interno era tutto dorato, con lavori in gemme e madreperla. Il soffitto della sale da pranzo era circolare ed aveva una cupola girevole che come in cielo avvicendava il giorno e la notte. C'erano anche serbatoi di acqua albana e di acqua marina.



LA CONGIURA DI PISONE

Nerone aveva molti nemici, alcuni perchè danneggiati da lui e altri perchè rimpiangevano la Repubblica. Nel 65 si ordì una congiura colossale da parte di senatori, militi e prefetti.
Il capo era Calpumio Pisone, ricco e di nobile famiglia, poi il senatore Plauzio Laterano, molti altri e pure il poeta Lucano, nominato da Nerone augure e questore, dandogli la sua amicizia e incoronandolo nel teatro di Pompeo. In seguito però Lucano cadde in disgrazia, la sua carriera stroncata e la sua congiura scoperta.

Durante gli interrogatori uscirono fuori i nomi di Pisone, Seneca e Lucano. Sembra che per evitare la morte o la tortura molti facessero nomi di innocenti, e tra questi Lucano che accusò sua madre che nulla aveva a che fare. Le dimensioni della congiura spaventarono Nerone che raddoppiò le guardie, gli arresti e le torture.

Il tribuno Subio Flavo seppe morire con coraggio:
"Io ti odio: nessun soldato mi superò in fedeltà fino a che tu la meritavi; ma cominciai ad odiarti quando diventasti matricida, auriga, commediante e incendiario".

Pisone, sapendo di essere scoperto si tagliò le vene e così Lucano, cui fu dato da Nerone l'ordine di morire. Anche Seneca, ex maestro di Nerone, dovette tagliarsi le vene, ma poichè la morte tardava bevve la cicuta e si fece portare nel bagno caldo. Sua moglie per seguirlo si fece anch'essa tagliare le vene, ma Nerone, venutolo a sapere la fece curare e le fece dare in eredità una parte dei beni del morto.

Ma le persecuzioni per la congiura non finirono, tra cui quella di Caio Petronio, l'arbiter elegantiarum, di cui Tacito scriverà negli Annali:
Un voluttuoso raffinato, e i suoi atti e le sue parole tanto più avevano piacevole sembianza di semplicità quanto più mostravano di trascuratezza e di abbandono... fu nella corte dell'imperatore l'arbitro del buon gusto, il regolatore di tutto ciò che nello sfarzo fosse leggiadria e finezza.
Tigellino lo odiò avendo in lui visto il rivale, un rivale più esperto nell'arte della voluttà. Egli pertanto eccitò la crudeltà, quel sentimento cioè che era più forte nell'animo del principe, e accusò Petronio di amicizia con Scevino. Fu corrotto uno schiavo perché facesse da delatore, fu proibita la difesa; la maggior parte dei servi venne arrestata.
Era l'imperatore in quei giorni partito per la Campania; Petronio, che lo seguiva ebbe a Cuma l'ordine di fermarsi. Ma egli non fu trattenuto dal timore o dalla speranza né, d'altro canto, volle morire precipitosamente.
Si tagliò le vene, poi le legò, indi di nuovo le riaprì: e si intrattenne con gli amici a parlare giovialmente di cose né gravi ne grandi che restassero ad esempio della sua fermezza; né rimase ad ascoltare sentenze di filosofi o precetti sull' immortalità dell'anima, ma canzonette e facili poesie.
Premiò alcuni schiavi, altri ne punì. Volle pranzare e dormire affinché la morte, sebbene imposta, sembrasse naturale. Nei suoi codicilli non adulò Nerone o Tigellino come soleva fare la maggior parte dei condannati alla pena capitale, ma sotto i nomi di giovinastri e di cortigiane egli scrisse il racconto delle turpitudini imperiali fino alle ultime vergogne.
Poi sigillò e mandò lo scritto a Nerone e ruppe l'anello perché non servisse in seguito a far delle vittime.




LA RIVOLTA IN PALESTINA

Nerone partì per la Grecia per partecipare ai giochi istmici, nemei, olimpici, pitici, e argolici, insomma se li fece tutti.

Poi fece l'auriga e l'attore, cantò e suonò sulle scene, applaudito e dichiarato vincitore in ogni gara dai compiacenti nipoti di Temistocle. Nerone appagato proclamò libera l'Acaja e si fece adorare come Giove Liberatore.

Intanto era scoppiata la rivolta in Palestina, popolo martoriato dalla fame tra l'indifferenza di chi li governava. Si ribellarono i Sadducei, seguiti dai Farisei, favoriti dai più poveri e dagli Zeloti, in attesa del Messia che doveva salvare il popolo eletto e liberarlo dalla dominazione romana.

Nel 66 scoppiarono delle sommosse a Cesarea, tra Greci ed Ebrei. I Romani sostennero i Greci, gli Zeloti occuparono il tempio di Gerusalemme e costrinsero alla resa il castello di Masada massacrandone tutto il presidio.
La vendetta romana non tardò, ventimila ebrei furono uccisi nella sola Cesarea e settantamila ad Alessandria. Poi i romani inviarono Erode Agrippa con un forte esercito che mise a ferro e a fuoco parecchie città, ma la guerra non cessava.

L'imperatore dette allora il comando della guerra a Tito Flavio Vespasiano, che entrò in Palestina alla testa di sessantamila soldati. I ribelli, con a capo lo storico Giuseppe, di fronte alla superiorità dei nemici fuggirono e Giuseppe, fatto prigioniero, passò dalla parte dei Romani. I Farisei, moderati, volevano trattare coi Romani, ma furono trucidati dagli Zeloti che si opponevano assolutamente ai romani. Vespasiano profittò di questa guerra civile per riprendere i combattimenti riconquistando la Palestina.



LE GUERRE

Nerone regnò per 14 anni e dovette sostenere varie guerre, ma l'esercito romano era forte e dotato di ottimi generali.


Guerra d'Armenia

Il re dell'Armenia Mitridate era stato ucciso dal fratello che aveva incoronato suo figlio Radamisto. Vologeso re dei Parti mandò allora in Armenia suo fratello Tiridate con un esercito che si dovette ritirare a causa della peste. Il trono fu dunque ripreso da Radamisto, ma il popolo favorevole a Vologeso si ribellò restituendo il trono a Tiridate.
Roma però non voleva perdere l'influenza sull'Armenia per cui inviò Numidio Quadrato con sei legioni. Vologeso spaventato chiese la pace ai Romani che la concessero per rafforzarsi, ma poi ripresero la guerra uccidendo gli uomini, facendo schiavi donne e bambini e radendo al suolo òa capitale.
Vologeso però aveva formato un nuovo esercito, che non resse la potenza dell'esercito romano, per cui chiese a Roma la pace. Alla fine si giunse a un accordo: Tiridate avrebbe regnato come vassallo dell'imperatore e si sarebbe recato a Roma per ricevere da Nerone le insegne regali.
Così fu e la cerimonia avvenne nel foro romano, con Nerone su uno scanno d'avorio tra aquile imperiali e insegne romane. Tiridate si gettò ai suoi piedi, Nerone lo fece alzare, l'abbracciò e gli pose la corona da re. Dal canto suo Vologeso giurò obbedienza e fedeltà a Roma. Quello stesso giorno Nerone fece chiudere il tempio di Giano, la guerra era finita.


Guerra di Britannia

Iniziò nel 59 con Svetonio Paulino al comando delle legioni, che invase il Galles, e fortificò i castra. Era morto il re degli Iceni, fedele a Roma, con eredi le sue due figlie e l'imperatore; ma i Romani ne avevano invaso e saccheggiato il territorio, oltraggiando vedova e figlie.
La vedova mise su un esercito e marciò su Camulodunum. Il presidio dei veterani romani fu espugnato, i difensori massacrati, la città arsa e saccheggiata. I Romani però riconquistarono la città e la vedova si uccise col veleno. Svetonio Paulino fu rimandato in Britannia per rinforzare i presidi e stabilire rapporti buoni con i vinti.
Fu ricacciata anche un'invasione di Frisi che avevano occupato terre destinate ai veterani.
Poi ci fu l'invasione germanica degli Ampsivari, guidata da Boiocalo, cacciati dalle loro terre dal popolo dei Chauci. I Romani tentarono di trattare la pace, ma Boiocalo rispose:
Potrà mancarci una terra in cui vivere, ma non una terra in cui morire. La guerra finì con la vittoria dei Romani.



OPERE PUBBLICHE

Nerone, oltre alla famosa ricostruzione di Roma a seguito dell'incendio, e alla splendida Domus Aurea, costruì l'acquedotto neroniano. Intraprese due imprese ciclopiche mai completate: il taglio dell'istmo di Corinto e un canale lungo 250.000 km, dalla costa dall'Averno a Roma.

Vedi la sezione: DOMUS AUREA



MORTE DI NERONE

Ne 67 Nerone fece ritorno in Italia. In Gallia però era scoppiata la rivoluzione. Nerone ordinò di punire i ribelli, ma se la prese comoda ed entrò a Roma sul carro di Augusto.

Svetonio:
Nerone era vestito di porpora, indossava un manto tempestato di stelle d'oro e portava sul capo la corona vinta nei giuochi olimpici; nella mano destra teneva quella guadagnata nei giuochi pitici; le altre corone erano portate davanti a lui con iscrizioni che dicevano dove, da chi, con quali canti e con quali argomenti egli le avesse meritate.
Una folla plaudente seguiva il carro gridando il trionfo di Cesare. Fatta abbattere la porta del Circo Massimo, attraversò il Foro per recarsi al tempio di Apollo Palatino.
Lungo il percorso venivano immolate vittime e gettati profumi, uccelli, ornamenti e confetti. Giunto a casam collocò le sue corone nella sua camera, attorno al letto e vi fece porre la sua statua in abito di musico
.

Nerone destituì i consoli, e si preparò a domare la rivolta illudendosi che sarebbe bastata la sua presenza. La rivolta gallica era capeggiata da Giulio Vindice, governatore della Gallia Lugdunense.
In Spagna scoppiò un'altra rivolta capitanata da Galba, governatore della Provincia Tarraconese, che fu proclamato imperatore dalle sue truppe e, poiché non aveva con sé che una legione, tre coorti e due squadroni di cavalleria, radunò le truppe ausiliarie e formò una guardia del corpo di cavalieri chiamati Evocati.

Le legioni imperiali del Reno, comandate da Virginio Rufo, sconfissero l'esercito di Giulio Vindice che si uccise, poi proclamarono imperatore il comandante Rufo, che però rifiutò.

Nerone perse la testa, tentò di fuggire per nave ma nessuno lo seguì. Ancora nella reggia si accorse che anche la sua guardia personale l'aveva abbandonato, allora cercò rifugio inutilmente presso gli amici, solo il liberto Faonte gli offrì asilo in una villa a quattro miglia da Roma. Durante il viaggio venne però riconosciuto, si nascose nella villa ma il Senato lo aveva dichiarato Nemico della patria, e la pena era la fustigazione appeso a una forca. Si pugnalò alla gola con l'aiuto di un servo.

Svetonio, nella Vita dei Cesari scrisse:

Morì nel suo trentaduesimo anno d'età, nel giorno anniversario dell'uccisione di Ottavia e fu tale la gioia di tutti che il popolo corse per le strade col pileo.
Tuttavia non mancarono quelli che, per lungo tempo, ornarono di fiori la sua tomba, in primavera e in estate, e che esposero sui rostri ora le immagini di lui vestito di pretesta, ora gli editti con i quali annunciava, come se fosse ancora vivo, il suo prossimo ritorno per la rovina dei suoi nemici.


Venne sepolto in un'urna di porfido, sormontata da un altare di marmo, nel sepolcro di famiglia dei Domizi, sopra cui fu edificata la chiesa di Santa Maria del Popolo. Con la sua morte terminò la dinastia giulio-claudia. Che venisse sepolto lì lo racconta una leggenda posteriore e alquanto cattolica.

Secondo la leggenda medievale, l’imperatore fu sepolto al centro dell'attuale piazza del Popolo, ed in suo ricordo era stato piantato un albero di noce. Le ossa di Nerone però attiravano spiriti e demoni che, nel corso della notte, spaventavano i romani.
La zona era considerata dannata e il popolo chiese aiuto al Papa. Nel 1099, il Pontefice Pasquale II prescrisse a tutti come misura curativa tre giorni di digiuno, poi si ritirò a pregare in clausura e durante una veglia gli apparve la Madonna che gli suggerì, per liberare la zona dai demoni, di abbattere il noce, disseppellire Nerone, bruciare le ossa e disperderle nel Tevere.
La terza domenica dopo i tre giorni di digiuno Pasquale II fece quanto suggerito dalla Vergine, liberando per sempre la piazza dagli spiriti demoniaci. Su richiesta del popolo, dove prima sorgeva l’albero di noce, sorse una cappella commemorativa dedicata a Maria.
Nel 1472 Papa Sisto V la sostituì poi con l’attuale chiesa, che prese il nome di Santa Maria del Popolo in ricordo della volontà del popolo che si era prodigato per avere un santuario che ricordasse l’allontanamento dei demoni.





ARTICOLI CORRELATI



2 comment:

Franco Ferrini on 8 novembre 2014 11:33 ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
Davide Clerici on 16 aprile 2015 16:31 ha detto...

Grazie

Posta un commento

Post più popolari

 

Copyright 2009 All Rights Reserved RomanoImpero