I MALEFICI MAGICI




Gli uomini hanno da sempre tentato di agire, aldilà delle azioni pratiche, e soprattutto quando queste non erano possibili, in un modo invisibile e magico per frenare o colpire i propri nemici. Queste furono vere e proprie operazioni magiche che sopravvissero per tutto l'impero romano e anche oltre.

La magia destava tra i romani, che peraltro vi ricorrevano non di rado, riprovazione e sospetto, specie se poteva condurre alla morte di qualcuno, ma l'accanimento  dei cristiani contro la magia superò di gran lunga quella romana, giungendo a chiamarla stregoneria e patto col diavolo, e condannandone i presunti attori con la tortura e il rogo in un delirio paranoico di purificazione.



TESTI EGIZI DI ESECRAZIONE

I testi di esecrazione erano frasi rituali con cui, fin dall'antico Egitto, si intendeva allontanare, danneggiare o eliminare il nemico o il concittadino, o il parente, o il consorte, o il vicino di casa diventato dannoso o pericoloso. Generalmente venivano scritti su vetri o su cocci di argilla o ceramica che venivano poi o infranti e dispersi o destinati a riti magico-religiosi.

TESTO DI ESECRAZIONE
Il fare a pezzi il testo scritto aveva diverse funzioni:
- la prima era che nessuno potesse incidere di nuovo sopra al materiale usato, cosa che avrebbe cancellato la maledizione e per giunta l'avrebbe fatta ricadere sul mandante.
- la seconda era di ordine pratico, il testo fatto a pezzi poteva difficilmente essere rinvenuto evitando non solo l'incanto ma pure la vendetta sull'incantatore.
- la terza è che la maledizione non poteva venire cancellata neppure dal mandante, cosicchè occorreva pensarci bene prima di lanciare una maledizione a qualcuno.

In Egitto sono stati rinvenuti diversi gruppi di tali testi, databili soprattutto alla XII dinastia (XIX secolo a.c.). I testi ad esempio lanciano scongiuri ed esecrazioni contro gli asiatici del Medio Oriente con i quali gli egizi erano frequentemente in guerra. Infatti esistevano pure le maledizioni ufficiali che compivano i sacerdoti, ma soprattutto le fattucchiere di un paese contro un paese nemico.

Un primo gruppo (detto ‘testi di Berlino') venne pubblicato da Kurt Sethe nel 1926. Essi contengono circa 20 nomi di località di Canaan e Fenicia, e nomi di circa 30 persone investite di autorità di quei popoli, contro cui erano state scagliate maledizioni potenti.

Georges Posener ne pubblicò un secondo gruppo (detto ‘testi di Bruxelles') nel 1957. Un terzo gruppo (detto ‘testi di Margissa') apparve nel 1990 per opera di Yvan Koenig. (Testi di esecrazione - Medio Regno - Saqqara).

Naturalmente i potenti non erano così ingenui da ignorare la situazione, per cui a loro volta erano oggetto da parte dei loro sacerdoti, di riti di protezione, mentre d'altro canto lanciavano maledizioni a loro volta.



MALEDIZIONI BIBLICHE

Non ci si meravigli che gli ebrei si servissero delle maledizioni, perchè, seppure la magia venne proibita nei periodi tardi, anticamente era largamente praticata. In antico la vera magia era eseguita soprattutto dalle donne, mentre era molto meno congeniale ai maschi, per cui rabbini e preti la condannarono in quanto femminile e diabolica.

TAVOLETTE RECANTI MALEDIZIONI
Tracce di testi di esecrazione si riscontrano anche e soprattutto nella Bibbia, come ad esempio, nel salmo 136/137, 8-9. Al tempo di Nabucodonosor II gli Edomiti collaborarono a saccheggiare Gerusalemme e sterminarono gli Ebrei (Sal137,7;Abd11-14).
" Ricordati, o Eterno, dei figli di Edom, che nel giorno di Gerusalemme dicevano: «Demolitela, demolitela fin dalle fondamenta» "
Ed ecco la esecratio:
Figlia di Babilonia devastatrice,
beato chi ti renderà quanto ci hai fatto.

Beato chi afferrerà i tuoi piccoli
e li sbatterà contro la pietra.
"
E poi:
" Tutto Israele ha trasgredito la tua legge, s'è allontanato per non ascoltare la tua voce; così si è riversata su di noi l'esecrazione scritta nella legge di Mosè, servo di Dio, perché abbiamo peccato contro di lui
E ancora:
" Dio fece anche ricadere sul capo della gente di Sichem tutto il male che essa aveva fatto; così si avverò su di loro la maledizione di Iotam, figlio di Ierub-Baal "  

Ecclesiaste cap. III:
" La benedizione del padre consolida le case dei fìgli; la maledizione della madre ne sradica le fondamenta ".



I ROMANI CREDEVANO NELLA SFORTUNA E NELLA MAGIA

Gli antichi Romani, famosi per essere un popolo pragmatico e concreto, avevano invece un debole per il magico, l'occulto, il mistero ed erano piuttosto superstiziosi.

Per i romani portava sfortuna:

- rovesciare vino, olio e acqua
- incontrare per strada muli con un carico di ipposelino (dal greco ippos = cavallo e sélinon = sedano, una pianta che ornava i sepolcri);
- un cane nero che entrava in casa, 
- un topo che faceva un buco in un sacco di farina,
- una trave della casa che si spaccava senza motivo.

Tanti ricorrevano a scongiuri contro la jella, anche degli insospettabili come Giulio Cesare: ci dice Plinio il Vecchio che il conquistatore, dopo che il suo carro si era rotto durante la celebrazione del Trionfo, recitava sempre uno scongiuro che ripeteva tre volte per garantirsi la sicurezza del viaggio (Caesarem dictatorem, post unum ancipitem vehiculi casum, ferunt semper, ut primum consedisset, id quod plerosque nunc facere scimus, carmine ter repetito securitatem itinerum aucupari solitum),

«Riportano che il dittatore Cesare, dopo una pericolosa caduta da un carro, non appena vi fosse montato sopra, usava sempre ripetere per tre volte un certo scongiuro, per allontanare da se tale pericolo; cosa che vediamo ancora oggi fare da molti», Naturalis Historia, XXVIII 16). 

Una cosa diversa era però considerata la magia, che sempre Plinio definisce "una scienza temibile e perversa", e che era condannata dalla legge romana. Nelle Dodici Tavole (451-450 a.c.) si prevedevano sanzioni per chi recitava incantesimi allo scopo di nuocere (malum carmen incantassit). La "Lex Cornelia de sicariis et veneficiis", opera del dittatore Silla (81 a.c.), prevedeva la pena di morte per gli omicidi e per chi praticava riti malefici (mala sacrificia). 


Catullo

Gaio Valerio Catullo, innamorato pieno di dubbi e insicurezze della fascinosa vedova Clodia, di dieci anni più vecchia ed esperta di lui, mentre compone uno dei più celebri inni all’amore dell’antichità, conclude con una formula di scongiuro, nella speranza che nessun invidioso voglia lanciare il malocchio a due persone che paiono così felici.

Vivamus, mea Lesbia, atque amemus,
rumoresque senum severiorum
omnes unius aestimemus assis.
Soles occidere et redire possunt:
nobis, cum semel occidit brevis lux,
nox est perpetua una dormienda.
Da mi basia mille, deinde centum,
dein mille altera, dein secunda centum,
deinde usque altera mille, deinde centum.
Dein, cum milia multa fecerimus,
conturbabimus illa, ne sciamus,
aut nequis malus invidere possit,
cum tantum sciat esse basiorum. 

v.11 "ne sciamus" cioè “per non sapere (quanti sono)”. Il numero dei baci potrebbe scatenare l’invidia degli Dei: essere all’oscuro della quantità dei tutela dalla loro vendetta.
vv.12-13 "aut nequis malus invidere possit" Invidere ha un significato che oltrepassa l'“invidiare”, esso comporta l’azione negativa del “gettare il malocchio”,  (in + video: “guardo contro”). 

La felicità di Lesbia e Catullo appare al poeta una felicità insidiata. C'è un'ombra sull’ardore degli amanti, ombra che il bacio infinitamente ripetuto vuole in qualche modo scongiurare. E la felicità presente è insidiata non solo dalla morte, ma anche dalla malevolenza del destino, degli Dei, della avversa fortuna, degli invidiosi. C'è la consapevolezza che una felicità così grande non può essere duratura, e va salvaguardata in tutti i modi. 




ESECRATIO ROMANA

L'esecratio era l'atto di imprecare praticato dagli antichi onde richiamare le divinità infernali contro i propri nemici (latino: "exsecratio-onis"; verbo "exsecrari": giurare con formule d'imprecazione)

Documenti significativi delle usanze magiche degli antichi romani erano le "defixiones", maledizioni ai danni degli avversari, oggi le chiameremmo "fatture", di solito incise su laminette di piombo, arrotolate e inserite in una tomba, in modo che i nemici fossero più direttamente votati agli Dei inferi.

Il piombo andava bene un po' per tutto nei rituali magici, talvolta però le lamine erano in rame, molto indicata per le "fatture d'amore", lo stagno, molto meno usato, invece era per attaccare un potere, tipo un concorrente nelle pubbliche lezioni. Per un potere più forte invece occorreva una lamina d'oro. Non risulta invece l'argento per incidere maledizioni.



ANTICA TAVOLETTA DI ANTIOCHIA CON LA MALEDIZIONE A UN FRUTTIVENDOLO 

Dopo quasi 80 anni dalla sua scoperta all'interno di un'antica fonte della città di Antiochia, è stata decifrata interamente una tavoletta di piombo di 1.700 anni fa. L'iscrizione è una maledizione rivolta a un semplice fruttivendolo.

Scritto in greco su una lamina di piombo, il testo maledice un uomo di nome Babylas, figlio di Dionysia. L'iscrizione scoperta in un pozzo di Antiochia intorno agli anni '30 del secolo scorso, è stata tradotta solo ora e recita:
" O Iao che scagli lampi e saette, colpisci, colpisci e abbatti Babylas il venditore di frutta. Come hai colpito il carro del faraone, colpisci la sua offesa. O Iao che scagli lampi e saette, come uccidesti il primogenito d'Egitto, uccidi il suo bestiame... ".

La tavoletta è molto simile alle "tavole di maledizione" greche, incise nel piombo a piccole lettere e sepolte nei pressi di tombe o santuari per ottenere l'aiuto delle entità sovrannaturali. Il piombo era molto usato anche perchè costava poco e tutti potevano permetterselo.

Nelle tavolette greche si citano divinità come Ermes, Caronte, Ecate e Persefone, oltre che i nomi dei cari estinti o degli antenati, per infondere potenza nella maledizione. Il riferimento a Yahweh (volgarizzato in Iao, il nome di un suo attributo) nella tavoletta di Antiochia, quindi, potrebbe
essere soltanto l'evocazione dell'entità divina più potente della regione.


IMPRECAZIONE - MALEDIZIONE - ESECRAZIONE (testo del 1893)


- Imprecare è pregar del male a qualcheduno, e può essere uno sfogo d'ira irriflessivo e procedente da un primo moto;
- La maledizione è atto più solenne; parte da cuore profondamente ulcerato, è pensata, è risoluta, è pronunziata in faccia a Dio e agli uomini: guai al figlio che si avesse meritata e tirata addosso la maledizione de' genitori! (Ma guai anche al genitore che abbia meritato la maledizione di un figlio, aggiungiamo noi)
- Maledire è dare la maledizione propria per quanto vale, e quasi invocare che quella di Dio l'accompagni.
- Esecrare è aborrire massimamente, è sentire avversione invincibile, ripugnanza, come verso cosa scomunicata o messa a buon diritto fuori della legge. L'esecrazione è un orrore legittimo, specialmente verso persona o atto sacrilego.

MALEDICTIO RICHIESTA AD ECATE SU LAMINA DI PIOMBO (V sec.)

LA MALEDIZIONE

Per gli antichi romani la "maledictio" era il corrispondente di una fattura, operante nella magia oscura, che poteva comportare anche la morte della persona.

In età imperiale, da Tiberio in poi, era prevista la pena di morte per chi esercitava arti magiche finalizzate a delitti. Già nelle XII tavole (451-450) erano previste sanzioni per chi pronunciava incantesimi allo scopo di nuocere a qualcuno.

Con la "Legge Cornelia de sicariis et veneficiis", voluta dal dittatore Silla, era prevista la pena capitale per le fatture a morte. Insomma tutti ne avevano paura e nessuno ne dubitava.

Anche la Chiesa cattolica condannò sia la stregoneria sia i riti magici ad essa connessi e molte pseudostreghe pagarono sui roghi le loro reminiscenze pagane. Oggi la Chiesa non ha più tale potere giuridico, però la condanna morale per certe pratiche è rimasta, soprattutto perchè ritenuta superstizione.

CONTENITORE DI PIOMBO
E STATUETTA DI CERA
Oggi la superstizione è ritenuta un'insieme di credenze o pratiche rituali proprie di società antiche, soprattutto pagane, o di ambienti attuali ma culturalmente arretrati, fondate su presupposti magici e soprannaturali. Dal punto di vista delle grandi religioni, ogni credenza o pratica che sia in disaccordo con la religione costituita è superstizione, soprattutto la credenza nell'influsso di fattori sovrannaturali o magici sulle vicende umane.

Strano, perchè le grandi religioni ci credono, credono ai miracoli sulle persone, agli interventi divini per punire o salvare, alle acque miracolose, all'intervento dei santi, alle novene o preghiere varie per ottenere vantaggi o scongiurare svantaggi. Si prega oggi per far rientrare le piene dei fiumi come mezzo secolo fa si pregava per fermare un'epidemia. Qual'è la differenza?

Forse che la religione cristiana, ad esempio, è vera e l'altra è falsa? Ma se la superstizione è falsa non c'è da temerla, e non dovrebbe costituire un peccato, come non lo costituisce credere a Babbo Natale o alla Befana. Insomma una favola non può far male.



MALEDETTI UN SENATORE E UN VETERINARIO ROMANI

Una ricercatrice spagnola ha decifrato due maledizioni lanciate contro un senatore romano e un veterinario, ambedue con la raffigurazione di una divinità con serpenti come capelli, forse Medusa, oppure la Dea greca Ecate, molto invocata da maghi e stregoni. Entrambe incise in latino con invocazioni in greco, su tavolette di piombo, da persone diverse durante il tardo Impero Romano, circa 1600 anni fa.

Sono state scoperte nel 2009 presso il Museo Civico Archeologico di Bologna: sebbene gli studiosi non conoscano con certezza la loro provenienza, sanno chi erano le vittime delle maledizioni. Una delle maledizioni riguarda il senatore romano Fistus, l’altra riguarda un veterinario di nome Porcello.


CONTENITORI DI PIOMBO APPOSITI

MALEDIZIONI NASCOSTE

Spesso le defixiones venivano affisse e nascoste nei colombari e pure nelle tombe etrusche, per il vantaggio di poter affiggere le lamine sulla roccia con appositi chiodi di bronzo, di modo che fosse molto difficile estrarle, come abbiamo constatato noi stessi in una tomba etrusca da poco scavata e col soffitto parzialmente crollato.

I motivi che scatenavano tali exsecrationes erano torti subiti, sottrazioni di beni, truffe di cui si era vittime, rivalità in amore, rivalità nella carriera pubblica, in tribunale, e pure nelle corse dei cavalli. Le più antiche, rinvenute a Selinunte, risalgono al VI sec. a.c., mentre l’uso continua nel tardo impero romano, quando ormai si era ampiamente affermato il cristianesimo.

Ma il fenomeno proseguì nel medioevo e praticamente non si è mai estinto, visto che ancora oggi prosperano maghi e fattucchiere. Sono gli equivalenti dei riti "voodoo" spesso descritti nei documentari sui vari popoli dell'Africa e dell'America latina. Anche a Roma 2000 anni fa esisteva questa usanza di lasciare messaggi nella fontana destinati a chiedere favori alla divinità o invocarla per nuocere a determinate persone. Le prove le ha fornite la famosa fontana consacrata ad Anna Perenna.

RITROVAMENTO DI UNA MALEDICTIO NELLA TOMBA DI UN  BAMBINO ROMANO (Ostia)

IL RITROVAMENTO

In Roma a piazza Euclide, scavando nel 1999 delle fondamenta di un parcheggio interrato, a 10 m di profondità venne rinvenuta una fontana rettangolare, con un altare, due basi e delle iscrizioni di magia nera.

Si trattava di 22 piccole lamine di piombo, appunto delle "defixiones" strettamente avvolte in rotoli, con su incise maledizioni a lettere sbalzate e capovolte. Il tutto sigillato in 14 contenitori in piombo, contenenti inoltre delle figurine antropomorfe fatte di materiale organico e infilate a testa in giù.

Sulla fontana che accoglieva le fatture magiche c'era una dedica e una data: "nimphis sacratis Annae Perennae" cioè "alle ninfe consacrate ad Anna Perenna" con la data del 156 d.c. La fontana sembra attestata almeno dal IV secolo a.c. e utilizzata fino al VI d.c.

ESECRATIONES
Nella fontana sono stati reperiti, oltre alle "defixiones" che si buttavano nella fontana perchè, attraverso i canali di scolo arrivassero nell'aldilà. :
- 550 monete che si gettavano lì per buon augurio,
- gusci d'uovo simbolo di fertilità
- pigne,
- rametti
- tavolette di legno»
- 70 lucerne
- un paiolo in rame.

Molti anni di restauro e ricerche ci sono voluti per srotolare le defixiones in piombo e per aprire i coperchi sigillati dei contenitori. La prima iscrizione era facile, e ben riconoscibile il nome "Antonius", il personaggio da maledire, a volte, oltre al nome della vittima, c'è anche quello della madre, perchè l'unica identificazione certa era quella materna (mater semper certa est, pater nunquam)

Ma restavano da decrittare tutte le altre: « Ho capito subito che in Italia non c'era nessuno all'altezza» , ricorda Marina Piranomonte. Che ha quindi deciso di rivolgersi a Christopher Faraone dell'Università di Chicago, massima autorità in fatto di magia antica. Già un tempo gli archeologi italiani insegnarono la ricerca archeologica al mondo, ma oggi non ci sono più scuole, non si scava, non si dà lavoro e si caccia chi il lavoro ce l'ha già, o si sostituisce con novellini di nessuna esperienza perchè costa meno.

Com'è andata lo racconta lei stessa: « Ho preso il suo indirizzo da Internet e gli ho mandato una mail, comunicando la mia scoperta e allegando una foto delle defixiones. Dopo un'ora mi ha telefonato: Terrific, Marina! Quando posso venire a trovarti? ».

Proprio come avviene qui in Italia (ironia). Faraone è dunque venuto a Roma e nel 2003 ha indetto - lui, americano - una giornata di studi sulla magia antica in cui è stata data la notizia del ritrovamento della fontana di Anna Perenna. Tra gli studiosi invitati, il filologo tedesco Jürgen Blänsdorf dell'Università di Mainz, «un mostro di bravura» lo definisce Piranomonte, che in due anni ha decrittato tutte le epigrafi, e verrà a illustrarle nel Convegno di Roma del 3 febbraio.

Vediamole, dunque, e leggiamole queste tavolette di maledizioni, che si deponevano sottoterra in luoghi segreti come tombe, fontane e boschetti fuori da Roma, dove la magia nera era vietata.

Una maledizione molto nota perchè articolata, è stata soprannominata "Snakes", cioè serpenti, perché il testo è circondato dal disegno di quattro serpenti.

Al centro un rombo, attinente al mondo dei vivi e al mondo dei morti, che è lo specchio dell'altro, cioè due triangoli legati alla base, che una volta uniti senza distinzione diventano un rombo, come dire che il mondo dei vivi comunica con il mondo dei morti, o degli inferi.

In effetti la fattura si serviva, o almeno così credeva, del supporto delle anime dei defunti, e questa è pure la ragione perchè alcune maledizioni venivano affisse nelle tombe.

Al centro del rombo c'è la Dea, regina del manifesto e dell'occulto. Inciso vi è un testo che recita:
«Strappate l'occhio destro e sinistro dell'arbitro Sura, che è nato da una vagina maledetta (qui natus est de vulva maledicta) ».



I GLIFI MAGICI

La cosa più notevole però, a nostro avviso, è quella più in basso, e cioè i "glifi magici". I segni aldisotto dell'immagine non hanno una traduzione nè un significato, ma sono dei segni evocatori di entità magiche. Sono caratteristiche dei glifi l'inizio e la fine con un tondino. L'estrapolazione di queste entità si otteneva attraverso rituali segreti che derivavano dal sistema dei quadrati magici, sistemi che troverà la loro esplicazione soprattutto nella magia del medioevo. Ma, straordinario, esisteva già al tempo dei romani!

Il sistema funzionava attraverso un reticolato di quadretti su cui venivano iscritte o lettere o numeri. Poi si dava un nome composito al genio che si voleva evocare, ad esempio, "Il vendicatore" oppure "che fa innamorare" ecc, a seconda dell'incantesimo.

Si cercava, ad esempio ne " Il vendicatore", di segnare la prima lettera, in questo caso I, con un tondino posto sul numero che corrispondeva alla lettera alfabetica (ad es. nell'alfabeto italiano la "I" è la n° 8)

Poi dal tondino seguiva un segmento che andava sulla lettera "l", cioè (se seguiamo l'alfabeto italiano il quadratino col n° 9).
A questo punto si è scritto in  lingua magica la parola "Il" e pertanto viene conclusa con un altro tondino.

La parola seguente, che è "vendicatore" inizierà con un tondino sulla lettera "v" che andrà sul 20° quadratino (esempio di alfabeto italiano) e per ogni lettera si sposterà nelle varie direzioni, fino alla lettera "e" su cui si porrà il tondino finale.
Ora le regole erano molteplici, come spezzare il segmento tra una lettera e l'altra, o usare delle curve per indicare lettere doppie ecc.

I segni sotto all'immagine sono dunque segni magici, come dire i nomi dei geni preposti all'incantesimo che venivano scritti e pronunciati durante il rito chiedendo esplicitamente ciò che veniva inciso nel piombo.

Nel caso in questione si tratta di una defixio di accecamento, per un certo arbitro che ha mancato a una sua promessa, o ha danneggiato qualcuno, o ha arbitrato a sfavore di qualcuno. Ma i pezzi importanti del ritrovamento sono i contenitori in piombo, perchè ognuno ne contiene altri due, tutti sigillati con resine. Il contenitore più esterno non ha segni grafici, ne riporta invece quello mediano, mentre il più piccolo contiene la fattura scritta e una figurina antropomorfa impastata di miele, acqua e farina, infilata a testa in giù.

I materiali di Anna Perenna si sono salvati, nonostante il clima umido di Roma, grazie alla triplice sigillatura dei contenitori. Dalle antiche fonti sappiamo che Anna Perenna veniva venerata fuori porta il giorno di Capodanno, il 15 marzo. Nel bosco sacro ad Anna Perenna i romani montavano capanne improvvisate, con pali e frasche, danzavano e bevevano, lasciandosi inebriare dall'estasi per la Dea. Un specie di estasi menadica, movimentata e selvaggia.



LA DEA TERRA

La Dea Terra, o Madre Terra, aveva come sacerdotesse le Pitie, o Pitonesse, o Sibille, insomma le sue sacerdotesse avevano a che fare col mondo sotterraneo e non solo traeavno energie dal sottosuolo ma ne traevano pure presagi.

Naturalmente erano Maghe, niente di strano, tutte le antiche Dee erano maghe e così le sacerdotesse, ma i sacerdoti che le sostituirono non accettarono la magia, perchè mistero profondissimo che faceva paura. Si dice che i riti della Madre Terra, ovvero i riti ctonii, facessero terrifici, strano perchè in genere non sacrificavano nè persone nè animali. Ma non era il sacrificio a fare paura, bensì il mondo ctonio, ovvero il mondo dei morti, che del resto fa paura tutt'oggi.

La chiesa cattolica comunque non ha mai negato il possibile rapporto col mondo dei defunti, ma l'ha proibito perchè, anche se si tratta di anime buone, il chiamarle su questa terra potrebbe dar loro dolore. Viene da chiedersi, ma se provoca dolore forse non si presenterebbero, però si dà per scontato che possiamo obbligarle.

Un messaggio abbastanza inquietante perchè se è vero, potremmo obbligarle al nostro desiderio, cioè anche di aiutarci in vita, o aiutare altri.. o nuocere ad altri... ma questo confermerebbe la esecratio per mezzo dei defunti, come credevano i pagani... mistero.



LA DEA DELLE STREGHE

Ecate, divinità originaria della Tracia o dell’Anatolia è una divinità pre-indoeuropea, poi inserita nel pantheon greco dalla fusione tra i vari popoli, e infine inserita nel panteon romano. Dea triadica, o Triforme, o Trinitaria, o Trinità, viene spesso rappresentata con tre corpi e magari accompagnata da cani ululanti.
Ella è regina dei daemones, esseri invisibili che fanno da tramite tra regno umano e divino, era pertanto addetta alla magia. 

ECATE
Come Dea triforme aveva la sua manifestazione in cielo come luna, in terra come Signora degli Animali, e negli Inferi come regina dei morti che ella consente alle streghe di evocare nei crocicchi o nelle are dei boschi.

Ella ha diversi attributi che tiene saldi nelle sue mani divine

- la torcia con cui rischiara il cammino sia dei vivi che dei morti
- il coltello con cui recide il cordone ombelicale dell'infante, ma anche come colei che recide il cordone che lega l'anima al corpo all'istante della morte
- una chiave, per la sua qualità di “guardiana delle soglie”, che può socchiudere le porte tra i mondi
- il serpente, simbolo della terra e di saggezza aldilà della mente dei comuni mortali.

Apollodoro (III sec. d.c.) ci informa che ad Ecate venivano offerti dei banchetti rituali, denominati hekataia, tradizione confermata anche da Plutarco. Nei banchetti avveniva il sacrificio rituale del pesce, sacro alla Dea. A volte il solo simbolo del pesce diventava simbolo della Dea. Simbolo che poi passerà ai cristiani.

Sacro alla Dea era pure lo IUGX, chiamato pure "la trottola di Ecate, una sfera dorata costruita attorno a uno zaffiro e fatta girare tramite una cinghia di cuoio, con sopra dei caratteri incisi. Facendola girare si operavano le invocazioni.

A lei si rivolgevano pertanto le streghe per chiedere favori o gettare esecrationes, per se stesse o per coloro che pagando le incaricavano di eseguire l'incanto magico. Naturalmente i pupazzi con gli spilloni non l'ha inventato il vodoo, perchè i romani le conoscevano perfettamente, in genere intagliate grossolanamente nella cera e magari con un fazzoletto, o una stoffa, o dei capelli appartenuti alla vittima designata. 

Anche l'uso dei nodi, delle trecce di capelli, o di erbe secche, o di vimini legavano strettamente la fattura alla vittima, soprattutto se l'oggetto veniva nascosto in  luoghi cimiteriali, o sacri, o almeno sotterranei. Non molto diverso da come si fa oggi.



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