CARALES - CAGLIARI (Sardegna)





SARDINIA

Roma occupò la Sardegna fra la prima e la seconda guerra punica. Già nel 259 a.c, il suo esercito aveva tentato la conquista dell'isola, giungendovi dalla Corsica, ma il console Lucio Cornelio Scipione, dopo essersi impadronito di Olbia, aveva dovuto ritirarsi.

Dal 241 a.c. l'isola rimase sotto Cartagine che dal canto suo, avendo già perso la Sicilia, non mirò più al possesso di terre che la ponesse di nuovo in conflitto con avversari tanto pericolosi. I mercenari stanziati da Cartagine in Sardegna però s'impadronirono dell'isola, con tanta crudeltà che i Sardi, insorsero e li cacciarono.

Roma allora accusò Cartagine di preparare l'invasione del Lazio e, nel 238 a.c. inviò le legioni in Sardegna, ma nel 235 i Sardi si ribellarono, sopraffatti dai romani di Manlio Torquato. Nel 233 altre rivolte furono represse dal Console Carvilio Massimo, e nel 232 dal console Manio Pomponio, finchè nel 231 furono inviati due eserciti consolari: uno contro i Corsi, comandato da Papirio Masone, e uno da Marco Pomponio Matone, contro i Sardi, ma senza risultati.

Dal 227, l'isola ottenne la forma giuridica ed il rango di Provincia e vi fu inviato un pretore per governarla. Per i nuovi insorti fu inviato il Console Caio Attilio Regolo, nel 225 a.c.


Ampsicora

La più importante rivolta però fu quella del 215 a.c. dopo le vittorie di Annibale in Italia. Un autorevole esponente dell'aristocrazia terriera sardo-punica, Ampsicora, aveva riunito un esercito consistente, e rinforzi da Cartagine ed inviò una flotta al comando di Asdrubale il Calvo.

AMPSICORA
Il piano di Ampsicora era di dare battaglia quando tutte le forze si fossero riunite e lasciò il comando al figlio Iosto a Cornus con una parte dell'esercito. I rinforzi di Cartagine però non arrivarono in tempo per colpa di una tempesta e Iosto accettò la battaglia offerta dal comandante Manlio Torquato. L'esercito sardo fu sconfitto subendo la perdita di 3.000 soldati, 800 furono fatti prigionieri.

Asdrubale il Calvo intanto raggiunse la Sardegna, sbarcò a Tharros e respinse i Romani verso Caralis. A loro si unì Ampsicora con il resto dell'esercito. Nella piana del Campidano la coalizione sardo-punica fu duramente sconfitta. Morirono 12.000 tra Sardi e Cartaginesi e 3.700 furono fatti prigionieri fra i quali Asdrubale il Calvo ed Annone. Iosto morì in battaglia. Ampsicora affranto dal dolore per la morte del figlio, non volendo finire nelle mani dei Romani si uccise. I superstiti si rifugiarono a Cornus dove prepararono un'ultima inutile resistenza, ma questa volta vinsero i sardi. La città fu rasa al suolo e la popolazione fuggì verso l'interno dell'Isola.

La resistenza dei Sardi si protrasse ancora nel II secolo a.c. quando nel 177/176 a.c., il Senato inviò il console Tiberio Sempronio Gracco con due legioni di 5.200 fanti ciascuna, più 300 cavalieri, cui si associarono altri 1.200 fanti e 600 cavalieri fra alleati e Latini. In questa rivolta persero la vita 27.000 sardi; in seguito alla sconfitta, a queste comunità fu raddoppiato il gravame delle tasse, mentre Gracco ottenne il trionfo. Tra le ultime rivolte quelle del 126 e del 122 col trionfo di Lucio Aurelio, nonchè di Marco Cecilio Metello nel 111 a.c.


Le Guerre Sociali

Durante le guerre civili romane l'isola fu prima spinta verso la fazione mariana, poi indotta a schierarsi nel campo opposto dal partito di Silla. Morto questo, il pretore mantenne la Sardegna fedele a Pompeo, finché Carales (Cagliari) non si schierò con Cesare, imitata poco dopo da tutta l'isola.

Fu scacciato il luogotenente di Pompeo, Marco Cotta, e fu accolto favorevolmente quello di Cesare, Quinto Valerio Orca. I pompeiani non si diedero per vinti e iniziarono una serie di azioni per la riconquista delle città costiere. Sulcis si arrese mentre Carales resistette, così Cesare, che vi soggiornò tra il 16 ed il 28 aprile del 46, punì la prima e premiò la seconda. Nel 44 a.c., la Sardegna, assegnata ad Ottaviano, fu invece occupata da Sesto Pompeo che la tenne come base per la lotta contro i cesariani fino al 38 a.c., quando, tradito dal suo luogotenente, fu soppiantato da Ottaviano nel possesso dell'isola.


L'Impero

Nel 27 a.c. le province dell'Impero Romano furono ripartite tra le province affidate all'Imperatore Augusto, governate da legati di rango senatorio, e province affidate al senato, governate da proconsoli di rango senatorio.

LA FULLONICA
La violenza di questa rivolta costrinse Augusto a rimuovere i senatori dal comando dell'isola ed a prenderne lui stesso il controllo diretto ma la rivolta non durò molto. Infatti nel 19 Tiberio sostituì il distaccamento di legionari con 4000 liberti (o figli di liberti) ebrei. La situazione tornò tranquilla e Claudio ridette il comando al senato. Nel 68-69 vennero distribuite terre per coltivare ai barbari dell'interno che ben presto si romanizzarono.

Il II sec. fu un momento di sviluppo e di prosperità, I Romani ebbero la possibilità di ricostruire e migliorare la rete stradale punica spingendola anche all'interno, costruirono terme, anfiteatri, ponti, acquedotti, colonie e monumenti. La ricchezza della Sardegna era agricola e mineraria, esportando piombo, ferro, acciaio e argento grazie alle sue miniere, e grano per 250.000 persone. Nel 170, l'isola era sotto il controllo senatoriale. Nel 211, come in tutto l'impero, riprese il malcontento della popolazione e le rivolte.

I Romani, nei secoli in cui dominarono l'isola, fondarono molte nuove città come Turris Libisonis (Porto Torres) e fecero sviluppare molti centri abitati soprattutto nelle coste, come Carales, Olbia, Fanum Carisii (Orosei), Nora e Tharros, ma anche nell'interno, come Forum Traiani (Fordongianus), Forum Augustis (Austis), Valentia (Nuragus), Colonia Julia Uselis (Usellus).


La decadenza

Nel 212 grazie a Caracalla i Sardi, come tutti gli abitanti dell'Impero, ottennero la cittadinanza romana, ma la situazione peggiorò 280 d.c. una flotta di Franchi saccheggiò le città costiere di tutto il Mar Mediterraneo e i Sardi, che per secoli si erano ritenuti al sicuro da ogni pericolo esterno all'Impero, tornarono all'interno dell'isola e quelli che restarono sulle coste chiusero i porti e cinsero di mura le città.

Successivamente la "provincia della Sardegna e della Corsica" fu divisa e dal quel momento mai più si sarebbero unite. Le tasse aumentarono fino al 456 quando i Vandali, dopo aver saccheggiato Roma, la conquistarono e l'annetterono al loro regno. Ma vinsero solo sulle coste, poiché i Sardi dell'interno si ribellarono ai Vandali impedendo loro di entrare nella loro zona.



CARALES

Cagliari (Carales o Karalis) era la città più importante della Sardegna. Il suo centro vitale, come in tutte le città romane, era il Foro, dove sorgevano i principali edifici pubblici e religiosi: la curia municipale, l'archivio provinciale, la sede del governatore, la basilica, il tempio di Giove Capitolino. Purtroppo non si conosce la localizzazione esatta di questi monumenti: si sa però che il Foro doveva essere situato nell'attuale Piazza del Carmine.

Da qui partivano ben quattro strade che traversavano l'intera isola dal sud al nord, rendendo Carales un centro strategico importante per le rotte commerciali del Mediterraneo occidentale, ospitando un distaccamento della flotta di Miseno, e da qui partiva il grano per l'approvvigionamento di Roma.

La zona abitata si sviluppava sulla costa per circa 300 ettari, con una popolazione di 20.000 abitanti. I punti estremi di questo territorio erano l'attuale Viale Sant'Avendrace e la regione di Bonaria, dove si locavano le necropoli. Per la legge romana, infatti, i sepolcri non potevano essere ospitati all'interno delle zone urbane.

La città ebbe molti interventi edilizi di pubblica utilità come la realizzazione della rete fognaria e la pavimentazione di strade e piazze, la costruzione di un acquedotto (nel 140 d.c.), e nel I sec d.c. fu dotata di portici e divenne municipium, ossia una città autonoma con cittadinanza romana. Nel II sec. d.c. fu costruito l'anfiteatro, ancora utilizzato per gli spettacoli ad oggi, semi-scavato nella roccia, che poteva ospitare fino a 10.000 persone.

I quartieri signorili sorgevano nel territorio a nord di Sant'Avendrace e nell'area di San Lucifero, con le terme, i templi, alcuni teatri e numerose ricche abitazioni; i quartieri mercantili si trovavano nella zona della Marina e i quartieri popolari erano vicino al porto, fra l'odierna via Roma e il Corso Vittorio Emanuele.

Qui vennero ritrovate ricche abitazioni (Casa del Tablino Dipinto e Casa degli Stucchi), nel sito che viene tradizionalmente chiamato la Villa di Tigellio. Nell'attuale Via Malta è stato invece riportato alla luce un tempio con annesso un teatro per le rappresentazioni legate al culto: è di impianto punico, ma è stato utilizzato anche in età romana.
Il quartiere mercantile si trovava probabilmente nella zona della Marina, come sembrerebbero confermare gli scavi praticati sotto la chiesa di Sant'Eulalia, mentre il quartiere popolare era probabilmente vicino al porto, fra l'odierna Via Roma e il Corso Vittorio Emanuele.



L'ECONOMIA

Le fonti letterarie ed archeologiche parlano delle ricche pianure esistenti nel fertile entroterra, gestite a latifondo, i cui prodotti dovevano confluire nel porto cagliaritano ed erano destinati all’approvvigionamento granario di Roma. Ancora in età tardo-antica, si accenna alla necessità di fornire vettovagliamenti ai porti dell’Italia centro-meridionale (Epistola di Paolino da Nola, 49). Dall'esame dei carichi delle navi naufragate i più comuni erano le anfore. soprattutto le vinarie greco-italiche, apule, galliche, rinvenute insieme al vasellame da mensa collocato negli interstizi tra un’anfora e l’altra.

È attestata anche l’importazione di olio sia dalla penisola iberica che, in epoca medio e tardo-imperiale, dalle regioni nord-africane, da cui proveniva pure in abbondanza la ceramica da mensa definita sigillata africana, dal II al VI secolo d.c., con produzione vinicola locale di età medio-imperiale, unitamente al trasporto di olio, olive, salsa di pesce (garum). Altra fonte di ricchezza i prodotti minerari, il cui commercio si svolgeva dai vari porti sudoccidentali dell’isola al continente, gestito, come del resto gli altri prodotti, da corpora naviculariorum, cioè gruppi associati per i servizi di rifornimento dello stato romano.

Si produceva e si esportava piombo argentifero, ferro, rame, ma anche granito spesso rinvenuto in prodotti non finiti (capitelli, colonne, macine ecc.). Il rinvenimento di lingotti in piombo e stagno testimonia il commercio del prodotto attraverso l’asse Spagna-Sardegna, in età imperiale.

Una “constitutio” di Valentiniano III attesta, nel V sec. d.c., l’esportazione di buoi, cavalli e carne suina; il sale era un altro prodotto importante: la sua estrazione era a carico di società di lavorazione-trasporto del prodotto che avevano l’appalto per la gestione delle saline ed il suo commercio. Vi era poi la produzione locale di manufatti ceramici. Lo sfruttamento delle materie prime quali l’argilla ed il calcare offriva un’industria a livello locale.



LE FONTI STORICHE

Livio cita Carales per gli avvenimenti del 215 a.c., in occasione della rivolta di Ampsicora, ricordando lo sbarco di c. Manlio Torquato, la devastazione nel 210 a.c., del suo retroterra ad opera dei Cartaginesi capeggiati da Amilcare; la fonda della flotta di Tiberio Claudio Nerone nell’inverno del 202 a.c. ed infine l’alleanza con Roma durante gli avvenimenti del 178-177 a.c. (rivolta delle popolazioni dei Balari e Iliensi dell’interno dell’isola), contrariamente a Floro, riferendo della punizione subita dalla città per aver sostenuto la rivolta, in seguito repressa da Tiberio Sempronio Gracco.

Nella guerra civile tra Cesare e Pompeo la città che si schiera da parte cesariana, osteggiando il pompeiano Marco Aurelio Cotta (Caes. Bell. Civ.) ed accogliendo lo stesso Cesare, nel 46 a.c., dopo la vittoria sui pompeiani a Tapso in Cilicia. Le vicende successive vedono la città occupata dal legato di Pompeo, Menas, secondo quanto riporta lo storico Cassio Dione.

Sulla elevazione allo “status municipalis”, Plinio (Naturalis Historia) data il provvedimento intorno al I secolo d.c.; probabilmente un periodo posteriore al 38 a.c. per volere di Ottaviano Augusto dopo la liberazione dell’isola dai pompeiani. Inoltre, varie iscrizioni attestano la presenza di liberti municipali con il “nomen Iulius” da cui si potrebbe ipotizzare, vista la denominazione di “municipium iulium civium romanorum”, un provvedimento da parte di Ottaviano preso prima del 27 a.c., anno in cui egli assume la “tribunicia potestas” ed il titolo di “Augustus”.

Strabone la menziona come la città più importante dell’isola assieme a Sulci, mentre alla fine del IV secolo d.c. il suo porto è ricordato da Claudiano, per l’accoglienza della flotta di Stilicone, nel 397, durante la guerra contro il comes d’Africa Gildone. Il municipio di cittadini romani risulterebbe iscritto alla tribù Quirina, retto da un collegio di quattuorviri, due dei quali, i “quattuorviri iure dicendo”, sono addetti all’amministrazione della giustizia, gli altri, i “quattuorviri aedilicia protestate”, alla cura delle infrastrutture pubbliche.

RICOSTRUZIONE DELL'ANFITEATRO

L'ANFITEATRO

L'Anfiteatro poggia su una valletta naturale alle pendici occidentali del colle di Buon Cammino. I costruttori adattarono le caratteristiche del terreno alla configurazione dell'edificio, ricavando le gradinate dal banco roccioso per una capienza stimata in circa diecimila spettatori.

Come negli altri anfiteatri, anche in quello Cagliaritano le gradinate sono divise in ordini diversi, riservati a differenti classi sociali che vi accedevano da diversi passaggi. Sul piano dell'arena corre un lungo corridoio da cui si affacciavano i vani che custodivano gli animali, nei piani sotterranei venivano custoditi i macchinari per il cambio di scena.

Subito a ridosso dell’arena, su un largo podium, prendevano posto i decuriones, cioè la classe dirigente cittadina; sui gradini del primo anello, chiamato ima cavea o maenianum primum, si accomodavano i loro
familiari e i cittadini liberi distinti per censo; il secondo anello, detto media cavea o maenianum secundum imum, era per tutti gli altri uomini di nascita libera meno abbienti; infine nella summa cavea o maenianum secundum summum, il terzo anello, in appositi settori venivano relegati le donne e gli schiavi.

In origine l'Anfiteatro, per metà scavato nella roccia e per metà in calcare bianco, era provvisto di una monumentale facciata nel lato sud alta circa 20 m a cui si opponeva un settore con corridoi e gradinate che sormontavano la stretta gola rocciosa. Le gradinate che furono scavate nella roccia sono le uniche parti del monumento superstiti.

Il resto, edificato in muratura utilizzando tecniche diverse, fu completamente demolito nel corso dei secoli per recuperare il materiale da costruzione. Nel corso del medioevo e della prima età moderna, tutti i muri in opera quadrata dell’anfiteatro furono smantellati fino ai piani di posa incisi nella roccia.

L'anfiteatro ospitava combattimenti tra animali, tra gladiatori e tra combattenti specializzati che venivano reclutati anche fuori dalla Sardegna. In egual misura venivano eseguite le pene capitali davanti alla folla esultante.

Gli scavi hanno restituito, oltre a monete ed altri reperti, una gran quantità di sottili lastre di marmo, prova che i gradini erano rivestiti di materiale pregiato. Infatti per secoli furono asportate le gradinate ed utilizzate come materiale da costruzione e solo alla metà del secolo scorso si cominciò un lavoro di restauro. Attualmente il monumento è allestito con una struttura lignea realizzata per la stagione estiva degli spettacoli.



AREA ARCHEOLOGICA SANTA EULALIA

Sotto i pavimenti della chiesa di S. Eulalia sono riemersi un tratto di strada lastricata largo più di quattro metri e i resti di alcuni importanti edifici di cui sono visibili parte della soglia ed un lembo del prospetto, con rovine e reperti di epoche diverse:
  • ai primi secoli dell'Impero appartengono un tratto di strada lastricata con probabile funzione di percorso cerimoniale, risalente al IV secolo,  e i resti di un edificio che si affaccia su questa.
  • alla seconda metà del V sec: i resti di due costruzioni monumentali, dalla planimetria piuttosto complessa, realizzate con materiale di spoglio
  • alla seconda metà del VI sec: cospicui resti di pasto (valve di molluschi e ossa di animali), frammenti di stoviglie, anfore vinarie e tantissime lucerne testimoniano un'intensa frequentazione. 
  • Le rovine di un tempio del II-III secolo a.c.
  • un colonnato di epoca tardo-repubblicana.
Le decorazioni delle lucerne rinvenute, sono tratte dal repertorio iconografico cristiano. Questo fa pensare che nelle vicinanze ci fosse un luogo di culto.


CRIPTA DI SANTA RESTITUTA

CRIPTA DI SANTA RESTITUTA

Trattasi di un ipogeo in parte naturale e in parte scavata nella roccia, di epoca tardo-punica, III sec. a.c., a pianta irregolare con svariati vani di diverse forme e dimensioni, utilizzati come altari o cisterne. Dopo un periodo di abbandono nel XIII sec. la cripta venne decorata con affreschi bizantineggianti di cui rimangono alcuni brandelli raffiguranti S. Giovanni Battista.

Nel '600, durante gli scavi per la ricerca dei Corpi Santi, fu ritrovata un'olla in terracotta contenente le reliquie di Santa Restituta, di origine africana, giunte nell'isola nel V sec.

Agli inizi del XVII sec. alla statua di marmo della Santa vennero attribuiti onori e origini locali, come madre di S. Eusebio, e fu costruita una piccola cripta per ospitare la cosiddetta colonna del martirio, in seguito vennero costruiti altri altari in pietra e malta decorati nel frontespizio in pietra. In realtà la colonna non è una colonna ma un'ara scavata nella roccia, sicuramente preromana e punica.
Durante una persecuzione anticristiana, ordinata da Diocleziano nel 304, molti cristiani di Cartagine e Biserta, furono arrestati e trascinati in catene a Cartagine e condannati a morte: fra loro c'era anche Restituta.

Pietro Suddiacono, nel X sec. scrisse il processo, la condanna e il martirio della santa che, stremata dalle torture, fu posta su una barca carica di stoppa, resina e pece che fu data alle fiamme, la santa rimase illesa, mentre il fuoco annientò l'altra imbarcazione con i suoi occupanti. Restituta contenta ringraziò il Signore, castigo degli empi, e invocò che un angelo la accompagnasse durante la traversata: esaudita e riconoscente domandò di morire e fu accontentata.

Secondo un'altra tradizione la barca approdò ad Ischia, dove viveva una matrona cristiana di nome Lucina che avvertita in sogno dall'angelo, si recò sulla spiaggia, dove trovò l'imbarcazione arenata e in essa il corpo intatto e splendente di Restituta. Radunata la popolazione, venne data solenne sepoltura alla martire nel luogo detto Eraclius, dove sono conservati i ruderi di una basilica paleocristiana, e dove sorge oggi un santuario dedicato alla Santa. La leggenda racconta che quando la barca toccò la spiaggia per miracolo questa si riempì di gigli bianchi: i gigli di Santa Restituta.

Comunque il culto di santa Restituta è legato alla persecuzione vandalica del 429 in Nordafrica, ordinata dal re Genserico e descritta da Vittore di Vita. Nei vari luoghi dove trovarono rifugio gli esuli cartaginesi, ebbe origine la devozione alla martire africana: Lacco Ameno (Ischia), Napoli, Cagliari, Palermo, Calenzana (Corsica), Montalcino e Oricola Borbona (Rieti).



FULLONICA

Gli scavi hanno riportato alla luce i resti di un'ambiente con un pozzo e alcune vasche che, secondo gli studiosi, era un laboratorio adibito al lavaggio e alla tintura delle stoffe, in cui il ciclo di lavorazione prevedeva l'immersione dei tessuti in vasche contenenti miscele sbiancanti o coloranti.

Il locale era pavimentato con un lastricato in pietra e una fascia di cocciopesto nella quale erano inseriti piccoli tasselli di marmo colorato e pannelli di mosaico, che presentavano motivi marini come delfini, ancore e alligatori. Ai piedi di un banco in muratura c'era l'iscrizione che indicava il proprietario dello stabilimento.

Al di sotto del palazzo dell'INPS è racchiuso un lembo dell'area archeologica che comprende una parte del pavimento in cocciopesto, un mosaico, un pozzo e due vasche.



LATOMIE

Nel 1595 in prossimità dell'Anfiteatro romano i frati Cappuccini fondarono il loro primo convento sardo, che attirò l'attenzione degli studiosi per la presenza di alcune monumentali cisterne scavate nella roccia calcarea attribuite al periodo punico.

Si trattava invece di antiche latomie, ovvero cave per l'estrazione di blocchi utilizzati per la costruzione del vicino Anfiteatro romano. Solo in un periodo successivo furono adibite a cisterne e rese impermeabili con il cocciopesto, un intonaco di calce mista a cocci triturati.

La più ampia, nota come Cisternone Vittorio Emanuele II, poteva contenere fino ad un milione di litri d'acqua piovana proveniente dall'anfiteatro attraverso un cunicolo sotterraneo tuttora percorribile.

La cavità subì un ulteriore riadattamento a carcere, come testimoniano le numerose anelle osservabili lungo le pareti, destinate al fissaggio delle catene.



VILLA DI TIGELLIO

PIANTA DELLA VILLA
Il complesso, noto con il nome di Villa di Tigellio perché originariamente attribuito al ricco cantore romano, comprende in realtà i resti di un elegante quartiere residenziale romano di età imperiale.

Nell’area sono visibili i resti di una struttura termale, di cui sono conservati resti del pavimento del calidarium, la stanza dei bagni d'acqua o di vapore, e di tre abitazioni signorili.

Due di questo sono dette Casa del Tablino dipinto (lo studiolo del padrone di casa), nella quale sono stati ritrovati resti di pavimentazione a mosaico, e Casa degli Stucchi così detta dai resti delle decorazioni murali; della terza casa non rimane invece quasi nulla. L'età va dalla: fine del I sec. a.c. fino al VI/VII sec. d.c.

Sono attualmente visibili i resti di tre abitazioni adiacenti affiancate ad uno stretto vicolo che le separa da un'area in cui sorgeva un complesso termale, di cui sono conservati resti del pavimento del calidarium, stanza dei bagni d'acqua o di vapore.

Le tipologie edilizie richiamano quelle della domus romana, articolata longitudinalmente in vani la cui disposizione e funzione obbedivano a canoni ben determinati.

Nelle domus cagliaritane è ben riconoscibile l'atrio, in cui l'impluvium, sorretto da quattro colonne, consentiva la raccolta dell'acqua piovana in una cisterna posta al di sotto del pavimento, e, comunicante con l'atrio, il tablino, sorta di studiolo di pertinenza del padrone di casa. Piccoli ambienti destinati alla notte, i cubicula, erano disposti ai lati o posteriormente all'atrio.


Gli scavi

Effettuati in varie riprese a partire dall'Ottocento, avevano restituito decorazioni murali e mosaici pavimentali di pregio, da cui erano derivate, a due delle domus, le denominazioni di "casa degli stucchi" e "casa del tablino dipinto" (il tablino era una sorta di studiolo di pertinenza del padrone di casa, ben riconoscibile nelle domus cagliaritane).

Attualmente sono visibili alcuni frammenti di affreschi, un lembo di mosaico pavimentale policromo, un pavimento costruito con la tecnica dell'opus signinum, con tessere in marmo bianco inglobate nel cocciopesto.



GROTTA DELLA VIPERA

COME APPARE OGGI
Costruita tra il I e il II secolo d. C., essa riproduce la facciata di un tempio con colonne: è chiamata così per la presenza, ai lati del frontone, di due serpenti, antichi simboli della Madre Terra molto usati anche a Pompei.

Il monumento, scavato nella roccia, fu dedicato dal romano Lucio Cassio Filippo alla moglie Atilia Pomptilla, per ricordarne in eterno la memoria e l'amore dimostratogli.

La leggenda narra infatti che Atilia avesse pregato gli dei perché prendessero la sua vita in cambio di quella del marito, gravemente ammalato. Gli dei, impietositi, la accontentarono: Filippo poté continuare a vivere grazie all'estremo sacrificio della moglie.

La storia viene ricordata anche sulla parete della grotta, dove, in un'iscrizione in lingua greca, si legge:

"Possano, le tue ceneri, o Pomptilla, tramutarsi in viole e in gigli,
e fiorire nei germogli delle rose, del croco odoroso e dell'eterno amaranto.


RICOSTRUZIONE, COME DOVEVA APPARIRE
Possa tu rinascere nei bei fiori del garofano,
affinché il tempo, così come per Narciso e Giacinto,
conservi anche il tuo fiore tra coloro che verranno.

Mentre infatti, il respiro di lei si affievoliva,
accostandosi Filippo alle estremità delle sue labbra,
ne accoglieva l'anima;
così Pomptilla, stando accanto al marito che respirava a fatica,

scambiava la sua morte con la vita di quello."



LE EPIGRAFI

La storia della Carales romana è attestata soprattutto dai rinvenimenti epigrafici di l’età imperiale che ricordano azioni evergetiche da parte di personaggi politicamente influenti:

PARTICOLARE DELLA GROTTA DELLA VIPERA
  • un’iscrizione datata in un periodo precedente al 6 a.c. ricorda la costruzione di “campum et ambulationes” da parte di Cecilio Metello Cretico, cioè luoghi per il passeggio e di esercitazione sportiva e militare;
  • restauri di fogne, strade, itinera sono intrapresi da parte del “procurator Augusti,  praefectus provinciae Sardiniae”, 
  • itinera sotto Domiziano; tra il 200 ed il 209 d.c.
  • Domizio Tertullo restaura le terme cosiddette Rufiane, 
  • Lucio Ceionio Alieno costruisce e successivamente restaura horrea imperiali tra il 212 ed il 217 d.c., ovvero i granai pubblici presenti in città, luogo di stivamento dei prodotti cerealicoli provenienti dal fertile Campidano.
  • Le attestazioni epigrafiche riguardanti gruppi di “classiarii” militanti nella flotta misenate testimoniano, inoltre, l’importanza del porto di Carales come base militare di distaccamento per il presidio di questa porzione del Mediterraneo centro-occidentale. 
  • Due iscrizioni di età augustea, attesterebbero la costruzione di un edificio di incerta identificazione eretto da un Iulius M. f., 
  • l’altra, la costruzione di un mercato da parte di L. Alfitenus L. f. Quir. 
  • un’iscrizione documenta ancora la sede del praetorium, 
  • la presenza di un tabularius in un altro documento epigrafico potrebbe testimoniare un edificio pubblico con funzione di archivio provinciale in Carales.
  • Dalle passioni medievali di Efisio e Lussorio apprendiamo l’esistenza di un tribunale e di un carcere dove i due martiri sarebbero stati giudicati ed avrebbero scontato la pena loro assegnata prima disubire il martirio.
  • Di recente alcune scoperte in una delle grotte presenti nel complesso dei Cappuccini, in vico I Merello ha fatto ipotizzare la presenza del carcere in un’area prossima all’anfiteatro, dove i condannati avrebbero potuto subire il martirio nell’ambito dei giochi circensi. Però Vitruvio afferma: “Aerarium, carcer, curia foro sunt coniugenda, sed ita uti magnitudo symmetriae eorum foro respondeant”, cioè: “l’erario, il carcere e la curia debbono essere congiunti al foro, ma in modo che le loro dimensioni e i rapporti modulari siano proporzionati al foro” (De Architectura). 
È ipotizzabile l’esistenza del capitolium, in base alla persistenza del toponimo derivato dall’intitolatura di una chiesa dedicata a San Nicola in Capitolio, presente sino alla seconda metà dell’800 all’inizio dell’attuale via Sassari.




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