ALBIO TIBULLO




Nome: Albius Tibullus
Nascita: 55 a.c.
Morte: 15 a.c.
Professione: Poeta


"La fortuna è messa in moto dal veloce giro di una ruota instabile". (Albio Tibullo)

Albio Tibullo, ovvero Albius Tibullus, nacque a  Gabii o Pedum, nel 54 a.c. e morì a Roma il 19 a.c.) è stato un poeta romano del I secolo a.c., tra i maggiori esponenti dell'elegia erotica.

Scarse le notizie sulla sua vita, tanto che non ne conosciamo neppure il prenomen. Nacque probabilmente nel Lazio, forse a Gabii, tra il 55 e il 50 a.c. da una ricca famiglia di censo equestre. Orazio lo descrive bello e dotato di ogni bene, mentre s'aggira nella campagna di Pedum (nei pressi di Tivoli) troppo immerso in penosi pensieri, ridotto come un "corpo senz'anima".

Nel 44 a.c. fu vittima come tanti altri dell'ondata di confische di terre a favore dei veterani di Filippi, ma tuttavia conservò del suo patrimonio quel tanto che gli permise di condurre un'esistenza confortevole. Dopo la prematura scomparsa del padre (nelle elegie il poeta si dice già dalla giovane età amministratore del patrimonio familiare), si trasferì a Roma, dove conobbe uno dei rappresentanti di maggior rilievo della parte repubblicana, Valerio Messalla Corvino, cui si legò con intensa amicizia e del cui circolo romano fu il principale rappresentante, fino alla morte.

Pur avversando la vita militare, Tibullo accettò di accompagnarlo in due spedizioni militari, una in Siria, nel corso della quale dovette fermarsi, ammalato, a Corcira (Corfù) (elegia I, 3); l'altra in Aquitania, ove si distinse per meriti militari.

Nel 27 a.c. infatti assistè a Roma al trionfo di Messalla, celebrato il 25 settembre. Terminati i viaggi e le spedizioni militari, dividendo la sua vita fra la città e la campagna, Tibullo strinse amicizia con Orazio,
che gli dedicò due suoi componimenti: il carme I, 33, e l'epistola I, 4.
Da un epigramma, attribuito a Domizio Marso, si apprende che morì ancora giovane, poco dopo Virgilio, nell'anno 19 o 18 a.c., probabilmente a Roma.



OPERE

A Tibullo sono attribuiti due libri di elegie, per un totale di 1.238 versi (619 distici elegiaci) che insieme costituiscono il CORPUS TIBULLIANUM. Tutti i componimenti nacquero nella cerchia letteraria di Messalla Corvino, circolo che si tenne lontano da quella calda adesione ai programmi politici di Augusto, che caratterizza invece i poeti raccolti intorno a Mecenate.
I primi due libri contengono le elegie di Tibullo, mentre il terzo contiene componimenti di vari poeti minori, anonimi o coperti da pseudonimi, le cui identità sono impossibili da accertare.


Il I libro

Il primo libro, pubblicato probabilmente nel 26 o nel 25 a.c., contiene 10 elegie di varia estensione, i cui temi principali sono l'amore per Delia (pseudonimo di Plania, come sappiamo da Apuleio, Apologia 10) e per il giovinetto Marato, il rifiuto della guerra e della violenza, nonchè l'amore per la campagna.

La prima elegia è programmatica, una sorta di presentazione e di manifesto della poetica e della personalità di Tibullo. Rivolgendosi a Messalla, introduce alla tematica dell'amore per Delia, l'amore per la vita in campagna e per la pace.

La seconda elegia, un paraklaysíthyron, svolge uno dei temi tipici della poesia erotica. Davanti alla porta chiusa di Delia si svolge il canto del poeta, una sorta di serenata. Tibullo malato è costretto ad abbandonare Messalla, in viaggio verso l'Egeo.

In un'ansia di morte, Tibullo ripensa le ultime ore passate con Delia a Roma, immagina lei rimasta sola che prega per lui. In uno dei pochi excursus mitologici della sua opera, Tibullo illustra i miti dell'età dell'oro.

Viene introdotto il tema dell'amore omosessuale per Marato. Tibullo, chiesto consiglio ad una statua del dio Priapo, viene istruito sull'arte di sedurre i giovinetti.

Ancora un paraklaysíthyron. Delia, lasciato Tibullo, ha un amante più vecchio e più ricco. Con questa elegia si chiude il "romanzo di Delia". Delia tradisce il marito con Tibullo, che qui fornisce una sorta di precettistica del tradimento.

Elegia in onore di Messalla, in occasione del suo compleanno. Si esorta una fanciulla, Foloe, a ricambiare le attenzioni di Marato. Marato tradisce Tibullo con un amante più ricco. Invettiva contro i due, sul modello della poesia giambica. Tibullo, richiamato sotto le armi, maledice la guerra ed elogia la vita in campagna e l'amore.


Il II libro

Il secondo libro contiene 6 elegie. La donna cantata non è più Delia, bensì la crudele e sensuale Nemesi. Componimento dedicato alla festa degli Ambarvalia. Elegia dedicata all'amico Cornuto in occasione del suo compleanno.

Fa la sua comparsa Nemesi, che si trova con un amante nella casa di campagna di lui. Tibullo dà sfogo alla sofferenza della gelosia. Si svolge il tema della "servitù d'amore": Tibullo è succube di Nemesi, ed è disposto a tutto per soddisfarne le richieste.

Delle elegie rimanenti, una canta il compleanno dell'amico Cornuto (2), un'altra la celebrazione degli Ambarvalia (1) e la (5) celebra la nomina del primogenito di Messalla, Messalino, nel collegio sacerdotale dei quindecemviri sacris faciundis.

Elegia dedicata a Messalino, figlio di Messalla, in occasione della sua investitura sacerdotale. L'amico Macro deve partire militare. Tibullo, riluttante, è disposto ad accompagnarlo, pur di dimenticare la crudele Nemesi.
Nella speranza che l'amata diventi più tenera verso di lui, Tibullo rievoca l'immagine della sorellina di lei, morta cadendo da una finestra.

Negli Ambivaralia si celebra la campagna che, con la sua idillica pace, si contrappone agli avidi guadagni e al fragore delle armi; Tibullo non cerca la ricchezza e detesta la guerra, nella quale vede un mezzo di arricchimento, non di diffusione della civiltà: al contrario, egli s'accontenta di un' "aurea mediocritas", che gli consenta una vita moderatamente agiata e soprattutto tranquilla, nel segno di un profondo e desiderato "disimpegno".

La religiosità di Tibullo è quella degli riti antichi del mondo rurale, alla fede della sua infanzia, agli Dei della campagna e del focolare: i Lari (ai cui piedi egli correva, da bambino) e Silvano e Priapo e Bacco, e poi Cerere e Pale. La campagna coi suoi riti è per lui l'approdo sicuro, si manifestano gli affetti domestici e i sacri vincoli della famiglia. Anche la già affermata esaltazione di Roma, presente nel II libro, si risolve nella rievocazione della religiosità agreste del Lazio primitivo.
Venerate piamente le Dee e gli Dei dei campi e dei boschi: essi riceveranno i vostri doni, proteggeranno i vostri campi, scacceranno le malattie, aiuteranno le vostre famiglie; vivete felici nei vostri villaggi senza preoccupazioni”.


Libro Terzo 

A Tibullo si devono anche alcuni componimenti del III libro del Corpus Tibullianum l'insieme delle opere di Tibullo e degli altri poeti del circolo di Messalla. Avvertenza: alcuni editori, sulla falsariga di una suddivisione umanistica, considerano come "terzo libro" le sole elegie di Ligdamo, e intitolano "quarto libro" i componimenti successivi, dal Panegirico di Messalla compreso fino alla fine dell'opera.

Ligdamo

Il Corpus comincia con 6 elegie dell'ignoto Ligdamo, probabilmente uno pseudonimo, forse di Tibullo, oppure di Ovidio: tuttavia l'identità di Ligdamo non è accertabile. Ligdamo è un buon dilettante, che riesce a sviluppare il discorso elegiaco senza scadere nel banale, ma senza raggiungere alti livelli
.
Il Panegirico di Messalla

Il Panegirico di Messalla, poemetto di modesto valore risalente al 31-30 a.c., è l'unico componimento in esametri dell'intera raccolta. Il panegirista, ignoto, tesse lodi sperticate di Messalla come condottiero e come oratore. Il Panegirico apre l'attuale IV libro del Corpus. E’ stato attribuito a Tibullo giovane, ma sembra troppo lontano dalla sua arte. Il caratteristico divagare tibulliano qui scade in una retorica, adulatrice esaltazione di Messalla, oratore (nella I parte) e condottiero (nella II), con l'aggiunta di pedanti digressioni sull'Odissea e sulle cinque zone climatiche.

Il "Romanzo di Sulpicia"

La raccolta continua con 11 componimenti, suddivisibili in due gruppi, composti da un autore ignoto e da Sulpicia. Nei manoscritti li si trovano in quest'ordine, benché sia chiaro che la composizione degli elegidia (dal greco, "piccole elegie") di Sulpicia sia cronologicamente precedente. Sulpicia, una nipote di Messalla, unica poetessa della letteratura latina, donna colta e di nobilissima famiglia, compose sei brevi componimenti in forma di messaggi amorosi rivolti a Cerinto, mostrando una tale spontaneità e forza di sentimenti da essere attribuita per lungo tempo a Tibullo. Altri 5 componimenti rielaborano i temi della storia d'amore di Sulpicia con una tecnica più esperta.

Chiudono l'opera una elegia e un epigramma attribuiti a Tibullo, nei quali si affrontano i temi della dichiarazione d'amore e del tradimento.


Lingua e stile

Lo stile di Tibullo, tersus atque elegans (chiaro ed elegante), come lo definisce Quintiliano (X, 1, 93), è uno dei modelli della classicità. Tibullo lavora con un lessico limitato e con un numero ristretto di temi, variando i quali riesce a creare effetti sempre diversi, sfumando dal dolce al malinconico, talvolta al rabbioso. Non fa sfoggio invece di quell'erudizione mitologica che caratterizza lo stile del suo contemporaneo Properzio. La lingua di Tibullo è priva di arcaismi, grecismi e neologismi, nonché di anomalie morfologiche. L'andamento vago, ondeggiante del testo poetico si combina con un linguaggio chiaro, sobrio e semplice, ma in realtà risultato di un sorvegliatissimo, dotto studio, espressione consumata di quel senso della misura caratteristico del classicismo augusteo. Armonioso e musicale è infine il suo distico; forse anche un po' "monotono".


Fonti 

Tibullo stesso ci fornisce diverse informazioni su di sé, nella propria opera. Inoltre, il testo di Tibullo, nei manoscritti che ce lo tramandano, è accompagnato da un epigramma scritto da Domizio Marso e da una Vita anonima. Il primo ci fornisce l'indicazione della data di morte. La seconda ci informa della sua origine, dei suoi rapporti con Messalla, dice che fisicamente era bellissimo e che multorum iudicio principem inter elegiographos obtinet locum (a giudizio di molti, ha il primo posto tra gli scrittori di elegie).

L'epistola I, 4 di Orazio è rivolta ad un Albio, sicuramente Tibullo, ritraendolo pensoso a comporre ed elogiandolo, concludendo con un invito a fargli visita. L'elegia III, 9 degli Amores di Ovidio è un epicedio per la morte di Tibullo. Ovidio si immagina il funerale, dove Delia e Nemesi si contendono il primato nel cuore del defunto. Il testo contiene varie citazioni e rimandi al testo di Tibullo. Ancora Ovidio fa il nome di Tibullo insieme a quelli di Virgilio, Orazio, Cornelio Gallo e Properzio nell'elegia IV,10 dei Tristia, lamentando che il destino non gli ha concesso abbastanza tempo per stringere amicizia con lui.

Qui Ovidio, seguendo una consuetudine antica, stabilisce una "successione" dei poeti elegiaci: Gallo, Tibullo, Properzio e sé stesso come quarta "generazione":
Virgilium vidi tantum: nec avara Tibullo
tempus amicitiae fata dedere meae.
successor fuit hic tibi, Galle, Propertius illi;
quartus ab his serie temporis ipse fui. 

(Virgilio lo vidi soltanto; né la morte prematura diede a Tibullo il tempo per la mia amicizia. Fu il tuo successore, o Gallo, e Properzio successe a lui. Dopo costoro, in ordine di tempo io sono il quarto).


Tradizione e critica del testo

Benché Tibullo fosse molto apprezzato nell'antichità, nel Medio Evo la sua opera ha scarsa circolazione, e per lo più in antologie. Solo alla fine del XIV secolo l'opera torna ad avere una vasta circolazione nella sua integrità.


Manoscritti

Non sono sopravvissuti manoscritti tardoantichi né medievali. Da un archetipo O - perduto - derivano tutti i manoscritti rinascimentali, circa 100.




CITAZIONI

Altri accumuli per sé ricchezze di biondo oro,
e possegga molti iugeri di terreno coltivato,
e costui l'agitazione continua per il vicino nemico atterrisce,
e a lui le marziali trombe squillanti impediscano i sonni,
me il mio modesto stato guidi a vita tranquilla,
purché il mio focolare risplenda di fuoco ininterrotto.
(Elegie)
Periuria ridet amantum Iuppiter. Giove si fa gioco delle false promesse degli amanti.

Parva seges satis est. È sufficiente un piccolo raccolto.



(Liber I,10) GUERRA E PACE


Quis fuit horrendos ...

Chi fu il primo ad inventare le terribili spade? 
Quanto davvero ferino e ferreo egli fu! 
Da allora sono nate le stragi per il genere umano, 
da allora i combattimenti, ed è stata aperta 
una via più breve alla morte terribile. 
O forse quel miserevole non ebbe nessuna colpa: 
noi abbiamo volto a nostro male 
ciò che egli inventò contro le terribili bestie? 

Questo è colpa dell'oro che arricchisce, 
e non c'erano guerre quando una coppa di faggio 
stava davanti alla mensa, non c'erano rocche, 
nè trincee, ed il pastore faceva sogni 
sicuro fra le pecore dai vari colori. 
Allora sarei vissuto felicemente, 
non avrei conosciuto le tristi armi 
e non avrei udito il suono di tuba 
con il cuore in tumulto. 
Ora sono spinto di forza alle guerre, 
e già forse un nemico porta le frecce 
destinate a piantarsi nel mio fianco. 
Lari patrii, salvatemi: voi stessi mi avete anche allevato, 
quando bambinello sgambettavo davanti ai vostri piedi. 
Non vergognatevi di essere fatti di legno antico: 
così abitaste la dimora del mio antico avo.
Allora tennero meglio fede, quando un dio di legno 
era in una piccola nicchia con modesto culto; 
quest'ultimo era pago sia che qualcuno gli avesse fatto offerte d'uva, 
sia che gli avesse posto sulla sacra chioma coroncine di spighe; 
e qualcuno di persona gli portava - esaudito nel voto - focacce: 
e dopo di lui veniva la piccola figlia 
portando come compagna un favo puro. 

E da me scacciate i dardi di bronzo. 
Ci sarà un maiale dal ricolmo porcile come offerta rustica; 
io la seguirò con una veste pura, 
porterò un canestro cinto di mirto, 
anch'io col capo circondato di mirto.
Così io possa piacervi, qualcun altro sia forte nelle armi 
ed abbatta i comandanti avversari con il favore di Marte, 
perchè possa raccontarmi mentre bevo le sue imprese di soldato 
e dipingere con il vino l'accampamento sul tavolo. 
Quale pazzia è affrettare con le guerre la morte terribile? 
Incombe già e viene con piede silenzioso di nascosto. 
Laggiù non ci sono campi seminati e coltivazioni di vigne, 
ma Cerbero feroce e lo squallido nocchiero della palude Stigia; 
lì erra per le acque oscure una folla spettrale 
con le gote lacerate ed i capelli ustionati. 
Quanto piuttosto si deve lodare chi, 
dopo essersi procurata una prole, 
la lenta vecchiaia raggiunge nella propria casa! 
Egli stesso accompagna le sue pecore, ed il figlio gli agnelli, 
e la moglie prepara l'acqua calda per lui stanco. 
Così possa essere io! E mi sia concesso incanutire nel capo 
con i capelli bianchi, e da vecchio raccontare fatti del tempo antico. 

Nel frattempo la Pace renda fecondi i campi; 
la candida Pace per la prima volta condusse 
ad arare i buoi sotto i gioghi ricurvi; 
la Pace fece crescere le viti e ripose i succhi d'uva, 
affinchè l'anfora del padre possa versare vino per il figlio; 
quando c'è pace la marra ed il bidente splendono, 
mentre la ruggine si impadronisce delle tristi armi 
del duro soldato nelle tenebre.



COME UN CONTADINO

Altri accumuli ricchezze d'oro zecchino e 
tenga a coltura molti iugeri di terra, 
sì che un'angoscia continua l'assilli 
per la presenza del nemico, 
e gli squilli delle trombe di guerra gli tolgano il sonno. 
Una vita tranquilla conceda invece a me la misura, 
purché sul mio focolare splenda sempre una fiamma. 

Come un contadino vorrei io stesso 
piantare a tempo e luogo i tralci della vite 
e con mano sapiente gli alberi da frutta, 
senza che la speranza mi tradisca, 
ma via via mi conceda covoni di grano 
e vendemmie abbondanti che colmino i tini. 

Non c'è tronco solitario nei campi 
o pietra antica di trivio con ghirlande di fiori 
ch'io non veneri, e qualunque frutto mi dona 
la nuova stagione, come primizia 
io l'offro alle divinità della campagna. 

Appesa alla porta del tuo tempio, mia bionda Cerere, 
sarà sempre una corona di spighe  
raccolte nei miei campi e a guardia del frutteto 
sarà posto un Priapo rosso fuoco, 
che con la sua macabra falce atterrisca gli uccelli. 

Anche voi, Lari, custodi di questo povero podere, 
un tempo cosí ricco, prendetevi i doni 
che vi sono dovuti. Allora una vitella 
col suo sacrificio purificava 
innumerevoli giovenchi, ora un'agnella 
è l'umile vittima d'un fazzoletto di terra. 

Cadrà dunque in vostro onore un'agnella 
e intorno a lei griderà la gioventú di campagna: 
'Salute a voi, dateci messi e vino buono'. 
Potessi finalmente vivere 
felice del poco che ho e non essere costretto
continuamente a viaggiare in terre lontane; 
potessi evitare il sorgere della canicola estiva 
all'ombra di un albero vicino a un rivolo d'acqua. 

Non mi vergognerei d'impugnare a volte la vanga 
o d'incitare col pungolo i buoi quando s'attardano; 
non mi lamenterei di riportare a casa, 
stretta al seno, un'agnella o il piccolo di una capretta 
 abbandonato dalla madre smemorata. 

Ma voi, ladri e lupi, risparmiate il mio minuscolo gregge: 
la preda va tolta a una mandria numerosa. 
Qui ogni anno purifico i miei pastori 
e aspergo di latte, perché si plachi, la dea Pale. 
Assistetemi, dei, non disprezzate i doni 
che a voi vengono da un povero desco  
in disadorne stoviglie d'argilla. 

D'argilla era la coppa che si foggiarono un tempo 
i contadini, plasmandola con la molle creta. 
Io non pretendo le ricchezze dei miei padri, 
né i frutti che il raccolto procurava a quegli antichi: 
mi basta poca roba e, se è possibile, dormire
nel mio letto, ritemprando le membra sul solito guanciale. 

Che gioia ascoltare, coricato, i venti che infuriano 
e teneramente stringersi al petto l'amata o, 
quando d'inverno lo scirocco rovescia la sua pioggia gelida, 
 abbandonarsi in pace al sonno, mentre ti cullano le gocce! 
Questo mi tocchi in sorte: è giusto che diventi ricco 
chi sa sfidare la furia del mare e la tristezza della pioggia.

Scompaiano tutto l'oro e gli smeraldi del mondo, 
piuttosto che una fanciulla pianga per i miei viaggi. 
In terra e in mare tu porti guerra, Messalla,
perché nella tua casa si mostrino le spoglie nemiche; 
io qui sono avvinto dalle catene d'una fanciulla seducente e siedo 
come un portiere davanti alla sua porta sbarrata. 

Io, mia Delia, non inseguo la gloria: pur di restare con te 
non m'importa che mi chiamino incapace e indolente. 
Voglio specchiarmi in te quando verrà la morte 
e in fin di vita tenerti con la mano che s'abbandona.  
Mi piangerai, Delia, e composto sul letto del rogo 
coi baci verserai lacrime amare. 

Mi piangerai: il tuo petto non è cinto di ferro, 
nel tuo tenero cuore non hai infissa una pietra. 
Da quel funerale non ci saranno giovani, 
né fanciulle che possano tornare a casa 
senza lacrime agli occhi. 

E tu, mia Delia, non contristare la mia ombra, abbi pietà: 
non sciogliere i capelli, risparmia le tue morbide guance. 
Intanto, finché il fato lo consente, 
facciamo insieme l'amore: presto verrà la morte, 
col capo coperto di tenebre, presto subentrerà 
l'età dell'impotenza, e coi capelli bianchi 
non sarà piú decoroso l'amore o blandirsi a parole. 

Ora, ora è il tempo di darci senza pensieri all'amore, 
finché non è vergogna infrangere le porte 
e dolce è intrecciare litigi. In questo campo
io sono condottiero e soldato valente; 
voi, trombe e vessilli, sparite, via: 

a chi ama l'avventura procurate ferite 
e con queste la ricchezza. Io, spensierato, 
col mio raccolto nel granaio, 
riderò dei ricchi, riderò della fame. 



IL SOGNO

Fato miglior mi volgano gli Dei,                              
E l’orribile sogno non s’avveri                                  
Che s’offerse sull’alba agli occhi miei.                      

Itene lungi, o mobili e leggeri
Della notte fantasimi; chè vani
Io vi conosco a prova e menzogneri.

Solo gli Dei rivelano gli arcani;
E leggon segno de’ venturi mali
Nelle fumanti viscere i Toscani.

Per l’aria tenebrosa incerte l’ali
Battono i sogni, e di folli paure
Conturbano il riposo de’ mortali.

Ma la schiatta dell’uom nata alle cure
Con farro e sal, che crepita sul foco,
Placa le larve della notte oscure.

E nondimen, sia che ne’ sogni loco
Abbiasi il vero; sia che frodolenti
De’ mortali la fè prendansi a gioco,

Della trascorsa notte i rei portenti
Volga in meglio Lucina, e non permetta
Ch’io scevro d’ogni colpa invan paventi;

Se mai non fu d’alcuna macchia infetta
Questa mia destra; nè parola altera
Contro gli Dei con empio labbro ho detta.

Già notte avea della stellata sfera
Compiuto il giro e nell’equoree spume
Lavava gli assi alla quadriga nera;

E non ancora le tranquille piume
Il sonno sul mio capo avea distese,
A’ travagliati non amico nume.

Alfin nell’ora che il mattino ascese
In oriente, sullo stanco letto
Un sopore dolcissimo mi prese.

Qui veder mi pareva un giovinetto
Cinto le tempie d’immortale alloro
Scendere a tacita orma entro il mio tetto.

Più schietta leggiadrìa, pari decoro
Mai non fu visto dall’antiche genti;
Nè mai l’arti sudaro egual lavoro.

Gl’intonsi crini, lunghi e rilucenti
Sovra il collo cadevano stillanti
Larga rugiada d’odorosi unguenti.

Diffuso era un candor ne’ bei sembianti
Qual è quel della luna; e neve e rosa
Era il bel corpo che sdegnava ammanti.

Tale il colore di novella sposa,
Quando nel velo nascondendo il ciglio
Segue il marito onesta e vergognosa:

Tale il color, se l’amaranto al giglio
Accoppian le fanciulle; e tale il melo
Fassi in autunno candido e vermiglio.

Adombravano il piede, che del cielo
Dai nitidi sereni si diparte,
Gli aerei fluttuanti orli del velo.

Una lira, lavor raro dell’arte,
Tutta d’oro e testuggine contesta
Portava appesa alla sinistra parte.

Come innanzi mi fu, trasse da questa
Lento un preludio e sciolse all’aure un canto
Onde anco la dolcezza in cor mi resta.

Poi che le corde seguitaro alquanto
L’inno celeste, il roseo labbro ei schiuse
In questi detti a me nunzî di pianto:

«Salve, amore de’ numi; chè le Muse
E Bacco e Febo arridono al cantore
In cui candide voglie il cielo infuse.

Ma la prole di Semele e le Suore
Abitatrici dell’ascrea pendice
Dell’avvenir non leggono il tenore.

Antiveder gli eventi a me sol lice;
È di Giove mio padre inclito dono
Se soltanto il mio labbro il ver predice.

De’ detti miei non mai fallaci il suono
Odi, o poeta; e ti riponi in seno
Quanto io nume di Cinto ti ragiono.

Colei che tu cotanto ami, che meno
Tenera figlia alla sua madre è cara,
Giovinetta all’amante è cara meno;

Colei per cui de’ numi innanzi all’ara
Tu fai voti; colei che giorni ed anni
Viver t’astringe in incertezza amara;

Ed allor che la notte co’ suoi vanni
Il mondo oscura, alla tua mente illusa
Mille tesse amorosi acerbi inganni;

Quella bella Neera, alla tua musa
Argomento perenne, altri, spergiura,
In cor vagheggia, e l’amor tuo ricusa.

Empia! E trafitta da novella cura
Lascive nozze medita; nè gode
Più le sante abitar natali mura.

Ah, tutte d’un color, se il ver se n’ode,
Perfida razza e senza core! Pera
Qual ordisce all’amante iniqua frode!

Pur, come sai, mutabile è Neera:
Donna è pronta alle paci. Or tu la speme
Desta e lagrime aggiungi alla preghiera.

Un indomito amor fatiche estreme
Insegna a tollerar: verghe e tormenti,
Quando spira verace, amor non teme.

Ch’io d’Admeto pascessi i bianchi armenti
Fatto pastor, non credere che sia
Fola canora di giocose menti.

Meco non era allor la cetra mia;
Nè potea de’ sonanti inni la piena
Disposar delle corde all’armonia;

Ma sovra rozza boschereccia avena
Io, di Latona il gran figlio e di Giove,
Rustico carme modulava appena.

Nella corte d’amor sono ben nove
L’orme tue, giovanetto, se non sai
Curvar le spalle a simiglianti prove.

Dunque persisti, nè ritrarti mai
Dalla preghiera: non è cor sì duro
Che alfin non ceda agli amorosi lai.

Che se da’ miei delubri non oscuro
Esce il responso, e quanto il ferreo dito
Scrive de’ fati io leggo nel futuro,

Dille: nel cielo è questo nodo ordito;
Fortunata Neera, un Dio t’avverte,
Se in traccia non andrai d’altro marito.»

Disse. Veloce dalla salma inerte
Il sonno dileguossi. Ah, ch’io non miri
Tante e sì gravi mie sventure aperte!

Ch’io non sappia giammai che i tuoi desiri
A’ miei sono contrari; che mentita
La pietà, che fur falsi i tuoi sospiri.

Già tu non sei da’ tempestosi uscita
Gorghi del mare, nè le divampanti
Fauci della chimera a te dier vita;

Nè te Cerbero cinto di fischianti
Colubri la tergemina sua testa;
E non Scilla, terror de’ naviganti;

Nè nudriro in inospite foresta
Le fulve leonesse, in suol romano
Te nata di gentil progenie onesta.

E tal t’è madre, di cui cerchi invano
Altra più mite; e tal t’è genitore,
Se altri visse giammai, dolce ed umano.

Che se premio si deve a un fido amore,
Gli Dei cangino in riso il mio sgomento,
E l’orribile sogno ingannatore
Pel remoto oceàn dissipi il vento.



LE CATENE DI VENERE

Versa vino schietto e col vino 
scaccia i dolori che t'assalgono, 
sì che premendo gli occhi di chi è stanco vinca il sonno: 
nessuno svegli chi ha la mente stordita dal vino, 
finché l'angoscia dell'amore non si plachi. 
Alla mia fanciulla è stata imposta una custodia spietata 
e con una spranga di ferro, impenetrabile, 
è sbarrata la porta. Ti sferzi la pioggia, 
porta d'un intrattabile padrone, 
ti colpiscano i fulmini scagliati 
per volere di Giove. 

Porta, porta, sciogliti ai miei lamenti, 
apriti per me, per me solo, 
e girando sui cardini furtiva 
schiuditi senza far rumore; 
se nella mia follia ti ho lanciato male parole, 
perdonami: sul mio capo pregherò che ricadano. 
Non puoi non ricordare tutto ciò 
che supplicandoti ti dissi, 
quando ai tuoi stipiti offrivo serti di fiori. 

E anche tu, Delia, inganna senza timore i guardiani. 
Osare si deve: Venere stessa aiuta chi ha coraggio. 
Se un giovane tenta per primo una soglia, lei l'asseconda 
e se una fanciulla coi denti di una chiave 
socchiude la porta, è lei che le insegna 
a strisciare furtiva dal morbido letto, 
ad appoggiare il piede senza far rumore, 
a scambiare davanti al suo uomo cenni eloquenti,  
e a nascondere messaggi d'amore 
in gesti convenuti. 

Ma non a tutti l'insegna: 
solo a chi l'indolenza non l'attarda 
o a chi il timore non gli vieta 
di levarsi dal letto in una notte oscura. 
Così per tutta la città 
timoroso m'aggiro fra le tenebre 
 ... 
lei non permette che m'imbatta 
in chi di ferro ferisca il mio corpo 
o cerchi bottino rubandomi la veste. 

Chi è in potere d'amore, in ogni luogo 
può andarsene indenne e sicuro: 
agguati non deve temere. 
Non mi nuoce il freddo incombente 
delle notti invernali e non la pioggia, 
quando cade a rovesci: se Delia schiude la porta 
e senza parlare mi chiama schioccando le dita, 
non è, questa, fatica che mi pesa. 
Fate finta di non vedermi, 
uomini o donne, voi che m'incontrate: 
Venere vuole celati i suoi amori furtivi.
Non spaventatemi col rumore dei vostri passi,
non chiedetemi il nome, 
non avvicinate la luce ardente delle torce. 
E se qualcuno per caso m'ha visto, 
mantenga il segreto e per gli dei tutti 
affermi di non ricordare:  facendone parola proverà 
come Venere sia nata dal sangue 
e dal mare impetuoso. 
Tanto non potrà credergli 
l'uomo che vive con te: cosí in verità 
mi promise un'indovina coi suoi magici riti. 

Dal cielo l'ho vista io trarre giú le stelle; 
e può con gli incantesimi invertire 
il corso rapido dei fiumi, 
con la parola spaccare la terra, 
evocare dai sepolcri le ombre, 
strappare ai roghi fumanti le ossa; 
ora con un sibilo magico 
aduna le schiere infernali, 
ora, aspergendole di latte, 
al suo comando le disperde. 

Quando vuole, spazza dal cielo imbronciato le nubi, 
quando vuole, in piena estate fa scendere la neve. 
Lei sola, dicono, possiede i filtri di Medea,
lei sola di Ècate sa domare i cani rabbiosi. 
Le formule m'ha dettato con cui puoi allestire inganni: 
pronunciale tre volte e tre volte sputa quando l'hai dette. 
A nessuno che ci denunci potrà credere il tuo uomo, 
no, nemmeno a sé stesso, 
se insieme ci vedrà in un letto morbido. 

Ma tu non andare con altri: lui vedrà ogni cosa; 
solo se sei accanto a me non s'avvedrà di nulla. 
'Devo crederlo?' Certo: lei stessa in grado si disse  
con filtri e incanti di sciogliere il mio amore; 
con le fiaccole m'ha purificato 
e una vittima nera per gli dei della magia 
cadde in una notte serena. 
E pregavo non tanto che s'annullasse l'amore,
ma che mi fosse ricambiato: 
fare a meno di te non vorrei esserne capace. 

Fu di ferro chi, potendoti avere, 
preferí, come uno stolto, inseguire prede e armi. 
Davanti a sé spinga pure in catene 
le schiere dei cilici e sulle terre conquistate 
pianti le sue tende di guerra, 
inforcando a briglia sciolta un cavallo 
per farsi ammirare tutto vestito d'oro e argento. 
Se invece io potessi, mia Delia, 
con te aggiogare i buoi e pascere le greggi 
sul monte che sai, e mi fosse consentito 
tenerti con amore fra le braccia, 
dolce sarebbe il mio sonno anche sulla nuda terra. 
Che vale distendersi su un letto di porpora 
senza un amore ricambiato, 
quando viene la notte e una veglia di pianto?

Nemmeno piume o coperte a ricami, 
nemmeno il mormorio d'un placido ruscello 
potrebbero indurti a dormire. 
Forse con parole di fuoco ho violato il nume di Venere 
e ora la lingua sacrilega ne sconta la pena? 
o mi si accusa d'essere entrato con empietà  nel tempio degli dei 
e d'aver strappato corone ai sacri focolari? 

Se io lo meritassi, 
non esiterei a prosternarmi nei templi 
e a imprimere di baci la soglia sacrata, 
a trascinarmi supplicando per terra, in ginocchio, 
e a percuotere in tormento col capo 
la porta consacrata. 
Ma tu, che lieto sorridi delle nostre sventure, 
attento a te per il futuro: 
non colpirà uno solo la divinità.
Chi irrideva gli amori infelici dei giovani, 
l'ho visto, vecchio, piegare il collo alle catene di Venere, 
ordire con voce tremante parole d'amore, 
tentando con la mano 
d'aggiustarsi i capelli bianchi; 
non provava vergogna 
d'attendere impalato davanti a una porta 
o di fermare in mezzo al foro 
l'ancella della donna amata. 

Ragazzi e giovani gli si accalcano intorno 
e ognuno sputa, 
sputa nelle morbide pieghe della propria veste. 
Fammi grazia, Venere: a te devota 
è consacrata sempre la mia mente. 
Perché, crudele, bruci le tue messi? 



IN TERRE SCONOSCIUTE

TIBULLO
Sull'onde dell'Egeo senza di me, Messalla,
voi ve ne andrete. Oh, se almeno tu e gli amici
vi ricordaste di me! Qui, tra i feaci, ammalato
mi trattiene una terra sconosciuta.
Allontana le tue avide mani,
morte tenebrosa; tienle lontane,
ti prego, nera morte. Qui non c'è mia madre,
che mesta nel grembo raccolga le ossa bruciate,
né mia sorella, che sulle ceneri sparga
profumi di Siria e con i capelli sciolti
pianga alle mie esequie. E neppure c'è Delia,
che prima di lasciarmi partire da Roma,
dicono che consultasse tutti gli dei.
Tre volte dalle mani di un ragazzo
estrasse a sorte i presagi e tre volte
quello le diede responsi innegabili:
tutti promettevano il mio ritorno,
ma lei non seppe trattenere il pianto,
guardando con ansia al mio viaggio.
Ed io, per tentare di consolarla,
quando avevo ormai predisposto tutto,
cercavo angosciato ogni motivo per ritardare,
adducendo a pretesto ora gli auspici,
ora i presagi infausti o infine che mi tratteneva
la maledizione del giorno di Saturno.
Quante volte, messomi in cammino, mi sono detto:
'Inciampare col piede sulla soglia 
 è certo un segnale di malaugurio!'
Nessuno mai tenti di allontanarsi,
contro la volontà di Amore, oppure sappia
che parte con la proibizione del dio.
Che mi giova, Delia, la tua Iside ora?
che mi giovano quei bronzi che tante volte
la tua mano ha agitato
o quel tuo purificarti nell'acqua,
seguendo piamente il rito,
quel tuo dormire da sola, ricordo,
in un letto illibato?
Ora, ora, dea, soccorrimi (che tu mi possa guarire
lo mostrano tutti gli ex voto dei tuoi templi);
in cambio la mia Delia, sciogliendo i suoi voti,
sederà vestita di lino
davanti all'ingresso sacrato
e, sciolti i capelli, due volte al giorno
canterà le tue lodi come ti è dovuto,
distinguendosi tra la folla degli egizi.
Invece a me spetterà venerare i Penati paterni
e ogni mese offrire l'incenso al Lare antico.
Com'era felice la vita sotto il regno di Saturno,
prima che la terra fosse aperta a viaggi lontani!
Sfidato ancora non aveva il pino
le onde azzurre del mare e offerto al vento
vele spiegate, né in cerca di lucro,
battendo terre sconosciute, un marinaio
aveva colmato la nave di merci straniere. 
Mai in quel tempo un toro
sottomise al giogo la propria forza,
né un cavallo con la bocca domata morse il freno;
nessuna casa aveva porte e
non si piantavano pietre nei campi
per fissare confini invalicabili ai poderi.
Stillavano miele le querce
e spontaneamente le agnelle
gonfie di latte offrivano le poppe
alla gente serena.
Non c'era esercito, né rabbia, guerre
o un fabbro disumano
che con arte crudele foggiasse le spade.
Ora sotto la signoria di Giove
non vi sono che ferite ed eccidi,
ora il mare, ora le mille vie
d'una morte improvvisa.
Padre mio, risparmiami! Timorato come sono
non mi rimordono spergiuri
o empie parole contro la santità degli dei.
Se oggi ho compiuto gli anni assegnati dal fato,
concedi che sulle mie ossa
si erga una lapide con questo inciso:
'Qui giace, consunto da morte crudele, Tibullo,
mentre seguiva Messalla per terra e mare'.
Ma, poiché sempre m'arrendo alle carezze d'amore,
Venere in persona mi guiderà nei campi Elisi.
Qui regnano danze e canzoni, 
 intrecciando voli, gli uccelli
con voce acuta intonano i loro dolci gorgheggi;
il suolo incolto genera cannella
e per tutta la campagna la terra
a profusione fiorisce di rose profumate,
mentre schiere di giovani folleggiano
insieme a fanciulle in fiore e l'amore
accende continue battaglie.
Tutti quaggiú sono gli amanti
che la rapacità della morte raggiunse
e sui capelli lucenti recano corone di mirto.
La sede dei reprobi invece
giace nascosta nella profondità della notte
circondata dal cupo rumore dei fiumi;
scarmigliata v'imperversa Tisífone,
che per capelli ha feroci serpenti,
e la turba degli empi si disperde in ogni dove.
All'ingresso con le fauci di drago
nero sibila Cerbero,
che dinnanzi ai battenti di bronzo monta la guardia.
Nel vortice di una ruota laggiú
gira il corpo scellerato d'Issione,
che non si peritò d'insidiare Giunone;
e disteso su nove iugeri di terra
Tizio con le sue nere viscere
nutre gli uccelli che imperversano.
Laggiú è Tantalo e intorno ha uno stagno,
ma quando è sul punto di bere l'acqua 
elude la sua sete pungente;
e la prole di Dànao,
che ha offeso le leggi di Venere,
porta in botti senza fondo le acque del Lete.
Laggiú, laggiú finisca
chi tentò di violare il mio amore,
augurandomi una milizia senza fine.
Ma tu conservati pura, ti prego,
e custode del tuo casto pudore,
ti sieda sempre vicino una vecchia premurosa,
che raccontandoti favole, alla luce della lucerna,
tragga dalla gonfia conocchia
l'interminabile suo filo,
finché accanto la giovane,
al suo compito faticoso intenta,
non sia vinta dal sonno a poco a poco
e lasci in terra cadere il lavoro.
A quel punto vorrei d'improvviso arrivare,
senza che prima nessuno mi annunci,
comparirti davanti come piovuto dal cielo.
A quel punto, cosí come sarai,
con i lunghi capelli scarmigliati,
a piedi scalzi corrimi incontro, mia Delia.
Questo io prego: che su cavalli dorati
splendente l'aurora mi porti
l'alba radiosa di un giorno cosí



IL FUOCO DI MARATO

'T'auguro, Priapo, di stare sotto una pergola ombrosa,
perché sole e neve non t'affliggono il capo.
Qual è l'abilità che hai nel sedurre i giovani in fiore?
Certo, non hai barba che splenda, capelli curati;
nudo te ne stai nel freddo della bruma invernale,
nudo nella siccità della canicola estiva.'
Così gli dissi; e il figlio di Bacco, rustico nume
armato della sua falce ricurva, cosí mi rispose:
'Mai, non affidarti mai alla sensibilità dei giovani:
hanno sempre una scusa che giustifica l'amore.
Questo piace perché serrando le brighe frena il cavallo,
questo perché col petto di neve fende le onde tranquille,
questo ti prende perché come un prode dà prova d'audacia;
quello, invece, perché sulle sue guance morbide
ha diffuso un pudore verginale.
Ma tu non infastidirti se accade
che all'inizio si neghi: a poco a poco
offrirà lui stesso a giogo il suo collo.
Tempo occorre che i leoni imparino i comandi dell'uomo,
tempo occorre che le gocce d'acqua corrodano le pietre;
un anno su colline assolate l'uva matura,,
un anno con alternanza immutata
riporta le stelle lucenti.
Non temere di fare giuramenti:
il vento disperde gli spergiuri di Venere
per le terre e sul mare, rendendoli vani.
Grazie infinite a Giove! Il Padre stesso decretò 
che non avesse valore il giuramento
pronunciato con passione da un insensato amante;
impunemente ti consente di giurare Diana
per le sue frecce e Minerva per le sue chiome.
Ma fallirai se agirai con lentezza:
passerà il tempo, e quanto presto!
Il giorno non indugia e non ritorna.
Quanto presto perde la terra i colori di porpora,
quanto presto il pioppo svettante le sue belle chiome!
Come giace il cavallo, che fuori dal recinto di Elea
un tempo si lanciava, quando viene
il fato della malferma vecchiaia.
Ho visto gente, ormai sotto il peso degli anni,
dolersi d'avere in gioventú con stoltezza
bruciato i propri giorni. O dei spietati!
Cambiando pelle il serpente si spoglia dei suoi anni,
ma alla bellezza i fati nessuna durata hanno concesso.
Solo a Bacco e Febo fu data eterna giovinezza
e solo a loro si addicono capelli folti e fluenti.
Tu, qualunque capriccio verrà in mente al tuo ragazzo,
cedi: con l'arrendevolezza
amore vincerà infiniti ostacoli.
Non rifiutare d'essergli compagno
per quanto sia lunga la strada
e l'arsura dell'estate bruci i campi di sete;
per quanto, orlando il cielo d'un tratto di porpora,
l'arcobaleno, che l'annuncia,
ammanti la pioggia imminente. 
 Se vorrà andare in barca sull'azzurro delle onde,
tu stesso coi remi spingi sull'acqua quel legno leggero.
Non lamentarti di subire fatiche inumane
o di logorarti le mani in lavori non tuoi;
se intende cingere di reti il fondo della valle,
pur di piacergli, non negarti di portarle in spalla.
Se preferisce la scherma, battiti con mano leggera,
offrendogli, perché vinca, il fianco scoperto.
Sarà remissivo allora con te
e potrai strappargli baci d'amore:
resisterà, ma poi te li darà come tu vuoi.
Prima dovrai carpirglieli, ma se lo preghi,
te li offrirà lui stesso e infine
vorrà cingerti il collo con le braccia.
Ahimè! questa generazione d'oggi
non ha riguardo alcuno per l'arte d'amare:
già in tenera età questi giovani
si sono abituati a chiedere regali.
Ma a te, che per primo insegnasti a vendere l'amore,
chiunque tu sia, sciagurato,
una pietra tombale pesi sulle ossa.
Amate le Pièridi, ragazzi, l'afflato dei poeti,
e sulle Pièridi non prevalgano i doni d'oro.
Grazie alla poesia, di porpora è la chioma di Niso;
se poesia non ci fosse,
non brillerebbe l'avorio sulla spalla di Pèlope.
Chi è celebrato dalle Muse
vivrà finché saranno querce sulla terra, 
 stelle in cielo e acque nei fiumi.
Ma chi non ascolta le Muse e commercia l'amore,
dovrà seguire sull'Ida il carro di Opi,
riparare nei suoi vagabondaggi in trecento città
e recidersi il membro disprezzato
al ritmo del flauto di Frigia.
Venere stessa vuole che alle carezze si ceda,
accordando favore alle suppliche di chi si lamenta
e al pianto degli sventurati'.
Questo mi disse il dio, perché lo ripetessi a Tizio,
ma a lui la moglie impedisce di ricordarsene.
E Tizio le obbedisca! Ma come maestro
celebratemi voi, voi che uno scaltro giovinetto
maltratta continuamente con le sue arti.
A ciascuno la sua gloria; vengano a consultarmi
gli amanti respinti: per tutti è aperta la mia porta.
Tempo verrà, che una schiera attenta di giovani
mi seguirà, quando, ormai vecchio,
impartirò i precetti dell'amore.
Ahimè! di quale lento fuoco mi tortura Màrato!
Mi mancano le arti, mi mancano gli inganni.
Pietà, ragazzo, ti prego: che io con vergogna
non diventi la favola di tutti,
quando del mio sterile magistero rideranno.



L'AMORE PERDUTO

Furioso, questo ero: mi dicevo
che bene avrei sopportato il distacco,
ma ora lontano è da me il vanto d'avere coraggio:
sto girando come una trottola,
mossa sul selciato a colpi di frusta,
che un fanciullo nel vortice sospinge
con la destrezza che gli è nota.
Brucialo questo ribelle, torturalo,
che in futuro non possa piú vantarsi;
doma questo suo squallido linguaggio.
Ma tu non infierire, te ne prego,
per il patto segreto che ci uní a letto,
per Venere e le nostre teste posate vicine.
Sono io che, quando giacevi
colpita da un male crudele,
con i miei voti, è risaputo,
ti ho strappata alla morte;
sono io che, bruciando intorno a te
zolfo vergine, ti ho purificata,
dopo che la vecchia aveva intonato
le sue formule magiche;
sono io che da te le visioni funeste
ho rimosso, perché non ti nuocessero,
scongiurandole tre volte col farro consacrato;
sono io che con la tunica sciolta
e vestito di lino
ho nel silenzio della notte offerto a Trivia nove voti.
E tutti li ho sciolti, ma un altro
ora si gode il tuo amore,
giovandosi felice delle mie preghiere.
Come un pazzo sognavo per me una vita felice,
se tu fossi guarita, ma un dio si opponeva.
'Lavorerò in campagna e accanto a me
sarà la mia Delia a custodire le biade,
mentre sull'aia al calore del sole
si trebbieranno le messi, o sorveglierà
nei tini ricolmi la mia vendemmia
e lo spumeggiare del mosto
spremuto dal ritmo dei piedi;
si abituerà a contare le mie greggi;
e lo stesso schiavetto impertinente
si abituerà a giocare in grembo
ad una padrona che l'ama.
E lei imparerà ad offrire
agli dèi dei contadini i grappoli per la vite,
le spighe per la messe, il cibo per il gregge;
e comanderà su tutti, si curerà di tutto,
mentre in tutta la casa
felice sarò io di non contar piú nulla.
Qui verrà il mio Messalla e per lui Delia
dalle piante migliori raccoglierà la frutta matura;
e piena di rispetto per un uomo cosí illustre,
se ne occuperà con premura,
gli preparerà un banchetto e lo servirà lei stessa.' 
 Questi i miei sogni; ma ora Euro e Noto
li disperdono tra i profumi dell'Armenia.
Spesso ho tentato di cacciare gli affanni col vino,
ma il dolore m'ha mutato ogni vino in pianto.
Spesso ho tenuto fra le braccia un'altra,
ma quando già ero vicino al piacere
Venere mi evocò l'amata abbandonandomi;
e quell'altra, staccandosi da me,
allora mi disse stregato:
anche se si vergogna, racconta che la mia donna
conosce pratiche indicibili.
No, non mi seduce con sortilegi,
ma col suo viso, con le sue tenere braccia
la mia donna mi strega, con i suoi capelli biondi.
Così un giorno Teti, nereide azzurra,
su un pesce imbrigliato fu trasportata
verso Peleo, re dell'Emonia.
Questo il mio male. Se un amante ricco sta con lei,
a mia rovina venne un'astuta mezzana:
come vorrei che si cibasse di carne squartata
e con la bocca imbrattata di sangue
vuotasse colmi di fiele calici amari;
che intorno le volassero le anime
che piangono il loro destino,
mentre sul tetto senza posa
un gufo soffia la sua rabbia;
che, aizzata dai morsi della fame,
cercasse fra i sepolcri erbe 
e ossa abbandonate dai lupi crudeli;
e che corresse ululando per tutta la città
con gli inguini scoperti,
inseguita da una muta di cani,
che implacabili la cacciano da un crocicchio all'altro.
Così avverrà: un dio me l'annunzia.
Ogni innamorato ha i suoi numi, e Venere,
se viene a torto abbandonata, non perdona.
Ma tu dimentica al piú presto
gli insegnamenti interessati di questa tua maga.
E forse con i doni che si guadagna l'amore?
Un amante povero sarà sempre ai tuoi comandi;
un amante povero sarà il primo a presentarsi
e starà instancabile al tuo giovane fianco;
un amante povero nella ressa della gente,
compagno fedele, ti darà il braccio aprendoti la strada;
un amante povero in casa di amici discreti
ti accompagnerà di nascosto
e dai piedi color di neve
egli stesso ti slaccerà i calzari.
Ahimè, inutilmente canto:
vinta dalle parole non si apre la porta:
a mani colme va bussata.
Ma tu, che oggi a me sei preferito,
trema per ciò che m'hai rubato:
in un solo giro di ruota, un attimo
e cambia la fortuna.
Non senza ragione già ora sulla soglia 
 s'arresta a curiosare un uomo,
lancia qualche sguardo e scompare,
finge d'andarsene oltre la casa,
ma subito torna sui passi, solitario,
e tossisce ogni volta davanti alla porta.
Non so cosa in segreto ti prepari Amore.
Dunque approfitta finché t'è concesso:
la barca galleggia in acque tranquille. 




L'INFEDELTA' DI DELIA

Sempre, per ingannarmi,
mi mostri il volto sorridente, Amore;
poi, per mia sventura, diventi scontroso e severo.
Perché tanto crudele sei con me?
Torna forse a maggior vanto di un dio
tramare insidie a un uomo?
Mi si tendono lacci:
già di nascosto Delia, nel silenzio della notte,
con astuzia si scalda in seno non so quale amante.
Eppure lei quante volte lo nega;
non è facile crederle, perché anche al suo uomo
sul mio conto nega, continuamente nega.
Io stesso le ho insegnato, per sventura,
come si possa ingannare un guardiano.
Ed ora, ahimè, dalle mie arti sono avvinto.
Ora sa fingere pretesti
per dormire da sola, e sa come far girare una porta
senza che cigolino i cardini;
allora io le ho dato estratti d'erbe
per cancellare i lividi
che, con il segno dei denti, il mutuo amore produce.
Ma tu, uomo incauto di quella fanciulla bugiarda,
bada anche a me, guarda che lei non commetta peccati:
evita che intrattenga giovani
conversando a lungo con loro,
che stia adagiata con la veste slacciata e il seno scoperto;
bada che non t'inganni con un cenno,
che intingendo un dito nel vino
non tracci segni sul piano del desco.
E stai all'erta ogni volta che esce,
anche se dice di voler assistere
ai riti in onore della dea Bona,
dove gli uomini non possono entrare.
Ma se tu l'affidassi a me,
sarei il solo a seguirla sino agli altari
e non avrei timore di perdere gli occhi.
Spesso fingendo d'esaminare gemme e sigillo,
con questo pretesto ricordo
d'averle toccato la mano;
spesso col vino puro t'ho piegato al sonno,
mentre io, per vincerti, bevevo sobriamente
bicchieri riempiti di nascosto con l'acqua.
Non ti ho offeso a cuor leggero: perdona a chi confessa;
Amore me l'ha imposto. Chi combatterebbe contro gli dei?
Sono io (non mi vergogno piú d'ammettere il vero)
quello contro cui tutta la notte la tua cagna abbaiava.
Che bisogno hai d'una giovane compagna,
se non sai guardare i tuoi beni?
Non ha senso avere una chiave nella toppa.
Ti tiene fra le braccia, ma sospira altri amori lontani
e simula che all'improvviso le venga un cerchio alla testa.
E dammela in custodia:
io non rifiuto d'essere percosso a sangue,
io non ricuso le catene ai piedi.
Statemi lontani voi che con arte curate i capelli
e lasciate che fluente la toga
cada in una miriade di pieghe;
e chi ci viene incontro, se non vuol essere in colpa,
si fermi lontano, si fermi, lo prego, in un'altra strada.
Ordina cosí la divinità
e cosí con voce ispirata
la grande sacerdotessa m'ha divinato:
Quando l'impulso di Bellona la colpisce,
nel suo delirio non teme l'ardore della fiamma,
né i colpi della sferza;
lei stessa rabbiosa si ferisce le braccia
con la scure e senza soffrire
bagna col sangue che scorre la dea;
col fianco trafitto dal ferro resta salda in piedi,
in piedi ferita nel petto,
e predice gli eventi come la gran dea comanda: 
'Non azzardatevi a violare una fanciulla
che Amore custodisce,
perché nel tempo per vostra disgrazia
non dobbiate dolervi di saperlo;
a chi la tocca le ricchezze si dilegueranno,
come il sangue dalle nostre ferite,
come questa cenere è dispersa dai venti'.
E a te, mia Delia, predisse non so quali castighi;
ma anche se commetti una colpa,
io la prego che abbia indulgenza.
No, non è per te che m'impietosisco:
mi commuove tua madre,
quella vecchia d'oro disarma la mia collera;
lei nelle tenebre a me ti conduce
e piena di paura, di nascosto,
ci congiunge senza una parola le mani;
lei m'attende la notte, immobile dietro la porta,
e quando m'avvicino,
di lontano riconosce il rumore dei miei passi.
Possa tu vivere a lungo, vecchina mia:
se ciò fosse possibile,
vorrei ai tuoi aggiungere i miei anni;
sempre t'amerò e per amor tuo amerò tua figlia:
faccia quel che faccia, 
è pur sempre sangue del tuo sangue.
Ma che sia casta, questo insegnale,
anche se un nastro non le ferma in un nodo i capelli
e lunga sino ai piedi non ha la sua stola.
Mi siano pure imposte le leggi piú dure: 
ch'io non possa lodare donna,
senza che lei si avventi agli occhi miei;
e se crede ch'io l'abbia tradita, anche se innocente,
che sia preso per i capelli
e trascinato giú lungo le strade.
Non vorrei mai percuoterti,
ma se un tale furore m'assalisse,
il desiderio sarebbe di non avere mani.
Non essere però casta per timore di pene:
l'amore a tua volta ti conservi fedele
anche quando sono lontano.
La donna, che a nessuno fu fedele,
negli anni, spossata dalla vecchiaia,
ridotta in miseria, con la mano tremante
torce e ritorce i fili, annoda i licci
per ordire una tela tessuta a mercede,
carda e monda la lana di un vello color di neve.
Godono in cuore, osservandola, le schiere dei giovani:
'È giusto', commentano, 'che da vecchia
lei sopporti tanti malanni';
e mentre piange, dalla cima dell'Olimpo
altera Venere l'osserva
e le rammenta quanto sia severa con chi la tradisce.
Altri, altri colpiscano queste maledizioni:
noi siamo l'un l'altro esempio d'amore,
anche quando bianchi avremo i capelli.



A MESSALLA PER AUGURIO

Questo è il giorno che le Parche predissero,
filando gli stami del fato,
che nessun dio mai può recidere;
questo, che avrebbe sconfitto le genti d'Aquitania
e atterrito l'Àtace, vinto da un esercito di prodi.
Cosí è stato, e ancora una volta la gioventú romana
poté ammirare i trionfi e i condottieri nemici
con le braccia in catene,
mentre, tirato da cavalli scalpitanti,
un cocchio d'avorio ti portava, Messalla,
fregiato col lauro dei vincitori.
Non senza il mio braccio ti venne questo onore:
testimoni sono i Pirenei dei tarbelli
e il lido dei sàntoni che guarda l'Oceano;
testimoni la Saona e il rapido Rodano,
la vasta Garonna e la Loira,
onda azzurra del biondo càrnuto.
Dovrò dunque cantarti, Cidno,
che in silenzio dolcemente fluendo
serpeggi azzurro in un letto d'acque tranquille?
o dire a quali altezze i picchi del gelido Tauro,
che nutre gl'irsuti cilici,
tocchino le nubi del cielo?
Perché ricordare come la candida colomba,
sacra ai siri di Palestina,
volteggi intoccabile sulle città popolose?
o come Tiro, la prima città 
 che seppe affidare ai venti una nave,
dall'alto delle sue torri sorvegli
l'immensa distesa del mare?
o ancora come il Nilo diventi fecondo
gonfiandosi d'acqua in estate,
quando Sirio spacca i campi riarsi?
Per qual motivo e in quali terre,
padre Nilo, potrei mai dire
che nascondi le tue sorgenti?
Grazie a te non chiede mai pioggia la tua terra,
né l'erba inaridita l'invoca da Giove.
La gioventú straniera,
che piange il bue di Menfi,
ti celebra onorando il suo Osiride.
Osiride, che per primo con mano accorta
costruí un aratro e col ferro
arò le zolle della terra;
che a questa ancora vergine
per primo affidò le sementi,
cogliendo frutti da piante mai conosciute.
E che insegnò come legare ai pali i tralci della vite,
come sfrondarne con la lama del falcetto
l'esuberanza delle foglie.
A lui per primo, spremute a caso dai piedi,
le uve mature offrirono gradevoli sapori.
E quel liquore insegnò a modulare le voci nel canto,
a muovere le membra inesperte scandendo il ritmo;
e al cuore del contadino, spossato da grandi fatiche, 
 largí il vino l'evasione dalla tristezza:
anche se le caviglie
risuonano percosse da dure catene,
il vino dona pace ai mortali infelici.
Non ti si addice, Osiride,
la tristezza degli affanni e del pianto,
ma il canto, la danza e un amore spensierato,
e ancora i fiori variopinti,
la fronte incoronata di corimbi,
e un mantello giallo che cade su giovani piedi,
e vesti di Tiro e il suono dolce del flauto,
e canestri leggeri, che celano i simboli
di riti misteriosi.
Qui vieni e con cento scherzi, con danze
celebra il Genio e tutte di vino bagna le tempie.
Dai suoi capelli lucenti stillino aromi
e sulla testa, intorno al collo
indossi morbide corone.
Cosí vieni, dio del presente,
ch'io possa offrirti in onore l'incenso
e porgerti dolci focacce di miele mopsopio.
A te, invece, cresca una prole,
che estenda le imprese del padre,
e in venerazione ti faccia corona da vecchio.
Chi abita di Tuscolo la terra
e la candida Alba dell'antico Lare,
non ometta il ricordo della strada,
perché qui a tue spese vengono stesi 
e pressati mucchi di ghiaia,
congiunte le selci a regola d'arte.
Canta le tue lodi il contadino, quando alla sera
torna dalla grande città,
riportando salvi i suoi piedi.
Ma tu, perché per anni innumerevoli
ti si possa celebrare, Genio natale,
torna a noi piú luminoso, piú luminoso sempre.
I 8, Tibullo, A Fòloe per Màrato
Non mi è possibile certo ignorare
cosa annuncino il cenno di un innamorato
o le parole sussurrate con voce suadente:
non dispongo d'oracoli o di viscere
che rivelino il volere divino;
neppure il canto degli uccelli
mi predice il futuro;
ma Venere stessa, legandomi le braccia
con nodi magici alla schiena,
a suon di frusta m'ha istruito.
E non far finta di nulla: spietata
la dea brucia di piú chi contro voglia
vede piegarsi ai suoi comandi.
Che ti giova ormai aver cura dei tuoi capelli sottili,
cambiare continuamente la loro acconciatura,
imbellettare le guance di rosso vivo,
farti tagliare le unghie da chi 
per professione ha mano esperta?
Muti veste invano ormai, invano mantello,
invano stretti calzari comprimono i tuoi piedi.
Lei invece resta seducente,
anche se si presenta senza trucco in volto
o senza essersi acconciato il capo luminoso
con snervanti artifici.
Forse con incantesimi o con erbe,
che fanno impallidire,
ti ha stregato una vecchia
nel cuore silenzioso della notte?
Gli incantesimi al campo del vicino
sottraggono le biade;
gli incantesimi arrestano il cammino
del serpente irritato;
gli incantesimi tentano di trarre giú la luna
dal suo carro e ci riuscirebbero
se di colpi non tuonassero i bronzi.
Ma perché lagnarsi, se incantesimi o erbe
ti hanno per disgrazia nociuto?
A magici aiuti la beltà non ricorre:
ciò che ti nuoce è averne accarezzato il corpo,
averla baciata e baciata,
avere intrecciato alle sue gambe le tue.
Ma tu ricorda di non essere fredda con un ragazzo:
Venere infligge castighi a chi si mostra scontrosa.
E non chiedergli doni: questi deve offrirli
l'amante dai capelli bianchi per scaldare 
il torpore del suo membro
contro un morbido seno.
Un giovane è piú prezioso dell'oro,
gli brilla liscio il volto
e una barba irsuta non offende l'amplesso.
Sotto le sue spalle ponigli le tue braccia splendide
e fa' che non esistano
le immense ricchezze dei re.
Trova Venere sempre il modo
che di nascosto il ragazzo giaccia con te
e, malgrado il timore, con ritmo incessante,
fecondi il tuo morbido grembo;
che anelando e tormentandoti con la lingua,
ti bagni di baci e sul collo
t'imprima il segno dei suoi morsi.
Non servono pietre preziose e gemme
a una donna che indifferente dorme sola
e di nessun uomo suscita il desiderio.
Troppo, troppo tardi si rimpiange l'amore,
troppo tardi la giovinezza,
quando la vecchiaia, guastandolo,
imbianca un volto segnato dagli anni.
Allora, allora si vorrebbe essere belli
e cambiare capigliatura,
perché, tinta col mallo verde della noce,
dissimuli i tuoi anni;
nasce allora la voglia di strappare
sin dalle radici i capelli bianchi 
 e di mostrare un volto nuovo
lisciandosi la pelle.
Ma tu, finché l'età della giovinezza fiorisce,
approfittane: senza indugi, di corsa sparisce;
e non affliggere Màrato: che gloria ti reca
l'avere vinto un giovane?
Sii dura con i vegliardi, fanciulla, e
risparmia questo virgulto, ti prego.
Non è una malattia pericolosa,
ma un amore straziante
la causa del pallore che gli sbianca il volto.
Quante volte, anche in tua assenza,
ti rivolge quel poveretto i suoi mesti sospiri,
e ogni cosa intorno a lui si bagna di lacrime.
'Perché mi disprezzi?' dice. 'I guardiani
potevamo eluderli: la divinità
a concesso agli amanti il dono dell'inganno.
Conosco l'amore furtivo:
so come si trattiene in un soffio il respiro,
so come si rubano i baci senza far rumore;
e sono in grado di strisciare
nel cuore della notte,
di aprire di nascosto e senza strepito una porta.
Ma queste astuzie che mi servono,
se spietata disprezza la fanciulla
l'innamorato infelice e fugge via dal suo letto?
E quand'anche promette
quella perfida subito m'inganna e a vegliare 
sono costretto fra interminabili tormenti;
qualunque cosa si muova, quando sogno che venga,
m'illudo che sia il rumore dei suoi passi.'
Smettila di piangere, ragazzo: lei non si piega;
e stanchi ormai di lacrimare
si gonfiano i tuoi occhi.
T'avverto, Fòloe: gli dei odiano i superbi e
non serve offrire incenso ai loro focolari.
Màrato, proprio Màrato
un tempo derideva gli innamorati infelici,
ignaro che la vendetta divina gli stava alle spalle.
Dicono anche che spesso ridesse
delle lacrime di chi si doleva
e che tenesse a bada chi l'amava,
inventando pretesti;
ora detesta ogni tipo d'orgoglio,
ora l'amareggia qualunque porta
che ostinatamente sprangata gli si opponga.
Ma un castigo t'attende:
se non la smetti di far la superba,
quanto, quanto vorrai con i tuoi voti
richiamare a te questo giorno!



I RITI DELLA CAMPAGNA

Tutti i presenti osservino il silenzio.
Come prescrive il rito tramandatoci dagli avi,
purifichiamo biade e campi.
Vieni, Bacco: dalle tue corna penda
l'uva matura, e cinga Cerere
le sue tempie di spighe.
In questo giorno consacrato
riposi la terra, riposi il contadino
e, appeso il vomere, s'interrompa l'aspra fatica.
Sciogliete la cinghia dei gioghi:
ora con corone sul capo,
davanti a greppie ricolme devono stare i buoi.
Tutto si compia in onore del dio;
nessuna donna, ponendo mano ai pennecchi,
s'azzardi a filare la lana.
E voi pure invito a stare lontani:
non s'avvicini agli altari chi nella notte
da Venere ha tratto piacere.
La castità piace agli dei;
e dunque con vesti pure venite,
con mani pure attingete acqua di fonte.
Osservate come l'agnello consacrato
si avvii all'altare sfolgorante di luce,
seguito da una folla vestita di bianco 
e con le chiome cinte d'olivo.
Noi, o divinità dei nostri padri,
purifichiamo i campi,
purifichiamo i contadini;
voi dal nostro suolo allontanate i malanni:
con erbe ingannatrici i campi
non rendano vane le messi
e non tema l'agnella che s'attarda
le scorrerie dei lupi.
Vestito a festa allora il contadino,
confidando nella prosperità dei campi,
getterà legna in quantità tra le spire del fuoco,
e una folla di schiavi,
chiaro sintomo di colono benestante,
si divertirà a erigervi innanzi
capanne con i ramoscelli.
Invoco solo ciò che può accadere:
non vedi come in viscere propizie
gli auspici delle fibre
rivelino il favore degli dei?
Portatemi ora un falerno affumicato
di un consolato antico
e stappate un orcio di Chio.
Si celebri col vino questo giorno:
non c'è da arrossire se in una festa
si è un poco brilli
e si muovono a fatica i piedi malfermi.
Cosí dica ognuno brindando: 'Alla salute di Messalla', 
e il nome dell'assente risuoni in bocca a tutti.
Famoso per i trionfi sul popolo aquitano
e onore grande con le tue vittorie
di remoti antenati, vieni qui, Messalla,
e ispirami, mentre col canto
rendo grazie alle divinità contadine.
Io canto la campagna e di questa gli dei.
Sotto la loro guida
l'umanità smise di scacciare la fame
con le ghiande di quercia;
per primi ci insegnarono a connettere le travi
e a coprire col verde delle fronde
le nostre piccole capanne;
e si dice che sempre loro
insegnarono ai buoi come servire,
adattando sotto il carro le ruote.
Sparirono allora gli alimenti selvatici,
si piantarono gli alberi da frutta
e, bevendo acque d'irrigazione,
l'orto divenne fertile.
L'uva dorata allora, spremuta dai piedi,
ci donò il suo liquore
e per temperarlo, rendendolo garbato,
fu mescolata acqua al vino.
Messi ci porta la campagna,
quando d'anno in anno la terra
al calore dell'astro estivo depone i suoi biondi capelli.
Nelle campagne a primavera
l'ape riempie leggera le celle di fiori,
per colmare instancabile
di miele dolcissimo i favi.
Spossato dalla continua aratura,
fu un contadino il primo
a cantare rozze parole su un ritmo fissato
e, dopo pranzo, a modulare
sulla canna secca una musica
da intonare in onore degli dei.
Fu un contadino tinto di rosso scarlatto
il primo, Bacco, a guidare le danze
con arte ancora incerta:
e gli fu assegnato, memorabile dono,
il duce irsuto del gregge, tratto da un ovile affollato,
un caprone che aveva guidato le pecore.
Nei campi di primavera un fanciullo
per la prima volta intrecciò una corona di fiori
e la pose sul capo degli antichi Lari;
nei campi la candida agnella
reca sul dorso un vello morbido,
che causerà fatica alle fanciulle delicate:
viene di qui il lavoro femminile,
di qui i pennecchi, le conocchie e il fuso
che, spinto dal pollice, avvolge il filo,
mentre, attendendo senza tregua
al lavoro di Minerva, una tessitrice canta e, 
percosso di lato dal pettine, risuona il telaio.
Anche Cupido si dice che sia nato nei campi,
tra gli armenti e le cavalle ribelli;
qui, senza averlo mai usato prima,
si esercitò nell'arco: ahimè,
che mani abili possiede ormai!
Non colpisce, come un tempo, le greggi:
ora esulta nel trafiggere le fanciulle,
nel soggiogare l'audacia degli uomini;
spoglia il giovane del suo patrimonio,
costringe il vecchio a pronunciare,
sulla soglia di una donna adirata,
parole di cui vergognarsi.
Passando sui guardiani addormentati,
con la sua guida la fanciulla
da sola nelle tenebre
raggiunge di nascosto il suo ragazzo:
saggia coi piedi il cammino, in forse per il timore,
e con la mano in avanti esplora il cieco percorso.
Ah, misero chi questo dio feroce incalza!
Felice invece l'uomo,
cui soavemente spira sereno Amore.
Vieni, divino, al banchetto festivo,
ma deponi le frecce e lontano di qui
nascondi, ti prego, le tue fiaccole ardenti.
Celebrate col canto questo dio
e per il gregge invocatelo ad alta voce:
apertamente per il gregge, in segreto ognuno per sé;
o apertamente anche per sé:
tanto la folla fra gli scherzi
e il curvo flauto di Frigia fanno fracasso.
Siate felici: ormai la Notte aggioga i suoi cavalli
e in un tripudio di danze le bionde stelle
seguono il cocchio della madre;
dietro in silenzio vengono,
avvolto di ali oscure, il Sonno
e con passo labile i Sogni tenebrosi.




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