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| UMBILICUS ITALIAE DI REATE |
UMBILICUS ITALIAE
Reate era l'Umbilicus Italiae, cioè centro d'Italia, posto alle pendici del Monte Terminillo, sulle sponde del fiume Velino, fondata dai cosi detti Aborigeni per essere poi occupata dai Sabini. Fu conquistata dai Romani nel 290 a.c. e, dopo la caduta dell'impero, dai Visigoti.
MARIO CURIO DENTATO
La strada fu realizzata da Manio Curio Dentato, uno dei più grandi Romani del sec. III a.c., che "Non fu mai vinto nè dal ferro nè dall'oro." (Ennio in Cic., De Rep., III, 6), un console di origine plebea, famoso per aver messo fine alle guerre sannitiche e per la realizzazione di opere idrauliche attorno al 270 a.c., contemporaneamente ai lavori di bonifica della Piana Reatina, costituendo l'asse principale della centuriazione.
Da quanto si può desumere dal testo di Dionigi, la via percorreva la valle del Velino (chiamato dagli antichi romani Avens flumen), in direzione sud-est/nord-ovest, attraversando il Velino probabilmente attorno alla località di Terria.
Il fiume velino asce sul Monte Pozzoni a 1600 metri di quota, proseguendo verso la Piana di Bacugno, Antrodoco fino a Terni, sfociando nel Nera attraverso la Cascata delle Marmore, con i suoi tre salti per complessivi 168 metri di altezza.
- Christian Mauri - La Sabina prima dei Sabini: gli Aborigeni e l’età del Bronzo. I santuari romani in opera poligonale - Aracne editrice - 2018 -
- Dionigi di Alicarnasso - Antichità romane -
La Via Curia rimasta fino a pochi decenni fa il principale collegamento tra i due capoluoghi, con il nome di strada statale 79 Ternana; il vecchio tracciato è stato abbandonato solo di recente, con la costruzione della superstrada Rieti-Terni.
La via è citata solamente da Dionigi di Alicarnasso (Alicarnasso, 60 a.c. circa – 7 a.c,) il quale a sua volta riferisce le informazioni del reatino Varrone.
La via è citata solamente da Dionigi di Alicarnasso (Alicarnasso, 60 a.c. circa – 7 a.c,) il quale a sua volta riferisce le informazioni del reatino Varrone.
Nel testo di Dionigi si riporta che la città di Carsula distava circa 15 km da Rieti procedendo lungo la via Curia e che nei pressi si trovavano anche Issa, posta su un'isola (probabilmente l'odierna Montisola), e Marruvium (forse l'odierna Colli di Labro), che distava circa 7 km da Septem Aquae (presso Piediluco).
Il fiume velino asce sul Monte Pozzoni a 1600 metri di quota, proseguendo verso la Piana di Bacugno, Antrodoco fino a Terni, sfociando nel Nera attraverso la Cascata delle Marmore, con i suoi tre salti per complessivi 168 metri di altezza.
La cataratta fu realizzata nel 271 a.c. dal console Curio Dentato per ovviare al disagio provocato dalle acque paludose: attraverso il Cavo Curiano, un canale artificiale, il corso delle acque fu deviato e il problema risolto.
Il Velino prosegue poi nella valle di Piediluco e scende nella valle del Nera, dove a Papigno attraversa il fiume su un ponte tuttora esistente.
BIBLIO
- P. Camerieri, A. De Santis - La Via Curia - in DE SANTIS A. (ed.) - Reate e l'Ager Reatinus. Vespasiano e la Sabina: dalle origini - 2009 -
Il Velino prosegue poi nella valle di Piediluco e scende nella valle del Nera, dove a Papigno attraversa il fiume su un ponte tuttora esistente.
Si tratta del ponte del Toro, ancora oggi in piedi, costituito da blocchi calcarei che non sono stati legati da opera cementizia.
Il ponte fu riportato alla luce nel 1819, dopo di che venne ripulito dalle sedimentazioni calcaree del fiume Velino.
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| PONTE ROMANO DEL TORO |
P. CAMERIERI, A. DE SANTIS -
LA VIA CURIA
"Dallo studio della prima centuriazione è
emerso che la diagonale della pertica di
quattro quintari, che sembra essere il modello progettuale cui si attennero gli agrimensori di Curio Dentato per la centuriazione
del territorio, andava attentamente studiata
nella sua reale funzione.
Infatti questa strada
per un lungo periodo di tempo, ed almeno
fino al periodo longobardo, conservò tutta
la sua importanza di asse diretto di collegamento tra i due più importanti versanti opposti della valle, ossia quello di arrivo presso Reate della via Salaria, e quello di uscita
dalla valle in direzione di Interamna Nahars6
(Terni).
In sostanza era la strada di collegamento Rieti-Terni. La varatio della pertica
non si limitava più ad essere un esercizio di
verifica della corretta costruzione geometrica del grande quadrato di più di 7 km di
lato, ma diventava essa stessa una importantissima strada e questa non poteva che essere
la via Curia, l’unica documentata dalle fonti.
Varrone, originario di Rieti, doveva avere
un’idea piuttosto chiara della topografia del
territorio, dei centri presenti e delle distanze
che intercorrevano da un abitato all’altro. Il
testo quindi deve essere ritenuto affidabile:
- A ottanta stadi da Rieti, per chi procede sulla via Curia, dopo il monte Corito, vi era
Carsula, recentemente distrutta. Viene poi
additata un’isola, di nome Issa, circondata da
una palude, priva di difese artificiali, si dice
anzi che i suoi abitanti utilizzassero in luogo
di mura le acque melmose della palude. Vicino
ad Issa si trova Marruvio, in una rientranza
della medesima palude, quaranta stadi dalle
cosiddette Sette Acque. -
Dei centri menzionati, oltre a Rieti, l’unico
di cui sappiamo con certezza l’ubicazione
è Septem Aquae: praticamente conosciamo
l’esatta posizione del primo e dell’ultimo
abitato. Questo è un dato importante perché ci permette di definire con chiarezza il
campo d’azione all’interno del quale operare. Mentre Rieti si trova nell’angolo sud-est
della pianura, Septem Aquae è posta al limite
nord della piana, quasi in asse con la città.
Questo dato, incrociato con le distanze riportate da Dionigi tra una località e l’altra,
rende pressoché impossibile, diversamente
da quanto sostenuto fino ad ora, che la via
uscisse dalla porta occidentale della città
e che, costeggiando il fianco orientale della valle, giungesse a Septem Aquae dopo
aver attraversato diverse proprietà private.
Anche postulando la corrispondenza di questa via con il decumanus maximus quale risulta dallo studio della centuriazione, ad un
certo punto avrebbe attraversato la parte più
depressa della pianura (dove il decumanus
maximus non a caso si arresta), con il rischio
di essere sommersa dalle acque nei periodi
di maggiore piovosità.
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| PONTE ROMANO DI RIETI DETTO "DELLA DOGANA", SBANCATO NEGLI ANNI 30 |
Non si dimentichi il
fatto che le Septem Aquae sono delle sorgenti perenni e che nella zona circostante l’acqua era presente tutto l’anno.
Se poi confrontiamo questo tracciato con le
informazioni di Varrone, vediamo che necessariamente il percorso doveva essere un
altro. Korsoula, che distava circa ottanta stadi
da Rieti, non poteva trovarsi nel lato orientale della valle, ma necessariamente nel lato
occidentale, come anche l’isola di Issa, circondata da una palude, e Marouion, in una
rientranza della stessa.
Quaranta stadi, così
potevano dividere quest’ultimo centro dalle
Septem Aquae. Se la via fosse passata invece
sul lato orientale della pianura, con i primi
ottanta stadi non si sarebbe giunti a Korsoula
ma direttamente a Septem Aquae.
Se si analizza con attenzione il passo di
Dionigi, tentando di rintracciare sul terreno
le località menzionate, ci si rende conto che
la via Curia doveva necessariamente tagliare
diagonalmente l’intera pianura, da sud-est a
nord-ovest: eventualità concretamente realizzabile solo dopo la bonifica completa della pianura.
Infatti se si cominciano a misurare le distanze da Rieti postulando la corrispondenza
della strada diagonale della centuriazione con la Curia descritta da Dionigi, si iniziano
a trovare concrete corrispondenze topografiche, ma a condizione di seguire il tracciato diagonale da Rieti sino al locus gromae,
piegando da questo, in corrispondenza del
Colle di S Pietro, a occidente lungo un cardo quintario, attraversando il Velino e raggiungendo la strada di bordo della pertica
per poi riprendere il tracciato diagonale dal
vertice nord-occidentale della prima centuriazione, fino alla attuale località Repasto o
Votone, dove avrebbero termine gli ottanta
stadi da Rieti e si doveva trovare Korsoula,
dopo il monte Koretos.
Monte che, a questo
punto, non può che corrispondere al colle
di Montecchio, che viene infatti immediatamente prima. La distrutta città di Korsoula
però non poteva certo sorgere in basso, al
centro della stretta gola che da qui inizia, attraversata dal Velino, ma piuttosto in alto:
il Monte Rotondo, dall’evocativo toponimo
che allude a castellieri e a cinte di sommità,
pare il candidato ideale.
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| FOTO DEL PONTE ROMANO DI RIETI DURANTE LA DEMOLIZIONE.. |
Il fatto che il primo centro si trovava solo
a ottanta stadi da Rieti è la prova che la via
passava proprio in mezzo alla pianura e che
questa non fu mai abitata, né prima né tanto
meno dopo la bonifica. Se avesse seguito un
percorso diverso, costeggiando uno dei due
lati della valle, sicuramente avrebbe incontrato altri abitati prima degli ottanta stadi.
L’isola di Issa, che le fonti ricordano circondata da una palude, non può che essere la
località di Montisola.
Si tratta di un grande
blocco di conglomerati di origine alluvionale che si eleva dal piano della valle di circa
cinquanta metri. Quando vi era il lago, ma
anche dopo il suo prosciugamento, questo
colle è stato sempre circondato dall’acqua, o
da paludi.
Le ricerche condotte negli anni ’80 e ’90
dall’Università di Perugia hanno portato
all’individuazione a Montisola di ben cinque siti protostorici databili tra il Bronzo
medio iniziale e pieno, mentre due siti di età
romana (una possibile villa o tempio ed una
struttura di piccole dimensioni) furono censiti dalla British School at Rome durante
le campagne di ricognizione della fine degli
anni ’80 ed i primi anni ’90.
Questo ci parla
di una precoce presenza umana in quest’area
già a partire dal periodo protostorico. Non è
quindi da escludere che questa “isola” fosse
stata occupata anche da un insediamento
sabino.
In una rientranza della stessa palude, e quindi non molto lontano da Montisola, probabilmente sul versante collinare a nord di
questa, vicino a Colli di Labro, doveva trovarsi il centro di Marouion, che distava quaranta stadi da Septem Aquae.
La distanza che
riporta Varrone coinciderebbe con la reale
distanza che intercorre tra Colli di Labro e
le sorgenti, confermando l’idea che la via
Curia passasse sul versante occidentale del la pianura e non su quello orientale. Inoltre,
come già ricordato, l’autore riporta soltanto
la prima distanza da Rieti e l’ultima fino a
Septem Aquae, permettendoci di situare senza grande difficoltà anche gli altri centri; il
fatto di non riportare ulteriori distanze indica che i centri si trovavano molto vicini
l’uno all’altro, o comunque non così lontani
da richiedere una indicazione più precisa.
Da qui, passando per Piediluco, fino a raggiungere Terni, il tracciato doveva necessariamente svilupparsi lungo la riva sinistra
del Velino; un ponte romano, situato vicino
al paese di Papigno, probabilmente è la conferma che la Curia oltrepassava il Nera in
questo punto, passando dalla riva sinistra
alla riva destra.
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| STAMPA DEL PONTE DI AUGUSTO |
Tutto fa pensare che questa via sia la diretta conseguenza della bonifica e di un’attenta
pianificazione territoriale volta sia all’assetto
fondiario locale, sia alla bonifica idrogeologica del territorio, oltre che alla realizzazione di migliori collegamenti stradali tra
Sabina, Umbria ed Etruria. In definitiva, appare evidente che la Curia non era altro che
un prolungamento verso nord-ovest della
via Salaria. Non è pensabile infatti che una
via pubblica fosse realizzata per mettere in comunicazione soltanto due praefecturae.
È
possibile invece che l’idea di Curio Dentato
fosse quella di collegare Roma, Cures Sabini,
Trebula Mutuesca, e Reate attraverso la
Salaria, e, tramite la Curia, Reate, Interamna
Nahars ed i centri umbri. In quest’ottica
avrebbe un senso la creazione di una nuova
via, che doveva servire da anello di congiunzione tra le aree da poco conquistate, con le
prefecturae di nuova istituzione, togliendo
dall’isolamento quelle parti di Sabina e di
Umbria che per vari motivi erano rimaste ai
margini delle grandi trasformazioni storiche
e sociali.
L’unico problema che rimane per ora irrisolto è quello del percorso eventualmente
seguito dalla Curia dopo Terni, ma è sicuro che la via doveva proseguire in direzione
dell’Umbria interna. Infatti dopo l’apertura
della via Flaminia nel 220 a.C., la via Curia
risultò essere la bretella di collegamento tra
questa e la Salaria. Prima di tale data è possibile supporre che esistesse comunque una
strada che collegava Interamna Nahars con
Spoletium (colonia latina dedotta nel 241
a.C.) a nord, mentre verso ovest è ben ricostruibile un itinerario che, passando sotto
Cesi, la collegava alla via Amerina."
(P. Camerieri, A. De Santis - La Via Curia)
IL SEGUITO
Successivamente la Via Curia si portava a Terni costeggiando il fiume Nera sulla sponda destra.
Dopo la costruzione della via Flaminia (220 a.c.), la via Curia ebbe la funzione di via di raccordo fra la Salaria e la Flaminia.
- Camerieri P., De Santis A.- La Via Curia, in Divus Vespasianus. II Bimillenario dei
Flavi. Reate e ['Ager Reatinus, Catalogo della Mostra, Rieti - 2009 -
- Filippo Coarelli - DIVUS VESPASIANUS, il Bimillenario dei Flavi - Falacrinae - Le origini di Vespasiano - Edizioni Quasar - Roma - 2009 -- Christian Mauri - La Sabina prima dei Sabini: gli Aborigeni e l’età del Bronzo. I santuari romani in opera poligonale - Aracne editrice - 2018 -
- Dionigi di Alicarnasso - Antichità romane -









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