VIA CURIA



UMBILICUS ITALIAE DI REATE

UMBILICUS ITALIAE

La via Curia era una strada romana che collegava Reate (Rieti) a Interamna Nahars (Terni).
Reate era l'Umbilicus Italiae, cioè centro d'Italia, posto alle pendici del Monte Terminillo, sulle sponde del fiume Velino, fondata dai cosi detti Aborigeni per essere poi occupata dai Sabini. Fu conquistata dai Romani nel 290 a.c. e, dopo la caduta dell'impero, dai Visigoti.

Interamna Nahars venne fondata nel 672 a.c., come si deduce da un'iscrizione del 32 d.c. (Corpus Inscriptionum Latinarum XI, 4170). Le genti preromane che abitavano tali insediamenti si chiamavano Nahartes (da cui il nome della città, Interamna Nahartium, ossia dei Naharti), etnonimo che accomuna a tutte le popolazioni umbre che vivevano lungo il corso del fiume Nahar (il Naia) in fondo alla valle.



MARIO CURIO DENTATO
 
La strada fu realizzata da Manio Curio Dentato, uno dei più grandi Romani del sec. III a.c., che "Non fu mai vinto nè dal ferro nè dall'oro." (Ennio in Cic., De Rep., III, 6), un console di origine plebea, famoso per aver messo fine alle guerre sannitiche e per la realizzazione di opere idrauliche attorno al 270 a.c., contemporaneamente ai lavori di bonifica della Piana Reatina, costituendo l'asse principale della centuriazione. 

La Via Curia rimasta fino a pochi decenni fa il principale collegamento tra i due capoluoghi, con il nome di strada statale 79 Ternana; il vecchio tracciato è stato abbandonato solo di recente, con la costruzione della superstrada Rieti-Terni.

La via è citata solamente da Dionigi di Alicarnasso (Alicarnasso60 a.c. circa – 7 a.c,) il quale a sua volta riferisce le informazioni del reatino Varrone. 

Nel testo di Dionigi si riporta che la città di Carsula distava circa 15 km da Rieti procedendo lungo la via Curia e che nei pressi si trovavano anche Issa, posta su un'isola (probabilmente l'odierna Montisola), e Marruvium (forse l'odierna Colli di Labro), che distava circa 7 km da Septem Aquae (presso Piediluco).

Da quanto si può desumere dal testo di Dionigi, la via percorreva la valle del Velino (chiamato dagli antichi romani Avens flumen), in direzione sud-est/nord-ovest, attraversando il Velino probabilmente attorno alla località di Terria.

Il fiume velino asce sul Monte Pozzoni a 1600 metri di quota, proseguendo verso la Piana di Bacugno, Antrodoco fino a Terni, sfociando nel Nera attraverso la Cascata delle Marmore, con i suoi tre salti per complessivi 168 metri di altezza. 

La cataratta fu realizzata nel 271 a.c. dal console Curio Dentato per ovviare al disagio provocato dalle acque paludose: attraverso il Cavo Curiano, un canale artificiale, il corso delle acque fu deviato e il problema risolto.

Il Velino prosegue poi nella valle di Piediluco e scende nella valle del Nera, dove a Papigno attraversa il fiume su un ponte tuttora esistente.

Si tratta del ponte del Toro, ancora oggi in piedi, costituito da blocchi calcarei che non sono stati legati da opera cementizia.

Il ponte fu riportato alla luce nel 1819, dopo di che venne ripulito dalle sedimentazioni calcaree del fiume Velino. 

PONTE ROMANO DEL TORO

P. CAMERIERI, A. DE SANTIS - 
LA VIA CURIA

"Dallo studio della prima centuriazione è emerso che la diagonale della pertica di quattro quintari, che sembra essere il modello progettuale cui si attennero gli agrimensori di Curio Dentato per la centuriazione del territorio, andava attentamente studiata nella sua reale funzione. 

Infatti questa strada per un lungo periodo di tempo, ed almeno fino al periodo longobardo, conservò tutta la sua importanza di asse diretto di collegamento tra i due più importanti versanti opposti della valle, ossia quello di arrivo presso Reate della via Salaria, e quello di uscita dalla valle in direzione di Interamna Nahars6 (Terni). 

In sostanza era la strada di collegamento Rieti-Terni. La varatio della pertica non si limitava più ad essere un esercizio di verifica della corretta costruzione geometrica del grande quadrato di più di 7 km di lato, ma diventava essa stessa una importantissima strada e questa non poteva che essere la via Curia, l’unica documentata dalle fonti. 

Varrone, originario di Rieti, doveva avere un’idea piuttosto chiara della topografia del territorio, dei centri presenti e delle distanze che intercorrevano da un abitato all’altro. Il testo quindi deve essere ritenuto affidabile:
- A ottanta stadi da Rieti, per chi procede sulla via Curia, dopo il monte Corito, vi era Carsula, recentemente distrutta. Viene poi additata un’isola, di nome Issa, circondata da una palude, priva di difese artificiali, si dice anzi che i suoi abitanti utilizzassero in luogo di mura le acque melmose della palude. Vicino ad Issa si trova Marruvio, in una rientranza della medesima palude, quaranta stadi dalle cosiddette Sette Acque. -

Dei centri menzionati, oltre a Rieti, l’unico di cui sappiamo con certezza l’ubicazione è Septem Aquae: praticamente conosciamo l’esatta posizione del primo e dell’ultimo abitato. Questo è un dato importante perché ci permette di definire con chiarezza il campo d’azione all’interno del quale operare. Mentre Rieti si trova nell’angolo sud-est della pianura, Septem Aquae è posta al limite nord della piana, quasi in asse con la città. 

Questo dato, incrociato con le distanze riportate da Dionigi tra una località e l’altra, rende pressoché impossibile, diversamente da quanto sostenuto fino ad ora, che la via uscisse dalla porta occidentale della città e che, costeggiando il fianco orientale della valle, giungesse a Septem Aquae dopo aver attraversato diverse proprietà private. 

Anche postulando la corrispondenza di questa via con il decumanus maximus quale risulta dallo studio della centuriazione, ad un certo punto avrebbe attraversato la parte più depressa della pianura (dove il decumanus maximus non a caso si arresta), con il rischio di essere sommersa dalle acque nei periodi di maggiore piovosità. 

PONTE ROMANO DI RIETI DETTO "DELLA DOGANA",
SBANCATO NEGLI ANNI 30

Non si dimentichi il fatto che le Septem Aquae sono delle sorgenti perenni e che nella zona circostante l’acqua era presente tutto l’anno. Se poi confrontiamo questo tracciato con le informazioni di Varrone, vediamo che necessariamente il percorso doveva essere un altro. Korsoula, che distava circa ottanta stadi da Rieti, non poteva trovarsi nel lato orientale della valle, ma necessariamente nel lato occidentale, come anche l’isola di Issa, circondata da una palude, e Marouion, in una rientranza della stessa.

Quaranta stadi, così potevano dividere quest’ultimo centro dalle Septem Aquae. Se la via fosse passata invece sul lato orientale della pianura, con i primi ottanta stadi non si sarebbe giunti a Korsoula ma direttamente a Septem Aquae. 

Se si analizza con attenzione il passo di Dionigi, tentando di rintracciare sul terreno le località menzionate, ci si rende conto che la via Curia doveva necessariamente tagliare diagonalmente l’intera pianura, da sud-est a nord-ovest: eventualità concretamente realizzabile solo dopo la bonifica completa della pianura. 

Infatti se si cominciano a misurare le distanze da Rieti postulando la corrispondenza della strada diagonale della centuriazione con la Curia descritta da Dionigi, si iniziano a trovare concrete corrispondenze topografiche, ma a condizione di seguire il tracciato diagonale da Rieti sino al locus gromae, piegando da questo, in corrispondenza del Colle di S Pietro, a occidente lungo un cardo quintario, attraversando il Velino e raggiungendo la strada di bordo della pertica per poi riprendere il tracciato diagonale dal vertice nord-occidentale della prima centuriazione, fino alla attuale località Repasto o Votone, dove avrebbero termine gli ottanta stadi da Rieti e si doveva trovare Korsoula, dopo il monte Koretos. 

Monte che, a questo punto, non può che corrispondere al colle di Montecchio, che viene infatti immediatamente prima. La distrutta città di Korsoula però non poteva certo sorgere in basso, al centro della stretta gola che da qui inizia, attraversata dal Velino, ma piuttosto in alto: il Monte Rotondo, dall’evocativo toponimo che allude a castellieri e a cinte di sommità, pare il candidato ideale. 

FOTO DEL PONTE ROMANO DI RIETI DURANTE LA DEMOLIZIONE..

Il fatto che il primo centro si trovava solo a ottanta stadi da Rieti è la prova che la via passava proprio in mezzo alla pianura e che questa non fu mai abitata, né prima né tanto meno dopo la bonifica. Se avesse seguito un percorso diverso, costeggiando uno dei due lati della valle, sicuramente avrebbe incontrato altri abitati prima degli ottanta stadi. L’isola di Issa, che le fonti ricordano circondata da una palude, non può che essere la località di Montisola. 

Si tratta di un grande blocco di conglomerati di origine alluvionale che si eleva dal piano della valle di circa cinquanta metri. Quando vi era il lago, ma anche dopo il suo prosciugamento, questo colle è stato sempre circondato dall’acqua, o da paludi. Le ricerche condotte negli anni ’80 e ’90 dall’Università di Perugia hanno portato all’individuazione a Montisola di ben cinque siti protostorici databili tra il Bronzo medio iniziale e pieno, mentre due siti di età romana (una possibile villa o tempio ed una struttura di piccole dimensioni) furono censiti dalla British School at Rome durante le campagne di ricognizione della fine degli anni ’80 ed i primi anni ’90. 

Questo ci parla di una precoce presenza umana in quest’area già a partire dal periodo protostorico. Non è quindi da escludere che questa “isola” fosse stata occupata anche da un insediamento sabino. In una rientranza della stessa palude, e quindi non molto lontano da Montisola, probabilmente sul versante collinare a nord di questa, vicino a Colli di Labro, doveva trovarsi il centro di Marouion, che distava quaranta stadi da Septem Aquae. 

La distanza che riporta Varrone coinciderebbe con la reale distanza che intercorre tra Colli di Labro e le sorgenti, confermando l’idea che la via Curia passasse sul versante occidentale del la pianura e non su quello orientale. Inoltre, come già ricordato, l’autore riporta soltanto la prima distanza da Rieti e l’ultima fino a Septem Aquae, permettendoci di situare senza grande difficoltà anche gli altri centri; il fatto di non riportare ulteriori distanze indica che i centri si trovavano molto vicini l’uno all’altro, o comunque non così lontani da richiedere una indicazione più precisa. 

Da qui, passando per Piediluco, fino a raggiungere Terni, il tracciato doveva necessariamente svilupparsi lungo la riva sinistra del Velino; un ponte romano, situato vicino al paese di Papigno, probabilmente è la conferma che la Curia oltrepassava il Nera in questo punto, passando dalla riva sinistra alla riva destra.

STAMPA DEL PONTE DI AUGUSTO

Tutto fa pensare che questa via sia la diretta conseguenza della bonifica e di un’attenta pianificazione territoriale volta sia all’assetto fondiario locale, sia alla bonifica idrogeologica del territorio, oltre che alla realizzazione di migliori collegamenti stradali tra Sabina, Umbria ed Etruria. In definitiva, appare evidente che la Curia non era altro che un prolungamento verso nord-ovest della via Salaria. Non è pensabile infatti che una via pubblica fosse realizzata per mettere in comunicazione soltanto due praefecturae. 

È possibile invece che l’idea di Curio Dentato fosse quella di collegare Roma, Cures Sabini, Trebula Mutuesca, e Reate attraverso la Salaria, e, tramite la Curia, Reate, Interamna Nahars ed i centri umbri. In quest’ottica avrebbe un senso la creazione di una nuova via, che doveva servire da anello di congiunzione tra le aree da poco conquistate, con le prefecturae di nuova istituzione, togliendo dall’isolamento quelle parti di Sabina e di Umbria che per vari motivi erano rimaste ai margini delle grandi trasformazioni storiche e sociali. 

L’unico problema che rimane per ora irrisolto è quello del percorso eventualmente seguito dalla Curia dopo Terni, ma è sicuro che la via doveva proseguire in direzione dell’Umbria interna. Infatti dopo l’apertura della via Flaminia nel 220 a.C., la via Curia risultò essere la bretella di collegamento tra questa e la Salaria. Prima di tale data è possibile supporre che esistesse comunque una strada che collegava Interamna Nahars con Spoletium (colonia latina dedotta nel 241 a.C.) a nord, mentre verso ovest è ben ricostruibile un itinerario che, passando sotto Cesi, la collegava alla via Amerina."

(P. Camerieri, A. De Santis - La Via Curia)



IL SEGUITO

Successivamente la Via Curia si portava a Terni costeggiando il fiume Nera sulla sponda destra.
Dopo la costruzione della via Flaminia (220 a.c.), la via Curia ebbe la funzione di via di raccordo fra la Salaria e la Flaminia.


BIBLIO

- P. Camerieri, A. De Santis - La Via Curia - in DE SANTIS A. (ed.) - Reate e l'Ager Reatinus. Vespasiano e la Sabina: dalle origini - 2009 -
- Camerieri P., De Santis A.- La Via Curia, in Divus Vespasianus. II Bimillenario dei
Flavi. Reate e ['Ager Reatinus, Catalogo della Mostra, Rieti - 2009 -
- Filippo Coarelli - DIVUS VESPASIANUS, il Bimillenario dei Flavi - Falacrinae - Le origini di Vespasiano - Edizioni Quasar - Roma - 2009 -
- Christian Mauri - La Sabina prima dei Sabini: gli Aborigeni e l’età del Bronzo. I santuari romani in opera poligonale - Aracne editrice - 2018 -
- Dionigi di Alicarnasso - Antichità romane -


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